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Da un po’ di tempo volevo parlare di Idda, il romanzo di Michela Marzano uscito presso Einaudi nel gennaio del 2019. L’autrice è venuta a parlarcene all’Ariosto nell’anno scolastico seguente, sulla mia copia ho la sua dedica con la data del 2 febbraio 2020: pochi giorni ancora e saremmo stati presi in pieno dalla pandemia.

La scuola chiusa e le lezioni svolte da casa col computer. Quel giorno eravamo tutti lì, i ragazzi erano pronti a porle tante domande, alcuni ancora ricordavano l’impressione forte lasciata in loro dall’altro romanzo psicologico uscito nel 2017, L’amore che mi resta.

Non so distaccarmi dai ricordi della mia attività scolastica che è finita due anni fa. Credo di non dovere nemmeno. Se penso a Marzano sento di avere accumulato attorno a lei e ai suoi libri un’aura felice: il folto gruppo di lettura formato dagli studenti e dalle colleghe, la presenza all’incontro, organizzato alla Sala Estense per motivi di capienza, di un’altra sensibile autrice, Nadia Terranova, col suo romanzo Addio fantasmi uscito sempre presso Einaudi nel 2018.

La chiacchierata al Brindisi davanti a un piatto di superbi cappellacci con la zucca, commentando la bella mattinata di scuola fatta insieme come se ci conoscessimo da tempo e con le isoipse delle nostre psicologie vicine tra loro, molto vicine.

Marzano è piena di energia dialogica, parla di sé con ricchezza senza sforare nel protagonismo. Pone davanti a chi l’ascolta un paesaggio interiore sviscerato da lei in chissà quanti anni di introspezione e lo mette a disposizione del confronto.

Poi, alcuni giorni fa Idda viene discusso dal gruppo di lettura della biblioteca del mio paese: vengono fuori sul libro opinioni molto diverse, almeno tre persone lo bocciano in toto. Il motivo: è costruito su temi piuttosto sfruttati dalla narrativa, come il tema della memoria della propria infanzia e il recupero del vissuto come momento imprescindibile della propria identità.

Penso alla trama del racconto: Ale, la protagonista che è anche voce narrante, vive a Parigi insieme al suo compagno Pierre e nell’assistere la madre di lui che si è ammalata di Alzheimer è presa da una inattesa pulsione a conoscerne il passato.

A comprendere il rapporto tra la madre, il cui nome è Annie, e il figlio Pierre; tra lei e il marito Jean. Soprattutto, sente la spinta a tornare indietro alla sua vita in Italia, nel Salento. Alla famiglia d’origine, funestata da un drammatico incidente d’auto in cui ha perso la vita Giulia, madre di Ale, ed è rimasto gravemente ferito il padre, da quel momento condannato sulla sedia a rotelle.

Mentre ci mostra la sua vita quotidiana a Parigi, in quel che ha di abituale e rassicurante, Ale si focalizza sui pensieri nuovi che la occupano, sulle emozioni furtive che prova mettendo in ordine i documenti di una vita trovati in casa di Annie.

Le tornano come flash i ricordi di quando era bambina, le parole del dialetto per cui Annie ora nei pensieri di Ale diviene idda, lei, identificata dal pronome salentino. Torna il rapporto tra i suoi genitori prima così affettuoso e poi segnato dal conflitto.

Ricorda la fuga. Dice di essere scappata in Francia dopo l’incidente mortale di cui ritiene responsabile il padre e si ripromette di mantenersi coerente con il taglio netto che ha dato al suo passato. Da anni non risponde alle telefonate che arrivano dall’Italia, si rifiuta di parlare con lui e con la zia che lo assiste.

Mi domando se il parere negativo che ho appena sentito, un parere che salva lo stile della scrittura di Marzano ma non i contenuti della storia,  può modificare il mio. Mi colpiscono le osservazioni di questi adulti che sono lettori di lunga data e che aspettano ora da me la mia risposta.

Ammetto che nel mio giudizio sul libro, del tutto positivo, entra la conoscenza personale con la scrittrice e racconto brevemente come è avvenuta. Riconosco che l’impianto della autobiografia rimanda a un genere piuttosto collaudato nella narrativa di ogni tempo e dunque anche nel nostro, tuttavia trovo che il racconto sia toccante e che siano efficaci lo stile e il ritmo narrativo.

Mi piace che nella parte finale la protagonista ritrovi il nesso tra i due tronconi della sua vita e sappia compiere nuove importanti scelte piene di futuro. Intanto mi incalzano i commenti all’intorno: ci sono altri modi più convincenti di raccontare la propria vita, modi meno personalistici, meno insistiti sui meandri dell’io.

Quando riprendo la parola mi sforzo di spiegare da dove proviene il mio sì al racconto contenuto in Idda. Viene dalla propensione che ho verso i racconti sulla vita esperita nella quotidianità, verso le parole che tracciano la parabola del vivere e sanno anche tirare le somme.

Davanti a libri così  raccolgo l’invito a  misurarmi. A riflettermi davanti alle sinuosità di una biografia, ai picchi di dolore verso il basso, ai punti più in alto e più belli. Niente discorso della scala stavolta, sento che le cose che devo dire mi escono adesso.

Dico cosa vado cercando nei libri fin da quando ho cominciato a leggere con assiduità negli anni della adolescenza: la possibilità di solidarizzare con  altre vite e di misurarmi con esse, l’opportunità  di stabilire un legame di sorellanza, io che non ho avuto fratelli né sorelle in famiglia.

Aggiungo esempi di autori che nella adolescenza mi hanno dato la rotta da seguire e le parole per metabolizzarla, come e più delle persone che stavo incontrando nella vita.

Mi taccio. Potrei anche tirare diritto con altre considerazioni, dire che la narrativa degli ultimi due secoli ha riportato il fuoco su protagonisti comuni e sulla loro quotidianità diseroicizzata. Che il romanzo ha preso il posto del racconto epico. proprio mettendo in campo la singolarità del personaggio protagonista nel suo contrastato rapporto col mondo.

Ma non corro il rischio di farla sembrare una lezione di storia letteraria, non è questa l’occasione per rivestire i soliti panni. Qui siamo adulti che si scambiano libere opinioni, e infatti mi si imprime bene nella mente l’idea che i gusti di lettura sono proprio diversi.

Per alcuni le storie più belle sono ammantate di fantasia e leggere vuol dire estraniarsi dalla realtà presente. Mi pare legittimo. Dico sempre che la letteratura occupa un piano parallelo rispetto a quello reale. Tuttavia quello che cerco nei libri non è solo un’evasione, una parentesi pur utile che mi riporta intatta alla mia realtà e non ha cambiato i miei pensieri. Semmai si è limitata a interromperli, senza deformarne la mappa come è avvenuto con Idda.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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