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Se dovessimo riassumere il significato della parola “nazione” in un’unica frase, potremmo dire che è il sentimento di appartenenza a un determinato contesto socio-culturale. Tuttavia, quell’ambiente in cui ci rispecchiamo non è rigido o immutabile, bensì fluido: si evolve col passare del tempo e delle generazioni, e il suo fascino non ha limiti territoriali.

Di conseguenza, l’aggettivo “nazionale” indica qualcosa che può unire, accogliere e – perché no – innovare. Una nazionale di calcio, ad esempio, fa tutto ciò senza necessariamente rispecchiare l’attualità sociale e politica del paese di appartenenza. È il caso della multietnica Inghilterra di Gareth Southgate, ben lontana dall’incarnare le linee guida degli ultimi governi, specialmente in materia d’immigrazione. A mettere in evidenza tale distanza ci ha pensato il Migration Museum di Londra con la campagna Football Moves People, avviata all’inizio di Euro 2020 e finalizzata a dimostrare, tramite il calcio, la progressiva mutevolezza dell’identità nazionale britannica.

Durante l’ultimo Europeo, infatti, campeggiavano lungo le strade della capitale alcune rivisitazioni dell’undici titolare di Southgate, cancellando i nomi di coloro che sono figli o nipoti di immigrati. Il risultato? Di quegli undici ne rimanevano tre o quattro, non di più. Anche i giocatori attualmente più rappresentativi e prolifici della Nazionale inglese non avrebbero fatto parte di quel gruppo: il padre di Kane è originario di Galway, in Irlanda, e si è trasferito a Londra molti anni fa; Sterling è figlio di genitori giamaicani, e assieme alla madre è emigrato a Londra all’età di cinque anni.

Non è una novità nel calcio europeo – basti pensare alla Francia del ’98 o al Belgio degli ultimi anni – ma nel caso dell’Inghilterra del 2021 il tema dell’immigrazione assume un significato più profondo, sia per ciò che è successo con Brexit che per l’attivismo di alcuni dei suoi protagonisti, tra cui spiccano il già citato Sterling e Marcus Rashford. A tal proposito, in un recente articolo su The Player’s Tribune Gareth Southgate dice che “è loro compito continuare a interagire con il pubblico su temi quali uguaglianza, inclusività e ingiustizia razziale, usando il potere delle loro voci per creare tavoli di discussione, aumentare la consapevolezza sociale ed educare”.

Sta di fatto che tra i 26 giocatori a disposizione dello stesso Southgate c’era una maggiore percentuale di non bianchi rispetto all’intero paese – dove, ad esempio, i neri sono il 3% della popolazione. Non è un caso, quindi, che l’adesione incondizionata dei calciatori inglesi al movimento Black Lives Matter abbia ricevuto qualche critica dal pubblico e da alcuni esponenti del governo britannico. Lo stesso governo che ha cercato a più riprese di trarre vantaggio dall’entusiasmo collettivo attorno alla Nazionale, non curandosi di un fatto piuttosto evidente: se l’attuale sistema di immigrazione fosse entrato in vigore trenta o quarant’anni fa, gran parte di quei giocatori non avrebbe indossato la maglia dell’Inghilterra.

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Paolo Moneti

Sono un pendolare incallito a cui piacciono un sacco le lingue straniere e i dialetti italiani. Tra un viaggio e l’altro passo il mio tempo a insegnare, a scrivere articoli e a parlare davanti a un microfono. Attualmente collaboro con Eleven Sports, Accordi & Spartiti, Periscopio e Web Radio Giardino.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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