Senza Francesco. Il mondo invecchiato e l’antico bambino
Senza Francesco. Il mondo invecchiato e l’antico bambino
C’è un verso di Orazio sul quale ieri (6 Agosto) mi sono casualmente imbattuto leggendo l’etichetta di una bottiglia di vino aglianico, vino da viti antiche dell’ Appenino meridionale:
«Nessuna poesia, scritta da bevitori d’acqua, può piacere o vivere a lungo».
Il verso originale nell’ Ars Poetica di Orazio – il grande testo in cui il poeta lucano riflette sulla natura della poesia, sull’arte del dire, sulla misura e sull’ispirazione – è un passo celebre, spesso ricordato proprio per la sua ironia tagliente: la poesia non nasce dall’astinenza, ma da una vita vissuta con pienezza.
La versione latina corretta del frammento è:
Nescit vox missa reverti;
nec mala carmina fiunt aquae potoribus
ma la formulazione più vicina al mio ricordo, che è quella che di solito si cita, è:
Nullo poeta aquae potor placere potest
che si può rendere così:
«Nessun poeta che beve acqua può piacere», o appunto, più liberamente, come quella frase da etichetta per un buon vino.
In ogni caso qualunque di queste versioni è perfettamente in linea con il senso originario del testo oraziano: la poesia richiede fermento, calore, vita che ribolle. Un insegnamento, certo, ma anche una carezza. La poesia ha bisogno di fermentazione, di lentezza, di un tempo che si lascia maturare.
E per me, leggerla proprio ieri (6 Agosto) è stata una… rivelazione: ho pensato che Orazio l’avesse scritta per… Francesco Guccini che proprio ieri ci ha lasciato.
Perché Francesco Guccini, per me e la mia generazione, può essere considerato tutto tranne che, in tutti i sensi…un bevitore d’acqua.
Guccini è stato da sempre un bevitore di mondo: di osterie, di colline, di nebbie, di dialetti, di storie che si raccontano solo quando il bicchiere è mezzo pieno di buon vino dell’ Appennino e la notte non ha fretta.
La sua voce – quella voce che sembrava venire da un luogo più antico del tempo – era un vino scuro, denso, che non si beve ma si sversava in noi.
Tra le sue canzoni, ce n’è una che mi ha sempre accompagnato come un talismano: Il vecchio e il bambino.
Non la citerò per intero, ma posso dire che oggi – ancor più di allora quando l’ascoltai per la prima volta – mi sembra incarnare e anticipare quel filone che oggi viene definito ecopoetico:
…
E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori
e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’uomo e delle stagioni”
…
Nella canzone il vecchio mostrava un mondo devastato a un bambino che teneva per mano e che, evidentemente, non aveva memoria del verde. Il vecchio portava già sulle spalle la nostalgia di ciò che era stato. Il testo oggi così moderno può essere reinterpretato come una vera e propria denuncia per ciò che stiamo facendo al mondo e al futuro.
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”
Oggi, mentre la riascolto, quella canzone mi sembra rovesciarsi e il bambino non è più quello della canzone ma proprio lui, Francesco.
Francesco Guccini è l’antico bambino, quello che ha visto il mondo giovane, quando le stagioni avevano un ritmo e le parole un peso, è quel bambino che ha deciso di lasciare un pianeta che nel frattempo è diventato, lui sì, vecchio.
Un pianeta invecchiato di rumore che non è più in grado quindi di ascoltare una voce di vino come la sua. Un pianeta troppo veloce per potersi fermare un po’ più di tempo a Pavana. Un pianeta troppo distratto per accorgersi di quello che gli sta succedendo.
Ora quel bambino antico se ne è andato, ha lasciato la mano di questo vecchio mondo, che resta qui a chiedersi come farà ad andare avanti senza quella voce che sapeva tenere insieme la terra e il cielo, la storia e il vino, la politica e la tenerezza.
E allora, nel silenzio che segue la sua partenza, mi torna in mente ancora Orazio che pare aver scritto proprio per Francesco questa frase, più di 2000 anni fa:
la poesia che vive a lungo non è quella dei bevitori d’acqua
ma quella di chi ha saputo bere la vita fino in fondo, senza paura di sentirne il sapore.
E Guccini l’ha fatto e continuerà a farlo come il buon vino che fermenta, che fermenta, che fermenta…
Cover Francesco Guccini, Roma 9 dicembre 2015, foto su licenza Wikimedia Commons
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