Presto di mattina /
Quo vadis humanitas?
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Presto di mattina. Quo vadis humanitas?
“Dove stai andando ora, Magnifica humanitas?”
«Frodo era silenzioso. Anche lui fissava le giravolte della strada, come se le vedesse per la prima volta. Improvvisamente disse ad alta voce, ma come a sé stesso:
La Via prosegue senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita via avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo.
Rincorrendola con piedi alati
Sin all’incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa».
…
«Frodo, dicci dove stai andando ora. Vediamo un’ombra di paura sulla tua anima» (J.R.R. Tolkien, Il Signore degli anelli, Rusconi, Milano 1984, 111; 119).
È questa la domanda che Gildor e gli altri elfi esuli dalle “Terre Immortali” gli rivolgono mentre, segretamente, stanno andando al Gran Burrone per mettere al sicuro l’anello.
Il viaggio dell’hobbit della Terra di Mezzo che viene narrato da Tolkien in questo romanzo che unisce fantasy, mitologia ed epica può ben rappresentare anche il viaggio dell’umanità in cammino e riproporre l’interrogativo: “dove stai andando?”.
E subito veniamo messi di fronte a un paradosso e a una sfida, una scelta che proprio oggi sembra così inattuale, risibile, improponibile: che cioè il futuro del mondo, il destino dell’umanità passino attraverso i piccoli, i miti, i coraggiosi che non temono di rischiare la vita affrontando la malvagità non con le armi che il male stesso ha forgiato.
Amicizia e sincerità, umiltà e fede, pietà e perdono, sacrificio e grazia, alleanza e lealtà, faranno ben sperare in una riuscita dell’impresa. E sarà proprio nel vuoto e nello sprofondo delle difficoltà che si troverà la via d’uscita della grazia, non già come un miracolo o una magia, ma come permanente e operante atto di amore.
L’umanità si edifica e si compirà non potenziandosi solamente, ma amando, prendendosi cura, facendo alleanze, unendo nella diversità. Ubunto (in lingua Zulu e Xhosa) significa “Umanità verso gli altri”; non ci si salva da soli è il leitmotiv del romanzo dove la realizzazione dell’umano avviene attraverso relazioni di empatia, il comporsi delle diversità in una solidarietà fino al sacrificio.
«Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli» (ivi, 83). Distruggere, sottomettere per dominare è invece il desiderio e l’agire dei tiranni, il potere è il loro tesoro: l’anello smaniato. Anche oggi sperimentiamo il primato della forza sul diritto, della falsità sulla verità, della morte sulla vita. Sono tra noi ancora Sauron di Mordor, l’oscuro Signore della Terra di Mezzo, e Saruman che si lasciò corrompere dalla brama di potere anziché combatterlo con la sua magia bianca.
Per contro, eroiche sono le parole di Sam verso l’amico Frodo quando giunsero verso gli oscuri pendii del monte Fato. Parole che dicono amore fraterno, devozione, lealtà fino alla fine; uno stile di vita anche oggi praticato da tanti uomini e donne sconosciuti, disseminati sui mari e nelle terre di mezzo del pianeta:
«Sam lo guardò, piangendo in fondo al cuore, ma non sgorgarono lacrime dai suoi occhi asciutti e arrossati. “Ho detto che l’avrei portato in braccio, dovessi rompermi la schiena” – mormorò – “e sono pronto a farlo! “Coraggio, signor Frodo!”, gridò. “Non posso portare io l’Anello, ma posso trasportare voi ed esso insieme. Alzatevi! Suvvia, signor Frodo, caro! Sam vi porterà in groppa. Ditegli dove deve andare, e lui vi andrà», (ivi, 1123).
«E poi dove andrò? Nessuno lo sa»:
l’umanità un grande fiume, noi i suoi affluenti
Pipino, uno dei quattro hobbit della compagnia dell’anello, all’inizio dell’impresa così commenta la canzone di Frodo: «“Sembrano versi del vecchio Bilbo” (lo zio di Frodo) disse Pipino. “Oppure è una tua imitazione? Non molto incoraggiante, comunque”. “Non lo so”, rispose Frodo. “Mi sono venuti così alla mente, ad un tratto, come se li stessi creando io: ma è possibile che li abbia sentiti tanto tempo fa.
Certo mi ricordano molto il Bilbo degli ultimi anni prima della partenza. Diceva spesso che la Via è unica, ed è come un grande fiume: le sue sorgenti si trovano davanti ad ogni soglia, ed ogni sentiero ne è l’affluente. “È pericoloso ed impegnativo uscire di casa, Frodo”, mi ripeteva sempre. “Cammini per la strada e, se non fai attenzione, chissà fin dove sei trascinato» (ivi, 111).
Ancora, verso la fine del viaggio, ritorna sempre di nuovo l’interrogativo sulla direzione del cammino quale metafora di quello che ancora attende l’umanità. Sam e Frodo sono pronti all’arrampicata finale al monte Fato: Frodo «aprì gli occhi ed emise un respiro. Era più facile respirare lassù oltre le fetide esalazioni che stagnavano nella pianura. “Grazie, Sam”, bisbigliò affannosamente. “Quanta strada rimane da fare?”. “Non lo so” – disse Sam – “perché non so dove stiamo andando”» (ivi, 1124).
Vivere il presente apre prospettive e vie nel futuro ancora ignoto. È solo questo tempo presente l’unico momento decisivo per mutare le sorti, per prendere coscienza del mondo in cui viviamo e agire responsabilmente, a partire dalle piccole cose, dai piccoli. Frodo, Aragorn o Sam non scelgono la propria epoca, né cercano la propria missione. Si lasciano scegliere, rispondono alla chiamata, alla sfida del proprio tempo e la vivono come la loro vocazione.
Il momento presente ti chiama, l’oggi chiede di non voltarti dall’altra parte rinchiudendoti nella nostalgia o disperdendoti nell’incantesimo evanescente del futuro: «“Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!”, esclamò Frodo. “Anch’io” – annuì Gandalf – “Come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato», (ivi, 84).
«In tre si è compagnia», così il tempo vissuto come amicizia dischiude la via. Sorprende pure il legame di fiducia e reciproco affidamento, pur nella diversità e la precedente ostilità tra le loro etnie, tra un elfo, Legolas, e il nano Gimli entrambi divenuti amici nella compagnia dell’anello: “È un bosco vecchio e impregnato di ricordi. Sarei stato felice qui, se fossi giunto in tempo di pace”.
“Più che probabile”, replicò Gimli. “Tu sei un Elfo dei Boschi, e comunque tutte le varietà di Elfi sono gente strana. Eppure mi dai un certo conforto. Dove vai tu, andrò anch’io. Ma tieni l’arco a portata di mano, mentre io allenterò la mia ascia nella cinta. Non per usarla contro gli alberi”, soggiunse velocemente, levando lo sguardo verso l’albero che li sovrastava… Andiamo» (ivi, 599).
Una piccola scintilla, due mondi si intrecciano
All’inizio una piccola scintilla quasi impercettibile ma affiorante alla coscienza, il guizzo di luce di una sinapsi, di un contatto tra due cellule celebrali, quella congiunzione da cui poi nascono i pensieri e i sentimenti. Due ambiti, due idee, due immagini apparentemente estranei, lontani tra loro, si sono messi così a comunicare e a trovare punti in comune, esponendosi ed espandendosi l’uno nell’altro nella mente: il cerchio magico della letteratura e quello spirituale ellittico della teologia.
Un poco come l’incontro tra Legolas, che tradotto significa Verdefoglia, principe degli elfi del Bosco Alto, e il nano guerriero Gimli il cui nome significa Fuoco: opposti che s’incontrano. Ora qui la letteratura tiene la parte dell’elfo Legolas e la teologia quella del nano Gimli, memore di Bernardo di Chartres, citato da Giovanni di Salisbury nel suo Metalogicon (III, 4): «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti».
Così è accaduto, non so come, un mattino presto, che si intrecciassero sulla soglia di casa mia l’orizzonte letterario de Il Signore degli anelli e quello teologico del documento Quo vadis humanitas? della Commissione Teologica internazionale.
«Quo vadis, humanitas?»
Il documento della CTI si prefigge di «Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano» e riportare al centro della riflessione antropologica gli interrogativi sullo sviluppo umano, e di conseguenza sull’identità, dignità e destino umani.
Si è voluto far interagire l’antropologia cristiana con le trasformazioni tecnologiche contemporanee riconoscendone certamente il valore ma al tempo stesso ricordare pure che uno sviluppo senza etica, senza spiritualità può finire per asservire l’umano alla tecnica.
Nel testo vengono analizzate le teorie del transumanesimo e del postumanesimo secolare, vedendovi nella loro radicalizzazione ideologica una sottomissione della libertà e marginalizzazione della dignità umana che tende a un superamento se non addirittura a una sostituzione dell’uomo con la tecnologia.
Si ricorda così che la vera umanizzazione non può scaturire dal semplice potenziamento tecnologico, dalla svalutazione dell’umano e dalla manipolazione o ibridazione biologica e tecnologica del corpo. È invece dalla riscoperta continua di una vocazione di amore interpersonale, comunitario, dal lasciarsi amare amando, dal lasciarsi accogliere accogliendo che prende consistenza il processo di umanizzazione.
Aprendosi pure a quel di più di amore inesauribile, misterioso, ineffabile che muove il sole e le altre stelle, che provoca, sostiene, consola l’inquietudine, il desiderio, l’aspirazione del cuore umano e incalza il suo buon agire, chiama a una responsabilità condivisa, non elitaria né oligarchica, ma aperta verso l’intera umanità integrando le diversità dei popoli e percepita come luogo della libertà, che si affida all’altro nella reciprocità del dono.
L’identità umana nasce da una vocazione che coinvolge il cuore
L’identità autentica nasce da una vocazione e dal riconoscimento dell’altro; percorre la via delle relazioni del cuore, è un dono che si riceve, non ci si fa da soli, si attua dall’incontro. È un processo di rivelazione di noi stessi attraverso gli altri; la si accresce ospitando la loro diversità come una ricchezza che trafigge e che trasforma.
Ne Il Signore degli Anelli l’identità non è già data, ma è in costruzione: costituisce un percorso di trasformazione. Si evolve attraverso la prova del potere che sgretola l’identità, spersonalizza e frantuma l’individuo quando lo si usa per dominare e sottomettere e non come servizio di amore (Gollum senza più identità totalmente sottomesso al potere dell’anello, il suo tesoro).
L’identità matura poi attraverso il radicamento in una famiglia, in una comunità, attraverso la lotta tra la propria essenza e la corruzione, sfuggendo alla menzogna, mostrando così come i più deboli possano ridefinire e ricostruire il proprio destino.
Il bambino come paradigma dell’umano, immagine della gratuità
Il documento della CTI dedica un passaggio importante al bambino come chiave interpretativa dell’umano: «La cultura oggi dominante non è sufficientemente attenta al fatto che “si nasce”, e il transumanesimo, e ancora di più il postumanesimo, dimenticano che l’essere umano è anzitutto figlio e quindi bambino, che si scopre generato e donato a sé stesso nell’avventura meravigliosa di essere e di crescere…
Il bambino è segno dell’umano filiale inteso come il dimorare in una pienezza: proprio perché non è gettato nell’esistenza, ma accolto e circondato dalle cure parentali, il bambino non si deve conquistare in uno sforzo di sviluppo continuo, ma si riceve in atteggiamento di gratitudine. Il bambino non è un vuoto da riempire, ma una pienezza donata e promessa, da accompagnare nell’avventura di dare forma all’esistenza nelle esperienze della vita.
L’identità filiale è oggetto di riconoscimento mediato dalle cure familiari nella casa: in questo spazio di vita la passività del provenire è la condizione della libertà di agire, e la dipendenza dall’amore è la condizione dell’autonomia. Per questo la ragione si sviluppa nel bambino sullo sfondo di un’originaria unità della realtà, come articolazione dell’essere, del bene e del bello. Il pensiero ha una radice affettiva nella sua origine.
Questa condizione è da ritrovare, e non da superare, in uno scambio nel quale il bambino si riceve dall’amore dei genitori e questi riscoprono con lui il loro essere figli. Il desiderio di potenziare l’umano, dunque, dovrà concentrarsi meno sul programmare un transumano che vada oltre l’essere (stati) bambini, per cercare piuttosto di garantire a ogni famiglia le condizioni sociali ed economiche per accogliere e accompagnare questo miracolo dell’inizio, in un contesto di vita favorevole alla nascita e alla crescita dei figli» nn. 95; 88-89.
Ne Il Signore degli anelli gli hobbit, gli abitanti della Contea, possono rappresentare tutto il potenziale, le dinamiche, i valori che troviamo nei bambini: piccoli in un mondo di grandi, dallo sguardo limpido, innocente, privi di ambizione, generosi e proprio perché piccoli e umili sono chiamati ad essere protagonisti della storia, quelli che da ultimi saranno i primi. L’ultimo capoverso del documento titola: La sfida dei poveri, come un invito ad essere noi umili sentinelle, strenuamente vigilanti sulle «conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi».
Umanismo integrale
Voltato l’angolo forse ci aspetta
Un ignoto portale o una strada stretta;
Se purtroppo oggi tirar oltre dobbiamo,
Può darsi che domani questa strada facciamo,
Prendendo sentieri nascosti
Che portano alla Luna o al Sole.
Mela, spina, noce, prugna,
Fateli passare! Fateli passare!
(Tolkien, 116).
Per Jacques Maritain Umanesimo integrale — il suo saggio del 1936 — significava una visione dell’umano fondata sulla dignità della persona, radicato nel personalismo comunitario che situa l’umano nella sua totalità spirituale e corporea, rifiutando sia l’individualismo borghese sia i totalitarismi del Novecento e ricordando che l’orizzonte ultimo dell’umanità non è circoscritto a quello terreste e cosmico, ma proteso in una trascendenza più che umana, divina.
Il termine Ultra-umano del gesuita scienziato Pierre Teilhard de Chardin, connesso con quello di cosmogenesi, rappresenta la meta finale di un processo di amorizzazione, evolutivo di differenziazione, spirituale, unitivo e mistico, il culmine di una comunione interpersonale e collettiva con il Cristo evolutore, cosmico e universale. A questa prospettiva il documento della CTI aggiunge un ulteriore aspetto circa l’umanesimo integrale affermando che «la vera umanizzazione dell’uomo raggiunge il vertice nella sua divinizzazione gratuita, cioè nell’amicizia e nella comunione con Dio» n. 147.
Il termine divinizzazione, tema centrale della teologia e spiritualità patristica viene intrepretato poi nel documento con un’immagine più familiare, meno teologica, ma fino a un certo punto: quella dantesca del Transumanar.
«La corretta accezione di questo “andare oltre” proprio dell’umano si ritrova nel “transumanar” espresso da Dante nel primo Canto del Paradiso, come in altre modalità dell’esperienza della “divinizzazione”, effetto dell’unione intima con Dio per grazia piuttosto che prodotto di tecniche umane più o meno elaborate:
“Solo grazie a quest’incontro — o reincontro — con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani, quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi, perché raggiungiamo il nostro essere più vero”.
A questo livello del discorso si potrà misurare la profonda distanza che esiste tra il sogno di “diventare come dèi” (cf. Gen 3, 4 La Torre di Babele) di certo transumanesimo o postumanesimo e il dono della “divinizzazione” intesa come partecipazione alla vita divina nell’umanità trasfigurata dei figli di Dio in Cristo» n. 24.
Un fiume carsico scorre accanto al grande fiume dell’umanità
Ne Il Signore degli anelli, anche se non viene usata una terminologia religiosa, la narrazione sottende una struttura teologica che rivela non solo il movimento di trascendenza dell’umano in un oltre più che umano, trasfigurato (le Terre Immortali), ma sottende altresì una forma di superamento mistico della condizione umana, che conduce a un altrove già presente e operante, straordinariamente nuovo, un dono, originario che si accompagna, rende solidali i diversi, vicini i lontani in compagnia del divino umanato, della sua grazia facendoli partecipi della sua impresa si salvazione.
Così il Transumanar di Dante e la divinizzazione, come presenza del mistero di Dio nella vita umana, propri della spiritualità e mistica patristica, sono come latenti ed emergenti nel e dal testo di Tolkien, sotterranei come un fiume carsico che attraversa tutta la narrazione.
“Cambierò davanti a loro le tenebre in luce” (Is 42, 16)
A questo proposito si può richiamare l’episodio della trasfigurazione di Gandalf il grigio, la guida spirituale della compagnia dell’anello. La sua rinascita dopo la morte nella lotta contro il Balrog lo ha trasformato, da limitato nel tempo e nello spazio a trasversale ad essi. Una trasfigurazione che gli ha mutato il nome in Gandalf il bianco.
«Il vecchio fu più rapido di lui. Saltò in piedi, e con un balzo salì su di una grande roccia. lvi si eresse improvvisamente, giganteggiando. Il cappuccio e gli stracci grigi giacevano in terra, e le bianche vesti brillavano… Lo guardarono tutti stupefatti. La sua capigliatura al sole era candida come neve, e la sua veste bianca e splendente; gli occhi sotto le folte sopracciglia erano luminosi, penetranti come raggi di sole; in mano aveva lo strumento del potere.
Paralizzati dalla meraviglia, dalla gioia e dal timore, rimasero senza parole… [Legolas, Gimli e Aragon gridarono] “Gandalf”. “Sì, era questo il nome. Io ero Gandalf. Discese dalla roccia e raccolse la cappa grigia, avvolgendosela poi intorno alle spalle: e parve che il sole splendente di poco prima fosse ora di nuovo nascosto dalle nubi» (ivi, 603).
La partenza di Frodo dai Ponti Grigi verso le Terre Immortali
Anche Frodo può ricordarci la trasformazione interiore, e con essa l’ascesa mistica dell’umanità attraverso un combattimento spirituale, la notte oscura dello spirito in cui entrò anche lui quando salì sul Monte Fato con l’anello. Così pure al suo ritorno alla contea, con profonde ferite ma vittorioso, egli era come trasparente, un altro agli occhi de degli hobbit della contea, egli non apparteneva più a se stesso; ormai il suo ego era stato annullato accettando la sofferenza per il bene altrui, era stato liberato da tutto ciò che in lui era inautentico; era divenuto nonviolento, contrario alle armi, risparmiando la vita perfino a Saruman. Uomo di pace e portatore di pace egli avrà accesso così alle Terre Immorali.
«“Ebbene, cari amici, qui sulle rive del Mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò: ‘Non piangete’, perché non tutte le lacrime sono un male”. Allora Frodo baciò Merry e Pipino e per ultimo Sam, e salì a bordo; le vele furono issate, il vento soffiò, e lentamente la nave scivolò via lungo il grigio estuario; e la luce della fiala di Galadriel che Frodo teneva alta scintillò e svanì.
La nave veleggiò nell’Alto Mare e passò a ovest, e infine, in una notte di pioggia, Frodo sentì nell’aria una fresca fragranza, e udì dei canti giungere da oltre i frutti. Allora gli parve che, come quando sognava nella casa di Bombadil, la grigia cortina di pioggia si trasformasse in vetro argentato e venisse aperta, svelando candide rive e una terra verde al lume dell’alba» (ivi, 11225-1226).
Voltato l’angolo forse ancor si trova
Un ignoto portale o una strada nuova;
Spesso ho tirato oltre, ma chissà,
Finalmente il giorno giungerà,
E sarò condotto dalla fortuna
A est del Sole, ad ovest della Luna
(ivi, 1223).
Cover: Foto di artandmusic909 da Pixabay
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