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Vite di carta /
“Ed è un poco la notte e un poco l’alba” di Ilaria Tuti

Il titolo Ed è un poco la notte e un poco l’alba è irrinunciabile: bello, bellissimo. Viene da una prosa del poeta friulano Pierluigi Cappello, Un dolore lungo un addio, scritta per il quarantesimo anniversario del terremoto che colpì la sua regione nel 1976, ma secondo Ilaria Tuti  si presta a esprimere con pregnanza lo sconquasso portato in Friuli dall’ultima guerra.

Lo ha aspettato a lungo, anche dopo avere terminato la stesura del romanzo. Quando è arrivato, si è rivelato perfetto per esprimere il senso della vita della protagonista Serafina e della sua terra durante e dopo l’invasione dei cosacchi, che tra il 1944 e il 1945 hanno occupato la Zona libera della Carnia per volere di Hitler.

Serafina è la protagonista del romanzo e insieme alla voce narrante ci offre un punto di vista inusuale su un pezzo di storia non molto conosciuto. La storia è quella dell’occupazione cosacca, che portò a insediarsi nelle valli prossime a Tolmezzo carovane di cavalieri e delle loro famiglie provenienti dalle steppe della Russia: un insediamento invasivo e violento che porta via agli abitanti dei villaggi la loro casa e il cibo e impone una convivenza all’inizio impossibile da tollerare.

Il punto di vista appartiene a Serafina e ai compaesani che frequenta di tanto in tanto muovendosi dalla sua casa che è una tana isolata dalle altre. Serafina è una figura marginale rispetto alla comunità: vive sola in compagnia di una capra che le è amica e sodale; sola da quando ha perduto la nonna Silva e anche il suo bambino, concepito in seguito a una violenza ma nato senza vita.

Il cursore del tempo narrativo si muove lungo la parabola della sua esistenza, tra il 1915 quando è una bambina e assiste la nonna che ridà il respiro a un neonato e il 1945, quando a guerra finita i cosacchi lasciano le valli friulane e vengono ricacciati nelle steppe a pagare con la prigionia e la morte il prezzo della sconfitta del nazismo.

In tutti questi anni Serafina ha appreso dalla nonna a raccogliere nel bosco le erbe che curano i malanni e soprattutto aiutano le donne nei parti difficili. La chiamano i paesani dei borghi vicini quando occorre la sua presenza nel cerchio di donne attorno a una partoriente che soffre.

Serafina ha addosso la nomea che fu della nonna Silva di “evocatrice dei respiri”, colei che ai neonati morti ridà la vita per un attimo, giusto il tempo di battezzarli e di evitare loro il limbo eterno, portando consolazione alle famiglie che sentono visceralmente questa antica credenza popolare.

La figura in copertina fa pensare alla montagna e alla solitudine, che è libertà e sgomento al tempo stesso. La montagna, insieme al bosco e alla valle sono il cosmo di Serafina. E la natura la investe di un sapere che va oltre la razionalità, un sapere arcano a cui Silva l’ha avvicinata, sul limite tra la vita e la morte, tra l’armonia e l’orrore.

Serafina è creatura ed è donna. Insieme a Domitilla, che fa nascere i bambini, e alla vecchia cieca del villaggio sa condividere la forza della preveggenza. Forte come lo sono i valligiani, abituata alla fatica e agli stenti, all’inizio non sa decodificare i comportamenti dei cosacchi. Che accendono fuochi sui pavimenti delle case e le imbrattano di ogni lordura. Che amano i loro cavalli e fanno violenza alle donne del luogo, e in una lingua sconosciuta cantano inni magnifici  durante le loro funzioni religiose.

Serafina è però una creatura di confine e il confine “prevede un di più di contaminazione” tra chi abita al di qua e chi è oltre, fra il buio e la prima luce: l’ho sentito dire a Ilaria Tuti intervistata a Mantova insieme allo scrittore altoatesino Sepp Mall.

Sarà questo che la conduce a condividere la casa con i tre guerrieri cosacchi che gliel’hanno occupata, condividere proprio nel senso di imparare con il tempo a concedersi un momento di empatia, a darsi aiuto reciproco in caso di estrema necessità.

Trovo che in questo stia il senso portante del romanzo e che ne venga fuori una riflessione sul nostro presente. Sta tutta nel titolo, nel chiaroscuro che realisticamente intreccia tra loro gli opposti, un po’ di buio e un po’ di luce.  Risiede anche nella forma narrativa, improntata a un tono epico che accompagna la durezza della vita quotidiana di Serafina e dei valligiani e gonfia il lessico di un turgore semantico talvolta eccessivo.

Con la primavera del 1945 e le voci che la fine della guerra è vicina, le SS si fanno ancora più spietate e chiudono la valle a ogni rifornimento di cibo. Torturano gli italiani e abbandonano anche i cosacchi, dopo che Hitler ha fatto loro attraversare l’Europa per arrivare a prendersi la terra dei friulani e a stanare i partigiani.

Serafina capisce che mentre si preparano a lasciare i paesi sono vittime della sopraffazione tanto quanto i poveri valligiani della Carnia, più simili che diversi ora che si sono reciprocamente (ri)conosciuti. Pur nella sofferenza, nella precarietà.

Nota bibliografica:

  • Ilaria Tuti, Ed è un poco la notte e un poco l’alba, Longanesi, 2026

Cover: Foto di irinashutko da Pixabay

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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