L’ingegner Gadda, Giobbe e la Storia Naturale
Tempo di lettura: 6 minuti
L’ingegner Gadda, Giobbe e la Storia Naturale
Quando ho visto le immagini della gigantesca inondazione che ha travolto, con onde alte sei metri, villaggi, ponti e infrastrutture al confine tra Nepal e Tibet mi sono tornate alla mente le parole che nell’Antico Testamento, Dio rivolge a Giobbe:
“Dov’eri tu quando io mettevo le fondamenta della Terra? Dillo, se hai tanta sapienza! Chi ha fissato le sue proporzioni… e chi ha teso su essa la corda per misurare? Dove sono fissati i suoi pilastri?…dimmelo se sei tanto intelligente!… Chi ha chiuso tra due porte il mare quando usciva impetuoso dal seno materno, quando lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura e gli ho fissato un limite e gli ho messo un chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde»?…”
Mi è parso davvero di veder crollare i pilastri di antichi ghiacciai che precipitando a valle hanno spazzato via in un baleno tutte le più audaci costruzioni degli uomini su questo spicchio di Terra;
ho distintamente avvertito quanto fossero state superate quelle proporzioni ben fissate di e quanto fossero state oltrepassate le linee sapientemente misurate e mi è sembrato di riascoltare ancora una volta le lamentazioni e le parole disperate di Giobbe.
Come è noto nel Libro di Giobbe, Dio risponde all’uomo con una vera e propria lezione di historia naturalis che dura per ben tre capitoli.
Ma che bisogno c’era – ci si domanda – di una simile lezione che spazia dall’astronomia alla geologia dalla meteorologia alla biologia? E perché mai questa lunga lezione cosmologica dovrebbe costituire un rimedio contro la comprensibile indignazione del povero Giobbe “messo a dura prova” dal suo Creatore per una “semplice” scommessa con il demonio?
E in fin dei conti questa grande catastrofe “naturale” nella valle del Tibet non scatena in ognuno di noi un giobbe che si sente indignato e tradito dalla natura, quello stesso giobbe che fino a poco tempo prima della catastrofe si sentiva grato e orgoglioso di vivere in quella specie di paradiso terrestre?
Se c’è nella letteratura italiana un autore che si è fatto carico di dipanare questo groviglio di euforia, indignazione e malinconia questi è, senza dubbio, l’ingegnere Carlo Emilio Gadda.
E forse è proprio grazie al suo aiuto che riusciremo a spiegare perché nel racconto biblico Dio ricorre alla Storia Naturale per dare una risposta a tanto…dolore.
Nell’opera letteraria di Gadda, come è stato già ben riportato in un bellissimo articolo dell’italianista Carla Benedetti (https://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive/filosofia/benedettistorianaturale.php), la storia naturale non è un semplice tema, ma qualcosa di più: essa rappresenta una vera e propria prospettiva sul mondo capace di tradurre le “…tonalità emotive e i peculiari registri” dell’autore.
Tutta l’opera di Gadda infatti pullula di elementi del mondo naturale: minerali, piante, animali, nuvole. A questi elementi vanno poi aggiunti le rovine e i ruderi di una storia remota di cui si è persa memoria.
Tutti questi pezzi di storia naturale vengono descritti da Gadda con dovizia di particolari e con scientifica meticolosità, impregnandosi talvolta di un senso di mistero e di una evidente simbologia (p.es. «popolo degli alberi» quale simbolo di una società solidale e saggia; le «formiche», simbolo di continuità, specialmente nel senso di «flusso delle generazioni»; il «cuculo», voce del dolore delle generazioni).
Gli elementi del mondo naturale ricorrono nella pagina di Gadda con una frequenza non paragonabile a quella di nessun altro scrittore contemporaneo. Ma l’elenco non finisce qui perché accanto alle piante, agli animali, alle pietre, e alle rovine, dobbiamo collocare anche l’uomo con le sue attività, descritte da Gadda come dei veri e propri pezzi di questa storia naturale.
L’uomo viene visto all’interno di una storia che è innanzitutto biologica e diciamolo subito, per il nostro ingegnere, soprattutto darwiniana.
Ma non c’è soltanto questo. La visione naturalistica che Gadda ha dell’uomo va ben al di là dei problemi dell’evoluzione e della genetica e, come dice la Benedetti, va “… anche al di là di quella «natura interna dell’uomo» che sono le pulsioni libidiche…”.
Basta prendere ad esempio l’immagine del «cammino delle generazioni», alla quale Gadda si riferisce frequentemente nelle sue opere, un cammino ininterrotto che sovrasta la morte degli individui, e che tramanda non solo geni ma anche pensieri e speranze, ad altri individui che a loro volta moriranno.
E la Benedetti qui sottolinea che “…Persino le opere degli uomini, quelle che dovrebbero costituire la storia specificamente umana, la storia culturale (di solito contrapposta alla natura), le invenzioni, persino la tecnologia, vengono visti da Gadda come mirabili elaborati della natura, della natura operosa che è nell’uomo, volta alle imprese, talvolta anche disperate…”.
È lo stesso Gadda a esplicitare chiaramente nella Meditazione milanese (Garzanti, 2002) che la storia degli uomini tutta è natura:
«Una centrale telefonica automatica; una stazione radio […] non son men reale natura che il sulfuroso vulcano, o l’arido greto del torrente, o lo sterco delle bestie quadrupedi, o bipedi. Quei fatti della invenzione son fatti e son dunque natura: ché la mente disegnatrice è natura, e la storia degli uomini tutta è natura…».
Per Gadda la distinzione natura/cultura non esiste.
La storia naturale funziona in Gadda come una sorta di sistema di riferimento, tale che quando le cose descritte e i fatti narrati cadono sotto di esso, come per una magica trasformazione canonica che mette il sole al centro del sistema solare, le traiettorie caotiche si mutano in cerchi ed ellissi e nella pagina come nel cosmo si aprono dei… «varchi inattesi ai pensieri di Dio e del diavolo» dice Gadda nel suo saggio su L’ultimo libro di Gianna Manzini ( in Saggi, giornali, favole e altri scritti, volume I, a cura di Liliana Orlando, Clelia Martignoni e Dante Isella, Milano, Garzanti, 1991).
Ovviamente questo Dio a cui l’osservazione della natura sempre rimanda altro non è che una figura del pensiero, che ha una sua utilità etica, oltre che epistemologica: capace cioè di ricordare all’individuo la parzialità del suo punto di vista, e di emendarla, spingendolo a quel riferire e collegare di cui Gadda parla in quello stesso saggio.
Il pensiero calcolante, la razionalità finalizzata, l’utilitarismo sono atteggiamenti che portano a collegare e a ricondurre ogni cosa a una catena di eventi regolati da cause e effetti, che la coscienza può controllare, interpretare, spiegare; ma è proprio da questo che scaturisce il loro aspetto negativo: queste forme di pensiero si muovono su archi parziali – con conseguenze che potrebbero essere, a più o meno breve termine, dannose per la Vita stessa.
Contro la follia di questa ragione parziale, contro l’eccesso di finalità dovrebbe operare ciò che l’antropologo e cibernetico Gregory Bateson chiamava l’«integrazione psichica» che per l’organismo è una vera e propria necessità: essa lo difende dai rischi che derivano dall’irrigidimento dei punti di vista. Giacché la vita – con le sue «ragioni profonde», direbbe Gadda – mal si accorda – sia biologicamente che epistemologicamente – con le parzialità caparbie.
Per giungere alle conclusioni anche il dolore per Gadda, è particolarità meschina, amaro frutto dell’umana ignoranza: giacché sfugge all’uomo la comprensione di quei nessi che fanno sì che ciò che gli appare un male sia, dal punto di vista della totalità, un bene.
La percezione dell’Io dolorante e oltraggiato è perciò una percezione oscura, inadeguata, sporcata da quelle passioni che Spinoza avrebbe classificato tra le più negative: ira, odio, risentimento, sdegno, rimorso, amarezza. Che poi sono anche gli umori tipici dei personaggi dell’opera gaddiana.
E torniamo così allora alla domanda iniziale:
perché Dio risponde a Giobbe con una lunga lezione di Storia Naturale che spazia dall’astronomia alla geologia dalla meteorologia alla biologia e per estensione, potremmo dire, al cambiamento climatico attuale (quello che presumibilmente ha provocato il crollo del ghiacciaio tra Nepal e Tibet)?
E perché mai questa lunga lezione cosmologica dovrebbe costituire un rimedio contro la comprensibile indignazione dei “poveri giobbe vessati” da un destino cinico e baro? E perché mai questa lezione di Scienze Naturali dovrebbe costituire per noi tutti (anche per i negazionisti, per gli analfabeti scientifici, per gli ignoranti di biologia evoluzionistica) una inequivocabile EVIDENZA di quello che sta accadendo e dell’urgenza di un cambio di sistema di riferimento?
Forse perché l’osservazione del mondo naturale, della sua complessità di nessi e strette interrelazioni, riposiziona ognuno di noi, come ci ha spiegato Gadda, nella giusta prospettiva come una semplice e (in)significante parte della Vita del tutto, e perché questo contribuisce a correggere la nostra assurda pretesa di spiegare, controllare e governare il mondo a partire dal punto di vista antropocentrico, calcolante, razionale e utilitaristico.
Il punto di vista della Storia Naturale ha il pregio di produrre sia un acquietamento momentaneo delle passioni negative e sia quella necessaria integrazione psichica, paragonabile alla saggezza, che fa scrivere a Gadda: «la natura è un po’ sempre una “prova dell’esistenza di Dio”».
In copertina: Carlo Emilio Gadda, Rodrigo Gurgel da frammentirivista.it
Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore.
















Lascia un commento