Le classi sociali in Italia, a 50 anni dallo studio di Sylos Labini
Le classi sociali in Italia, a 50 anni dallo studio di Sylos Labini
Correva l’anno 1974 quando Sylos Labini pubblicò il suo studio sulle classi sociali in Italia che qui riporto per gli anni 1951 e 1971 (coi suoi dati) completati per gli anni successivi con la sua metodologia da Pier Giorgio Ardeni Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024.
Come si può vedere molte cose sono cambiate dal 1971.
La classe operaia è scesa da 9,8 milioni a 5,5 milioni nel 2023, la classe alta (borghesia) è salita da 442mila a 2,6 milioni, la classe media è salita da 8,5 milioni a 15,5 anche se dentro ci sono molti (insegnanti, impiegati, …) che hanno perso status e reddito.
L’Italia è oggi una società più imborghesita (come aveva previsto P.P. Pasolini) e, soprattutto fino al 1990, il capitalismo (come non aveva previsto Marx) ha distribuito agli operai qualcosa di più di un salario di sopravvivenza, per via delle lotte sindacali. Di certo gran parte della popolazione è stata contagiata dalla cultura e ideali consumisti (una bella casa, auto, vacanze, caso mai seconda casa, lo vediamo nella vicenda dei neo rurali). Nulla di più distante dal messaggio del nostro patrono San Francesco che sarà celebrato a sproposito in lungo e in largo.
Con la globalizzazione e il neoliberismo e i mercati aperti (su cui è nata anche la nostra UE nel 1992) la lotta di classe (in Occidente, Usa, Europa,…) è stata ampiamente vinta da imprenditori, banchieri e finanzieri spostando le produzioni là dove il salario era più basso e frantumando tutta la classe operaia.
Si è tornati così al quasi salario di sopravvivenza di cui parlava Marx e ad altissimi profitti. Ciò spiega perché in Italia da 35 anni i salari e i redditi del 73% delle famiglie non crescono, come certifica anche la Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane.
Il reddito medio netto reale (post inflazione) è passato da 35.145 euro del 1987 a 32.384 nel 2020.
Poiché sappiamo che è cresciuta la disuguaglianza e si sono ridotte le protezioni (welfare) e la povertà è triplicata, oggi i poveri, la classe operaia e quella media stanno peggio del 1991 (e non solo per i redditi).
La struttura sociale italiana si è schiacciata per il 73,5% verso il basso (poveri, proletari e classe media bassa) e per il 26,5% verso l’alto. Eppure la lotta di classe sembra scomparsa, come mai?
La classe operaia industriale che trainava le lotte è scesa da 4,6 a 2,6 milioni, si è andata frastagliando in molte più figure professionali e ha perso ruolo politico e sindacale. Son cresciuti i precari (15% degli occupati) che non hanno rappresentanza né politica nè sindacale (molti sono immigrati), frantumati e ipnotizzati dalla cultura liberista del “ci salva da soli” in base ai propri talenti.
La mobilità sociale promossa dalla scuola di massa che aveva svolto un grande ruolo fino al 1990, oggi è bloccata. E’ più facile ottenere un diploma o una laurea, ma è poi più difficile ottenere buoni posti di lavoro ben pagati se sei figlio di operai o povera gente, perché gli occupati nei posti buoni hanno smesso di crescere da 30 anni e chi proviene dalle classi povere o operaie non solo fatica di più a laurearsi o prendersi un dottorato dei figli delle classi agiate, in quanto i genitori lo spingono a lavorare prima possibile e pochi possono essere mantenuti fino a 25-30 anni. Ma poi, una volta diplomato o laureato, faticano ad entrare nei posti “buoni”, perché la borghesia li riserva ai suoi figli usando la forte rete sociale di cui dispone.
Le scuole professionali, dove finiscono i più poveri, sono poi state zavorrate e trasformati in luoghi dove l’apprendimento è un optional per quei sempre più pochi motivati, oltre che luoghi di violenza.
La classe alta (borghesia) non cresce dal 1991 e oggi per ogni occupato ad alta produttività (ben pagato) si formano 3-4 occupati poco pagati, per cui sarà complicato fare a meno degli immigrati. E siamo in attesa delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Intelligenza Artificiale che farà fuori migliaia di posti poco qualificati (sarà più difficile per i giovani trovare lavoro) e vecchi professionisti laureati delle fasce alte.
Ma si dirà: non c’è solo il reddito nella vita. Ma il welfare sta anche peggio e crescono gli svantaggi della modernità. Inoltre una volta gli operai avevano buone reti sociali e una notevole fraternità che oggi è smarrita, a vantaggio delle reti degli imprenditori e professionisti che sono cresciute non solo per vacanze o hobby, ma per piazzare nei posti buoni al vertice (limitati), i loro figli. E ciò spiega la fuga all’estero di moltissimi italiani.
Oggi si parla più di ”ceti” che di “classi“ (che sa troppo di marxista), ma non sono certo sparite anche se sono meno “pure” di un tempo. Gli operai infatti hanno spesso, anche loro (seppure meno delle classi agiate), redditi da “capitale” (dai risparmi, da investimenti in fondi finanziari, circa 15% del loro reddito complessivo). La classe media ha 20-25% di redditi aggiuntivi (non da lavoro), da finanza e affitti (da seconda casa; in Italia sono circa 10 milioni e non sono tutte della classe alta). L’economista Daron Acemoglu la chiama “omoplutia”, cioè operai un po’ proprietari o che hanno la pensione in borsa (come gli americani) per cui sono più ricattabili da come va la finanza (e le borse).
Ma nel complesso per gli italiani le cose vanno peggio di 40 anni fa. La povertà è triplicata, la classe operaia garantita ha per 2/3 salari che non crescono (solo chi ha una buona contrattazione aziendale, non parliamo poi dei precari), sbiadita l’idea che l’emancipazione avvenga con lotte collettive e per ideali. Ognuno lavora per sé. Ma “la talpa scava” e potrebbe succedere, come col referendum, che le cose cambino, quando meno te l’aspetti e le nuvole nere dall’America spingono in tal senso.
Nella tabella che segue ho aggregato per scaglioni di reddito le dichiarazioni Irpef dei redditi del 2024 relative ai redditi 2023 (dipendenti e pensionati) e l’ho completata con i 5 milioni di autonomi (le cui dichiarazioni dei redditi non sono attendibili in quanto c’è un’elevata evasione fiscale) che ho inserito nella borghesia se imprenditori, proprietari e professionisti e, se artigiani e autonomi, ho incluso tutti nella classe media.
Risulta che abbiamo in Italia 27% di poveri (molto più dei dati Istat), 31% di operai, 9% di classe medio-bassa, 15% di classe medio-alta (con tutti gli autonomi) e 12% di borghesia (classe alta).
Trent’anni di briglia sciolta alle imprese e di globalizzazione hanno prodotto in Occidente (non in Cina e in Oriente) questo disastro e la UE è nata nel 1992 con Maastricht su queste premesse. La società dei consumi ha fatto piazza pulita della cultura contadina e operaia e tutti ci sentiamo “ceto medio” borghese (come diceva P.P.Pasolini). Poi ci apprestiamo a celebrare San Francesco (sic).
La conferma che la ricchezza prodotta arricchisce solo un terzo dei cittadini e che la crisi dell’ideologia neoliberista è evidente.
Anche il sonoro NO al referendum è dovuto in buona parte al crescente disagio sociale, alla “puzza” di voglia di guerra che serpeggia anche in Europa e alla coscienza che se la guerra in Iran (e Israele a Gaza, Cisgiordania e Libano) non viene chiusa presto il petrolio andrà alle stelle portandoci tutti in recessione. L’opposizione deve stare però attenta a pensare che siano tutti suoi gli elettori del NO e fare un programma che parli a quel 70% di elettori che aspettano da 35 anni.
Cover: la piramide delle classi sociali, immagine di Rosa Rossa
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