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L’istituzione, nel primo governo della Destra, del nuovo Ministero per la Sovranità Alimentare, è stata oggetto di grandi applausi, feroci critiche e vari e variopinti commenti. Molti si sono stupiti – io non sono tra questi – dell’utilizzo in versione patriottica e populista di quella locuzione, “sovranità alimentare”. che eravamo abituati a sentire in tutti altri ambiti e con opposte intenzioni.
Le parole, prima ancora delle idee e delle notizie, sono forma e sostanza del mio lavoro. Così ho imparato che le parole hanno una storia lunga e complicata, esattamente come la vita di ognuno di noi. Una parola può apparire, scomparire e riapparire in un campo e un senso diverso o addirittura opposto. Qualche volta una parola può andare incontro ad uno straordinario successo, invadere i media, fino a trasformarsi in un semplice intercalare, cioè non significare niente di niente.
Non è forse questo il triste destino di parole come resilienza, sostenibilità?
La “Sovranità alimentare” sta seguendo la medesima parabola. Nella sua breve storia – ha raggiunto da poco 25 anni – è già stata rubata, riutilizzata, ribaltata, banalizzata.
In questi casi, la cosa migliore da fare è risalire la corrente. Andare alle origini. Interrogare gli inventori (senza copyright) della “sovranità alimentare”.
Vía Campesina (in spagnolo: “la via dei contadini”) è un movimento internazionale, una federazione formata da 182 organizzazioni presenti in 81 paesi, tra questi, per fare un solo esempio, Sem terra, lo storico movimento sociale brasiliano contro il latifondo e le multinazionali dell’alimentazione.
Via Campesina coordina le organizzazioni contadine dei piccoli e medi produttori, dei lavoratori agricoli, delle donne rurali e delle comunità indigene dell’Asia, dell’Africa, dell’America e dell’Europa.
Si oppone con azioni concrete allo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro, al sistema agricolo capitalistico e propone l’agricoltura sostenibile.
Proprio Via Campesina ha coniato il termine sovranità alimentare.
Cosa è, cosa dovrebbe essere, cosa è necessario fare per attuare la sovranità popolare, ce lo racconta un recentissimo documento di Via Campesina, tradotto e diffuso in tutto il mondo, ma che in pochi hanno avuto la possibilità di leggere. Periscopio lo riproduce integralmente.
Buona lettura. e diffidate dai falsi e dalle imitazioni.
Francesco Monini
Direttore responsabile di Periscopio
Tradotto dall’originale del sito di Via Campesina da Altragricoltura – Matera
Il nostro mondo fragile deve affrontare un’incombente crisi alimentare globale. L’impatto del COVID-19 ha spinto più persone nella povertà. Le misure di confinamento hanno devastato i mezzi di sussistenza delle famiglie e dell’economia e interrotto le catene di approvvigionamento. A livello globale, secondo il Global Report on Food Crises 2022 (GRFC), i livelli di fame rimangono allarmanti come nel 2021, con circa 193 milioni di persone in 53 paesi in condizioni di grave insicurezza alimentare e bisognose di assistenza urgente. Questa grave carestia è alimentata da conflitti, condizioni meteorologiche estreme, i drammatici effetti economici e sociali della pandemia e, più recentemente, dalla guerra in Ucraina. I prezzi delle materie prime alimentari all’inizio del 2022 erano al punto più alto in 10 anni e i prezzi del carburante al punto più alto in 7 anni. L’attuale crisi alimentare riguarda l’accessibilità economica; anche dove il cibo è disponibile, il suo costo è fuori dalla portata di milioni di persone, mentre l’aumento dei prezzi aggrava le sfide per coloro che possono a malapena permettersi il cibo in tempi normali.
La crisi alimentare in questo momento è senza precedenti, perché si svolge nel mezzo di un contesto globale più difficile di quello delle crisi alimentari e dei combustibili del 2008. L’intensità e la frequenza degli shock climatici sono più che raddoppiate rispetto al primo decennio di questo secolo. Negli ultimi 10 anni, circa 1,7 miliardi di persone sono state colpite da disastri climatici, di cui quasi il 90% sono diventati rifugiati climatici. Fame, malnutrizione e povertà sono più difficili da superare a causa di guerre, conflitti e disastri naturali in corso. Ciò ostacola tutti gli aspetti di un sistema alimentare, dalla raccolta, lavorazione e trasporto del cibo alla sua vendita, disponibilità e consumo.
Ma porre fine alla fame non riguarda solo l’offerta. Oggi si produce abbastanza cibo per sfamare tutti sul pianeta. Il problema è l’accesso e la disponibilità di cibo nutriente, che è sempre più ostacolato da molteplici sfide, come la pandemia di COVID-19, il conflitto, il cambiamento climatico, la disuguaglianza, l’aumento dei prezzi e le tensioni internazionali.
Mentre il passaggio dal multilateralismo al modello multistakeholderismo ( ndt: ovvero il passaggio dal sistema del multilateralismo che coinvolge gli stati e le grandi corporazioni alla base delle politiche dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a quello che coinvolge tutti gli altri portatori di interesse della società civile e dei cicli economici) si allarga nel dibattito interno alle piattaforme delle Nazioni Unite, in realtà le multinazionali continuano a controllare il dibattito e la narrazione sul cambiamento. Il loro potere sui sistemi agroalimentari ha continuato a crescere e la finanziarizzazione sta trasformando cibo e terra in oggetti di speculazione. Il recente processo UNFSS (United Nations Forum on Sustainability Standards) è un chiaro esempio di questa tendenza. Il fallimento delle politiche neoliberiste e dell’agricoltura industriale (compresi gli OGM) nell’accrescere i raccolti e i profitti, ha portato alla concentrazione del potere in poche società transnazionali (TNC) che controllano i Big Data, i terreni agricoli, le risorse oceaniche, le sementi e gli input agrochimici, con il risultato che ormai dominano sempre più i nostri sistemi alimentari e si appropriano dell’80% del cibo prodotto dagli agricoltori a conduzione familiare. La finanziarizzazione ha portato a una concentrazione del mercato senza precedenti per alimentare nuovi investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e (bio)tecnologie, con l’obiettivo di espandere le frontiere del capitalismo per impadronirsi di tutta la biodiversità del mondo.
In tutto il mondo, c’è una tendenza alla riduzione dello spazio di partecipazione civile e alla riduzione delle attività di difesa dei diritti umani. Gli attivisti a livello locale sono sempre più vulnerabili alle violazioni dei diritti umani, all’oppressione e alla criminalizzazione. La violenza della repressione di Stato, che utilizza le forze armate e di sicurezza, prende di mira le persone e colpisce masse di manifestanti pacifici in tutto il mondo. D’altra parte, il primato e la legittimità del settore pubblico è sempre più minato dall’azione delle lobbies che si appropriano dei processi politici e da una narrativa dello sviluppo che assegna il ruolo guida agli investimenti del settore privato, mentre il multilateralismo è attaccato da un nazionalismo virulentemente populista e da un modello multipartitico egemonizzato dalle lobbies.
Negli ultimi tre decenni è cresciuta una rete sempre più solida, diversificata e articolata di piccoli produttori alimentari, lavoratori e altri attori sociali danneggiati dal sistema alimentare globalizzato guidato dalle multinazionali, che sostiene una trasformazione radicale dei sistemi alimentari e dell’agricoltura basata sulla sovranità alimentare. Questi movimenti si sono decisamente impegnati a difendere e gestire sistemi di fornitura degli alimenti ecologicamente e socialmente sostenibili e territorialmente radicati, che si tende a chiamare “alternativi”, sebbene forniscano fino al 70% del cibo consumato nel mondo. . Ripensare le politiche agricole come una questione di sicurezza economica e nazionale deve essere una priorità.
Il movimento per la Sovranità Alimentare è stato una parte dinamica dell’articolazione della trasformazione e delle soluzioni sin dagli anni ’90, e attraverso lo storico Forum di Nyéléni sulla Sovranità Alimentare nel 2007 e il Forum sull’Agroecologia nel 2015. 25 anni dopo la messa in campo del concetto di Sovranità Alimentare, i nostri movimenti uniscono le loro voci chiedendo un cambiamento sistemico per aprire la strada a un futuro di speranza.
Chiediamo un intervento immediato per:
Chiediamo cambiamenti radicali nelle politiche internazionali, regionali e nazionali per ricostruire la sovranità alimentare attraverso:
Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.
Se già frequentate queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica dell’oggetto giornale [1], un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.
Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani. Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito. Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.
Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare il basso e l’altocontaminare di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta. Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle “cose che accadono” dentro e fuori di noi”, denunciare il vecchio che resiste e raccontare i germogli di nuovo, prendere parte per l’eguaglianza e contro la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo..
Con il quotidiano di ieri, così si dice, ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Tutto Periscopio è free, ogni nostro contenuto può essere scaricato liberamente. E non troverete, come è uso in quasi tutti i quotidiani, solo le prime tre righe dell’articolo in chiaro e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.
Sembra una frase retorica, ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni” . Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come quelli immateriali frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e ci piacerebbe cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e ogni violenza.
Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”, scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori) a tutti quelli che coltivano la curiosità, e non ai circoli degli specialisti, agli addetti ai lavori, agli intellettuali del vuoto e della chiacchera.
Periscopio è di proprietà di una S.r.l. con un azionariato diffuso e partecipato, garanzia di una gestitone collettiva e democratico del quotidiano. Si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.
Nato quasi otto anni fa con il nome ferraraitalia [2], Periscopio naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Conta oggi 300.000 lettori in ogni parte d’Italia e vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma anche e soprattutto da chi lo legge e lo condivide con altri che ancora non lo conoscono. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante. Buona navigazione a tutti.
Francesco Monini
[1] La storia del giornale è piuttosto lunga. Il primo quotidiano della storia uscì a Lipsia, grande centro culturale e commerciale della Germania, nel 1660, con il titolo Leipziger Zeitung e il sottotitolo: Notizie fresche degli affari, della guerra e del mondo. Da allora ha cambiato molte facce, ha aggiunto pagine, foto, colori, infine è asceso al cielo del web. In quasi 363 anni di storia non sono mancate novità ed esperimenti, ma senza esagerare, perché “un quotidiano si occupa di notizie, non può confondersi con la letteratura”.
[2] Non ci dimentichiamo di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno il giornale si confeziona. Così Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto.
Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it
L'INFORMAZIONE VERTICALE