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A più di trent’anni dalla sua pubblicazione, NBA JAM è tutt’oggi uno dei videogiochi sportivi più apprezzati dal pubblico statunitense: in tre decadi è passato dalla popolarissima versione arcade di inizio anni ’90 all’attuale gioco per smartphone, attraversando con successo almeno tre generazioni di console.

Il gioco è piuttosto semplice: si sceglie una delle 30 squadre NBA e si sfida il computer o l’avversario in un classico “due contro due”. Ogni squadra, infatti, ha a disposizione soltanto i due giocatori più rappresentativi. Ciò che caratterizza NBA JAM è da sempre l’esagerata e irrealistica spettacolarità delle giocate, che, sulla scia di picchiaduro quali Street Fighter o Mortal Kombat, dà la possibilità ai personaggi di effettuare le cosiddette combo o di aumentare la propria potenza attraverso una serie di mosse.

Tra l’altro, nel descrivere l’assurdità di quelle giocate, la voce narrante del telecronista Tim Kitzrow ha introdotto nel gergo sportivo statunitense delle espressioni che col tempo sono diventate di uso comune: da “he’s on fire!” a “razzle dazzle!”. Tutto ciò contribuì all’enorme successo che il videogioco ebbe negli anni ’90, inducendo la casa editrice Midway a replicare tale formula.

L’ideatore di NBA JAM si chiama Mark Turmell, ed è stato uno dei programmatori di punta della suddetta Midway per vent’anni (1989-2009), contribuendo poi al revival del suo videogioco presso EA Sports. Attualmente lavora per Zynga, società californiana che negli ultimi anni si è fatta notare per aver rilanciato il gioco FarmVille. Ebbene, di recente lo stesso Turmell ha confessato che la versione arcade di NBA JAM conteneva una specie di trucco [Qui].

Tifosissimo degli irriducibili Detroit Pistons di fine anni ‘80, Turmell non vedeva di buon occhio la squadra che all’epoca stava per spodestare i Pistons, ossia i Chicago Bulls di Michael Jordan. Infatti, a partire dal 1991 il dominio della squadra del Michigan – finalista nell’88, campione nell’89 e nel ’90 – lasciò spazio all’ascesa dei Bulls. Così, in NBA JAM Turmell inserì un codice in grado di alterare l’esito delle gare tra Bulls e Pistons: un eventuale buzzer beater dei Bulls, cioè il canestro che decide l’incontro allo scadere, aveva lo 0% di successo.

Insomma, seppur minima e virtuale, la ripicca del tifoso Mark Turmell dette comunque i suoi frutti: i giocatori più assidui di NBA JAM fiutarono l’inghippo e iniziarono a scegliere i Pistons al posto degli amatissimi Bulls di Jordan e Pippen.

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Paolo Moneti

Sono un pendolare incallito a cui piacciono un sacco le lingue straniere e i dialetti italiani. Tra un viaggio e l’altro passo il mio tempo a insegnare, a scrivere articoli e a parlare davanti a un microfono. Attualmente collaboro con Eleven Sports, Accordi & Spartiti, Periscopio e Web Radio Giardino.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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