La città incontra il carcere: la parola ai redattori di Astrolabio
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“La città incontra il carcere”:
parlano i redattori di Astrolabio, la rivista del carcere di Ferrara.
Giovedì 1 ottobre, nella casa circondariale di Ferrara, una settantina di persone sono entrate per incontrare alcuni detenuti. Non era una visita guidata, né una delegazione istituzionale venuta a osservare da vicino una realtà spesso sconosciuta. È stato un incontro tra persone che abitualmente vivono separate da muri, cancelli e pregiudizi, a volte ancora più difficili da superare.
L’iniziativa, La città incontra il carcere, organizzata nell’ambito del Festival di Internazionale e giunta alla sua quarta edizione, aveva un obiettivo preciso: far conoscere Astrolabio, il giornale della casa circondariale di Ferrara, attraverso le voci di chi lo scrive. Non parlare dei detenuti, ma lasciare che fossero loro a raccontarsi; non descrivere il carcere al posto di chi lo vive, ma ascoltare chi, ogni settimana, si ritrova in redazione per trasformare pensieri, ricordi ed esperienze in articoli.
Da undici anni curo Astrolabio e conosco le persone che contribuiscono a realizzarlo, le loro difficoltà e la fatica di trovare le parole giuste.
Questa volta, però, non ero soltanto l’organizzatore: ero anch’io su quel palco per presentare il giornale e difendere un’idea. Il carcere non può essere raccontato soltanto attraverso i reati, le condanne, le evasioni e le emergenze. Tutto questo esiste e non va nascosto, ma non esaurisce la complessità delle persone che vivono dietro quelle mura.
Nato nel 2007 per dare voce a chi normalmente ne ha poca, Astrolabio è diventato molto più di un giornale: è uno spazio in cui confrontarsi, esercitare la libertà di pensiero e sentirsi parte di una comunità.
Scrivere significa fermarsi, scegliere le parole, rileggersi e, qualche volta, imparare a guardarsi da fuori. Significa anche scoprire che dentro di sé c’è ancora qualcosa da raccontare.
Il giornalista e regista Filippo Vendemmiati, autore del documentario Meno male è lunedì, girato nel carcere della Dozza a Bologna, ha accettato di condurre l’incontro e ha sorpreso tutti proponendo un gioco: ha finto di essere un editore intenzionato a chiudere Astrolabio e ha chiesto ai redattori di convincerlo a cambiare idea.
Ognuno è intervenuto portando il proprio punto di vista e la propria esperienza, a difesa di uno spazio di libertà.

Uno dei momenti più belli è stato vedere i redattori prendere la parola davanti al pubblico. Non erano lì per interpretare una parte o suscitare compassione, ma come giornalisti, con i propri articoli, le proprie idee e il desiderio di essere ascoltati.
Giampiero ha raccontato la scoperta del piacere della scrittura e ha letto un tautogramma, un componimento nel quale tutte le parole iniziano con la stessa lettera.
Un gioco linguistico che è diventato l’occasione per mettere alla prova la fantasia e dimostrare che anche in carcere si può continuare a imparare.
Francesco ha parlato dello sport e della necessità di avere più occasioni per praticarlo. Per lui non è soltanto un modo per trascorrere il tempo, ma uno strumento per stare meglio e trovare alternative alle dipendenze e all’uso eccessivo di farmaci.
Giuseppe, forte di una lunga esperienza detentiva, ha raccontato i cambiamenti della vita carceraria e ciò che ancora deve essere migliorato. Aveva molte informazioni da condividere e poco tempo per farlo. L’emozione è stata così intensa da provocargli un malessere che, per qualche momento, ci ha fatto temere il peggio. Per fortuna si è ripreso. È stato un momento che ci ha ricordato quanto possa essere difficile esporsi davanti a un pubblico e quanto, dietro ogni intervento, ci sia una persona con le proprie fragilità.
Jendari ha accompagnato il pubblico in un viaggio tra filosofia, letteratura e riflessioni. Quando non puoi spostarti liberamente nello spazio, puoi ancora viaggiare attraverso la memoria, la cultura e l’immaginazione. Non è la stessa cosa, naturalmente, ma permette di non lasciare che il mondo si restringa alle dimensioni della propria cella.
Costante ha raccontato la durezza del tempo trascorso in carcere e la sofferenza delle separazioni. Ha spiegato quanto possa significare incontrare persone provenienti dal mondo esterno, guardarle negli occhi e sentirsi, almeno per qualche momento, meno lontani dalla vita.
Mauro ha alternato ironia e riflessione, parlando delle differenze che convivono negli spazi ristretti, delle difficoltà quotidiane e delle opportunità che possono nascere anche in una situazione così complessa. Soprattutto, ha raccontato il suo percorso universitario, iniziato quando aveva perso la capacità di immaginare un futuro. Tornare a studiare gli ha restituito una prospettiva e la possibilità di sentirsi ancora un esempio positivo per i figli.
Durante questi racconti, l’emozione ha spesso preso il sopravvento. Condividere davanti a tante persone una parte così intima della propria vita non è facile. Ma proprio in questo è consistito il valore dell’incontro: nessuno doveva recitare la parte del detenuto che commuove o del cittadino libero che impartisce lezioni. Si trattava semplicemente di raccontarsi.

A un certo punto Filippo Vendemmiati ha posto una domanda: la scrittura rende liberi?
Non so se possa rendere liberi in senso assoluto. Di certo non apre i cancelli e non cancella una condanna. Può però offrire una libertà diversa: quella di pensare, esprimersi, mettere in discussione le proprie convinzioni e immaginare un futuro che non sia la semplice continuazione del presente.
Scrivere non significa assolversi. Raccontare la propria storia non cancella il male compiuto e non restituisce automaticamente ciò che è stato tolto alle vittime. La responsabilità rimane, così come rimane il dolore di chi ha subito un reato.
Ma riconoscere quella responsabilità non significa identificare per sempre una persona con il reato che ha commesso.
Una pena dovrebbe lasciare spazio alla possibilità di cambiare, riconoscere il danno compiuto e costruire relazioni diverse con gli altri. Non per cancellare il passato, ma per evitare che diventi l’unico futuro possibile.
Possiamo pretendere che una persona, al termine della pena, torni a vivere nella società. Dobbiamo però domandarci quali occasioni le abbiamo offerto per prepararla a farlo. Altrimenti, che senso avrebbe parlare di rieducazione?
Durante l’incontro è emersa anche la realtà concreta in cui lavora Astrolabio. La direttrice Maria Martone ha ricordato che la casa circondariale di Ferrara ospita 423 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 265 posti. Un sovraffollamento pesante, che rende più difficile garantire spazi adeguati, attività, relazioni e percorsi individuali.
Raccontare esperienze positive non significa nascondere queste criticità. Significa riconoscere ciò che può nascere anche in condizioni difficili e, allo stesso tempo, ribadire la necessità di investire in istruzione, lavoro, attività culturali e personale.
Il giornale non può risolvere i problemi del carcere, ma può contribuire a renderli visibili e a costruire un rapporto con la città che vada oltre la paura.
C’è una frase che mi sta particolarmente a cuore: le persone detenute saranno, un giorno, i nostri vicini di casa. Alcune lo sono già, quando escono per lavorare o partecipare a percorsi esterni. Altre lo diventeranno al termine della pena.
Che tipo di società vogliamo ritrovare insieme? Una società che continua a identificare una persona soltanto con il reato commesso, oppure una comunità capace di chiedere conto delle responsabilità e, nello stesso tempo, di riconoscere la possibilità di un cambiamento?
Alle nostre spalle, durante l’incontro, c’era un’immagine che rappresentava bene il senso di Astrolabio: il carcere da una parte, la città dall’altra e, in mezzo, un ponte.
Mi piace pensare che il giornale sia proprio questo: un collegamento costruito con le storie e la volontà di incontrarsi. Ma un ponte, per essere utile, deve poter essere attraversato in entrambe le direzioni. E per costruirlo occorre la volontà di entrambe le parti. Non basta che chi è fuori sia disposto a guardare dentro: deve anche saper ascoltare, interrogarsi e riconoscere l’umanità di chi incontra.

Durante l’incontro, Irene Fioresi, insegnante del CPIA, ha annunciato la partecipazione di Astrolabio, del CPIA e della Casa circondariale di Ferrara al progetto europeo Revoices, finanziato dal programma Erasmus+. Il progetto promuove laboratori partecipativi in carcere, utilizzando la parola come strumento educativo e creando esperienze e materiali condivisibili anche in altri contesti.
In carcere, cultura e formazione non possono essere considerate attività accessorie da proporre quando tutto il resto funziona. Sono parte essenziale di un percorso che dovrebbe aiutare le persone a prepararsi al ritorno nella società.
Quando i cancelli si sono riaperti, i cittadini sono tornati alla loro vita. I redattori, invece, sono rimasti in carcere. È una differenza che non dobbiamo dimenticare: per noi ospiti l’incontro era finito, mentre per loro la giornata proseguiva nella stessa realtà di sempre.
Eppure, forse qualcosa è rimasto a tutti: una voce ascoltata, una domanda senza risposta, un volto che non coincide più con l’immagine anonima che spesso associamo alla parola detenuto.
Sono tornato a casa con la soddisfazione di aver contribuito a realizzare un incontro importante, ma anche con la consapevolezza che un solo pomeriggio non basta a cambiare il modo in cui la città guarda al carcere.
Occorre continuare a creare occasioni di incontro, perché ciò che accade dietro quelle mura riguarda anche chi sta fuori. Una comunità che vuole essere davvero più sicura non dovrebbe limitarsi a chiedersi come punire chi ha sbagliato, ma anche come permettergli di tornare a vivere senza commettere nuovi reati.
Astrolabio, nel suo piccolo, prova a contribuire a questo percorso: dare spazio alle parole per restituire spazio alle persone.
E se quel pomeriggio anche una sola persona, uscendo dal carcere, ha cominciato a guardare le persone detenute in modo diverso, allora quell’incontro è servito a qualcosa. E il ponte tra il carcere e la città è diventato un po’ più solido.
P.S. Di seguito il servizio fatto dalle colleghe di Liberi Dentro Eduradio& TV sulla giornata del primo ottobre.
Il disegno di copertina è stato realizzato da un ragazzo ospite della casa Circondariale di Ferrara.
Le foto dell’articolo sono di Mauro Presini, tranne diversamente indicato.
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