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UN MENU’ DIVERSO PER OGNI VITA:
personalizzazione e sostenibilità dei nuovi comportamenti alimentari

 

Il mercato alimentare vede da anni una forte crescita, favorita dalla rapida introduzione di nuove tecnologie e nel contempo dal cambiamento delle sensibilità degli individui, generalmente orientati verso prodotti e processi rispettosi dell’ambiente.
I cambiamenti possono essere sintetizzati in tre aree: 1 consapevolezza alimentare, 2 nuove conoscenze nutrizionali, la crescita di un’alimentazione vegetale

Consapevolezza alimentare

Le ricerche evidenziano come la maggior parte dei cittadini sia preoccupata di come venga prodotto il cibo che arriva sulle tavole e come possa influire sulla salute e su quella del pianeta.
La qualità del cibo viene messa al primo posto: in particolare il 35% degli italiani dimostra interesse verso ingredienti sostenibili, nel rispetto dell’ambiente e della salute. Per lo più le persone si dichiarano disposti ad accettare anche un prezzo più elevato per garantire questi valori. Inoltre, emerge la tendenza a combattere lo spreco alimentare con piccoli gesti quotidiani: ottimizzare l’utilizzo di energia, ridurre l’impatto del packaging, assicurarsi della provenienza degli ingredienti, preferire la stagionalità, il ‘chilometro zero’.

Nuove conoscenze nutrizionali

Se alcuni decenni fa una buona alimentazione era sinonimo di diete e di conteggio delle calorie, oggi i consumatori sono interessati ai benefici per la salute correlati ai diversi alimenti.
In Italia, per esempio, il 35% dei consumatori intervistati ricerca nel cibo elementi curativi della salute dei capelli e della pelle. E oltre il 60% degli intervistati a livello europeo è consapevole che ciò che mangia ha un impatto diretto sul proprio benessere non solo fisico, ma anche mentale ed emotivo.
Nel 2020 la ricerca di una dieta bilanciata è diventata un obiettivo primario degli europei. Un campione tra il 38% e il 43% degli intervistati si dichiara disponibile a un cambiamento radicale di stile di vita.

Vergono prese in considerazione tutte le possibilità offerte dalle diverse culture culinarie come kefir, kombucha e altri prodotti fermentati, che catturano l’interesse soprattutto dei consumatori under 35.

Verso un’alimentazione vegetale

I consumatori si dichiarano più propensi a cambiare le proprie abitudini alimentari in favore di una dieta a prevalente base vegetale.
In Europa, un campione tra il 37% e il 52% dei consumatori evita di mangiare abitualmente carne per ragioni legate all’ambiente e circa il 40% considera le proteine derivanti dalle piante più sane di quelle animali.
Va riducendosi il consumo di latte e derivati a favore di alimenti a base vegetale. Si è sviluppata recentemente, una tendenza alimentare definita flexiteriana (la dieta amica della salute e rispettosa del pianeta), che prevede il consumo di carne solo in piccole quantità sufficienti all’acquisizione di principi nutritivi essenziali, a favore di un’alimentazione completamente vegetale.

La casa al baricentro della vita

Come è accaduto in altri contesti, la pandemia ha messo in questione il mondo della ristorazione, sollecitando e accelerando processi di cambiamento in gestazione da alcuni anni.

Una serie di fattori correlati alla pandemia hanno contribuito a cambiare le modalità di lavoro e gli stili di vita. Lo smart work non ha cambiato solo il luogo di lavoro, ma anche il consumo dei pasti nella pausa pranzo e le abitudini alimentari dei singoli. In sintesi lo smart work ha contribuito a mantenere il baricentro della vita a casa.
Se la casa diventa anche luogo di lavoro, anche l’alimentazione subisce caratteri più simili a quelli di una mensa che a quelli di una famiglia. Le confezioni monoporzione anche a casa risponderanno ad esigenze di velocità, di qualità e di fruizione.

Il cibo riduce il suo carattere di occasione di socialità e di confronto con i colleghi, un’occasione in cui si costruisce e si alimenta un clima cooperativo e di appartenenza. Senza una tavola comune viene meno quel particolare tipo di relazioni che alimenta il senso di fiducia reciproca. E’ presumibile, inoltre, che l’alimentazione gestita nello spazio domestico restringa la variabilità del cibo e aumenti la monotonia delle stesso.

Alimentazione e scelte individuali

Ma il cibo assume caratteristiche di maggiore personalizzazione per assecondare gusti ma soprattutto scelte dietetiche dei singoli. Si può immaginare che il cibo nella vita quotidiana abbia una minore capacità di socialità, ma una più rilevante importanza nella costruzione di una propria piattaforma alimentare capace di rispondere con estrema attenzione alle preferenze e ai sentimenti legati al cibo.

È possibile inoltre che in tendenza venga meno una differenziazione di genere nella preparazione del cibo, liberando le donne dai compiti tradizionali legati all’alimentazione dei membri della famiglia.
Lo smart food potrebbe consentire di risparmiare tempo e di mutare una cultura di separazione dei ruoli tra uomo e donna che si è dimostrata fino ad ora difficile da scalfire.

È possibile immaginare che in futuro avremo un’alimentazione sempre più variata e correlata a scelte individuali, e un packaging basato su  monodosi. Ai cambiamenti negli stili di vita dei consumatori si accompagna una rinnovata attenzione ai cambiamenti climatici e alla sostenibilità.

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DARK KITCHEN & SMART FOOD
il Covid ha cambiato il rapporto con il cibo

 

 Termini come dark kitchen, ghost restaurant, cloud kitchen, smart food, alludono ad alcuni dei cambiamenti in atto nella ristorazione e ad una crescente diversificazione della stessa.
Le dark kitchen sono in sostanza cucine senza servizio, in pratica ‘senza ristorante’. I cibi preparati vengono consegnati a domicilio. I vantaggi: la riduzione delle spese per il personale, gli spazi e gli arredi

Il Covid-19 ha contribuito a cambiare anche il rapporto con il cibo. La pausa pranzo – come i tempi e le forme di lavoro – è stata in questi mesi desincronizzata.

Emergono nuove forme alimentari sostenute da traiettorie di vita sempre più individualizzate.
La cultura della mono porzione, nel contempo, soddisfa la sensibilità contro lo spreco di cibo, mentre ogni anno ben 1,3 miliardi di tonnellate vanno nella spazzatura. Uno spreco che pare destinato a persistere: si stima che nel 2030 si arriverà a gettare via 2,1 tonnellate di cibo.

Come si inserisce la pandemia negli orientamenti di consumo alimentare?
L’industria del cibo d’asporto tende a soddisfare la crescente domanda di consegne a domicilio in grado di offrire una buona qualità associata ad un’individualizzazione radicale dell’offerta che risponde ad una fruizione sempre più individualizzata.

Il fenomeno dell’individualizzazione della ristorazione è, peraltro, in atto da alcuni anni. Le motivazioni sono molteplici e vanno dalla personalizzazione delle preferenze alla crescente varietà organizzativa nella vita quotidiana.

Nel lavoro si è imposto lo smart work, con le più varie forme di rapporto tra vita personale e familiare e vita lavorativa. Il Covid, insieme ad un parallelo percorso di innovazione tecnologica, ha indotto un processo di individualizzazione

Le tecnologie alimentari (che riguardano i prodotti e il confezionamento, cioè la diffusione delle porzioni alimentari) sostengono in varie forme l’individualizzazione del rapporto con il cibo. Pensiamo, ad esempio, all’introduzione di prodotti semi-pronti o semi-lavorati, oppure ai forni elettrici per ultimare la cottura e mantenere la temperatura durante il trasporto.

Numerosi sistemi, introdotti su larga scala, confermano la tendenza in atto: menu digitali, sistemi di prenotazione online, self-ordering, etc. I nuovi dispositivi per la gestione degli ordini riguardano la gestione dei turni del personale, la fatturazione, i rapporti con i fornitori, i pagamenti etc. E riguardano inoltre la presentazione dei prodotti e le azioni di marketing relative.

In particolare, accanto a piattaforme che riguardano la distribuzione emergono piattaforme digitali. Ciò è il risultato sia dello sviluppo dell’e-commerce, sia della domanda alimentare sostenuta dai consumatori.

Per qualche tempo il fast food è stato descritto come un cibo di minore valore rispetto a quello cucinato secondo protocolli definiti dalla tradizione. Ad esempio, la pizza sintetizzava l’idea di velocità e l’asporto era correlato ad un modello di ristorazione veloce di basso profilo.
Mentre la ristorazione acquista importanza nella vita quotidiana, le piattaforme di consegna di cibo online stanno espandendo la scelta e la convenienza, consentendo di ordinare con un solo tocco del telefono cellulare.

Si sono diffuse nuove app dedicate al delivery. Questa tendenza aumenterà ancora. Per inciso, si tratta di locali che devono ancora trovare una loro chiara, specifica cifra comunicativa. Va ricordato, infatti, che le persone si recano ad un ristorante anche per la sua qualità estetica ed esperienziale. Il ristorante consente un’esperienza che non si limita solo alla qualità del cibo. L’età media degli appassionati si sta abbassando e riguarda in particolare la fascia over 35.

D’altro canto, mentre la tradizione era fino a ieri imperante, ora si affermano nuove tendenze, come la tendenza al crudo e le cotture dolci della cucine giapponesi di moda da qualche anno. Si afferma la cucina fusion: mai come oggi si assiste ad un utilizzo massiccio di ingredienti esotici e tradizionali.

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LA MODA AL TEMPO DEL LOCKDOWN

I mesi di reclusione imposti dalla pandemia, hanno cambiato anche la vita quotidiana e l’abbigliamento. Anche il settore della moda ne è stato coinvolto. Non è stata la moda a dettare le pratiche, ma le pratiche ad influenzare la moda.
Il tema della sostenibilità ha acquistato più peso ed è cresciuta la domanda di un mondo ecocompatibile, capace di mantenere nelle città spazi di verde, ancorché verticale. L’orientamento ecologico ha stimolato alcuni marchi di moda a lanciare linee con materiali naturali e a fissare obiettivi etici nelle produzioni.
Dal versante delle vendite, le visualizzazioni in rete indicano una crescita di interesse per il ‘naturale’. Termini come “pelle vegan”, “cotone biologico”, “plastica riciclata” entrano nel vocabolario della moda.
L’esplosione delle tute ha accompagnato il tempo di lavoro a casa durante il lockdown, ma ha sollecitato usi più diffusi, facendo scoprire il valore della comodità, della morbidezza, ma anche del colore. Le scarpe hanno lasciato la scena a imponenti ciabatte pelose, fatte di materiali sintetici più simili a ciabatte che a scarpe, ma da portare anche fuori casa.

Si impongono abiti comodi e morbidi, ma rivisitati con colori decisi. È come se si fosse imposta una moda del lockdown connotata da una diffusa offerta di morbidezza. Lavorare a casa significa poter indossare abiti confortevoli, ma adatti al bisogno di sentirsi “presentabili” nei momenti di lavoro in videoconferenza.
L’abbigliamento della vita quotidiana interpreta bisogno di morbidezza e di praticità di una vita ricondotta alla dimensione essenziale, che non si concede neppure le cene con gli amici. Mentre le sneakers e i jeans rimangono due delle categorie di prodotto più ricercate nell’ambito della moda sostenibile, in crescita rispettivamente del 142% e del 108% su base annua.

Il tempo della pandemia ha cambiato, insieme alle relazioni, anche il modo di vestirsi. Ad esempio è cresciuto del 90% annuo l’interesse per i gioielli rigenerati. Ed è cresciuta anche la domanda di capi di moda di seconda mano e usati. In Italia in particolare è aumentata del 20% la domanda di moda sostenibile, in particolare sono i consumatori della Lombardia quelli che effettuano il maggior numero di ricerche di moda eco-friendly. Il termine “eco-pelliccia” è tra le parole chiave più usate nella moda.
Smart working e distanziamento hanno ridotto drasticamente anche le uscite per lavoro. In un’Italia profondamente cambiata in abitudini, modalità di lavoro e d’incontro, e tempo libero. Le molte declinazioni della tuta e delle ciabatte hanno imposto un abbigliamento nuovo centrato sull’essenziale e sull’eccentricità, ma proponendo un nuovo lusso: la morbidezza.
È come se il Covid ci avesse indotto ad abolire il superfluo, l’eccessivo, l’illusorio, per ricercare senso, profondità, autenticità, ma anche morbidezza e colore. Secondo un’indagine di Confartigianato, da gennaio a luglio 2020, in una situazione di forte riduzione dei consumi, si è registrato un calo del 27,9% nell’abbigliamento e del 17,3% nelle calzature. Una débâcle che ha fatto ridurre della metà la produzione delle imprese artigiane. Intanto le vendite online hanno visto una crescita del 28%. I consumatori si rivolgono a canali d’acquisto che permettono di risparmiare sui costi. In generale cresce la domanda di prodotti di moda riciclata. Gli indumenti usati raccolti da queste grandi aziende sono riutilizzati per il mercato del second-hand, smistati in paesi terzi, o recuperati per essere trasformati in nuove fibre tessili.

Per ottimizzare i percorsi di sostenibilità, salvaguardando l’occupazione nell’intera filiera tessile, è necessario però pensare, già in fase di progettazione, all’intero ciclo di vita di un prodotto, massimizzandone il valore d’uso. Solo con una buona “cultura della circolarità” applicata già in fase progettuale si impiegano meno risorse e materie prime e si riduce lo spreco mantenendo l’occupazione nella manifattura e l’economia della filiera integra.

Siamo di fronte a cambiamenti radicali ai quali la pandemia ha fatto da acceleratore e che impongono una diversa cultura della moda, che impone tra l’altro una formazione di base per i nuovi eco-fashion designe” mirata alla nuova logica del riuso. In sostanza la moda dovrà affrontare un mercato recessivo e in forte trasformazione.
Anche nella moda è il momento di prepararsi ad un mondo post-coronavirus.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Il piede nella porta

N: Sono uno snob, quindi quello che dichiarano i personaggi famosi mi lascia perplesso per definizione. Però l’altro giorno ho sentito una famosa attrice, in uscita da una relazione con figli e in entrata dentro un’altra, dichiarare che l’uomo non chiude mai una porta. Al massimo la accosta, ma non la chiude. La donna invece tende a sbatterla, quella porta, non solo a chiuderla. Con tutta la cautela che accompagna ogni generalizzazione, questa frase mi ha persuaso.

R: Il vostro piede nella porta, che ingombro. E’ vero, capita che noi la sbattiamo sperando nel rinculo che la spalanchi ancora più di prima. Ma ti voglio raccontare cosa è successo a una donna-donna non molto tempo fa: la storia era conclusa da un paio d’anni, la fine era stata certificata da un silenzio bilaterale che non aveva previsto nessuna porta a soffietto. Poi lui, abituato a gestire le vite degli altri, si è rifatto vivo tentando di forzare la serratura. La donna-donna ha aperto per un attimo la porta senza sganciare la catenella e lo ha salutato per sempre. Il motivo è uno solo: due anni prima, lei era stata colpita dalla stessa porta in faccia e, solo grazie al tempo, aveva capito che da lì non sarebbe mai più passata, per scelta.

N: Anch’io ho la sensazione che, a volte, la porta venga sbattuta per essere riaperta. Ma non per sempre. Un uomo può tornare sul luogo del delitto dopo anni, e comportarsi come se l’ultima volta fosse stata ieri. Per lui il tempo non conta. Una donna nel tempo apre e chiude capitoli, e quando chiude chiude.

R: Le donne, a un certo punto, smettono di vivere di nostalgia: la nostalgia è il dolore (algos) per un ritorno (nostos), ma le donne riescono a essere più veloci. Quando qualcuno ritorna, le donne hanno già fatto altri viaggi, in genere di sola andata, sono ormai diverse e lontane da quel luogo abitato in cui non si riconoscono più. E soprattutto dove non tornerebbero.

Come è stata la fine delle vostre storie? Da porte sbattute o solo accostate per facilitare la riconciliazione?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

CAMBIA-MENTI
La scuola come mondo protetto o come occasione di scoperta?

In queste settimane chi ha bambini che a settembre dovranno iniziare la scuola primaria si appresta ad effettuare le iscrizioni nelle diverse scuole. Ciò avviene peraltro dopo un’esplorazione delle alternative in parte ansiogena perché orientata alla ricerca della scuola “giusta” in rapporto all’idea che ognuno ha dell’istruzione.
Nel compilare il modulo di adesione vengo colpita dal riquadro in cui si chiede di esprimere fino a due preferenze di compagni della scuola materna che si desidera siano nella stessa classe elementare del bambino che si iscrive. La scelta deve essere reciproca, vale a dire condivisa dai genitori di entrambi i bambini.
Mi viene spontanea una riflessione! Ai miei tempi (non tanto tempo fa, poiché non ho un’età così avanzata, ma già sufficiente per usare quest’espressione) questa possibilità non era contemplata.
Mi chiedo se in un tempo in cui il mondo è sempre più variegato e in cui si fanno continui proclami per costruire l’integrazione tra culture anche molto diverse abbia senso sottolineare questa possibilità di scelta e cosa rappresenti per le nuove generazioni.
Non è forse anche questo (insieme a tanti altri) un modo per far crescere bambini troppo protetti e tutelati? Non è un modo per non abituarli a fare i conti con ciò che la vita presenta come imprevisto o effetto del caso? Che effetto può avere su dei soggetti in crescita e che dovrebbero essere aiutati a comunicare tra loro e a giovarsi delle reciproche differenze, indirizzare così tanto i loro destini e abituarli a comunicare solo con i propri “simili” per estrazione sociale? Non contribuisce ciò a renderli fragili e più facilmente vulnerabili? Come immaginiamo che possa avvenire l’integrazione se alcuni bambini risulteranno molto “gettonati”, mentre altri non saranno “preferiti” da nessuno?
Queste alcune delle domande che mi ha suscitato il tema; mi sono risposta che la scuola non dovrebbe prevedere questa possibilità. È importante aiutare il bambino ad integrarsi e ad adattarsi a qualsiasi contesto si ritrovi, è importante trasmettergli il messaggio che è interessante ed è un’opportunità conoscere persone diverse, è importante insegnargli che ciò che non si conosce non è necessariamente qualcosa che deve spaventare e deve incutere timore.
Trovo che vi sia un’eccessiva enfasi sulla continuità delle esperienze che il bambino si appresta a compiere e che questa stessa continuità lo esponga al rischio di rappresentarsi un mondo poco realistico in cui tutto è programmato e definito a priori da qualcun altro e che sia in questo modo eliminato il costo della fatica, ma insieme il piacere della scoperta.
Le fatiche aiutano a crescere. Senza fatica non si ottiene nulla. Avere degli adulti non abituati alla fatica e poco preparati ad affrontare imprevisti significa avere adulti esposti al rischio di crollare di fronte alle minime difficoltà. Per questo iscriverò la mia bambina senza esprimere alcuna preferenza e lascerò che il caso decida la composizione della sua classe così come lo è stato per me.
Immagino che sarà forse solo il primo degli interrogativi che mi solleciterà questa esperienza della scuola delle mie bambine, ma in ogni caso mi farà piacere discuterne.

siccita

ECOLOGICAMENTE
La sottrazione del bene acqua

Aiuto! Non c’è più acqua pulita! Non c’è più acqua dolce! La crescita della industrializzazione e della popolazione le sta distruggendo. Cresce la domanda di acqua, ma diminuisce l’acqua pulita per colpa dell’inquinamento degli ecosistemi e la riduzione degli acquiferi di acqua fossile. Abbiamo alterato i flussi naturali dei fiumi. Purtroppo spesso restiamo indifferenti a questo grido dall’allarme e non comprendiamo bene che la vera sfida futura è la capacità che avremo di gestire gli ecosistemi necessari per il benessere umano.
L’agricoltura è la maggiore utilizzatrice di acqua, ma non si devono dimenticare la produzione industriale e in modo inferiore l’uso domestico. L’agricoltura è infatti la principale responsabile dei cambiamenti nei cicli ecologici e idrologici. Più di un terzo delle terre coltivate italiane si trova in quattro regioni: Emilia-Romagna, Lombardia, Sicilia e Puglia. Nella pianura padana si utilizzano quasi venti miliardi di metri cubi ogni anno (circa la metà della portata annua del Po) per coltivare mais, frumento, riso, orzo, avena, pomodoro e zucchero.
L’inquinamento è diventato un fattore critico ambientale nel bacino padano in cui forti rilasci di fosforo prima e contaminazione di nitrati poi hanno influenzato la qualità delle acque interne. Nei tempi attuali le colpe principali vanno ai pesticidi, agli idrocarburi aromatici, ai metalli pesanti.
“Nella sua pubblicazione più significativa, la serie dei “Living Planet Report”, il Wwf sottolinea come l’impronta ecologica dell’umanità stia ormai eccedendo la biocapacità del pianeta. La domanda esercitata dall’umanità sulle risorse del pianeta è più che raddoppiata negli ultimi 50 anni come risultato della crescita della popolazione e del consumo di beni e servizi.” Lo spiega il Wwf nel suo recente testo dal titolo “L’impronta idrica dell’Italia”. L’impronta idrica totale della produzione in Italia ammonta a circa 70 miliardi di m3 di acqua l’anno. Ciò equivale a 3.353 litri pro capite al giorno.
La Direttiva Quadro sulle Acque (Direttiva 2000/60/Ce) tra le tante considerazioni ci chiede la Riduzione dell’inquinamento, la prevenzione di un ulteriore deterioramento ed un miglioramento dello stato degli ecosistemi acquatici e terrestri e delle aree umide per quanto riguarda i loro bisogni idrici, ma ci chiede anche di svolgere un’analisi economica degli usi idrici all’interno di ciascun Distretto Idrografico.
Questa analisi permette di attuare una valutazione scientifica della Sostenibilità economica delle misure per il raggiungimento degli obiettivi ambientali per ciascun corpo idrico.
Da un punto di vista legislativo, i tre livelli di pianificazione (Piano di Gestione del Bacino Idrografico, Piani Regionali di Tutela delle Acque e Piani Territoriali Ottimali) richiedono forti interconnessioni: i principali componenti dei Piani Territoriali Ottimali, gli interventi programmati, sono alla base dei Piani Regionali e conseguentemente dei Piani di Gestione; pertanto i Piani Territoriali Ottimali devono essere coordinati così da permettere il raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale definiti dai Piani di Gestione.
Questo per me è il vero ciclo idrico integrato. Conoscenza, responsabilità e scelte consapevoli; questi sono i valori che il professor Stefano Zamagni ci propone. Io aggiungo che la cultura, intesa come sinergia fra cultura tecnologica e cultura umanistica, gioca un ruolo determinante nel progettare e nel pianificare il percorso di “erogatori responsabili” di servizi di pubblica utilità e di comunicatori impegnati nel campo della comunicazione ambientale e di impresa. La sfida del futuro si gioca sia sul piano economico che su quello sociale. La qualità ambientale è un diritto fondamentale dei cittadini per raggiungere quel benessere che si ottiene rafforzando gli strumenti della qualità della vita.

IL PUNTO
La concretezza dei sogni

E’ finita come era ampiamente prevedibile. Con la cacciata del sindaco Marco Fabbri dal Movimento 5 stelle e una conseguente spaccatura verticale, che fotografa il gruppo pentastellato di Comacchio schierato compatto con il suo primo cittadino, mentre i ferraresi appoggiati dal nazionale ne stigmatizzano il comportamento. Ma se torniamo sulla vicenda della Provincia di Ferrara già altre volte trattata non è per entrare nel merito o per nostra fissazione sul tema. Il punto è che questa vicenda è specchio paradigmatico di un’arte di governo che mette a repentaglio la corretta dialettica politica, la quale non può prescindere da un confronto aperto fra tesi contrapposte. Rappresenta quindi un rischio reale che va denunciato.

Le larghe intese, addirittura extralarge nell’anomalo caso della nostra Provincia, non sono un ampliamento della democrazia, come qualcuno ci vuol far credere. Al contrario sono un suo restringimento. Governare tutti insieme significa presupporre che le cose che si possono fare siano semplicemente quelle dettate dal buon senso. Una premessa che non ammette alternative razionali. Se passa questo concetto si cancella ogni margine di dissenso e si confina il pensiero antagonista nelle praterie frequentate da sparuti epigoni di idealità radicali: illusi, sognatori, resistenti che hanno perso il contatto con la realtà dei fatti, le cui fantasie non hanno alcuna concretezza.
Il mondo, secondo gli alfieri del pragmatismo, va governato dai ragionieri, con i piedi ben piantati sulla terra e lo sguardo incollato all’orizzonte dei fogli contabili. Questo è il pericolo dal quale dobbiamo difenderci.

Il messaggio che si tenta di contrabbandare è che le decisioni assunte non siano frutto di scelte, ma si configurino semplicemente come atti che rispondono razionalmente a bisogni diffusi, soluzioni inevitabili che scaturiscono come logica conseguenze a necessità comprovate, secondo una presunta forma di automatismo della ragione a una sola via di transito.

Invece c’è sempre un’altra possibilità, un diverso orizzonte, un percorso differente. Come ci insegna il salmone.

Il pensiero alternativo, oggi più che in passato, è bollato di astrattezza e inconsistenza. Ma se a tenere in piedi il mondo contribuiscono i ragionieri, a cambiarlo, da sempre, sono i visionari. Teniamolo a mente. Con la consapevolezza che questa è epoca di tramonto, che impone grandi, radicali cambiamenti per poter essere preludio a una nuova alba.

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