Il cavallo di Nolan e il trojan
Il cavallo di Nolan e il trojan
C’è un momento — sempre inatteso — in cui anche le immagini più potenti dovrebbero cedere il passo alla parola. Accade anche nei sogni più immaginifici e misteriosi: è l’interpretazione, bellezza!
È successo anche in questo caso proprio mentre guardavo il film, un kolossal che vuole interpretare il mito con la grammatica dell’Età dell’Atomo e dei supereroi. È successo davanti allo schermo gigante che mostrava cavalli titanici sulla spiaggia, vortici marini delle dimensioni di un acceleratore di particelle. È successo davanti alla figura di un Agamennone simile a una proto Batman a quella di un Ulisse con una faccia meno di bronzo del solito e uguale a quella di un paziente problematico in una seduta psicoanalitica.
Proprio negli stessi i giorni nei quali accudivo un “anziano Laerte” ormai quasi del tutto cieco, ho visto al cinema L’Odissea di Christopher Nolan.
Fa parte del nostro immaginario collettivo attribuire ai non vedenti – come il Demòdoco o il Tiresia dell’Odissea – quelle capacità di preveggenza o di ascolto profondo della voce degli dei.
Racconto così al mio Laerte del kolossal appena visto; gli dico del cavallo di …Nolan e dell’Elena nera e del successo che il film sta riscuotendo presso il grande pubblico.
Lui sorride e mi dice:
«Potessi rivedere l’Odissea di Rossi del ’68…»
E allora decido di fargliela “rivedere”: ormai su RaiPlay a ben cercare, si annidano come veri e propri trojan programmi che possono “spiarci”, riportarci indietro aprendo porte segrete del nostro inconscio; rivelarci qualcosa di inaspettato.
Lo vedo così, attentissimo con gli occhi chiusi a riascoltare un’antica sceneggiatura più vicina a quella di Omero e intento a richiamare alcune immagini, a riportarle al cuore e, per un inspiegabile moto empatico, anche io mi trovo accanto a lui con gli occhi chiusi ad…ascoltare la storia.
È lì, in questo esperimento improvvisato, che accade la cosa decisiva: la “grande immagine” di Nolan che avevo visto al cinema — quel “cavallo di Troia” impennato sulla spiaggia — svanisce e riprendono antico vigore e tensione le parole degli dei, la narrazione, il ritmo, l’esattezza del numero, in una parola, l’armonia.
La parola o meglio, il linguaggio – simile a un “parassita dell’inconscio”, come sosteneva William S. Burroughs e più recentemente Cormac McCarthy – si affanna ancora una volta a minare un mondo più remoto e ancestrale di lui: quello simbolico, onirico, quello del nostro inconscio collettivo.
E il mio “anziano Laerte” ne è la prova vivente: la sua capacità di “vedere” quelle parole è un vero e proprio laboratorio fenomenologico. La sua attenzione potrebbe essere paragonata a quella di un sismografo o a quella di un sacerdote di Apollo.
La sua Odissea non è un film ma una narrazione che si riattiva come quella che Demòdoco riattiva in Ulisse e perché no, le sirene attivano in ciascun essere umano, compreso…Omero. Già, le sirene: per chi cantano le sirene?
Le sirene cantano per loro stesse? Per il puro piacere di farlo, come un fenomeno naturale, come il vento tra le canne? Cantano per Ulisse, affinché rinunci alla hybris, alla tracotanza dell’Uomo dell’Età di Bronzo e di tutti gli uomini dalle facce di bronzo che si sono succeduti fino all’Età dell’Atomo?
Oppure le sirene cantano per il vate non vedente ma attento e che dovrà tramandare e tradurre, senza tradirlo, il racconto che esse gli fanno? Strano a dirsi: le sirene cantano anche per Nolan.
In questa prospettiva, Ulisse non è l’eroe ma il medium. Il mito non è l’avventura ma la trasmissione.
E allora il canto delle sirene non è seduzione come quella che Nolan cerca nelle immagini colossali: non esiste maggiore seduzione della parola e, all’Odissea di Nolan, mi dispiace dirlo, manca proprio la…parola.
Se anche non riuscissimo ad ascoltare le parole delle sirene e nemmeno la parola “nessuno” – perché Nolan ci ha tappato gli occhi con le immagini – almeno però bisognerebbe prestare ascolto alle parole di Tiresia.
Quelle parole omeriche sono poche, chiare e definitive: dopo essere ritornato a Itaca, Ulisse ripartirà da solo, per mare fino a quando …”candida scorrerà la luce”.
Nolan non può accettarlo. Il suo inconscio non vuole — e forse non può volerlo — un eroe che deve perdere tutto per ritrovare sé stesso.
Il cinema dell’Età dell’Atomo non ama la solitudine: ama la squadra, la missione, la coralità epica.
Ma Tiresia è inflessibile.
La parola del mito è più forte dell’immagine del regista.
E se Nolan avesse dato ascolto a Tiresia, avrebbe capito che l’Odissea non è un film d’avventura ma un trattato sulla perdita, anche della vista.
E allora torno al mio caro anziano Laerte. Lui, cieco, riesce a “vedere” l’Odissea di Rossi meglio di me. Io, vedente, riesco ad “ascoltare” Nolan peggio di lui.
Perché è la parola — la parola che vibra, che risuona, che (in)canta — la vera tecnologia del mito e la tecnologia, come avremmo dovuto imparare da tempo, si insinua proprio come un virus, come un trojan, a minacciare la nostra natura più profonda e nello stesso tempo a ricordarcela.
In copertina: Modello del Cavallo di Troia sul lungomare di Çanakkale, vicino allo stretto dei Dardanelli, foto creative commons
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