Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte
Cos’è la psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte
Caro Francesco, ho visto che hai ospitato nella mia rubrica l’arte che cura due articoli, uno di Simonetta Sandri “Chagall un artista capace di curare con la bellezza” e l’altro di Daniela Cataldo “Oltre l’oscurità (l’arte e la salute mentale)”.
Entrambi sono assolutamente pertinenti, ma mi hanno fatto venire il dubbio di non avere trasmesso in maniera chiara in cosa consiste la Psicoterapia Psicodinamica a mediazione artistica.
È vero come dice Simonetta Sandri che la fruizione artistica o la contemplazione di opere d’arte, “l’osservazione delle cose belle”, “parlano all’anima”, “portano benessere, conforto, riconoscimento di parti di sè”. Altrettanto vero, come descrive Daniela Cataldo, che l‘arte contribuisce alla salute mentale, che permette ad ognuno di guardare i propri fantasmi.
Ma la psicoterapia di cui parlo è qualcosa di più e di più specifico.
Esiste tutt’ora la convinzione, ed è vera, che l’arte è di per sé curativa. E con questo presupposto possiamo elencare oltre le arti figurative, pittura, scultura, fotografia, tutte le forme artistiche: il teatro, la poesia, la scrittura, la musica, la danza. Tutte queste forme espressive che Periscopio accoglie e che contribuiscono al benessere potrebbero allora essere inserite nella mia rubrica, ma c’è un ma…
L’arte che cura, e forse a questo punto il titolo andrebbe rivisto, è l’esplicitazione di un preciso lavoro clinico.
L’arte, nella mia professione di terapeuta, cura se c’è una richiesta di aiuto per un disagio o un problema di salute mentale, se c’è uno psicoterapeuta di formazione psicodinamica – psicoanalitica, se c’è un patto terapeutico e se c’è, in questa precisa metodologia, la mediazione nella relazione terapeutica operata dall’arte, terzo fondamentale protagonista di un processo di cambiamento o di miglioramento.
Il nocciolo non è la produzione di un’opera d’arte da mettere in mostra e che ha bisogno di spettatori, non è l’interpretazione anche quella simbolica molto raffinata della psicoanalisi, che può diventare mero esercizio intellettuale, non è la lettura delle opere degli artisti più o meno famosi, più o meno recenti, questa la lasciamo ai critici o agli storici dell’arte, non è metafora, linguaggio poetico che lasciamo ai poeti e agli scrittori, non è messa in scena di contenuti emotivi che lasciamo al teatro.
La Psicoterapia Psicodinamica a mediazione artistica è anche tutto questo, ma le produzioni artistiche appartengono completamente al paziente, sono rappresentazioni spontanee, uniche, irripetibili che, spesso a livello inconscio, preverbale e laddove le parole non bastano o non ci sono, esprimono, rendono visibili e comprensibili parti di sé attraverso i materiali artistici.
Più dell’opera finale è importante il processo artistico: la scelta dei materiali (pittorici ed extra pittorici che hanno valenze differenti), la modalità nel loro utilizzo (veloce, esitante, dolce, forte, impaziente, infinito…), il coinvolgimento del corpo nella produzione (tensione, postura, concentrazione, modalità a concentrazione corporea, formale simbolica…), la descrizione che il paziente stesso fa di ciò che è avvenuto e di ciò che vede e sente o viene evocato durante e ad opera finita.
Osservatore e testimone è il terapeuta che diviene depositario dei contenuti emersi e che aiuta il paziente nel dare un significato al proprio prodotto che è una parte di sè, senso non legato a categorie predefinite, ma al codice espressivo che appartiene a quell’unico soggetto, che permette libere associazioni, fino ad arrivare, ma non è obbligatorio, si pensi a un malato psichiatrico o ad un bambino, ad una versione simbolica dell’esperienza artistica vissuta.
Tutto ciò può avvenire solo in un contesto preciso che è il setting terapeutico, spazio protetto e libero, in un luogo e in un tempo dedicato all’interno di una relazione che è definita da un patto e da un’alleanza terapeutica.
Nella formazione di uno psicoterapeuta espressivo si coniugano la formazione clinica e la sperimentazione in prima persona dell’arte. È obbligatoria un’analisi personale, ma anche lo studio dell’arte. La prima per saper gestire in primis il transfert e il controtransfert, la seconda per capire dal di dentro cosa succede quando si crea.
Poi, ovvio, ci sono modelli teorici, tecniche, autori di riferimento sia della psicologia sia degli artisti che della storia dell’arte, della simbologia, delle neuroscienze, della filosofia, dell’antropologia culturale, eccetera.
Nella Psicoterapia psicodinamica a mediazione artistica c’è tutto quanto messo in luce da Simonetta e da Daniela, ma Arte terapia, laboratori artistici, fruizione dell’arte o sua produzione, tutte cose che contribuiscono al benessere e alla conoscenza di sé, che possono dar spunti di riflessione o creare occasione di insight non sono sufficienti per ricondurli a strumenti clinici.
Per questo ad esempio non ho inserito nella rubrica l’Arte che cura, l’articolo La strage degli innocenti, in questo caso infatti ho usato gli affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni come metafora che dava più potenza alla associazione di quell’evento rappresentato nell’affresco alla contemporanea strage dei bambini di Gaza. Né ho inserito La storia del Golem che voleva raccontare del potere sfuggito di mano a Israele diventato strapotere oggi. Neppure Le scarpe rosse, un racconto, quindi una forma artistica fatta di parole che è metafora dei sentimenti legati alla malattia e alla elaborazione del lutto.
Se occorre una spiegazione dettagliata, con presupposti metodologici, autori di riferimento, storia ed evoluzione della psicoterapia espressiva, bibliografia, e quant’altro si trova tutto nel sito di Art Therapy Italiana di Bologna che è stata la prima scuola italiana che ha avuto il riconoscimento dal MIUR di un corso di specializzazione post laurea in Psicoterapia psicodinamica a mediazione aristica.
Oggi prolificano scuole per diventare arte terapeuti, ci sono altri indirizzi che hanno sdoganato l’arte non solo come modalità preferibile per i bambini, i disabili, il disagio mentale. Finalmente prende sempre più piede anche nei servizi sanitari la ricchezza intrinseca nello sperimentare ogni tipo di arte, ma rimangono i distinguo non indifferenti che ho cercato di mettere in luce, l’arte in questi contesti rimane uno strumento per finalità ricreative, socializzanti, riabilitative.
Personalmente ho fatto laboratori tematici usando l’arte, ma con la consapevolezza che non sono psicoterapia, anche se sono esperienze che fanno risuonare ai partecipanti dinamiche psichiche e problematiche emotive.
Non faccio mostre, i miei lavori sono materiale da portare eventualmente in supervisione. Non ho l’obiettivo di fare mostre con i lavori dei miei pazienti: a meno che non divenga una loro esigenza, non c’è la finalità che diventino artisti, anche se qualcuno poi continua su questa strada. Avere esperienze artistiche non è un presupposto per iniziare un percorso terapeutico con questa metodologia.
Attingo dalla mia immaginazione e utilizzo e sviluppo la mia creatività per continuare ad essere in contatto con me, capire cosa succede incontrando la propria anima, per rinforzare la mia introspezione e aumentare la mia comprensione di quanto succede nei miei pazienti.
C’è differenza tra la produzione artistica che nasce nella stanza della terapia e l’esigenza spontanea di creare, di esporre, di avere riconoscimento, di raccontare.
La descrizione dei libri illustrati nella rubrica “Vite di carta”, i suggestivi acquarelli sui bambini di Gaza di Miriam Cariani (Arte terapeuta), o l’esperienza della redazione di un giornale dentro al carcere, sono tutte esperienze creative importanti, permettono di incontrare emotivamente e di capire più profondamente un problema, creano spazi di libertà espressiva il che non è poco, ma sviluppare emozioni o raccontare i propri vissuti non è fare interventi clinici con quegli stessi bambini, o con le persone che portano le loro storie.
L’intenzione della mia rubrica è fare esempi concreti per far capire cosa succede quando psicoanalisi e arte si mettono al servizio di chi chiede aiuto. Sono vignette cliniche e più delle parole sono i lavori artistici che raccontano. E, ancora più di queste, ma attraverso queste, sono le trasformazioni che avvengono nel funzionamento delle persone in una dinamica alle volte inconscia da dentro a fuori e viceversa, di cui sono facilitatore e testimone.
Nella rubrica non descrivo tutto il percorso dei pazienti, sono momenti salienti più o meno felici, scorci di storie mediate quasi sempre da un linguaggio narrativo che riconduce ma non è ricostruzione biografica.
I protagonisti sono anonimi, i loro lavori artistici sono condivisi e autorizzati per essere mostrati, lo scopo di raccoglierli in L’arte che cura è quello di dare visibilità e di contribuire a far conoscere la forza trasformativa, la profondità, la conoscenza e il contatto con il mondo interiore che la Psicoterapia psicodinamica a mediazione artistica sa offrire. Ciò anche quando le emozioni vengono percepite prima ancora di essere riconosciute o anche quando non c’è la capacità di saperle nominare, quando le parole non bastano o non ci sono.
Questa psicoterapia infatti è aperta e tratta gli aspetti pre verbale e pre simbolici, è l’ambito in cui l’estetica non è ingabbiata nel riconoscimento del bello, ma è conoscenza sensitiva, le neuroscienze direbbero incarnata.
La psicoterapia psicodinamica a mediazione con l’arte sa trovare e mettere in luce l’autenticità di ogni soggetto, permette alle persone di raggiungere la consapevolezza della propria “cifra stilistica” nella rappresentazione del mondo e delle relazioni, sa aiutare ognuno a sentirsi visto (ogni lavoro artistico è una traccia concreta che conferma il mio esserci), a sentirsi degno di amore, perchè la relazione terapeutica è riparativa, è una nuova possibilità di relazione.
Tale relazione aiuta ad avere fiducia di poter trovare il proprio posto nel mondo, è capace di favorire il convivere con le proprie ombre, di credere di essere i principali fautori del proprio destino, di essere individui pieni di risorse, alle volte perse di vista o nuove e di essere compassionevoli verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi grazie al rispecchiamento, il rispetto, la fiducia vissuta nella relazione con il terapeuta.
Le opere d’arte prodotte in seduta sono le prove visibili e concrete di tutto ciò che è il patrimonio e il funzionamento della nostra psiche e che dirigono la nostra vita; il processo artistico è la prova che è possibile avere coscienza che tutti siamo imperfetti, perfettibili ma unici e bellissimi.
Cover: IMMAGINE DEI CORSI PROPEDEUTICI IPSE
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