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Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato

Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato.

Eravamo in molti questa mattina nella Chiesa di Santa Maria in Vado a dare l’ultimo saluto a Gianni Venturi, un intellettuale e un critico di statura internazionale: come non citare i suoi lavori su Canova, su Pavese, su Bassani. Dei suoi studi e dei suoi titoli accademici ne ha scritto pochi giorni fa la sua carissima amica Anna Dolfi nel suo Ricordo impossibile [Vedi qui]

Gianni Venturi, legato a triplo filo alla sua città (un odio e amore perfetto)  è stato anche una figura influente nel panorama (sempre più disabitato) della cultura ferrarese. La sua voce e la sua penna si è levata contro il tentativo di trasformare il Castello Estense in un feudo della famiglia Sgarbi, per la difesa dell’oasi verde del Parco Urbano intitolato a Giorgio Bassani, contro l’ultimo ecomostro cresciuto al Lido degli Estensi e in cento battaglie civili e culturali.
Perché a Gianni piaceva “andare in battaglia”, raccontare e raccontarsi, esporsi, confrontarsi. Ma senza nessuna cattiveria, con la forza delle sue parole esatte e della sua passione. Aveva pochi nemici e moltissimi amici. A questi e a quelli, prima o dopo la tenzone, si avvicinava con un sorriso ed un abbraccio.

Ma Gianni è stato per me, prima di tutto, un amico, le sue telefonate quasi giornaliere per raccontarmi l’ultimo fatto o misfatto cittadino e per annunciarmi l’ultimo Diario in arrivo. Poi, appena pubblicato, un’altra telefonata per chiedere il mio parere.

Il suo primo Diario in  Pubblico su Periscopio porta la data del  29 ottobre 2014. Il titolo, colto e scherzoso da lui stesso proposto: Parigi val bene una messa, Lucrezia no! . Cominciava così: “Arrivo dunque nella ben amata città. E appena scorgo gli alberi dei giardini del Lussemburgo i ricordi si affoltiscono e mi sopraffanno. La giornata è di un grigio neutro e alla svolta di Place de la Sorbonne scatta imperiosa la proustiana memoria involontaria e ricordo la prima Lilla imperiosamente portata dentro una sporta dal mai dimenticato amico Pommier nell’aula dove io, il suo babbo umano, avrebbe blaterato su non mi ricordo chi.”

Da allora, in questi 12 anni, il Diario in Pubblico avrebbe raggiunto e superato le 220 puntate.

Il suo lungo Diario merita un racconto, ma prima un piccolo salto indietro nel tempo, 45 anni o giù di lì. Storia minore si intende…
Avevo 18anni ed ero impegnato nel movimento studentesco e nel farmi crescere i primi peli in faccia. Lui, ne avevo sentito parlare, un intellettuale 40enne di successo, uno studioso già affermato, un ferrarese fedele come può esserlo un carabiniere, ma di vocazione cosmopolita. Allora l’esame di maturità, specie se facevi il Classico, era una cosa serissima, notti in bianco a recuperare il programma.
E Gianni Venturi me lo sono trovato all’orale dall’altra parte del bancone,  era il Commissario Esterno. Il resto della Commissione in silenzio; all’esame ho parlato esclusivamente con lui: di Manzoni e di Gadda (era il mio pezzo forte) e anche, eravamo passati a Storia, della vessata questio tra “guerra di liberazione” e “guerra civile”, per planare (finale a sorpresa) su Piero della Francesca.
Beh, non è andata male – il mio commento fuori dal portone – “quel Venturi sa Tutto di Tutto, è simpatico, quasi buffo, un tipo particolare, un esemplare unico.”

Il carissimo Gianni è sempre rimasto per me un “esemplare unico”, e unico è anche suo Diario dove si intrecciano, si scambiano, si fondono il piano pubblico (i viaggi, le città d’elezione, i convegni, gli spettacoli, gli incontri con uomini e donne celebri)  e la sfera privata, quotidiana, intima.  L’empatia – ha ragione Anna Dolfi – è la cifra che più connota  il suo gesto e il suo cuore. Insieme all’autoironia (merce rarissima nel terzo millennio), la stessa che gli fa confessare spudoratamente di essere un radical chic: avete mai conosciuto qualcuno che ammette di esserlo? Lui sì, così colto e così candido.

In tempo di pandemia Gianni, il viaggiatore cosmopolita, è costretto dal lock down a girare in tondo. Allora si inventa un perfetto alter ego, un criceto. Cosi, sul Diario in Pubblico del 19 aprile 2020  Il passo dei politici visti da un criceto  

“Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. È un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.”  Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione.”

E il monologo interiore di Gianni-Criceto continua (IL TEMPO DEL CRICETO Ovvero la condizione delle “inascoltate”)

“Non è un caso che l’animale di riferimento, il criceto, abbia trovato buona pubblicità nel pianeta delle donne. Leggo nell’Espresso del 10 maggio titolato Ripartenza (sostantivo al femminile), tutto dedicato alle donne e al loro ruolo così vilipeso, dimenticato e infine maltrattato, storie di ordinaria ingiustizia. Nel primo articolo si parla di Lorenza Neve due lauree e un figlio piccolo, oltre a un compagno in cassa integrazione.
Nativa di Bergamo e domiciliata a Rho milanese per tutto il periodo del lockdown il figlio piccolo non è uscito di casa e Lorenza, madre, impiegata, ha continuato a lavorare in orario d’ufficio (10-18). E ecco il punto che m’interessa: “Vorresti rendere come prima. Ma non ce la fai, sembri un criceto che rincorre il tempo e a ogni giro di ruota ti senti sempre meno all’altezza di quella che eri”.

Sfilano politici di mezza tacca e personaggi televisivi (l’imperdibile riassunto del Sanremo di turno), gli amatissimi cani (i pelosi) e fatti di cronaca dal Belpaese, Cronache estive dal L(a)ido degli Estensi e ricordi di amici antichi o presenti (da Riccardo Muti a Liliana Segre e a tantissimi altri). Scorci di città ad acquarello (Ferrara naturalmente, e Parigi, Firenze, Roma, Venezia… ) e riflessioni su un autore, un concerto, una grande mostra. E sempre con un lessico e uno stile inconfondibile: leggero, ironico, sincero, godibilissimo. Rileggere random qualche puntata del suo Diario in Pubblico è come riportarlo in vita: è lui, tutto intero, sembra ancora sorriderci.

In copertina: Gianni Venturi, curatore con Portia Prebys del Centro Studi Bassaniani, mostra le opere di Giorgio Bassani a Casa Minerbi -Ferrara, 2016

Per leggere gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “Periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.

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