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Questa mattina mi sono alzato presto, mi sono lavato, vestito con jeans e  una polo color ruggine e sono sceso a fare colazione. Mia sorella Ginevra (Gina), che abita in via Terra Grigia, a circa cinquecento metri da casa mia, era già arrivata e aveva preparato la colazione. Caffè, latte e pane con la marmellata. La marmellata è fatta in casa da Gina e il tipo di frutta che contiene dipende dalle disponibilità del periodo in cui è stata confezionata. Questa mattina c’era la marmellata di fichi, dolce e buona. Il pane al latte lo compriamo da Camilla, la fornaia che ha il negozio sull’angolo di via Santoni.
Dopo colazione, mi sono lavato i denti, messo gli stivali e sono uscito sotto il portico e poi da lì ho aperto il portone che permette di passare dal cortile alla strada. A lato del portone corre un muretto basso che separa qualche metro di carreggiata privata dalla strada provinciale.

Esco e mi fermo sul mio muretto. Vedo Costanza Del Re sulla sua porta:
“Ciao Albertino Canali” mi dice.  E’ come se Canali fosse il mio secondo nome. Sono cinquant’anni che mi chiama regolarmente Albertino Canali. Una volta ho provato a dirle di chiamarmi solo Albertino ma, non so per quale motivo, lei si è messa a ridere.
“Solo Albertino è peggio di Albertino Canali per esteso”.  Mi ha risposto.
Che gioia, considera Albertino un brutto nome, sicuro.
Ma perché, Costanza è bello? A me non piace un gran che. Penso sempre che Ortensia le sarebbe stato molto meglio. Una volta le ho chiesto se le sarebbe piaciuto chiamarsi Ortensia e lei mi ha risposto senza pensarci nemmeno un secondo “No”.
“E come ti piacerebbe chiamarti?”
“Alba” mi ha risposto “Alba di Pontalba”.

Alba di Pontalba è orribile, altro che Albertino. La guardo, c’è poco da fare, è sempre bella. Ha gli occhi un po’ verdi e un po’ nocciola. Ricordano le foglie d’ottobre e i ricci delle castagne e gli stagni dove vivono le rane e anche le divise militari che le starebbero sicuramente bene.
“Caro il mio Albertino Canali, oggi sono proprio stanca, ed è solo mattina” mi dice.
“Perché? cosa ti succede?”
Il punto non è quello che succede, il punto è quello che non succede”. Figurarsi se lei risponde in maniera normale.
“Allora cosa non succede?”
“Non succede che il Covid-19 se ne vada, non succede che la democrazia recuperi la sua vera identità, non succede che la solidarietà varchi le soglie delle case  e non esiste tolleranza se non per merito di qualche rarissimo illuminato. La collaborazione che dovrebbe riguardare tutti gli esseri viventi è un naufrago senza speranza. I bambini Siriani muoiono sotto le bombe, i bambini africani annegano, quelli brasiliani sniffano colla a cinque anni. I politici … . lasciamo stare”.
Accidenti oggi Costanza si è alzata male, certe volte lo fa.
Comincia di mattina a dire cose tristi e va avanti così tutto il giorno. Se la rivedi la sera la ritrovi con i suoi strani occhi bui, esattamente come quando si è alzata. E’ come se certe volte si sentisse addosso tutti i guai del mondo.
Non esiste l’amore. Non esiste più!

Adesso perché mi ha detto questo? Non esiste più l’amore? Ma certo che esiste. Altrimenti come farebbero a nascere i bambini? E’ vero che ultimamente ne sono nati molto pochi. Forse si riferisce a questo.
“Ti riferisce al fatto che quest’anno sono nati pochi bambini?”
“Ma no Albertino Canali! Mi riferisco all’amore, all’eros, alle attese col cuore che palpita, a due mani che si stringono e si scaldano, ai baci dati per affetto, agli abbracci sulle rampe delle scale e in ascensore. Mi riferisco all’innamoramento sincero e spassionato che travolge il cuore e riempie le mani”.
“Riempie le mani?”
“Ma sì! E’ un modo di dire: un amore che riempie le mani”.
Io non so cosa sia questo amore che riempie le mani. Forse è meglio che non glielo chieda. Che sia qualcosa che ha a che fare con i suoi cespugli di Ortensie?. Se è così sono fregato, lei comincia a riparlare delle sue ortensie e a me va di traverso la marmellata di fichi fatta da Gina.
Poi mi faccio coraggio: “Riempie le mani in che senso?”
“L’amore che riempie le mani è quello che ti appaga nel profondo, che arriva alla radice dell’anima. Raccoglie l’esistenza e la rende polvere d’oro che può coprire e riscaldare tutta la terra. Una polvere d’oro che può essere regalata tanto è bella. Tanto splende. L’amore dovrebbe essere così: una notte di stelle e le mani piene di luce. Tu regali questa luce a qualcuno ma lui non la vuole. Guardi le sue mani e capisci. Anche lui ha la stessa polvere d’oro e le sue mani abbagliano la terra.”

Costanza è unica, è diventata improvvisamente poetica. Questa è la Costanza che mi piace di più. E’ come se dalla sua bocca uscisse direttamente della bellissima musica. Non so come faccia, non me lo sono  mai spiegato. In realtà non se lo spiega nessuno. Nemmeno i suoi amici che quando lei comincia a fare così si zittiscono tutti. Li ipnotizza parlando.
Devo provare a farla continuare sulla stessa lunghezza d’onda.
“Ma cosa dici? Quale luce nelle mani?”
“Luce che abbaglia e consola, è questo che vogliono tutti! La luce del tramonto!”
“La luce del tramonto?”
“Sì! lo dice anche Zucchero in una sua canzone: “… luce che cade dagli occhi sui tramonti della mia terra”.  L’amore deve essere luce, un manto che copre la stanchezza. Deve essere una veste che addolcisce ogni forma, una stella che brilla tra le foglie e tra le mani di chi sa cogliere il momento, il sorriso più bello. Come frutto maturo che qualcuno trova, mangia e assapora. L’amore è un grande dono, è speranza di carità, un bagliore che investe tutto. Riempie le mani”.

E questa è Costanza del Re. Dovrebbe fare la scrittrice invece di coltivare Ortensie. Credo che con tutte queste stranezze che ha nella testa scrivere le verrebbe benissimo: scriverebbe di come vedere le cose al contrario, dirle al contrario. Potrebbe scrivere di ciò che la fa  terribilmente soffrire, di tutti i drammi che la intristiscono.  Poi  potrebbe scrivere  dell’amore e improvvisare favole che consolano il cuore. Potrebbe scrivere una nuova poesia  sull’alba a Pontalba. (meglio che ometta che lei vorrebbe chiamarsi proprio così).
Dovrebbe fare la scrittrice a tempo pieno. E non fare null’altro.
Scrivere, scrivere, continuare a scrivere.
Rebecca, sua nipote, mi ha confidato che in realtà lei la scrittrice la fa già. Scrive per una rivista conosciuta, ma non lo fa con il suo vero nome (Costanza del Re) ma con uno pseudonimo: Alba Orvietani. Adesso che lo so, ogni tanto leggo i racconti di Alba Orvietani e devo dire che mi fanno impressione. Scrive le stesse cose che mi dice quando ci incontriamo sulla sua porta o sul mio muretto.
Siamo luce che cade dagli occhi sui tramonti della nostra terra …”

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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