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Federico García Lorca: disobbedire alla pesantezza

Federico García Lorca: disobbedire alla pesantezza

Il poeta e drammaturgo Federico García Lorca fu ucciso dai franchisti a Viznar, poco lontano da Granada, il 19 agosto 1936 – questa la data ufficiale. Aveva solo trentotto anni, essendo nato il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros. A novant’anni di distanza, sappiamo relativamente poco di ciò che sia realmente successo. Il certificato di morte scritto solo quattro anni dopo è un documento palesemente ipocrita: «Deceduto nel mese di agosto del 1936 in conseguenza di ferite prodotte da cause di guerra». Ma la fossa comune in cui il suo corpo è stato gettato non è mai stata individuata.

Simone Weil, ne Il peso e la grazia, scrive: «Obbedienza alla pesantezza. Il massimo peccato».

Si trova nel frammento in cui Weil analizza la “pesantezza” come legge naturale dell’anima — una forza che trascina verso il basso, verso la reazione, verso la meccanicità — e che solo la grazia può interrompere.

In quel contesto, “obbedire alla pesantezza” significa cedere alla forza che ci fa reagire meccanicamente, a quella forza che ferisce, giudica, offende. È una forza contraria all’attenzione, alla leggerezza e, appunto, alla grazia.

È una frase che mi accompagna da anni, che ho usato come esergo e fil rouge nella mia quarta raccolta poetica e che oggi riconosco essere la chiave perfetta per raccontare il mio incontro con Federico García Lorca e, più in generale, con la poesia. Perché se la pesantezza è il peccato, la poesia — quella vera — è la grazia che salva.

La poesia è “l’ape che vola” nella sera, la levità che ti porta in alto, il gesto che è indice di libertà.

Il mio incontro con Lorca avvenne così: avevo quindici anni, quando un giovane sindacalista — uno di quelli che parlano come se il mondo fosse ancora (o sempre) aggiustabile — mi regalò i due volumi dell’opera completa del poeta di Granada.

Non era un gesto calcolato. Era un dono impulsivo, quasi distratto, come se avesse voluto condividere un segreto senza sapere che stava consegnandomi una (e alla)… vita.

In quelle pagine trovai immagini e voci che non ho più dimenticato: una lumachina pacifica borghese della strada, un’ape che vola nell’aria dolce, una formichina agonizzante che avverte la sera immensa, una voce che dice: “Ecco chi viene a portarmi su una stella.”

Non voglio riportare il verso integralmente: andarlo a cercare tra le poesie di Lorca è già di per sé un modo di esorcizzare quella obbedienza della quale parla la Weil. Di proposito quindi non lo riporto, ma posso provare a raccontare quello che ha fatto a me.

Come si sa, nella poesia di Lorca la natura non è mai semplice scenario ma è destino, presagio, linguaggio. Gli animali diventano figure dell’anima, i colori sono veri e propri stati emotivi, e le stagioni cicli temporali interiori.

La sua è una poetica della metamorfosi: ciò che è piccolo diventa cosmico, ciò che è quotidiano diventa simbolo, la ferita diventa canto. L’immagine dell’ape che vola nella sera immensa e della formichina agonizzante appartiene a questa logica. Cosicché la natura diventa rivelazione: l’ape non è un insetto ma un messaggero; la formichina è espressione di una condizione umana e la stella è una via d’uscita.

Da adolescente, quelle immagini mi hanno insegnato che la poesia non è un semplice ornamento perché  quelle parole non erano solo suoni ma gesti, gesti concreti.

Quando sei piccolo, schiacciato, senza forze, arriva un’ape — una immagine, un suono ritmato, un simbolo — e ti porta altrove, ti solleva per salvarti e ti restituisce un nuovo respiro.

Lorca non è rimasto confinato nella mia adolescenza. La sua voce ha continuato a risuonare nei miei anni, nei miei studi, nelle mie scelte, nelle mie ferite. È diventato un compagno di strada, una presenza discreta ma costante. È anche il motivo per cui, molti anni dopo, quando ho scritto una poesia dedicata a José Mujica, ho sentito il bisogno di usare alcuni versi di Lorca. Non come citazione ornamentale, ma come innesto vitale: la sua voce poteva illuminare un’altra storia, un’altra lotta, un’altra forma di tenerezza politica. Lorca, in quel testo, non era un riferimento: era un alleato.

La presenza di Lorca nella cultura contemporanea è sorprendentemente vasta. La sua influenza attraversa la poesia ispanoamericana, il teatro del Novecento, la musica popolare e colta, la narrativa simbolica, la cultura della memoria. Lorca è diventato una costellazione: un punto di riferimento che non si esaurisce nella sua biografia tragica, ma continua a generare forme, immagini, linguaggi.

Nel 2011, quando Leonard Cohen ricevette il Premio Principe delle Asturie, pronunciò un discorso che è diventato una piccola lezione di poetica. Ringraziò la Spagna non solo per avergli dato la chitarra, ma per avergli dato Federico Garcia Lorca.
Disse che senza Lorca molte delle sue canzoni non sarebbero mai nate, che la sua voce — quella voce profonda, scavata, quasi rabbinica — era stata plasmata anche dal poeta di Granada.
«Potrei dirvi di quando da giovane ancora adolescente…studiando i poeti inglesi non riuscivo proprio a sentire la mia voce. Quando iniziai a leggere i testi di Lorca, sebbene tradotti, fu solo allora che iniziai a percepire una voce» – raccontò Cohen e che fu solo grazie alla compagnia di quella voce «…[che riuscii] a conoscere la mia voce…

Anno dopo anno, compresi che questa voce mi trasmetteva anche delle istruzioni. Quali erano queste istruzioni? Mai soffrire inutilmente, e se qualcuno vuole affrontare l’inevitabile caduta a cui tutti siamo destinati, deve farlo sempre con dignità e stile» e, aggiungerei, con leggerezza.

E mentre lo ascoltavo, ho pensato al mio amico sindacalista, ai miei quindici anni, alla formichina agonizzante, all’ ape che ci porta su una stella. Ho pensato che anche per me Lorca è stato questo: una stella che avrebbe brillato per tutta la vita e che avrebbe reso così comprensibile quell’esergo weiliano.

Non bisogna mai…obbedire alla pesantezza ed è proprio nei momenti più difficili della nostra esistenza che bisogna affinare quell’attenzione tanto cara a Simone Weil e ascoltare nella sera immensa il ronzio dell’…ape che si avvicina e convintamente dire: “Ecco chi viene a portarmi su una stella”.

 

Su Federico Garcia Lorca, leggi su Periscopio: Laura Dolfi, Per Lorca 90 anni dopo

 

In copertina: Settembre 1931. Inaugurazione della prima biblioteca pubblica a Fuente Vaqueros, una cittadina nella Vega di Granada. Federico García Lorca, il poeta più famoso a livello internazionale dell’epoca e nato proprio a Fuente Vaqueros, iniziò il suo discorso con la voce rotta dall’emozione: «Innanzitutto, devo dirvi che non parlo, leggo». – immagine da  ciceronegranada.com 

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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