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L’ARRIVO

Scrivevo ormai molti anni fa in una mia poesia: “ Mi piace la geografia/che si fa coi piedi” ed è arrivato questo viaggio in Vietnam a portarmi con i piedi sopra una terra odorosa che ricopre le ferite delle sue tante guerre con una vegetazione rigogliosa e piena di colori.

All’arrivo, sul taxi che ci conduceva dall’aeroporto verso Hanoi città mi hanno colpita i palmizi e gli oleandri, e una miriade di altri arbusti rigogliosi sia carichi di fiori che solamente gonfi di fogliame verde brillante. Sono ovunque, chiazzano le zone di periferia con i palazzoni costruiti negli ultimi vent’anni e nella parte più centrale della città sono parchi attorno a laghetti, oppure lunghi viali con alberi ad alto fusto, come nel quartiere francese.

Il verde più familiare, però, è stato quello che ricopre i rilievi del Vietnam centrale: quello in cui sono ambientati tanti film girati sulla guerra tra Vietnam e USA finita nel 1975, il verde inestricabile in cui si nascondevano i Vietcong [Qui]. Con la stessa familiarità mi muoverei nel Grand Canyon in Arizona, se portassi là i miei piedi, per averci visto ambientate un milione di scene nei film western che ho visto da bambina.

Ora metto il sonoro e risento i rumori di motorette e clacson. Hanoi ha oltre nove milioni di abitanti e sei milioni di scooter che sfrecciano dalle prime ore del mattino, indifferenti ai colori dei semafori.

La sola regola per tutti, anche per gli automobilisti che pure si stanno facendo numerosi, è avvisare col clacson che si sta arrivando e poi andare avanti a oltranza. Evitare i pedoni che usano inutilmente le strisce pedonali. Evitare gli scontri. Ogni altra norma della circolazione stradale non ha importanza. Ho attraversato le strade tenendomi per mano a mio marito e agli amici, come non facevo da quando ero molto piccola e stavo aggrappata ai miei genitori.

Ora mi chiedo qual è stato il momento più bello e mi rispondo: la gita in barca sul delta del Fiume Rosso. Si scivola sopra una piccola barca di forma allungata alla scoperta di Tam Coc, il fiume delle tre grotte, fra montagne ricche di vegetazione, anfratti e spelonche e alte rocce calcaree.

barca fiume vietnam

In un silenzio che la voce della conduttrice interrompe solo per dire in un inglese stentato cosa va osservato alla nostra destra e a sinistra. Ci sono alcune capre issate tra le rocce. Lassù sulla cima aguzza una pagoda e una torre.

Il traffico caotico di Hanoi è a sole due ore di strada, siamo nella provincia di Ninh Binh e abbiamo incontrato solo piccoli villaggi venendo qui, in mezzo a una mare di risaie.

Ma diamo ai ricordi, pur selettivi, un ritmo da diario di viaggio e dividiamo in tre brevi periodi la permanenza nel Paese.

SEI GIORNI A HUE NEL CENTRO DEL VIETNAM

Dopo la prima notte ad Hanoi e il volo interno durato solo un’ora ci aspettano sei notti all’Hotel Saigon Morin nella antica e vaporosa Hue. Sei giorni ci fanno già sentire residenti del luogo, abitiamo nel bell’albergo in stile coloniale che ci contagia i suoi riti e piccole abitudini.

Ho frequentato soprattutto il giardino, vero luogo di relax, a partire dalla buona colazione del mattino: si trovano perfino croissant e pane da tostare, marmellata e riccioli di burro, mentre intorno dilagano le verdure calde e gli altri piatti ricchi di spezie della cucina vietnamita.

Intorno c’è la città: siamo davanti al bel Fiume dei Profumi, oltre il quale si possono intravvedere la mura della Cittadella Imperiale; alle nostre spalle la parte moderna con i suoi edifici poderosi e dalle ambizioni occidentali.

Cartelloni e insegne pubblicitarie, traffico e commercio di ogni cosa in prestigiosi punti vendita e molti grandi magazzini. Basta svoltare in una stradina laterale o uscire appena dalle larghe vie centrali per incontrare case piccole affacciate alle strade e botteghe, botteghe, botteghe.

Piccole attività familiari, con la famiglia seduta sul marciapiedi a fare la sua giornata. Poco vestiti gli uomini, le donne invece sono coperte fino agli occhi da pantaloni, maglie a manica lunga, cappello e una sorta di passamontagna che copre il volto.

Se sfrecciano sul loro scooter hanno addosso anche grosse paia di occhiali da sole. Ho visto vecchine alte un metro e poco più vendere cibo appena cucinato su fornelletti minuscoli, sedute su sedioline di plastica dai colori vivaci, come quelle che arredano le nostre scuole materne.

Ho visto donne e fanciulle vendere ogni tipo di merce al mercato di Dong Ba, rincorrendo i turisti e offrendo loro con suoni ripetuti e incomprensibili i loro vestiti, o i fiori o le pietanze fumanti appena cucinate. Con un sole a picco sui cappelli a cono, con nugoli di mosche attorno, a loro agio con i 38 gradi e l’umidità al 91 per cento.

gastronomia vietnamita

Ho provato a uscire dall’albergo e a prendere la direzione del centro, a piedi, ma ho resistito poco a causa del caldo. Sono arrivata fino alla Chiesa di Notre Dame per scoprire che è una costruzione enorme ma non bella e colorata di azzurro, il colore di altre chiese cattoliche in questo Paese. Dentro, un’atmosfera più raccolta e silenziosa; fuori un mondo di rumori e odori, tra le grida dei bambini che a frotte trascorrono la loro giornata all’aperto.

DAL PRIMO LUGLIO IN MOVIMENTO ATTORNO A HUE

Ora il mezzo di trasporto più idoneo è il pullmino, vera oasi di fresco al rientro dalle visite ai monumenti e ai luoghi di interesse, dove un angelo travestito da autista ha pronte per noi sei nuove bottigliette di acqua fredda.

A cento chilometri a nord di Hue visitiamo la zona demilitarizzata, che corrisponde al diciassettesimo parallelo, una fascia carica di storia che si estende con l’ampiezza di cinque miglia per un centinaio di chilometri da ovest a est.

Sono scesa nelle grotte di Vinh Moc, percorrendo una piccola parte dei tunnel dove si rifugiava la popolazione per scampare ai bombardamenti USA. Ho memoria sicura del piccolo anfratto chiamato pomposamente sala parto, dove durante il conflitto tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud sono nati 17 bambini – se ben ricordo – e sono sopravvissuti.

Il 2 luglio corriamo invece verso sud: ci sono almeno due località deliziose da conoscere. Il villaggio di Cam Thanh, detto anche villaggio del cocco, dove pranziamo su una terrazza affacciata a un piccolo fiume, assistiamo al passaggio incessante di piccole imbarcazioni rotonde cariche di turisti coreani e facciamo ciao ciao anche noi, incessantemente.

La presenza di Mai Thuong, la nostra deliziosa guida, salva il nostro pranzo dalle spezie troppo abbondanti e soprattutto da aglio e cipolla, per cui il mio ricordo è di un mangiare sano e saporito. Pieno di allegria.

A Hoi An, dove arriviamo nel pomeriggio, troviamo un paese davvero pieno di turisti. La sera, seduti sul terrazzo di un ristorante nella città vecchia attraversata da canali, ammiriamo le mille lanterne che fanno luce ai nostri piatti, che accompagnano strade e stradette del centro e si riflettono nell’acqua raddoppiandosi.

lanterne fiume vietnam

La storia di questa zona è ancora una volta troppo piena di invasioni straniere e di influssi culturali eterogenei. Cerco di stare attenta, ma a un certo punto non ascolto più: un Paese così diverso e carico di storia è un osso duro anche per la mia proverbiale curiosità.

Il giorno dopo rimango incantata dal massaggio podalico che ci fanno tre giovani ragazze chiamate da Mai, il pomeriggio vado anche a farmi la manicure nel loro negozio.

Tutto qui costa molto meno che in Italia, per lo meno costa la metà, e mi lascio cullare da queste coccole esperte. Uscendo trovo il vicolo ad aspettarmi e le povere case che eruttano bambini sui marciapiedi e li lasciano scalzi a giocare nella mota del fiumiciattolo che taglia le file delle case.

GLI ULTIMI TRE GIORNI DI NUOVO AD HANOI

Dalla vastità della metropoli in cui siamo tornati oggi 3 luglio ci salva Thung, la guida che abbiamo prenotato perché ci accompagni con l’immancabile pullmino nei luoghi nevralgici della città.

Il nostro hotel si trova già in un quartiere che va visitato, il quartiere medievale delle 36 strade occupate da artigiani dei più diversi mestieri, dai calzolai ai lavoratori della seta. Dunque oggi rimaniamo in zona.

Thung, che vuol dire ginepro, ci conquista subito: è innamorato dell’Italia dove ha vissuto a lungo dividendosi tra Palermo e Venezia. A Ca’ Foscari è stato lettore della lingua vietnamita per gli studenti italiani che hanno scelto le lingue asiatiche nel loro corso di studi. Ha dato al suo figlio primogenito il nome Ramo che si anagramma in Roma e in Amor, in onore del nostro Paese.

Tuttavia Thung ama profondamente il suo, un paese che almeno da trent’anni si mantiene neutrale in campo internazionale, mentre in politica interna invoca la stabilità come primo obiettivo della Repubblica Socialista a partito unico che è stata proclamata nel 1976. E’ lui a condurci nel secondo di questi ultimi tre giorni sul delta del Fiume Rosso e ci accompagna nella gita più bella tra fiume e montagne.

L’ultimo giorno ci porta a visitare l’immensa area del Mausoleo di Ho Chi Min [Qui]: a causa di lavori di restauro non possiamo entrare a vedere il corpo del grande politico, patriota e rivoluzionario vietnamita che nel 1945 condusse il paese verso l’indipendenza e fu poi presidente della Repubblica Democratica del Vietnam del Nord fino alla morte avvenuta nel 1969.

mausoleo ho chi min

Thung ci accompagna a visitare il parco attorno al mausoleo dove si trovano le case abitate dall’eroe nazionale e ce ne parla con ammirazione devota.

Quando ci spostiamo in un’altra zona di Hanoi e visitiamo il Tempio della Letteratura mi accosto alla grande statua dedicata a un famoso insegnante; mi piace vedere la somiglianza tra il viso magro e allungato che ho davanti e quello di Ho Chi Min che ho visto su mille insegne in tutta la città.

Soprattutto è bello avere conferma da Thung che in Vietnam, oggi come anticamente, viene riconosciuta una grande importanza all’istruzione.

IL RITORNO

Il giorno della partenza desidero troppo tornare in Italia, voglio ritrovare le mie abitudini e lasciare questo clima impossibile che ci ha fiaccati. Prendo l’ultimo acquazzone e ritrovo sulla strada verso l’aeroporto le strade larghe e la vegetazione ai lati, anche se ora sono sagome scure squassate dalla pioggia.

Tuttavia quando metto piede in aeroporto mi sorprende la nostalgia dei dodici giorni trascorsi qui. Cucio tra loro flash di immagini e suoni, che mi pulsano un po’ ovunque e realizzo quanto siano preziosi, quanto io li abbia voluti e assaporati.

E’ arrivata in tempo, mentre i miei piedi poggiano ancora sulla terra d’Asia, la pienezza del concepire ciò che mi è accaduto.

Nel mondo

Mi piace la geografia
che si fa coi piedi
con le ruote, sui treni
fino ad andare lontano.
La geografia delle facce
della gente, di case da poveri
e di cortili.
Si sta coi tramonti
negli occhi, a sbarlocchiare le insegne
e salutare i vecchi.
O sul mare guardando in fondo
con occhi ciechi pieni del blu.

(Roberta Barbieri, 20.11.1982)

Foto: gli scatti presenti nel testo sono dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Pescando un pesce d’oro
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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

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Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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Francesco Monini
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