Passa al contenuto principale

Chiedi chi era Francesco Guccini.
Quando il vuoto si fa sempre più pieno

Chiedi chi era Francesco Guccini.
Quando il vuoto si fa sempre più pieno

 Francesco Guccini è morto, e la prima cosa che ho pensato è stata: il vuoto si sta facendo sempre più pieno.

Una frase contraddittoria, almeno in apparenza. Eppure non ne ho trovata un’altra che restituisse con altrettanta precisione ciò che ho provato. Perché, arrivati a una certa età, le persone che se ne vanno non portano via soltanto sé stesse. Portano con sé qualcosa del tempo nel quale le abbiamo conosciute, ascoltate, amate. E quando a lasciarci sono gli artisti che hanno accompagnato buona parte della nostra vita, quella sensazione diventa ancora più forte.

Guccini appartiene a quella schiera di cantanti, musicisti, scrittori, attori, registi, intellettuali che non abbiamo semplicemente incontrato lungo il cammino. Sono entrati nella nostra formazione. Hanno dato parole a sentimenti che non sapevamo ancora nominare, hanno accompagnato amori, amicizie, illusioni, sconfitte. Qualche volta ci hanno perfino insegnato a guardare il mondo.

Per chi è nato nella seconda metà del Novecento tutto questo ha un significato particolare.
Abbiamo attraversato una stagione culturale difficilmente ripetibile. Non necessariamente migliore in ogni cosa, e sarebbe ingenuo sostenerlo. Ma certamente diversa per spessore e, soprattutto, per la capacità di creare riferimenti comuni.

Esistono figure che attraversano le generazioni e le appartenenze. Potevano piacere o non piacere, potevano essere discusse, contestate, finanche detestate. Ma c’erano. Erano presenze familiari. Guccini era una di quelle presenze.

Non era necessario conoscere tutte le sue canzoni per sapere chi fosse. La sua voce, la sua barba, quel modo insieme ironico e malinconico di raccontare gli uomini, la politica, gli amori, le osterie, il tempo che passa appartenevano a qualcosa di più vasto della musica. Era un pezzo d’Italia. Ed è forse per questo che alcune scomparse ci toccano in modo così profondo.

Non muore soltanto qualcuno che abbiamo ammirato. Si spegne un’altra luce in un paesaggio che avevamo creduto immutabile.
Naturalmente le opere restano. Guccini continuerà a esistere nelle sue canzoni, come continuano a esistere De André, Gaber, Dalla, Battiato, Daniele, Battisti. E  come continuano a parlarci gli scrittori, i musicisti, gli attori che non ci sono più. L’arte possiede questo privilegio straordinario: sopravvive a chi l’ha creata.

Eppure non basta a consolarci. Perché sapere che un’opera resta non cancella la consapevolezza che quella voce non produrrà più futuro. Non ci sarà un’altra parola, un’altra apparizione, un’altra occasione per ritrovarla nel presente. Da quel momento tutto ciò che appartiene a quell’artista comincia, definitivamente, ad appartenere alla memoria.

Ed è qui che la malinconia diventa generazionale.

Uno dopo l’altro se ne stanno andando coloro che furono adulti quando noi eravamo ragazzi. Quelli che sembravano già esistere quando siamo arrivati e che, proprio per questo, avevamo finito per considerare parte stabile del mondo. Non pensavamo che potessero scomparire. O forse lo sapevamo, naturalmente, ma non ci riguardava ancora.

Adesso ci riguarda.

Ogni volta che uno di loro se ne va, il pensiero corre inevitabilmente anche a noi. Alla distanza che ci separa da ciò che siamo stati. Alle persone con  cui ascoltavamo quelle canzoni, ai luoghi nei quali le abbiamo sentite per la prima volta, agli amori che credevamo eterni, alle amicizie perdute per strada, a certe estati che nella memoria continuano ad avere una luce che nessuna estate presente riesce più ad avere.

Non è soltanto nostalgia. È accorgersi, quasi fisicamente, del tempo trascorso.

E allora mi chiedo che cosa provino i ragazzi di oggi davanti alla morte di Francesco Guccini.

Molti sanno benissimo chi era. Lo hanno ascoltato, amato, seguito, magari scoperto attraverso i dischi dei genitori o per conto proprio.

Sarebbe ingiusto confinare Guccini dentro una generazione soltanto. Le opere che contano davvero hanno anche questa capacità: nascono in un’epoca e finiscono per appartenere a chi viene dopo.

Ma proprio qui avverto una differenza. Per noi Guccini non è stato soltanto un artista da scoprire. Era già lì mentre diventavamo ciò che siamo. Le sue canzoni arrivavano mentre accadevano le cose, mentre vivevamo gli amori, le amicizie, le illusioni e le sconfitte di cui quelle stesse canzoni sembravano qualche volta parlare. Un ragazzo può amare oggi Guccini quanto lo abbiamo amato noi, forse persino di più. Non può però avere con lui lo stesso rapporto con il tempo, semplicemente perché quel tempo non l’ha vissuto. Ed è questa, forse, la vera differenza tra le generazioni: non ciò che amiamo, ma il momento della vita e della storia in cui abbiamo cominciato ad amarlo.

Ogni generazione ha diritto hai propri riferimenti, alle proprie musiche, alle proprie dimenticanze.

Mi domando se le nuove generazioni avranno figure capaci di accompagnarle così a lungo. Se, fra quaranta o cinquant’anni, la scomparsa di un  cantante, di uno scrittore, di un artista riuscirà ancora a far sentire a milioni di persone di aver perduto contemporaneamente qualcosa della propria storia.

Forse ciò che è cambiato non è la qualità delle nuove generazioni, come troppo spesso e troppo comodamente si sostiene. È cambiato il mondo nel quale costruiscono la propria memoria.

Noi siamo stati probabilmente tra gli ultimi a crescere dentro un immaginario largamente condiviso. La televisione, la radio, i dischi, i giornali, i libri costruivano un territorio comune.

Oggi quel territorio si è frantumato in migliaia di percorsi individuali.

Abbiamo accesso a una quantità di musica, immagini e parole che allora sarebbe stata inconcepibile, ma proprio questa abbondanza rende più difficile che una voce diventi la voce di un tempo. Insieme ai nostri grandi artisti rischiamo allora di perdere non soltanto loro, ma anche la possibilità stessa di avere una memoria comune.

Mi torna allora in mente il brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles su testo di Roberto Roversi. E mi viene spontaneo cambiarne una sola parola: Chiedi chi era Francesco Guccini.

Non vorrei che suonasse come un rimprovero ai giovani. In fondo, quella domanda parla soprattutto di noi. Perché arriva un momento in cui ci accorgiamo che gli artisti che hanno accompagnato la nostra vita non stanno soltanto lasciando il mondo. Stanno consegnando definitivamente la nostra giovinezza alla memoria.

Le loro opere resteranno. Continueranno a parlare a chi avrà voglia di ascoltarle. Può darsi che un ragazzo che oggi conosce appena il nome di Guccini, un giorno incontrerà una sua canzone e vi troverà qualcosa che noi non avremmo mai immaginato. È sempre accaduto con le opere capaci di sopravvivere al proprio tempo.

Noi, però, sappiamo qualcosa che quel ragazzo non potrà sapere.
Sappiamo che cosa significava quando quella voce era ancora dentro il nostro presente. E ogni volta che una di quelle voci si spegne, il silenzio non diventa più grande.
Diventa più pieno.   

In copertina: Francesco Guccini, long playng  Radici

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi su Periscopio di Francesco D’Angiò clicca sul nome dell’autore

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Francesco D’Angiò

Napoletano di nascita e lucano d’adozione, ha pubblicato tre raccolte di poesia e due opere di narrativa. Scrive per interrogare la memoria, gli affetti, il dolore e le contraddizioni del presente. Cerca una letteratura limpida, necessaria, vicina alle fragilità umane. Collabora con il blog letterario Circolo Letterario Vento Adriatico dove pubblica riflessioni e recensioni.

Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *