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Vite di carta /
“Un tempo i Malavoglia”

Vite di carta. “Un tempo i Malavoglia

“Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza”: comincia così il capolavoro di Giovanni Verga uscito nel 1881 che lessi da adolescente, priva di qualunque prerequisito sull’autore e sulla ambientazione del romanzo. Ne rimasi piano piano incantata. All’epoca anche le mie giornate erano fatte di spazi paesani misurabili, battuti e ribattuti passandoci a piedi o con la bici. Non mi lasciai allontanare dalla parlata siciliana che Verga immette nel racconto, la trovai familiare, adatta alla vita di una comunità piccola di paese che poggia sui riti di un tempo circolare.

Sono tornata ad Aci Trezza in questi giorni, la testa coperta per resistere al vento ancora fresco in un aprile di altalene meteo. La testa coperta e il cuore altrove: ho guardato i faraglioni stando sulla riva sassosa e nera della roccia dell’Etna, ho condiviso i commenti del mio gruppo sul bellissimo panorama, sul colore del mare e sulla sua spuma candida.

Ma il cuore intanto ha recuperato i nomi del romanzo: Padron ‘Ntoni, il figlio Bastianazzo e la moglie Maruzza, i figli ‘Ntoni col nome del nonno, Mena, Luca, Alessi e Lia. Il carico dei lupini perduto sul mare in tempesta dalla barca dei Malavoglia, la Provvidenza. La miseria arrivata da questa disgrazia e la perdita di Bastianazzo morto in mare.

Mi tornano il nome di compare Alfio che discorreva con la Mena e il loro matrimonio che non si può più fare ora che per lei non c’è più dote. La casa del nespolo che viene venduta per affrontare i debiti contratti dopo la disgrazia. I paesani coi loro soprannomi che sparlano di ogni cosa e persona e tutto stigmatizzano.

“Adesso – continua la prima pagina del romanzo – i Malavoglia che erano così numerosi pure ad Aci Castello e a Ognina sono soltanto “quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla“.

La storia è quella della famiglia che cade in disgrazia non solo per il naufragio della barca ma anche per l’impatto con la Storia a cui è costretta dalla leva nell’esercito del neonato Regno d’Italia . ‘Ntoni va soldato nel 1863 e torna stravolto per l’impatto col mondo moderno; tre anni dopo suo fratello Luca muore a Lissa nel corso della terza guerra d’indipendenza.

Negli anni che seguono la casa viene venduta per poter pagare i debiti, muore il nonno ‘Ntoni e muore Maruzza, il giovane ‘Ntoni  si riduce a vivere all’osteria del paese, senza avere né arte né parte; la Mena resta nubile e Lia si perde a sua volta andando a vivere a Catania.

Nella lotta per il progresso economico, per avere la loro roba al sole, i Malavoglia risultano vinti. I Vinti è il ciclo di cinque romanzi rimasto incompleto a cui si è lungamente dedicato lo scrittore, una sorta di affresco sulla lotta dell’uomo per l’esistenza e per il progresso, gradino dopo gradino, dalle “prime irrequietudini pel benessere” ne I Malavoglia a L’uomo di lusso sul punto più alto della scala sociale.

Dove approda il pessimismo della scrittura verghiana, in quella sua distanza dal trionfalismo dei positivisti, in quel voler rappresentare gli esclusi dalla “fiumana del progresso”, dove approda il pessimismo si trova la tenacia del personaggio Alessi.

La resilienza di Alessi, oggi con un inappuntabile maquillage linguistico la chiameremmo così, riesce infine a riscattare la casa del nespolo e l’ideale atavico della famiglia. Sul ballatoio possono giocare i bambini che sono nati dal matrimonio con una brava ragazza del paese, la Nunziata.

Arrivo ad Aci Trezza in una mattina di luce e siamo nel 2026. Tutto appare cambiato sotto la cappa del maquillage turistico, eppure col cuore indietreggio e incontro le parole del romanzo. Do alle cose i nomi che faccio uscire dal libro, borbotto sottovoce pezzi della storia che vi è contenuta.

Propongo di andare a cercare la casa del nespolo e fatti pochi metri risalendo dal mare un cartello marrone la indica lungo una stradetta a scalinata. La raggiungo ma non entro, ogni slancio mi è tolto dalla scritta “museo” con orari di visita e tour organizzati in paese e sul mare.

Non entro perché non è la casa del nespolo, manca il ballatoio e c’è un piano in più.

Mi tengo le parole del libro, grazie. Mi ci rifugio senza cercare altro, né luoghi né edifici. La voce della letteratura mi offre su un piatto d’oro un tempo non contemporaneo a questo, ma non è una fuga, non lo è mai.

Nota bibliografica:

  • Giovanni Verga, I Malavoglia, Feltrinelli, 2014

Cover: foto scattata dall’autrice sul lungomare di Aci Trezza

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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