Itaca All inclusive
(cronaca del nostro agosto)
Itaca all inclusive
(cronaca del nostro agosto)
Alle nove e venti del mattino avevamo già parlato di guerra, siccità, intelligenza artificiale, pensioni, arbitri, zanzare e tradimenti coniugali. Alle nove e ventidue era scoppiata una discussione sul prezzo delle granite. Alle nove e venticinque nessuno ricordava più la guerra.
Era agosto.
Il lido si chiamava Odissea Beach. Centosessanta ombrelloni disposti in file tanto precise da far sembrare il Mediterraneo un accessorio del catasto.
Prima fila, seconda fila, terza fila, zona relax, zona family, area smoking, area no smoking, area cani, area bambini, area bambini senza cani e, immaginavo, da qualche parte anche un’area per chi desiderava semplicemente stare in pace.
Non l’avevo trovata.
Ero arrivato alle otto e quaranta con una borsa, un libro e l’illusione di non fare niente. Gli altri erano arrivati con materassini, pinne, palette, racchettoni, tre cambi di costume, integratori di sali minerali, auricolari, creme protezione cinquanta, trenta e «questa la metto solo sulle gambe», come se una giornata al mare richiedesse ormai una preparazione logistica.
Al mio fianco una coppia impiegò più di venti minuti a sistemarsi. Lui piantò il portacellulare nella sabbia. Lei dispose sul lettino un telo, un cuscino cervicale, uno spruzzino refrigerante e un piccolo ventilatore USB. Poi si sdraiarono entrambi, esausti.
«Adesso non mi muovo più», disse lui.
Mantenne la promessa per quasi quattro ore.
Il mare era a quindici metri, ma sembrava un’ipotesi teorica.
Ogni tanto qualcuno si alzava, arrivava fino alla battigia, immergeva un piede e tornava indietro.
«È calda.»
«Troppo?»
«Forse.»
«Allora dopo.»
Il “dopo” era la vera unità di misura dell’estate.
Dopo facciamo il bagno. Dopo prendiamo il caffè. Dopo leggiamo. Dopo parliamo. Dopo ci rilassiamo.
Nel frattempo facevamo altro.
Soprattutto commentavamo.
Il signore dell’ombrellone 84, che alle nove sembrava un pensionato in vacanza, alle nove e dieci era diventato esperto di geopolitica.
Aveva letto il titolo di un articolo e, risparmiandosi il fastidio del testo sottostante, aveva già individuato responsabilità, conseguenze e soluzione.
«Questi non capiscono niente.»
Non specificò chi.
Nessuno glielo chiese.
Sua moglie, intanto, guardava un video su una dieta miracolosa.
«Il problema è il glutine.»
Dall’ombrellone 83 intervenne una signora con un cappello di paglia enorme.
«A mia cugina il glutine non faceva niente. Era il lattosio.»
«Dipende dal metabolismo», sentenziò il geopolitico.
In meno di tre minuti aveva cambiato specializzazione.
Sul telefono mi arrivavano notifiche ininterrotte. Un ministro aveva detto una cosa. Un attore ne aveva detta un’altra. Un cantante aveva cancellato una frase e poi spiegato perché l’aveva cancellata. Una coppia famosa, che ignorava fosse una coppia, non era più una coppia.
Un esperto invitava alla prudenza. Un altro invitava a diffidare degli esperti.
Sotto ogni notizia, migliaia di persone scrivevano “vergogna”, “finalmente qualcuno lo dice”, “informatevi”, “sveglia!”
Verso le dieci comparve una barca all’orizzonte.
Piccola, bianca, lenta.
La notò un bambino, quello dell’ombrellone davanti al mio.
«Papà, dove va quella barca?»
Il padre non alzò gli occhi.
«Un attimo.»
Stava scrivendo qualcosa sul telefono.
Il bambino aspettò.
La barca continuò ad andare.
«Papà.»
«Che c’è?»
«La barca.»
L’uomo guardò finalmente il mare, ma ormai non capì quale.
«Eh, una barca.»
Poi abbassò di nuovo la testa.
Il bambino rimase a guardarla ancora un po’, quindi prese la paletta e tornò alla sabbia.
A mezzogiorno il caldo diventò serio. Un caldo fermo, ottuso, che sembrava avere abolito qualsiasi possibilità di iniziativa. Perfino le cicale ridussero il servizio.
Gli esseri umani si adagiarono sui lettini in pose da museo archeologico.
Un ragazzo passò gridando:
«Cocco! Cocco bello!»
Nessuno rispose.
Ripassò.
«Cocco fresco!»
La signora del cappello sollevò appena due dita.
Il ragazzo si avvicinò.
«Quanto costa?»
Glielo disse.
Lei abbassò le dita.
«L’anno scorso costava meno.»
«L’anno scorso ero più giovane pure io», rispose lui.
E ripartì.
Alle dodici e venti l’altoparlante annunciò l’aperitivo.
«Gentili ospiti, vi aspettiamo al chiringuito per il nostro Odissea Spritz Party. DJ set, finger food e special guest.»
Non si capiva chi fosse lo special guest. In agosto siamo tutti special guest di qualcosa.
Quasi tutti si alzarono contemporaneamente.
Io rimasi sotto l’ombrellone.
Ripresi il libro che avevo portato e scoprii di essere ancora a pagina undici.
Lessi tre righe. Il telefono vibrò. Continuai a leggere. Vibrò di nuovo. Lo girai a faccia in giù. Guardai il mare. La barca bianca era più lontana.
Passava il bagnino. Lo chiamai.
«Sai di chi è quella barca?»
Strizzò gli occhi.
«Quella? Si chiama Ulisse.»
«La barca?»
«Sì. Esce quasi tutte le mattine.»
«E dove va?»
Mi guardò.
«In mare.»
Non aveva torto.
«E poi torna?»
«Se trova posto.»
«Posto dove?»
«Al pontile. Hanno tolto degli ormeggi.»
Pensai che con un ufficio tecnico comunale efficiente anche Omero avrebbe risparmiato parecchi versi.
Poco dopo tornarono gli altri dall’aperitivo. Erano più accaldati, più rumorosi e molto soddisfatti di essersi rilassati.
Il geopolitico aveva bevuto due spritz ed era passato alla filosofia.
«Il problema è che oggi la gente non ha più valori.»
«Verissimo», disse la signora del lattosio, fotografando il bicchiere.
«Siamo diventati schiavi.»
«Assolutamente.»
«Del sistema.»
«Quale sistema?»
Ci fu una breve esitazione.
«Il sistema.»
Bastò.
«Hai visto il gasolio?»
«Quasi due e quaranta al servito.»
«Una rapina. Non si può più andare avanti così.»
Lo disse un uomo mentre controllava sul telefono l’app della macchina, parcheggiata a cinquanta metri, per accendere il climatizzatore prima di salirci.
«Io infatti sto pensando di cambiarla.»
«Con una più piccola?»
Mi guardò come se avessi proposto il calesse.
«No. È uscito il modello nuovo.»
Oltre la recinzione del lido, sotto il sole, riposavano SUV, crossover e automobili grandi abbastanza da sembrare seconde case. Anche loro, probabilmente, aspettavano settembre.
Alle tredici e trenta mangiammo.
Insalate, focacce, frutta già tagliata, piatti arrivati dal bar in contenitori compostabili dall’aria molto responsabile.
Per quaranta minuti nessuno parlò di attualità.
Poi arrivò il caffè.
Questa volta toccò all’intelligenza artificiale.
«Tra poco farà tutto lei.»
«Già lo fa.»
«Scrive pure i libri.»
«Eh, ma si vede.»
«Io me ne accorgo subito.»
«Anch’io.»
Chiesi come.
Il geopolitico mi guardò con una certa pietà
«Si sente.»
Non osai chiedere altro.
Alle quattordici e dodici successe la cosa più grave della giornata.
Saltò la rete.
All’inizio ognuno pensò che il problema fosse il proprio telefono.
Cominciò così il rito contemporaneo dell’uomo abbandonato dalla tecnologia: modalità aereo, modalità normale, spegni il Wi-Fi, riaccendi il Wi-Fi, guarda le tacche, alza il telefono verso il cielo.
Nel giro di due minuti una domanda percorse tutto il lido.
«Anche a te?»
«Niente.»
«Zero.»
«A me una tacca.»
«Ma non carica.»
Il geopolitico andò personalmente alla reception.
Tornò qualche minuto dopo.
«Stanno riavviando il router.»
La notizia si diffuse rapidamente.
Poi non accadde niente.
E quello fu il momento più strano della giornata.
La signora col cappello si accorse che suo marito aveva cambiato costume.
Due adolescenti, non sapendo bene che cosa fare delle mani, guardarono il mare e decisero di entrarci.
Un uomo chiese alla moglie se voleva un caffè.
Lei lo fissò per qualche secondo.
Il bambino dell’ombrellone davanti indicò di nuovo l’orizzonte.
«Papà, la barca è ancora là.»
Questa volta il padre guardò davvero.
«È molto lontana.»
«Dove va?»
L’uomo rimase in silenzio.
«Non lo so.»
Fu la prima risposta sincera della giornata.
Poi il Wi-Fi tornò.
Ce ne accorgemmo quasi tutti nello stesso momento.
Le teste si abbassarono.
Il mondo aveva ripreso a esistere.
Alle due e mezza il lido entrò nella fase più seria della giornata: l’assopimento.
I telefoni scivolarono sui petti. Le bocche si aprirono appena. Le discussioni rimasero sospese senza conclusione e nessuno parve soffrirne.
Mi alzai.
Andai verso l’acqua.
Era calda, come avevano detto. Entrai lentamente.
Dietro di me cento persone riposavano sotto cento ombrelloni, ciascuna convinta di essersi presa una pausa dalla propria vita e ciascuna con la propria vita intera a pochi centimetri dalla mano.
Il bambino mi raggiunse.
«L’hai vista anche tu?»
«La barca?»
«Sì.»
«L’ho vista.»
«Dove va?»
Ci pensai.
«Forse a Itaca.»
«Dov’è?»
«Lontano.»
«Quanto?»
«Non lo so.»
Il bambino si tuffò
Rimasi con l’acqua alla vita a cercare la barca.
Era ormai soltanto un punto.
Alle mie spalle l’altoparlante tornò a gracchiare.
«Ricordiamo ai gentili ospiti che presso la reception sono aperte le prenotazioni per il nuovo Itaca Resort & Spa: camere vista mare, piscina panoramica, percorso benessere e formula all inclusive. Perché il vero viaggio è ritrovare sé stessi.»
Mi voltai.
Sulla recinzione del lido c’era un manifesto che non avevo notato.
ITACA RESORT & SPA
IL TUO RITORNO COMINCIA QUI
Più sotto:
Wi-Fi in tutta la struttura.
Il bambino riemerse.
«Che guardi?»
Indicai il manifesto.
«Itaca.»
«È quella?»
«Pare di sì.»
Guardammo di nuovo verso il largo.
La barca non si vedeva più.
Forse era troppo lontana. Forse il caldo confondeva la linea dell’orizzonte.
Forse aveva già cambiato rotta.
Dal lido arrivò una raffica di suonerie.
Qualcuno, da qualche parte, aveva detto qualcosa.
Tra poco avremmo saputo tutti cosa pensarne.
Uscii dall’acqua e tornai sotto l’ombrellone. Il telefono era ancora lì, a faccia in giù.
Se Ulisse fosse arrivato davvero a Itaca, sarebbe stato meglio avvertirlo.
Adesso, per tornare, serviva la prenotazione.
Cover: Foto di Pexels da Pixabay
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