La Suggestione degli Inizi: Monterosso, l’alba e dopo
La Suggestione degli Inizi: Monterosso, l’alba e dopo
Adoro seguire il movimento del sole, all’alba e al tramonto. Sono due passaggi che sembrano parlare lingue opposte: il tramonto raccoglie ciò che è stato, mentre l’alba contiene ciò che ancora non ha preso forma. L’uno torna sul giorno trascorso, l’altra apre un tempo nel quale qualcosa comincia ad accadere.
Stamattina ho voluto vedere l’alba a Monterosso, uno dei luoghi che mi sono più cari. Un paese che custodisce la mia infanzia, la mia adolescenza e legami che resistono al tempo e nel tempo. Tornare in un luogo simile non significa semplicemente ritrovare ciò che si è lasciato. I luoghi dell’infanzia non rimangono immobili ad aspettarci: cambiano mentre cambiamo noi e, ogni volta che vi facciamo ritorno, ci restituiscono qualcosa che riconosciamo e qualcosa che, invece, ci appare irrimediabilmente perduto.
Forse è proprio questo a renderli così importanti. Non ci riportano indietro, ma ci permettono di misurare la distanza tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. Il paesaggio sembra lo stesso, ma non sono più gli stessi gli occhi con cui lo guardiamo.
All’alba Monterosso si risveglia lentamente. Alcuni turisti partono, altri arrivano trascinando valigie lungo le strade ancora semivuote. Sulla spiaggia striminzita c’è già chi occupa il proprio posto, prima che, nel giro di poche ore, ogni centimetro venga conquistato. Qualcuno è già in acqua e si gode la calma del mare, prima che altre persone ne trasformino il ritmo e i suoni.
C’è chi fa sport dentro una cornice particolarmente suggestiva: chi corre, chi nuota e chi semplicemente cammina, come me, cercando di cogliere ogni sfumatura di ciò che cambia. Lo sguardo si ferma sulle increspature del mare, segue il profilo della montagna che sembra sprofondare nell’acqua, si perde all’orizzonte.
I bagnini cominciano ad aprire gli ombrelloni. Il sole illumina una parte dopo l’altra, come se restituisse progressivamente le cose alla vita. Per un po’ si sente soprattutto il rumore delle onde; poi quel suono viene lentamente coperto dai passi, dalle voci, dalle serrande dei negozi che si alzano, dai mezzi che scaricano merci. Il giorno prende piede e il paese, minuto dopo minuto, cambia volto.
Mi colpisce sempre questo passaggio. Non c’è un istante preciso nel quale la notte finisce e il giorno comincia. Esiste piuttosto una zona incerta, un tempo di mezzo nel quale il buio non è ancora scomparso e la luce non ha ancora occupato tutto. È forse questo il tratto più interessante dell’alba: non la retorica del nuovo inizio, secondo la quale sarebbe sufficiente voltare pagina per cancellare quanto è accaduto, ma la possibilità di osservare una trasformazione mentre avviene.
Siamo abituati a riconoscere i cambiamenti soltanto quando il loro esito è già visibile: una relazione finisce, una decisione viene presa, un nuovo progetto ha finalmente un nome. Più difficile è vedere la trasformazione nel suo farsi, quando ciò che era non è ancora scomparso e ciò che sarà non si è ancora definito.
Anche nella vita psichica i cambiamenti raramente si presentano come svolte nette. Non ci svegliamo improvvisamente diversi, liberati da ciò che ci ha fatti soffrire. Il passato non scompare quando qualcosa ricomincia: come la notte nell’alba, rimane sullo sfondo. Può però essere ripreso, interrogato e collocato diversamente nella nostra storia.
È questa, forse, una delle trasformazioni più profonde: non modificare ciò che è accaduto, impresa impossibile, ma cambiare il posto che occupa dentro di noi. Un’esperienza può appartenere alla nostra storia senza determinarne ogni pagina successiva. Una perdita rimane tale, ma può smettere di coincidere con l’intero orizzonte dell’esistenza.
Ricominciare non significa allora ripartire da zero. Significa poter dare un’altra forma a ciò che c’è stato. L’alba non cancella la notte: nasce proprio dalla sua trasformazione.
Mentre cammino incrocio persone delle quali colgo soltanto frammenti di discorsi. Qualcuno racconta un problema amoroso, una discussione familiare o una lite con un’amica. Le parole arrivano per pochi istanti e subito si perdono alle mie spalle. Intuisco che, mentre il paesaggio muta sotto la luce, anche molte vite stanno attraversando passaggi dei quali dall’esterno non si vede quasi nulla.
Le trasformazioni più importanti non producono sempre un’immagine immediatamente riconoscibile. Possono procedere attraverso esitazioni, ripetizioni e apparenti immobilità. Anche quando sembra che nulla cambi, qualcosa può essersi già mosso: una domanda formulata diversamente, una certezza che comincia a incrinarsi, una parola nuova al posto di quella ripetuta da sempre.
Intanto Monterosso si riempie. Gli abitanti, pur sapendo che il turismo rappresenta la principale risorsa del paese, appaiono sempre più privati dei propri spazi e stremati dalla quantità di persone che lo attraversano. La bellezza attira, ma rischia di modificare un luogo fino a renderlo estraneo a chi lo abita.
Esiste una differenza tra attraversare un luogo e viverlo. Il turista cerca l’immagine da trattenere; chi vi abita fa i conti con gli spazi occupati, il rumore e la fatica di riconoscere come proprio un paese esposto allo sguardo degli altri. Non tutte le trasformazioni sono una conquista: alcune aprono possibilità, altre consumano lentamente ciò che pretendono di celebrare.
Prima dell’arrivo della folla, il paese non è ancora diventato l’immagine che tanti vengono a cercare. In quelle prime ore convivono le sue diverse anime: il luogo dei ricordi e quello del turismo, la casa di chi vi abita e la meta di chi arriva, il borgo silenzioso e quello che tra poco sarà gremito.
È bello osservare i volti sorpresi dei turisti davanti a un simile spettacolo naturale. Guardano il mare, la montagna e le case colorate ammassate le une sulle altre. Da lontano ci si domanda come sia possibile passare in mezzo a quell’intreccio; poi, una volta entrati, si aprono vie, viuzze, archi e negozi.
Le Cinque Terre sono anche questo: luoghi che sembrano non avere spazio e che, una volta dentro, continuano ad aprirne. Anche lo sguardo si trasforma: ciò che da lontano appariva compatto rivela passaggi e prospettive impreviste.
Continuo a camminare mentre il sole sale e Monterosso diventa il paese affollato che tutti conoscono. Ciò che ho visto poco prima non scompare, ma arretra, coperto dal pieno del giorno. Rimane come una trama meno visibile.
Forse amo l’alba proprio per questo. Non perché prometta ingenuamente che tutto sarà diverso e nemmeno perché consenta di dimenticare ciò che è stato. L’alba mostra che la luce non arriva tutta insieme, che ogni trasformazione richiede un tempo e che persino ciò che sembra immobile viene continuamente ridisegnato.
Ci ricorda che non diventiamo altro da noi da un momento all’altro. Cambiamo per passaggi quasi impercettibili, mentre qualcosa resta e qualcos’altro assume lentamente una forma nuova. Prima che il giorno prenda piede, esiste un breve tempo nel quale questa trasformazione diventa visibile. Basta fermarsi a guardarla.
In copertina e nel testo: Monterosso, scatti di Chiara Baratelli
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