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SCHEI
Ferrara, idea di città: a voi indré i mié baioc (ridatemi i miei soldi)

In una celebre scena di “Un americano a Roma”, Alberto Sordi aggredisce un piatto di pasta al grido di “m’hai provocato, e mo’ me te magno”. Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara per dieci anni fino al 2019, a un certo punto non ce l’ha più fatta a digiunare sul profluvio di analisi della sconfitta del centro-sinistra locale, e si è buttato sul piatto di maccheroni, avendo tutti i titoli per farlo. Io, che ho meno titoli di tutti gli intervenuti, partecipo all’abbuffata per una ragione: sono un cittadino che ha vissuto dall’interno la crisi Carife, da dipendente e da sindacalista, e la ritengo una delle principali ragioni della sconfitta. Lì mi sento di parlare con cognizione di causa. Sul resto mi esercito da libero pensatore, improvvisandomi “commissario tecnico” come quei sessanta milioni di italiani che parlano dello scibile umano essendosi laureati alla Scuola Radio Elettra o su Google.

Le ragioni della sconfitta? Ne seleziono tre, una (parzialmente) esterna e due interne alla città. La ragione esterna risiede nel vento sovranista che soffia nel mondo, in Europa, in Italia e che non poteva lasciare indenne Ferrara, nonostante il suo essere situata in una buca la preservi dalle folate più violente – ma non dai miasmi mefitici del suo petrolchimico. Questo vento si è mescolato con una voglia, generica quanto prepotente, di “novità” e di “cambiamento”, qualunque esso fosse, che fa anche sorridere se pensiamo che questo afflato rivoluzionario è stato concretizzato, nell’urna, da elettori la cui età media è di cinquant’anni circa. C’è una frase che dice “rivoluzionari da ragazzini, riformatori da  adulti, conservatori da maturi, reazionari da vecchi.”  Il prototipo del ferrarese dovrebbe già essere, per ragioni di anagrafe, nella fase della conservazione, ma in maggioranza ha deciso che bisognava “cambiare”. Cambiare cosa? Le facce, intanto. Un blocco di “potere”, o un sistema di relazioni che durava da circa settant’anni può, in effetti, suscitare una legittima e anche naturale voglia di alternanza. Avvicendare il personale al potere è una regola di buon senso, soprattutto se sono quattro generazioni che questo non avviene. A questo si potrebbe tuttavia obiettare che avrebbe potuto accadere anche prima, e prima non è accaduto; inoltre, che in altre roccaforti rosse o rosa l’elettorato non ci ha proprio pensato di affidare la stanza dei bottoni ad un’allegra quanto sconclusionata armata Brancaleone di “alternativi”, oppure, nella migliore delle ipotesi, di esponenti dell’imprenditoria locale stanchi della dittatura delle cooperative (la dico in maniera grossolana). Allora perchè stavolta a Ferrara, la conformista Ferrara, è successo?

Per provare a rispondere a questa domanda occorre passare alle ragioni endogene della sconfitta. La prima è il caso Carife. La Coop Costruttori, circa dieci anni prima, aveva dato un bello squasso: quasi undicimila creditori, duemila e rotti dipendenti, trecento soci, un fallimento per il quale peraltro, al termine dell’iter giudiziario, i tribunali non hanno riconosciuto la responsabilità degli amministratori per bancarotta, per carenza dell’elemento soggettivo del reato – ad eccezione della “bancarotta per dissipazione” relativa al denaro investito nella Spal. Ecco: se la Coop Costruttori è stata un settimo grado della scala Richter, Carife è stata “The Big One”, il termine con il quale si definisce il terremoto che prima o poi dovrebbe devastare Los Angeles e San Francisco. La responsabilità amministrativa di questo crac è dei dirigenti apicali, a partire da Murolo, e degli amministratori (molti dei quali esperti di banca come io lo sono di astrofisica). Lo ripeto affinchè sia chiaro: la responsabilità amministrativa del crac Carife è anzitutto dei suoi dirigenti apicali, a partire dal mirandolese volante con i suoi tirapiedi, che ha pervertito le regole minime di prudenza fatte raccontare, come un mantra, dai formatori (me compreso) a tutti i seminari sui crediti: frazionare il rischio e prestare sul proprio territorio. Infatti, sotto la sua brillante gestione, la banca ha “prestato” l’equivalente di circa un terzo del suo patrimonio disponibile a due soli debitori: un gruppo di Milano (Siano) per una iniziativa immobiliare mastodontica quanto spericolata, finanziata nel momento in cui il resto del mondo creditizio usciva dal mercato immobiliare; e una compagnia di navigazione di Torre del Greco (Deiulemar)per finanziare l’acquisto di una nave – Deiulemar per inciso soprannominata “la Parmalat del mare” per le caratteristiche del suo fallimento. In due mosse da geniale scacchista, ha messo a repentaglio il patrimonio della banca erogando credito a centinaia e centinaia di chilometri di distanza dal proprio territorio. Se un qualunque direttorino di filiale avesse fatto in piccolo quello che lui ha fatto in grande, sarebbe giustamente stato rimosso dall’incarico e forse sanzionato. Lui, che era il capo, è uscito da Carife con qualche milione di euro e giudizialmente (quasi) immacolato sulla base dell’assunto “tanti colpevoli, nessun colpevole”. In quelle operazioni lì stanno i germi della dissipazione e della malagestio, aggravate dal fatto che già la Cassa stava attutendo la botta dei soldi prestati (e non rientrati) alla Coop Costruttori. Il resto è venuto di conseguenza, ma non è stato ininfluente, è stato anch’esso determinante.

Infatti, la responsabilità politica della “risoluzione” di Carife è tutta ascrivibile ad un governo Renzi a trazione piddina, con Franceschini, ministro teoricamente espressione del suo territorio, a fare la scimmietta (non vedo, non sento, non parlo), e tutti i parlamentari e piddini regionali e provinciali zitti e allineati sulla posizione del capo: di nuovo, Renzi. La banca va disciolta. Decisione condivisa tra Bankitalia (altro manipolo di inguaiati) e Ministero dell’Economia, ossia il Governo e il Premier di allora(sempre Renzi). Carife non era fallita, ma anche se lo fosse stata, sarebbe fallita per la gestione commissariale di Bankitalia, che in due anni e rotti (dal maggio 2013) ha dilapidato i 150 milioni di aumento di capitale del 2011/2012. Già commissariare una banca dopo aver fatto acquistare le azioni dai propri clienti è stato un tiro mancino di Bankitalia, una vera bastardata, perchè significava scientemente azzerare, in sostanza, il valore di quell’investimento per cui tutta la Rete commerciale aveva agganciato tutta la clientela; una usurpazione di fiducia per conto terzi che ha pochi precedenti. Ma non gli è bastato. Dopo aver fatto lentamente cuocere (decuocere) a fuoco lentissimo la banca senza una sola iniziativa di rilancio, facendo quindi uscire una liquidità superiore alla fresca capitalizzazione, e dopo aver fatto deliberare ai soci un aumento di capitale di 300 milioni finanziato dal Fondo di Tutela dei Depositi, Bankit e il Governo hanno iniziato una melina travestita da contrasto con la Commissaria europea alla Concorrenza. Dico “travestita”, perchè nessuno è in grado di mostrare un documento formale nel quale la signora Vestager abbia scritto “è vietato finanziare la Carife con il Fondo di Tutela dei Depositi”(ente completamente privato, finanziato dalle banche). Si accettano scommesse: questo documento non esiste. E’ esistita invece una sudditanza all’Unione Europea, che non si è voluto “irritare” per avere la possibilità di sforare sul tetto al deficit di bilancio. Questa appare come una ricostruzione decisamente più credibile di quella ufficiale, propagandata senza il supporto di alcun documento scritto – tanto è vero che poche settimane dopo la stessa soluzione ha “salvato” Caricesena. Nel frattempo, è appena il caso di ricordarlo, nell’unica reale controversia sollevata dallo Stato italiano contro la Commissione Europea, che aveva ritenuto illegittimo l’intervento del Fondo interbancario su Tercas, il Tribunale ha dato torto all’Europa. A Ferrara invece, la piccola, imbucata, insignificante, indifesa Ferrara il Governo renziano ha deciso di far saltare la banca il 22 novembre del 2015. Il nostro undici settembre.

Sto annoiando qualcuno? Non credo, però, di aver fatto perdere il filo a quei 31.000 risparmiatori che, per effetto della “risoluzione”(adoro il tono asettico che viene introdotto nel linguaggio giuridico per mascherare le atrocità), hanno visto azzerato in una notte risparmi per decine o centinaia di migliaia di euro, persino con le obbligazioni sottoscritte dieci anni prima: una manovra folle e meschina, raccontata come un “atterraggio soffice”. Parlo di pensionati, lavoratori, artigiani, dipendenti della stessa banca. Parlo di un tessuto sociale ed economico raso al suolo peggio di quanto avesse fatto il terremoto fisico di tre anni prima – evento della cui concomitanza sui nostri territori, evidentemente, non è fregato nulla a nessuno, men che meno ai Franceschini e catena alimentare discendente. Spiace la durezza, ma questo è quanto. Last but not least, il “consigliere economico del premier”, Luigi Marattin, ormai star televisiva ora Italia Viva, continua a difendere la scelta dopo aver dichiarato che se “speculi” sulle azioni devi accettare che puoi perdere i soldi. Siccome è un professore di economia (macro), mi permetto di dargli un voto per l’esame di (micro) economia dal titolo “conoscenza dei meccanismi di finanziamento e capitalizzazione delle banche locali”: voto zero.

Questi sono gli eredi, ferraresi e non, del PCI di Berlinguer, tra l’altro. Secondo voi non basta a spiegare l”alternanza”? Basta e avanza. Poi c’è la terza ragione, la seconda interna alla città, che è la sottovalutazione, oggettiva e comunicativa, del problema della sicurezza. Non è la diatriba tra l’ipotesi della mafia nigeriana o la riduzione del fenomeno a microdelinquenza sparsa e (anche) locale, ad avere fatto la differenza. La differenza l’ha fatta il progressivo degrado di alcuni quartieri, tra cui uno signorile anche nel nome (Giardino). Se mi minacciano con un coltello, se mi rubano in casa, se non mi sento sicura a girare da sola, se il prezzo della mia casa crolla questo è un problema di sinistra. E se anche questi problemi fossero esagerati da una “percezione” alterata e gonfiata ad arte, dovrei trarre le conseguenze di questa affermazione (corretta), e “gestire” da sinistra questa percezione; non fregarmene. Se un cittadino che vive in Don Zanardi (zona est lontana dal GAD) a domanda vi risponde che non si sente sicuro in città, non credo che dovreste limitarvi a dargli del visionario, ma chiedervi perchè la pensa così, e porvi il problema sia concreto sia comunicativo. Lasciare l’offensiva mediatica alla destra di naomo su questo tema è stato un errore molto grave.

In tutto questo le responsabilità del Sindaco Tagliani sono, sembra un paradosso, più oggettive che soggettive. Intanto sul caso Carife è stato il solo a criticare con durezza l’inanità del suo partito (dal quale in più di un’occasione credo si sia sentito fregato), e a convocare spesso adunanze di tutta la cittadinanza e associazioni, comprese quelle più incazzate con lui. Sul vento sovranista poteva poco: gli ha scompigliato i capelli come a tutti coloro che ancora ne hanno. Peraltro bene ha fatto a ricordare le cose buone della sua amministrazione, che ci sono state, una fra tante la riqualificazione delle Corti di Medoro (ex Palaspecchi). E ha fatto bene anche a togliersi qualche sassolino a proposito del candidato “indipendente” e fuori dalle vecchie logiche di partito. Sono persuaso che la “colpa” non sia solo sua, e che certo settarismo abbia contribuito a non trovare una soluzione alternativa, anche se la scelta di candidare sindaco proprio l’assessore alla Sicurezza della giunta uscente non è stata la più felice se si voleva comunicare una “discontinuità”. E parlo con il massimo rispetto della persona, la cui attività non può certo essere ridotta ad un luogo comune da chiacchiera al bar.

Ferrara in questi ultimi anni è stata sbeffeggiata, descritta come una nuova Scampia, ridicolizzata, esemplificata come anomalia intollerante, una sorta di enclave nerastra. Non riconosco in queste ricostruzioni la mia città, che è anche molto altro. Prendere sul serio non tanto i propri avversari, quanto le emergenze che hanno peggiorato la vita dei propri concittadini ricoprendo di una patina grigia anche il buono fatto, è il solo modo per diventare a propria volta un’alternativa alla destra.

Che si nasconde dietro il Caso Solaroli?
Alan Fabbri e la grande ombra di Naomo

“La S.V. è invitata a partecipare alle sedute del Consiglio Comunale indette in 1^ convocazione…”. Tutto è cominciato oggi pomeriggio (3 febbraio) ma i lavori continueranno anche domani (4 febbraio): una seduta fiume, tante cose da discutere a cui corrisponde un ordine del giorno sterminato [leggi il testo completo della convocazione]. Un elenco che prevede 17 punti, e dove, solo all’ultimo posto, si può leggere l’ordine del giorno URGENTE presentato dai tre gruppi di opposizione presenti in Consiglio “sull’inchiesta giornalistica relativa al tentativo di indebita pressione nei confronti della Consigliera Anna Ferraresi e richiesta di dimissioni del Consigliere Vicecapogruppo Lega Stefano Solaroli.”.

Sulla grave e spinosissima vicenda i ferraresi risultano già informati sui fatti, basterà quindi riferire il nocciolo di quella ‘incredibile’ telefonata (ma invece credibilissima, anzi vera tout court, dato che la telefonata è stata registrata) in cui Solaroli offre uno scambio alla compagna di partito dissidente Ferraresi: un lavoro in cambio delle dimissioni. Ma già il solo fatto di aver relegato in fondo alla lista delle cose di cui parlare il caso Solaroli, significa che tra maggioranza e opposizione sarà ancora muro contro muro.

Già a gennaio, nella scorsa seduta del Consiglio Comunale, la minoranza di Centrosinistra aveva chiesto di mettere al primo posto dell’ordine del giorno il ‘caso Solaroli’, come logica e a gravità del fatto suggerivano. La maggioranza di Centrodestra (che in Consiglio è appunto maggioranza) aveva opposto un rifiuto. Allora la minoranza aveva lasciato l’Aula per protesta, mentre la maggioranza aveva deciso di interrompere e rimandare la seduta.

Uno a Uno, anzi, Zero a Zero e Palla al Centro.  E da subito aspettiamoci altre scintille. Alla rinnovata richiesta dell’opposizione di parlare subito del vergognoso affaire Solaroli e delle necessarie dimissioni del Consigliere Stefano Solaroli, la maggioranza ha risposto con un nuovo rifiuto; come a gennaio, trattando la questione come una estrema e trascurabile ‘varie ed eventuali’. Non si tratta, è evidente, di una semplice questione procedurale. Siamo di fronte ad uno scontro senza esclusione di colpi, a una spaccatura verticale, profonda, insanabile all’interno del Consiglio. A Ferrara non era mai successo. Del resto, non è forse lo specchio di quanto sta succedendo in città? Ferrara stessa, i suoi abitanti, sembrano  sempre più dividersi in due poli opposti. Non so se già oggi esistono due Ferrara distinte, ma il processo di radicalizzazione è del tutto evidente.

Vedremo come si svolgeranno questi due pomeriggi di Consiglio Comunale, se avremo o no un altro Aventino o se lo scontro assumerà altre forme e altri contenuti. E vedremo come questo processo di polarizzazione, in Consiglio e nella Città Reale, sopra e sotto lo Scalone, si evolverà.  Qui vorrei svolgere un altro tema, una suggestione che però mi arriva dallo stesso caso Solaroli, o più precisamente, dalle reazioni di Sindaco e Vicesindaco davanti al montare mediatico del caso.

Anche su ciò i ferraresi sono abbastanza informati. Le parole – le difese – di Alan Fabbri e di Naomo Lodi le abbiamo lette o ascoltate sui giornali locali e nazionali, su tutti i social possibili e immaginabili, nelle interviste e nelle ospitate televisive. A farla breve: Il Vicesindaco ha difeso in toto il comportamento di Stefano Solaroli (sostenendo la  tesi insostenibile che ‘il fatto non sussiste’), d’altro canto Il Sindaco Fabbri – pur pressato dalle richieste di una sua decisa presa di distanze – si è limitato a dire che sì, il Consigliere Solaroli aveva sbagliato, ma accettava di fatto le sue scuse: quindi  nessun suo allontanamento dalla carica di Vicecapogruppo in Consiglio, niente espulsione dalla Lega, nessuna richiesta di dimissioni dal Consiglio Comunale. Dalla montagna un misero topolino: l’autosospensione.

Il Vicesindaco ormai abbiamo imparato tutti a conoscerlo. E’ un uomo sempre e comunque all’attacco. Che, come vuole la storia italica, ‘se ne frega’ delle critiche: al suo patentino invalidi o alla sua abitazione a mini-canone popolare. Un uomo che se qualcuno gli intralcia il passaggio… lo denuncia e lo porta dritto in tribunale (fra qualche giorno si celebra l’udienza contro i quattro cittadini denunciati da Naomo). Insomma, la difesa – la totale assoluzione – dell’indifendibile Solaroli da parte di Naomo Lodi era del tutto prevedibile. Avremmo potuto raccontarla con un giorno di anticipo, prima ancora che il Vicesindaco aprisse bocca. Solaroli è un uomo di Naomo, e Naomo non abbandona i suoi uomini.

Stupiscono invece, almeno in apparenza, le parole – pochissime – pronunciate dal Sindaco Alan Fabbri. Il quale Fabbri non si smarca in nessun maniera dal suo viceE tantomeno scarica Solaroli. Usa un altro tono rispetto a Naomo Lodi – i due hanno stili affatto diversi – ma si accoda diligentemente alla linea di difesa ad oltranza tracciata dal suo Vicesindaco. Questa volta, e non è la prima volta, tra le posizioni dei due leader della Lega non si intravvede neppure un granello di differenza.

La figura, il ruolo, il potere del Sindaco sono cresciuti moltissimo in questi ultimi quindici vent’anni. La legge ha investito la carica di Sindaco di poteri sempre più ampi. Per fare un solo esempio: se il Presidente del Consiglio non va più d’accordo con un suo Ministro, non può mandarlo a casa, al massimo può chiedergli gentilmente di farsi da parte. Un Sindaco invece è Dominus, e può dimissionare a suo piacere un suo Assessore. E’ quello che ha fatto Tiziano Tagliani con  l’Assessore  Annalisa Felletti, estromessa  dalla Giunta il 22 maggio 2017 per il suo passaggio dal Partito Democratico ad Articolo Uno-MDP.

Quel che è vero per i sindaci in generale, è ancor più vero per il Sindaco di Ferrara. Perché nella nostra città – a partire almeno dal lungo regno di Roberto Soffritti, non a caso soprannominato ‘Il Duca’ – il sindaco ha sempre goduto di un potere eccezionale. Quel che il Sindaco decideva era legge, in Giunta e nel Consiglio, come dentro il suo Partito.

Concludendo. Forse non è vero che il Sindaco attuale di Ferrara ha in mano la sua squadra di governo e il suo partito. Forse non e nemmeno vero che ci sono 2 figure, Alan Fabbri e Naomo Lodi, che si dividono i ruoli (poliziotto buono e poliziotto cattivo) e condividono la guida del governo locale e della Lega, partito di maggioranza relativa. Forse a decidere, a dare la linea, è solo uno. E non è il sindaco.

Dietro alla miserrima vicenda Solaroli – mentre continuiamo a sperare che la magistratura lo persegua per la sue azioni – si staglia la grande ombra di Naomo Lodi. Il Vicesindaco sembra detenere il vero potere, nella Lega di Ferrara quindi nel governo della città. E il Sindaco, che non è autoctono e non ha in mano il partito cittadino, deve accodarsi.

Quindi Naomo decide su tutto e su tutti? Forse no, ma almeno su due cose sì, assolutamente: sulle politiche della Sicurezza e sulle cariche di partito. Come a dire: caro Alan tieni pure un profilo morbido, prometti pure la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, ma non azzardarti a entrare nel mio recinto. Non metter bocca sulla sicurezza. E non toccare i miei uomini. Solaroli compreso.

Potete prendere queste mie note come semplici e opinabili supposizioni. I prossimi mesi ci diranno meglio cosa succede a Ferrara, davanti ai nostri occhi e dietro le nostre spalle. Quello che su cui non è più lecito indulgere è quell’aria di superiorità intellettuale (tipicissima di una certa Sinistra), quegli sfottò all’indirizzo di questo curioso personaggio. Perchè Naomo non appartiene alla Commedia dell’Arte. Non è una macchietta. E’ sarebbe ora di prenderlo sul serio.

 

NOTA A MARGINE
Quando i governanti scappano

Il giornalista domanda, il politico fugge… Il servizio di La7, andato in onda giovedì sera nel corso del programma “Piazzapulita” condotto da Corrado Formigli, ripropone non pochi interrogativi in ordine alle responsabilità degli amministratori e in particolare al dovere di rispondere e rendere conto ai cittadini del loro operato: la stampa, nelle sue varie articolazioni, è lo strumento attraverso il quale gli amministrati possono interrogare i governanti. E’ il cosiddetto ‘quarto potere’, fondamentale strumento di controllo a garanzia del corretto e democratico funzionamento del sistema. Sicuramente gli esponenti ferraresi della Lega interpellati – in riferimento a una serie di loro comportamenti anomali – hanno mostrato di non reggere correttamente il confronto, eludendo le domande e rispondendo attraverso slogan…

Alcune osservazioni di carattere generale, in merito a quanto si è visto e ascoltato, ma anche a ciò che è stato sottaciuto, vanno fatte.

  • “Il territorio nella Lega”
    A circa metà servizio, Ilaria Morghen, candidata a sindaco con il Movimento 5 Stelle, dice testualmente: “non è che la lega è nel territorio, ma il territorio è nella Lega”. Questo forse è il dato oggettivamente più evidente di una sinistra che ha lasciato il passo, e i luoghi, proprio al carroccio, finendo per perdere il contatto con ampi spazi della società. Proprio questo ha fatto sì che la Lega trionfasse a Ferrara, ma non solo. Guardando ad una prospettiva regionale, in vista proprio delle elezioni, fa una certa impressione notare come, per la prima volta nella consulta provinciale degli studenti di Modena, abbia vinto un candidato presidente sostenuto dal centrodestra. Forse è realmente giunto il momento di capire che le cose sono cambiate, ma da marzo 2018 ad oggi nessuna seria discussione è stata fatta dal Pd in merito.
  • “Ascoltare, ascoltare, ascoltare”
    Nicola ‘Naomo’ Lodi, presentato come “l’artefice della vittoria della Lega in città”, non ha bisogno di grandi presentazioni. Personaggio istrionico, rappresenta in tutto e per tutto il prototipo del leghista: metodi rudi, pochi peli sulla lingua e un’immagine che lo rappresenta come ‘l’uomo d’azione’. Da quando la sua candidatura è stata ufficializzata abbiamo imparato a conoscere tutti i lati della sua figura, anche quelli che non erano immediatamente emersi, come il suo passato giudiziario a tinte fosche (per approfondire cliccare qui). Tralasciando il fatto che oramai in Italia sembra quasi un medaglia all’onore fare politica con qualche precedente penale, eppena si tocca, però, la chiusura “a riccio” è immediata, accusando chi lo fa, come in questo caso, di occuparsi di gossip ed essere un “candidato del Pd”. In tutto ciò è rappresentato il campo dove la Lega perde: il confronto. Io stesso ho avuto modo di intervistare Naomo e nella lunga chiacchierata (la trovate qui) ho fatto in modo che fosse lui a parlare, con poche domande, così da poter ottenere un discorso che fosse il più ampio possibile. Così facendo ho potuto avere quella che reputo forse l’unica intervista di una certa lunghezza e profondità fatta all’attuale vicesindaco. Ma nonostante ciò l’intervista probabilmente non piacque molto ai vertici del partito visto che, stranamente, la macchina mediatica della Lega non ha assolutamente preso in considerazione quell’intervista. Problemi con ciò che aveva detto o semplice casualità? Sta di fatto che il porsi in maniera violenta con risposte evasive non è nuovo ai membri del partito di Salvini, come fa anche lui stesso. Questa è la problematica maggiore di questo partito: la poca chiarezza. Che si parli di fondi russi, dei rapporti con l’estrema destra, dei soldi rubati o dell’ipocrisia nel voler dare la cittadinanza alla senatrice Segre, la parola d’ordine è “fare uno slogan e/o scansarsi dalle domande”. Fino ad ora, stando ai dati elettorali, almeno a livello comunicativo questo ha funzionato.
  • “Cartoline da Ferrara”
    In un post su Facebook, Aldo Modonesi, assessore alla sicurezza dell’era Tagliani e candidato sindaco alle ultime elezioni, sarcasticamente commenta così il video mandato in onda da Piazzapulita. Molti esponenti del Pd, sia cittadino sia extra, hanno mostrato non poco sdegno nella maniera di comportarsi soprattutto da parte di Lodi. Peccato che non abbiano fatto la stessa cosa quando, l’11 agosto 2017, il giornale Fanpage pubblicava un servizio proprio su Ferrara (lo trovate qui). All’interno del breve reportage, si mostravano i luoghi dove, secondo un pentito della camorra, sarebbero stati sotterrati rifiuti tossici. Terreni sui quali oggi, senza bonifiche, si coltivano cereali. Nel servizio veniva intervistato il sindaco Tagliani, visibilmente nervoso, che dopo aver “invitato” ad andare in altri luoghi a sporgere denuncia, si rinchiude nel proprio ufficio. Anche in quel caso, proprio come ha fatto Lodi con il giornalista di La7, un rappresentante del governo cittadino ha preferito scappare invece di intavolare un discorso e far capire le cose come stanno ai propri cittadini, temendo un confronto con chi potrebbe fare domande scomode. Appare strano, quindi, che i tanti del Pd che si sbracciano ora, non lo abbiano fatto anche in quel momento. Eppure si parlava della salute dei cittadini di questa città.
    Ora come allora, la “cartolina” mandata da Ferrara all’Italia intera non è stata delle migliori.

APPUNTI SUI POLSINI
Il nuovo sindaco di Ferrara? Speriamo che sia femmina

Mancano ormai meno di sette mesi alle elezioni, in Europa, ma anche a Ferrara. In un clima sempre più confuso, e che presto diverrà rovente, c’è per ora una sola cosa certa: non saranno elezioni normali. C’è un terremoto in atto e in tanti prevedono un cataclisma.
A Ferrara significa che, per la prima volta in settanta e più anni di storia repubblicana, il governo della città appare contendibile. Di più: per la prima volta il Centrodestra, e segnatamente la Lega, sembra essere la grande favorita alle amministrative di maggio. Viva l’alternanza? Purtroppo non si tratta di una Destra moderata, ma di una formazione con valori e umori estremi, decisa a ‘ruspare’ via le molte buone cose che una città civile e democratica ha costruito dal Dopoguerra a oggi. Per questo, quale che sia il giudizio anche critico sulla giunta uscente, la vittoria di Alan Fabbri e di Naomo Lodi segnerebbe per Ferrara un drammatico passo indietro. Quanto indietro lo lascio alla fantasia dei lettori.

Mentre ascolto la preoccupazione di tante persone impegnate nel sociale, incominciano ad arrivare le voci (ancora sommesse) di alcuni che, nel frastagliato campo della Sinistra, stanno pensando a nomi, liste, alleanze per arrivare a maggio con le carte in regola per contendere alla Lega e ai suoi alleati il futuro governo della città. Va bene, siamo ancora all’inizio, la campagna elettorale non è ancora incominciata, ma posso confessare tutta la mia delusione?
Pare che il problema, l’unico problema – fuori e dentro il Pd – sia individuare un ‘nome buono’, il personaggio ‘attrattivo’, il capolista potenzialmente vincente. Anche sui media locali si rincorrono nomi e profili, candidature offerte o rifiutate. Come se tutti avessimo introiettato la medesima filosofia: che in politica si vince solo con ‘un uomo solo al comando’.
Non sento invece parlare, discutere, proporre contenuti concreti, un cambio di passo nelle scelte politiche locali, una idea nuova (di Sinistra) per la Ferrara futura. Come se per vincere bastasse la strenua difesa dell’esistente e lo spauracchio di una Ferrara in mano alla Destra. Invece, oggi più che mai, “far quadrato” attorno a un leader non basterà. Dentro quel “quadrato” bisogna metterci qualcosa.

Ma vogliamo parlare del candidato possibile per l’area progressista? Non mi va di partecipare al giochino del totonomi, registro però anche in questo campo il conservatorismo, una specie di senescenza della classe politica locale. Di tutti i nomi proposti o ventilati, politici o esterni, nessuno si è sognato di fare il nome di una donna.
Servirà allora un ripasso di storia patria. Andando indietro negli anni – nei decenni, anzi, nei secoli – Ferrara ha avuto solo una volta un Primo Cittadino donna. Se volete levarvi una curiosità, cercate “Sindaci di Ferrara” su Wikipedia e date un’occhiata a quel lunghissimo elenco di personaggi illustri: da un certo Guido (Console di Ferrara dal 1105) a Antonio Montecatini (Giudice dei Savi 1598), da Giovanni Roverella (Confaloniere 1831) a Anton Francesco Trotti (Sindaco dal 1867 al 1870), da Michele Rinaldi (Regio Commissario 1919-20) a Renzo Ravenna, Podestà di Ferrara dal 1926 e allontanato nel 1938 dopo le ignobili leggi razziali.
Nel dopoguerra la lista degli uomini reggitori della città continua, da Giovanni Buzzoni (1946-48) fino al sindaco in carica Tiziano Tagliani. Con un’unica eccezione, e non di poco conto, perché Luisa Gallotti Balboni, sindaca dal 1950 al 1958, antifascista e in seguito Senatrice della Repubblica, non fu solo l’unica sindaco donna di Ferrara, ma anche la prima sindaca di una città capoluogo di provincia in tutta Italia.
Se per vincere la Destra non serve sostenere le vecchie politiche ma occorre pensare e proporre il nuovo, cominciare da una candidata sindaca sarebbe finalmente un buon segno.

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Nell’occhio del ciclone Gad

L’insegna dell’attività di Elias

Quello che mi appresto a raccontare è una delle cose che più mi piacciono: la quiete prima della tempesta. Forse in realtà anche questa dicitura è sbagliata. Per capire bene l’atmosfera respirata durante l‘inaugurazione dell'”Affitta camere da Elias” – imprenditore di origine tanzaniana che ha deciso di investire in un quartiere problematico – dovrebbe essere fatto un altro esempio ‘meteorologico’: venerdì pomeriggio siamo stati tutti nell’occhio di un ciclone. Secondo Wikipedia “l’occhio è una regione di quasi calma situata al centro di un ciclone tropicale. E’ circondato dall’eyewall, un anello di temporali torreggianti ove avvengono i fenomeni più forti”. Cercherò di spiegare il perché di questa affermazione.

Partiamo dalla preparazione della ‘tempesta’. La zona di Piazzale Castellina, come gran parte del quartiere Giardino, si sa essere una zona con molte problematiche legate alla microcriminalità: spaccio, prostituzione. Io stesso ho subìto un tentativo di scippo qualche anno fa a pochi passi da ‘Elias’. Tutto questo è sfruttato a fini politici soprattutto dalla Lega, la quale, grazie soprattutto alla presenza sul campo di Nicola Lodi e dei suoi collaboratori, ha fatto di questo quartiere quasi una roccaforte. Strano a dirsi, però, il Pd ha una sezione di partito proprio vicino allo stadio, in via Ortigara. Ma qui i democratici non hanno più vita facile. Un esempio di come vanno le cose e del grado si esasperazione della situazione in zona è stato lo ‘scontro’ avvenuto in occasione della presentazione di Ibo all’ex Banzi. In quell’occasione i rappresentanti del centrodestra non si sono fatti sfuggire l’opportunità per portare l’evento di una ong/onlus sul piano politico con la scusante della “difesa del territorio”. In quella circostanza però c’è stata subito una ‘quiete’ post trauma: Ibo rimane comunque un’associazione di stampo cattolico e in una città come Ferrara (forse) è meglio non far passare il messaggio di andare contro organizzazioni di tale genere.

Questa è l’escalation di eventi che ci porta, dunque, all’inaugurazione dell’esercizio di Elias. Mi soffermerò poco sul fatto in sé per due motivi: non solo ci sono interviste dello stesso Elias facilmente reperibili su altre testate, ma, soprattutto, il protagonista della giornata – purtroppo – non è stato sicuramente lui.

Elias discute con i presenti all’inaugurazione
Chiara Sapigni
Il sindaco Tagliani viene intervistato al suo arrivo
Nicola Lodi
Alan Fabbri
Ilaria Baraldi

Questa volta tutti sapevano di doversi giocare bene le carte ed ecco un’apparente calma. Uno stop al conflitto che ha portato negli stessi metri quadri, al di fuori dei luoghi istituzionali, praticamente tutti i rappresentanti dei partiti ma, in particolare, gli esponenti delle due compagini che si contenderanno le amministrative dell’anno prossimo. Da una parte c’era Nicola Lodi, accompagnato da Alan Fabbri. Soprattutto il primo ha lanciato la carta, in questa occasione vincente, del “sono a casa mia”. E’ stato facile notare come l’atteggiamento di Lodi e compagni sia stato quello del far capire che lì la zona è di loro competenza, che i residenti sono loro amici, stanno dalla loro parte e si muovo agevolmente tra strette di mano e abbracci. Il classico atteggiamento di chi vuole non solo dimostrare di essere a proprio agio nel Gad, ma vuole sottolineare e ostentare un controllo territoriale e una conoscenza radicata del tessuto sociale. Fabbri aveva annunciato anche con un comunicato stampa la sua presenza in zona a fianco dell’imprenditore Elias: “Ci sarò per sostenerlo nella sua battaglia coraggiosa e per fargli sapere che non è solo. Vogliamo dare a questa città un futuro migliore. La Lega è dalla parte degli onesti, sempre”. Questo fa ben intendere che lì nessuno si è presentato da “normale cittadino“.

Una panoramica sui presenti

Altro discorso per i rappresentanti del Pd. La difficoltà era palpabile. Da Chiara Sapigni, oramai tristemente famosa per la sua massima sulla “percezione” dei problemi in Gad, che lì non si è sentita sicuramente a proprio agio, fino ad arrivare al sindaco Tiziano Tagliani, che molti accusano di essere stato assente per lungo tempo da questa zona, e che appena arrivato ha subito concesso delle interviste. Qualche maligno di questo fatto, come avrebbe detto De Andrè, ha sostenuto che la sua visita avesse come unico scopo proprio la visibilità. E i democratici hanno cercato in tutti i modi di prendersela in un luogo che, ripeto, non li vede tra i benvenuti.

L’inaugurazione di Elias, come si può capire, è scesa in secondo piano: tutti lì erano più intenti a carpire le parole di questo o quel politico, a strappare un’intervista, alla quale nessuno si è sottratto. Un occhio del ciclone appunto, una zona franca, dove venerdì tutti hanno potuto misurarsi con il Gad. Peccato, però, che di Gad ci fosse ben poco: pochi i residenti intervenuti, quasi assenti le ‘razze’ al di fuori di quella italiana, ed è strano visto che a poche decine di metri, in zona stadio, una delle etnie più discusse di questa zona vedeva la presenza di molte persone presso un bar.

Concludendo, quindi, le ‘torri della tempesta‘ si sono soltanto spostate per qualche ora, ore durante le quali tutti hanno recitato la parte del “Visto? Riusciamo a stare vicini”. Non credo, però, che molti abbiano creduto a questa farsa: l’occhio del ciclone passerà e tornerà la tempesta ad abbattersi, con le sue ‘torri’, i suoi ‘muri’ e, soprattutto, le sue parole, il tutto per preparare quella che sarà la probabile tempesta perfetta delle prossime amministrative.

Per ora, visto che qui vicino c’è lo stadio, possiamo dire che il risultato politico di questa ‘inaugurazione’ è chiaro: Lega 1 – Pd 0. Palla al ‘centro‘.

 

Il dono di Silvano Balboni (e di Daniele Lugli) a Ferrara

Sono stati in tanti venerdì pomeriggio a riempire la Sala dell’Oratorio Crispino San della libreria Ibs+Libraccio per festeggiare con Daniele Lugli l’uscita del libro di una vita. Anzi di due: quella dello stesso Daniele e quella del giovane Silvano Balboni.
“L’ho scoperto in quarta elementare – ha scherzato Lugli – quando il mio maestro ha chiesto a un compagno con quel cognome se fosse un parente di Silvano Balboni. Sono tornato a casa e ho chiesto a mio papà chi fosse Silvano Balboni. Lui mi ha risposto: “Era una persona per bene”. Poi l’ho riscoperto nel 1962, con l’impegno nel Movimento Nonviolento di Aldo Capitini”. I due, secondo Daniele, condividevano una “tensione religiosa fortissima” e la visione della “religione come opposizione radicale a tutto ciò che rappresentava il Fascismo”.

E così, pagina dopo pagina, ‘Silvano Balboni era un dono. Ferrara, 1922-1948: un giovane per la nonviolenza. Dall’antifascismo alla costruzione della democrazia’, racconta come un album di ricordi la figura di questo giovane politico ferrarese purtroppo dimenticato da molti e molto presto. Nello stesso tempo il libro è un prezioso saggio storico perché, come hanno sottolineato Anna Quarzi dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara – che ha curato l’edizione – e il professor Paolo Veronesi di Unife, raccoglie in un unico volume fonti e documentazioni inedite, a lungo disperse, forse perdute se non fosse “per l’archivio di personale di Daniele Lugli”.
Un lavoro di raccolta lungo appunto una vita, per ricostruire la trama di un’altra esistenza, quella di Silvano Balboni, e restituire attraverso un pullulare di storie il fermento politico, culturale, sociale della Ferrara degli anni Trenta e dell’immediato dopoguerra, oggi difficilmente immaginabile. Silvano Balboni, nato nel 1922 e morto in poche ore nel novembre 1948, in soli 26 anni è riuscito a incrociare moltissime altre storie: Giorgio e Matilde Bassani, Teglio e la famiglia Pesaro, Savonuzzi e la maestra Alda Costa, Aldo Capitini, Carlo Bassi, Ada Rossi e il gruppo dei sardi ferraresi, Dessì, Pinna, Varese.
Antifascista, nonostante nella sua vita avesse conosciuto solo il Fascismo, partigiano eppure non violento e obiettore di coscienza, vegetariano al tempo della fame, quella vera, Balboni è “libero da ogni incasellamento”, un “anacronismo atipico”, ha detto Veronesi. Secondo il sindaco Tiziano Tagliani, anch’egli intervenuto alla presentazione in rappresentanza di quell’amministrazione di cui Balboni ha fatto parte come assessore, la storia e la vita di Silvano Balboni sono “una provocazione continua”, ma le sue tesi eterodosse – per le quali è stato attaccato diverse volte – hanno convinto le persone per la “credibilità” con la quale le incarnava e le diffondeva in sella alla sua bicicletta. Il primo cittadino ha ringraziato Lugli per il suo lavoro di “ricomposizione di un puzzle con pezzi che stanno in diverse scatole: la storia del movimento antifascista, dell’amministrazione e dell’educazione della nostra città, la storia del Movimento Nonviolento”.

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Daniele Lugli

Molteplicità contro banalità, autonomia di giudizio e di azione, sempre con lo scopo di unire e non di dividere, queste sono solo alcune delle parole per descrivere la sfuggente e affascinante parabola esistenziale e politica di Balboni.
Nel maggio 1943, chiamato alle armi, diserta e fa la propria scelta di Resistenza: comincia ad attraversare la Romagna per convincere altri ragazzi suoi coetanei a non indossare la divisa e non prendere le armi. Nel 1946 fonda a Ferrara il Centro di orientamento sociale come strumento di una politica del basso. La regola era “ascoltare e parlare, non l’uno senza l’altro: qui sta l’elemento di rottura”, sia rispetto ai partiti di allora sia rispetto alla “democrazia da tastiera odierna”, con la quale la democrazia dal basso di Balboni e Capitini “non ha niente a che vedere”, ha sottolineato Lugli: “oggi abbiamo il problema contrario, sembra che la parola possa essere agita in maniera irresponsabile”. Il Cos è inoltre lo strumento di un progetto culturale ed educativo che Balboni porta avanti anche da giovanissimo assessore di Ferrara, con l’idea di aprire la testa delle persone, in quei mesi difficilissimi quando l’Italia è appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e da vent’anni di dittatura e quindi ci si deve riabituare al regime democratico. Non solo, da assessore Balboni fonda anche “una scuola del lavoratore” e “una scuola materna ispirata al metodo Montessori”.
“Questo libro – ha concluso Daniele Lugli – non è una rievocazione, ma la riproposta di valori ideali e pratici” che hanno guidato la brevissima e intensa esistenza di Silvano Balboni: “Spero che possa essere uno stimolo per approfondirne diversi aspetti e che questo ragazzo possa parlare ai suoi coetanei di oggi”.

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Silvano Balboni, Carlo Bassi e la Costituente Ferrarese del Dopoguerra

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Attesa per il progetto Ex Mof: dove c’era l’erba magari tornerà

C’erano i bastioni delle mura, c’erano gli alberi e c’era una distesa verde di prato. Adesso è il piazzale desolante dell’ex Mercato ortofrutticolo, diventato un parcheggio con adiacente capolinea delle corriere e una grata di ferro che divide l’area di sosta dei pullman dalla striscia di asfalto nera della nuova ciclabile realizzata su via Rampari di San Paolo. Proprio in quell’ultimo tratto della strada che porta il nome tecnico di rampari (cinta di terra a protezione dei muri delle fortificazioni) l’antica muraglia non c’è più e nemmeno gli alberi che pochi metri più in là costeggiano il sottomura. È l’unico pezzo di mura mancante del perimetro intorno Ferrara. Un’amputazione che mostra bene la mappa cittadina del Touring, dove il pezzo di mura distrutte è ricostruito con una linea tratteggiata.

Mappa Ferrara nella planimetria Touring che ricostruisce con linea tratteggiata il pezzo di mura abbattute

Ora (venerdì 14 luglio 2017) in Municipio è stato presentato il “Piano di fattibilità per riqualificare l’area della Darsena di San Paolo, ex Mof e Meis”: uno studio in termini tecnici ed economici per il recupero di questa parte della città, che ha ottenuto il finanziamento di 18 milioni di euro del Piano statale di interventi per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie nazionali. A illustrarlo e a ridare qualche speranza per il verde scomparso e per la continuità di quei baluardi distrutti sono intervenuti il sindaco Tiziano Tagliani con gli assessori comunali Aldo Modonesi (Lavori pubblici) e Roberta Fusari (Urbanistica). Grande è l’attesa per quel pezzetto desolato di asfalto dentro al cuore storico cittadino scrutando la tavola del Masterplan alla ricerca di una risposta bella, verde e ariosa. Il sindaco Tagliani parla di “uno degli impegni più significativi per la città” e l’assessore Modonesi anticipa che “bisognerà anche ricollocare funzioni come quella del terminal dei bus, che non ha più ragione di essere diviso in due diversi luoghi cittadini, ma diventa strategico accorpare all’altro, ampliandolo, nella zona di via del Lavoro vicino alla stazione ferroviaria”.

Ex Mof e Darsena sulla mappa del Progetto di riqualificazione bando periferie
Plastico a colori di riqualificazione per Ex Mof-Darsena (Masterplan)
Tavola a colori riqualificazione per Ex Mof-Darsena (Masterplan)

Ma com’era questo pezzo di città? Perché sono stati rasi al suolo il verde e la cinta muraria?
Camminando per Rampari di San Paolo, il panorama è piacevole in tutta la prima parte che si immette all’incrocio tra via Piangipane, via Bologna e via Kennedy e – a parte i marciapiedi accidentati – tutto sommato è una strada bella, ombrosa, ampia e alberata e c’è solo da sperare che non vengano abbattuti gli alberi esistenti e quel pezzo che resta dei bastioni. Superato il retro del nascente Meis (Museo dell’ebraismo italiano e della Shoah), gli alberi si diradano fino a scomparire, ma resta il terrapieno verde dei bastioni. Poi anche quest’ultimo tratto di mura sparisce e lascia spazio all’asfalto puro a partire dall’incrocio con via della Grotta fino all’immissione in corso Isonzo.

Chi e come ha distrutto la continuità della muraglia che, per il resto, circonda Ferrara?

Mappa di Ferrara disegnata da Bartolomeo Gnoli (1645) con ampi spazi verdi a ridosso delle mura cittadine integre

A ricostruire la storia di questo pezzetto cittadino maltrattato viene in supporto il responsabile dell’Ufficio comunale Ricerche storiche Francesco Scafuri. Mappe antiche alla mano, Scafuri mostra che la spianata dell’antica muraglia avviene a partire dal 1930. “La volontà di aprire un accesso al centro storico nella zona sud della città porta gli urbanisti dell’epoca ad abbattere quel che restava del baluardo di mattoni, che già nei secoli era stato oggetto di distruzione”. Il problema di quel tratto di mura sta nel fatto che a partire dal Seicento si congiungeva con l’odiata fortezza papale, eretta poco oltre la zona ora occupata dall’Acquedotto, dove adesso c’è il parco pubblico di viale IV Novembre con la statua di papa Paolo V. “La fortezza – spiega Scafuri – viene fatta costruire per volontà del Papa quando (con la devoluzione avvenuta nel 1598) lo Stato della Chiesa soppianta il Ducato estense, rivendicando la mancanza di discendenza legittima degli Este e di fatto riappropriandosi del feudo di Ferrara. Quel fortilizio, simbolo di potere imposto, viene smantellato dalle truppe napoleoniche francesi, ma torna alla sua odiata funzione con l’avvento degli austriaci che ne fanno un presidio militare”, che rappresenta ancora una volta il dominio dello straniero sulla popolazione. Una serie di circostanze che rendono poco amato questo pezzo di città e aprono forse la strada agli interventi rinnovatori e un po’ spregiudicati degli anni Trenta. È quello il decennio in cui vengono costruiti piazza XXIV Maggio con il monumentale serbatoio dell’Acquedotto, il Mercato ortofrutticolo con la palazzina ora in restauro (realizzata tra 1936 e 1937) e il prolungamento di corso Isonzo fino a via Darsena.

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Sottomura fotografato da Luca Pasqualini

Qualcosa era rimasto, però, dei bastioni e del verde davanti al Mof (mercato ortofrutticolo). Lo rivela una fotografia pubblicata nel libro di Paolo Ravenna su “Le Mura di Ferrara” e scattata da un aereo della Raf (Royal Air Force) a fine marzo 1944, prima dei bombardamenti anglo-americani. Le bombe lanciate durante la Seconda Guerra Mondiale e poi la spinta alla ricostruzione del dopoguerra probabilmente hanno fatto piazza pulita anche di quello che rimaneva dei mattoni che sostenevano la barriera erbosa (i “rampari”, appunto) che si scorgono ancora nella vecchia fotografia aerea.

Parcheggio e terminal di bus adesso all’ex Mof

Sarebbe bello ora che almeno una parte di quel verde potesse essere ripristinato. Magari un lungo viale alberato, come ideale prosecuzione dei bastioni che ci sono poco più in là, che possa offrire ombra e ossigeno a questa zona martoriata, da ricucire con il resto della città storica a cui appartiene. Una promessa di bellezza e risanamento ambientale che riprende fiato tra le pagine del “Piano di fattibilità”. In grande attesa dei progetti concreti per riqualificare l’area della Darsena di San Paolo, ex Mof e Meis con la supervisione della soprintendenza.

Per approfondimenti tecnici e tavole progettuali del “Piano di fattibilità per riqualificare l’area della Darsena di San Paolo, ex Mof e Meis” vedi CronacaComune del 14 luglio 2017

Il sogno di “Astolfo” Tagliani e i prosaici oltraggi degli ingrati

Accidenti! Che aedo il nostro Sindaco!
E sia mai che tal suo nome venga scritto con lettera minuscola, a meno che non venga seguito dal cognome: bene Sindaco, ma sindaco Tagliani, suggerisce il maestrino dalla penna rossa, quel che vi scrive, che purtroppo è aduso a, direbbe l’immenso Camilleri, ‘rompere i cabasisi’.
Leggo dunque che l’ormai annosa questione tra Ferrara e ‘Ferara’ sembra generare non stizza, sentimento non consono ad aedi di prima, seconda o altra qualità, ma giusta tenzone a lancia in resta.
Se non fosse che al fondo ancora una volta non si scorgesse, forse per mio strabismo, una volontà di difendere ciò che è stato fatto con argomenti ineccepibili dal punto di vista del fatto, del qui e ora, ma con il non vano sospetto che l’intellighentia ( ah! nome che evoca profumo di tempi passati, ah! giovanili polemiche tra Sartre e l’ideologia) provochi inutili e vane discussioni pur esercitandosi a dure critiche che, secondo la prassi non estense o di Corte, ma democratica, dovrebbero spronare a più dialogo, a più duro scontro con tutti i cittadini portatori di istanze che si riferiscano al bene comune.

Nel sogno il nuovo Astolfo – che a scanso di equivoci, all’’intellettuale’ che qui duella sta non solo simpatico, ma ne apprezza tante, se non tutte, le soluzioni – duole che non gli si attribuisca il ritrovamento del senno d’Orlando e quindi non si canti, in tutta la magnificentia dovuta, la nobile impresa di portare nel mondo la città estense con i suoi Ariosti, Boldini, Antonioni. Ma questo, e la Storia non smentisce, è obbligo e onore di chi amministra. Che poi voglia anche ottenere il pieno consenso dei cattivi che non la smettono di criticare mi pare sia un sogno difficilmente realizzabile. E qui è d’obbligo la citazione del mio più amato Maestro che, sardo di stirpe ma ferrarese d’elezione, citava con un accento dialettale tanto più strano quanto più inesatto nella pronuncia: ’brisa par critichèr’, non siamo mica nel paese d’utopia!
Che poi la lunga e onorata storia delle associazioni culturali abbia anch’essa defaillances, disguidi del possibile, invidiuzze o la prise de pouvoir, come insegnava un maestro della stazza di Rossellini, questo fa parte del gioco. E potrebbe bastare. Ma occorre collaborazione e questo non mi pare sia proprio negli intenti.
Gentile Sindaco da intellettuale a intellettuale, perché anche Lei c’è cascato proponendosi come aedo seppur in sogno, a occhi chiusi, come recita il non felice titolo di una bellissima mostra onore e vanto della città – così svelando il vero significato della poesia, cioè esprimere verità e bellezza – non è solo reclamando il positivo che si può narrare, ma è anche misurandosi col negativo, come Lei ha espresso in questa cantata, che le cose funzionano nella progettualità.
Si è lamentato in altre occasioni che noi ‘vecchiarel’ canuti e stanchi guardiamo con sufficienza le sue giovani schiere entrate nell’arengo della cultura: falsissimo! Compito di chi – e mi permetto di parlare anche a nome dei miei colleghi ( quelli veri) che hanno svolto il loro lavoro nel pieno rispetto – è proprio trovare il dialogo, sollecitarlo, anche a costo di scontri.

Ultima nota e questa volta personale. Pur avendo svolto la mia attività in una città al cui confronto Ferrara potrebbe apparire la calviniana città ideale, mi pare – anche se non starebbe a me dirlo e pur lo dico visto che in realtà sull’argomento altro non si produce che silenzio – d’avere agito sentendomi ferrarese malgré moi. Quasi una condizione naturale. Non si spiegherebbero altrimenti le mie scelte critiche, prima fra tutte la devozione a Bassani e a colei che ha portato in città l’eredità culturale del grande scrittore: Portia Prebys. Ma al presente (sarà anche quello un sogno?) la risposta decisa, spesso affettuosa, certo inequivocabile che la città mi ha offerto si riassume nel motivetto portato al successo dalle indimenticabili sorelle Bandiera: ‘Fatti più in là’.

Con la stima di sempre,
Gianni Venturi

Leggi l’intervento del sindaco “fra epica cavalleresca e poco epiche cronache” [clic]

ATTUALITA’
Ferrara ai tempi delle ex discariche. Una storia infinita di allarmi, pentiti, rivalità politiche e dubbi mai fugati

di Federica Mammina

Procurato allarme. Questa la denuncia con cui esordisce il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani nella conferenza stampa di venerdì 31 marzo tenutasi nella sala del Consiglio provinciale in Castello Estense. Procurato allarme da parte delle dichiarazioni rilasciate dal pentito di camorra Nunzio Perrella, durante la puntata di ‘Nemo’ del 23 marzo in onda su Rai 2. Intervista rilasciata a poca distanza dall’uscita del libro ‘Oltre gomorra. I rifiuti d’Italia’, scritto da Paolo Coltro, dove sulla base delle dichiarazioni del pentito si ricostruisce la mappa geografica dello sversamento illegale di rifiuti, e dove si rinviene un unico, generico riferimento alla città di Ferrara, senza precisazione di quando, dove e soprattutto a opera di chi sarebbero stati fatti questi sversamenti.

Non usa giri di parole Tagliani e, nei primi venti minuti che suonano più come uno sfogo liberatorio, rivendica quanto fatto in particolare dalla sua amministrazione.
“Sono scandalizzato” afferma visibilmente amareggiato, “mentre posso giustificare la speculazione politica che tira acqua al proprio mulino, anche se non la giudico intelligente, e una presunta ignoranza della Rai su questa cosa, non posso giustificare quella parte della stampa locale che dei fatti di cui stiamo parlando è a conoscenza da molti anni e che a fronte delle dichiarazioni emerse durante la trasmissione non ha dato alcun riscontro di quanto fatto dal Comune, dalla Provincia, da Arpa, dalla Ausl e dalle Procure dal 1987, dalla chiusura di Ca’ Leona, a oggi”.

Attribuisce poi con orgoglio alla sua amministrazione una decisione che ha ottenuto, nel gennaio 2017, la conferma da una sentenza del Tar Emilia Romagna sulla responsabilità della società Solvay in merito alla contaminazione del quadrante est: “non è un caso – aggiunge – che quell’azienda si difende utilizzando le stesse argomentazioni degli Amici della Terra e oggi del pentito” e “l’azione vede quindi da una parte l’amministrazione e i cittadini e dall’altra una serie di affermazioni che tendono di fatto a scaricare su soggetti indefiniti le responsabilità”.

Continua, inarrestabile e accalorato, a ritornare sul tema a lui caro della trasparenza, a rilevare che tutti i risultati delle rilevazioni piezometriche sono stati pubblicati. Sostiene che tutte le risultanze delle analisi siano state consegnate alle autorità per le valutazioni tecniche e tutte le denunce siano state consegnate a chi di dovere per i necessari controlli di carattere giudiziario, a chiarire come siano state battute tutte le strade percorribili. E a dimostrazione della buona fede dell’amministrazione, l’esposto depositato in procura il giorno seguente la messa in onda della trasmissione, non ha a oggetto solo il procurato allarme, ma anche una richiesta alla Procura stessa di valutare eventuali omissioni commesse in questi anni.

C’è, nelle parole del sindaco, un impellente bisogno di ricordare, puntualizzare e difendere il lavoro svolto negli ultimi trent’anni. Si ricordano le diverse attività di bonifica svolte nei quattro siti principali, che riporto brevemente qui di seguito, ma che sono liberamente consultabili sul sito del Comune-Servizio Ambiente-sezione Bonifiche: costante monitoraggio mediante piezometri (gli strumenti che consentono di analizzare lo stato della falda acquifera, ndr) a seguito della bonifica del 2002 per l’area dell’ex discarica Ca’ Leona; bonifica mediante estrazione del percolato (il liquido che si forma a seguito dell’infiltrazione dell’acqua nei rifiuti ndr) attualmente ancora in corso nel quadrante est (circoscrivibile approssimativamente tra via Siepe, via Caretti e via San Contardo d’Este); bonifica con conseguente monitoraggio sia per il quadrante ovest (area delimitata da via Modena a nord, canale Boicelli ad ovest, il Po di Volano a sud, e la linea ferroviaria Fe-Bo ad est) che per il quadrante nord (area di circa 82 ettari compresa a est dalla linea ferroviaria Bo-Fe, a ovest da via Padova, a nord da via Ricostruzione e a sud dallo scolo Casaglia). E sottolinea la cifra spesa dall’amministrazione comunale negli ultimi anni: più di due milioni per la bonifica e il contrasto al fenomeno di degrado ambientale.

La conferenza stampa sul tema ‘Le bonifiche ambientali delle ex discariche nel comune di Ferrara: il punto della situazione’ di fatto non aggiunge nulla, da un punto di vista tecnico, a quanto già pubblicato nello status bonificarum dell’aprile 2016, dove peraltro si rende conto anche dei molti altri siti oggetto di bonifica, più ridotti rispetto a quelli ricordati. È chiaro quindi che non è fare il punto della situazione quanto preme al sindaco, dal momento che i dati sono da tempo a disposizione di tutti, ma piuttosto puntualizzare che alle parole di un anonimo l’amministrazione risponde con i dati e i fatti. Perché, come ribadisce l’assessore Caterina Ferri, “non c’è niente di nuovo nelle dichiarazioni di Nemo (peraltro dichiarazioni simili erano già emerse nel 2012, ndr) e non abbiamo bisogno di un pentito della camorra che ci insegni cosa fare”.

Si sa che le amministrazioni locali sono sotto una lente di ingrandimento, mai come negli ultimi anni grazie a movimenti e liste civiche che si sono infiltrate nel sistema burocratico per creare delle crepe dalle quali consentire a tutti di spiare quanto prima accadeva a porte chiuse. È senza dubbio una grande conquista ed è  importante che sia i cittadini sia l’informazione svolgano una costante attività di controllo. Questa conquista però vale la pena ricordare, si svilisce laddove non si dia la medesima rilevanza alle persone coinvolte, la possibilità di un contraddittorio, e laddove soprattutto le accuse siano vaghe e non suffragate da dati.

Venerdì scorso, in un clima tangibilmente teso tra il sindaco, accompagnato dall’assessore comunale all’Ambiente Caterina Ferri, dal dirigente comunale del Settore Ambiente Alessio Stabellini, e da Paola Magri per Arpae Emilia Romagna, e i giornalisti, si è consumato quello che è solo l’ultimo tassello del complesso mosaico sulla bonifica delle ex discariche di Ferrara, che vede coinvolti molti soggetti, ha alle spalle una storia lunga trent’anni, può vantare molte attività svolte e certamente diversi risultati ottenuti, ma che al tempo stesso ha fatto emergere e continua a far emergere molte criticità, dubbi non fugati ed aspre contrapposizioni.
E di fronte al silenzio dei presenti frontalmente attaccati dal sindaco viene da dire che la battaglia l’abbia vinta lui, ma la guerra è ancora aperta. E probabilmente ancora molto lunga.

“Gli occhiali d’oro” di Bassani in tre quaderni scritti a mano

Tre quaderni grandi come fogli protocollo con una copertina in cartoncino giallognolo e, dentro, la rigatura rettangolare per i conteggi commerciali tutta riempita da una calligrafia fitta fitta che – pagina dopo pagina – costruisce uno dei romanzi più famosi di Giorgio Bassani: “Gli occhiali d’oro”. Eccoli lì, giovedì 9 marzo 2017, quei quaderni compilati a mano sul vetro del tavolone ovale della sala di Giunta, nel Municipio di Ferrara. Con molta disinvoltura li tira fuori da una busta di carta marroncina Portia Prebys, compagna dello scrittore nella seconda lunga parte della sua vita, che racconta di averli trovati da un privato e di averli acquistati per farne dono al Comune. Top secret il prezzo che li avrebbe pagati (“comunque molto meno del loro valore”) e top secret pure l’identità della persona che se li sarebbe trovati tra le mani, salvo il fatto che “no – racconta Portia – non era la stessa persona a cui Giorgio li aveva donati in origine, come faceva sempre con i manoscritti delle sue opere, che dava a chi riteneva avesse svolto un ruolo importante per lui, una volta che ne aveva rielaborato il contenuto in una o più copie scritte a macchina, fino alla stesura finale che consegnava all’editore”. L’obiettivo è di conservare il manoscritto originale e metterlo a disposizione in forma di copia identica per gli studiosi che ne faranno richiesta al Centro studi bassaniani allestito nel palazzo di via Giuoco del pallone 15, nel centro medievale di Ferrara. Lì con altre due donazioni l’insegnante americana ha già fatto confluire libri, carte e arredi che hanno accompagnato lo scrittore fino agli ultimi anni della loro vita insieme, a Roma.

Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani al Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Dà un po’ di batticuore vedere la calligrafia dello scrittore su quelle pagine di comune quaderno, sapere di stare affacciandosi sul punto esatto in cui uno dei suoi romanzi più famosi ha avuto inizio, pensare di potere assistere a tutto il processo che ha dato forma alla storia. Su quelle righe si coglie lo scorrere incalzante dell’inchiostro blu che compone le parole scritte con caratteri piccoli e un po’ spigolosi, modella le frasi cancellate e quelle aggiunte. “Qui si vede la rivincita della scrittura a mano sull’E-book, che invece fa svanire nel nulla tutto il lavoro di elaborazione che sta dietro alla composizione di un’opera”, commenta soddisfatto Gianni Venturi, già docente di letteratura italiana all’Università di Ferrara, che insieme con la Prebys è curatore del Centro studi.

Pagina finale degli “Occhiali d’oro” nel manoscritto donato al Centro studi bassaniani (foto Ufficio stampa del Comune di Ferrara)
Pagina finale degli “Occhiali d’oro” pubblicato all’interno del volume “Le storie ferraresi” (Einaudi, 1960)
Angelo Andreotti, Giovanni Lenzerini e il sindaco Tiziano Tagliani ricevono la Donazione del manoscritto de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani da Portia Prebys
Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Portia Prebys dona il manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Portia spalanca le pagine del terzo e ultimo quaderno, il sindaco Tiziano Tagliani ne apre un altro e il direttore dei musei civici d’arte antica Angelo Andreotti un altro ancora. Li mostrano agli occhi di giornalisti e fotografi, ma non li mollano. “Sarà l’ultima volta che li potrete vedere così da vicino”, ammonisce sorridendo un po’ possessivo Venturi. Perché lo studioso e critico letterario fa notare che, dopo questo momento di presentazione, i quaderni verranno messi sotto chiave, a temperatura e umidità controllate, tra le mura di Casa Minerbi che, per il momento, non è ancora aperta al pubblico. “Ma lo sarà presto”, rassicura il dirigente del Settore comunale delle Attività culturali, Giovanni Lenzerini, che proprio un anno fa aveva voluto aprire il Centro per due giorni ai visitatori, perché tutti potessero vedere il salotto dove Bassani riposava, lo scrittoio su cui lavorava e gli scaffali pieni delle diverse edizioni dei libri suoi e di quelli che amava e che sono stati in qualche modo punti di riferimento della sua scrittura: “In via Giuoco del pallone – continua Lenzerini – è già stata trasferita tutta la biblioteca e il fondo archivistico. Manca la risoluzione di alcuni problemi di ordine tecnico, di impiantistica, e l’attivazione dell’ascensore a garanzia di una completa accessibilità. Ma contiamo di potere aprire in tempi molto rapidi, anche se non altrettanto rapidi di questo dono”.

Donazione del manoscritto originale de “Gli occhiali d’oro” di Giorgio Bassani in Comune a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

La presentazione finisce, ma il piccolo pubblico presente sembra faticare ad allontanarsi, a staccare gli occhi da quei fogli rilegati, come se ognuno volesse carpire qualcosa di più, un piccolo scoop o un dettaglio illuminante. Portia li tiene saldi, ma concede la visione di alcune pagine, quella di apertura con la scritta della marca (Scia) sopra al quaderno, che – racconta – “Giorgio Bassani andava a comprare sempre dalla Cartoleria sociale, il negozio che fino a pochi anni fa era in corso Martiri della libertà e dove lui ha continuato a servirsi anche dopo che ci siamo conosciuti nel 1977 per l’acquisto di fogli e penne ogni volta che venivamo a Ferrara”. È lei che fa notare come in copertina sia riportato un altro titolo (“Una brutta fine”), poi da lui stesso rimpiazzato dal definitivo “Gli occhiali d’oro” scritto a penna sotto alla sua firma. La signora mostra la pagina finale e si coglie il commento del romanziere, consapevole di essere arrivato alla conclusione di questa fatica, che scrive: “Milano, 27 ottobre 1957, ore 11 di sera, after her no” e poi, sotto, “Respirai profondamente”. Anche molti dei presenti sospirano mentre un quaderno dopo l’altro tornano a essere riposti nella busta. Il manoscritto se ne va, ma per restare insieme ai fogli dell’atto notarile che Portia ha firmato rendendo definitiva la donazione dell’opera al Comune di Ferrara, alla città e a tutti quelli che l’amano e l’hanno amata attraverso queste pagine.

Nelle case popolari la vita non si riduce a numeri

Numeri senz’anima. Si è parlato di involucri, dando peso al contenitore e sfiorando appena ciò che realmente conta: l’umanità del contenuto. Si è dato forse per scontato ciò che scontato non è: e il silenzio alimenta la rimozione, sicché la forma rischia di prevalere sulla sostanza. Venerdì c’è stata la conferenza dell’Acer Ferrara dal titolo “Politiche dell’abitare e riqualificazione urbana: l’esperienza di Ferrara”. Durante l’incontro, c’è stata anche la presentazione del libro “Acer Ferrara: 15 anni di interventi per i Comuni dopo la legge Regionale 24/2001”. I volti dei relatori sono illustri nel panorama ferrarese: dal presidente dell’Acer Daniele Palombo, al presidente della Provincia (e sindaco di Ferrara) Tiziano Tagliani, passando per Diego Carrara, direttore generale di Acer Ferrara, Luca Talluri, presidente di Federcasa, Romeo Farinella, professore di urbanistica presso la locale Università, concludendo con Patrizio Bianchi, assessore alle Politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione, professionale, università, ricerca e lavoro della Regione Emilia-Romagna.
Come si desume dal titolo, il tema principale è stato quello dell’edilizia popolare, argomento molto scottante, soprattutto in una città come Ferrara, della quale sto conoscendo man mano che la vivo, le criticità sotto questo aspetto. Gli interventi sono stati specifici, con i consueti tecnicismi e riferimenti a leggi, norme, acronimi, sigle a me sconosciuti. Il tutto incentrato soprattutto su tre fattori: fondi, investimenti e appalti.

Fare un riassunto dettagliato di ciò che è stato detto, per me, che non sono specialista dell’argomento, sarebbe impossibile. Dirò quello che invece più mi ha colpito. Ogni conferenza porta con sé una componente di autoreferenzialità, rendendo il terreno ostico per chi non è esperto della materia e per chi, come me, alla quantità e alla specificità delle informazioni ha sempre preferito la sostanza di ciò che si dice. Vivo da poco a Ferrara, parlare dei suoi problemi mi sembra un atto di presunzione. Ma le problematiche edilizie sono ben visibili, alcune delle quali non affrontate dalla conferenza, stranamente.
L’edilizia popolare porta con sé due problemi fondamentali: l’impatto sociale e la gestione dei fondi. Sulla seconda non mi soffermo, c’è chi più ferrato di me ne parla già ampiamente. Ma sul primo punto mi sarebbe piaciuto poter approfondire con i relatori. Fare domande del tipo “ma il Gad?”, “ma il problema di Barco è solo il riassetto urbanistico, o anche ciò che gli abitanti respirano?”, “il palazzo degli specchi verrà demolito? Cosa sorgerà? Chi gestirà gli occupanti?”, “parlando dello studentato, siamo sicuri che non si possa dire che si tratti di una ‘cattedrale nel deserto’ (il presidente Tagliani ha tenuto più volte a sottolineare che quella struttura non lo sia)?”.

Giustamente una conferenza del genere deve essere un resoconto ai cittadini delle spese, dei lavori, del rispetto dei tempi. Ma io mi chiedo il perché di alcune rimozioni. Perché non ci fosse, tra i presenti, nessuno che vive nelle nuove dimore, perché quando si parla di edilizia popolare si parla di investimenti sul cemento, ma non delle persone; mi chiedo, infine, perché le persone, risultano numeri e statistiche, e la loro dimensione di esseri senzienti pare annullarsi.
Sarà la mia vena troppo polemica, sarà che io nei quartieri popolari c’ho vissuto, ma so che nel “popolare” bisogna andarci con i piedi di piombo. Purtroppo queste mie domande sono rimaste senza risposta, ma la cosa mi ha turbato.

Tornato a casa ho riletto più volte il libro/opuscolo: belle le immagini, dettagli dei finanziamenti, e ancora sigle, leggi, acronimi. L’ho aperto e richiuso almeno sette volte. Piantine, ottime descrizioni edilizie, ma nulla su chi ne usufruirà nel dettaglio, nulla sui criteri di assegnazione degli edifici Erp, nulla sul perché sia stato fatto quel recupero, i criteri di scelta. Mi convinco che sono io a farmi le domande sbagliate, in fin dei conti, questa era una conferenza sullo “stato dell’opera”, è normale che si sia parlato di soldi, metri quadri, leggi e appalti. Io però non posso far a meno di pensare che delle persone ne dovranno avere benefici, e mi chiedo chi saranno, come saranno scelte, quali sono i criteri di discriminazione. Mi risponde sempre Tagliani però su questo: “le assegnazioni vanno fatte in base a tabelle regionali”, risposta soddisfacente, ma di nuovo l’Uomo diventa numero. Credo sia normale, non potrebbe essere altrimenti per semplificare la burocrazia. Ma l’edilizia popolare dovrebbe essere per il popolo, e il popolo, quando viene considerato solo numero, si svuota del suo intrinseco significato di essere vivente.

Altra cosa che mi ha sorpreso e incuriosito è stato un passaggio, sempre di Tagliani: “L’Acer deve essere un nuovo mediatore sociale, dovrà mediare nei conflitti. Anche la costruzione degli alloggi ha cambiato parametri negli anni: ora la resa energetica, i costi di mantenimento, non sono più accessori. Le innovazioni tecnologiche servono e sono un fattore fondamentale per l’abitante, così da non incorrere, negli anni, in morosità che vedrebbero necessaria l’espulsione degli occupanti”. Credo di aver persino sognato il sindaco/presidente che ripeteva questa frase, diventata un mantra per me. Il risparmio energetico divenuto strumento per evitare morosità. Non per salvaguardare l’ambiente, non per limitare i consumi, non per creare efficienza, ma per evitare di essere cacciati da casa. Mi chiedo poi se la scelta della parola “occupante” sia stata voluta, o semplicemente capitata, avendo di lì a poco parlato del “palazzo degli specchi”.

Altra mia curiosità è stata il chiedermi se tra le persone presenti, ci fosse qualcuno che avesse avuto un’esperienza diretta della vita in un quartiere popolare, ne conosca davvero le problematiche, che possono essere riassunte in soli problemi edili? L’antropologia culturale insegna che per capire un qualcosa bisogna sottoporsi alla cosiddetta “osservazione partecipata”, ma con la giusta distanza: non troppo vicini, altrimenti non si “vede”, non troppo lontani, altrimenti non si “sente”.

Io, uscito dalla Camera di commercio, avevo più dubbi che certezze, un articolo su una conferenza dovrebbe farne un riassunto, ma il riassunto di un qualcosa che non si riesce a comprendere è impossibile. Allora cosa fare? Cosa mandare al direttore? Scrivo per un giornale che si occupa di approfondimenti, allora faccio l’unica cosa sensata da profano della materia.
Dopo due giorni e notti insonni, domenica mattina ho preso la decisione: io di questa edilizia popolare voglio vederne i risultati. Ho così deciso di visitare i luoghi citati, partendo dal primo, quello che si è più volte ripetuto “non essere una cattedrale nel deserto”.

1.continua

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Dieci anni senza don Franco: parole, segni e tanti ricordi

Dieci anni che non c’è più. Ma a don Franco non si può pensare con tristezza. Perché era continua gioia, vitalità, curiosità, sapere, incoraggiamento e una grande fede, di quel tipo che – in quel momento, a Ferrara – sembrava unico, irreplicabile, e forse lo era anche; eppure un senso analogo di religiosità torna adesso a rallegrarci nelle parole, nei sorrisi e nei gesti di papa Francesco.

Don Franco Patruno
Don Franco Patruno

Franco Patruno, sacerdote e monsignore, direttore di Casa Cini di Ferrara, ma anche prete di scanzonate escursioni campestri con i ragazzi dell’oratorio, univa una passione ininterrotta per l’arte e il sapere a un’umanità fraterna e amichevole che ti faceva sentire subito a casa, in sintonia, accolto. Come quando si passava a trovarlo nella sede dell’Istituto di cultura, in via Boccacanale Santo Stefano, e lui a un certo punto ti proponeva di passare dallo studio, pieno di libri e quadri, alla piccola cappella dove diceva messa tutti i giorni. La faceva con tutti i crismi, la messa, ma con una naturalezza e fresca intensità, che difficilmente si possono riprodurre. Ascoltava, se gli riferivi i tuoi dispiaceri e arrovellamenti, poi – ricordo – la sua filosofica indicazione, tratta direttamente dalle pagine del vangelo: “Guarda come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”. In quel momento non sempre capivo, ma come avviene per la maggior parte delle cose davvero sagge e profonde, è dopo, a distanza di anni, che rivelano tutta la loro verità.

Non so ripetere, invece, le battute e i giochi di parole che praticamente inventava e intercalava continuamente all’interno di una conversazione: come quando vai a uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni e senti la conoscenza e l’intelligenza così brillanti e scoppiettanti in ogni battuta, connessioni inventate in un lampo che fanno ridere senza quasi fare in tempo ad afferrare appieno tutto; poi, dopo, lasciano nell’impossibilità di fare un resoconto, con lo spettatore sopraffatto dallo scintillio di intelligenza lieve e lieta che illumina gli istanti ma è impossibile da fermare o cristallizzare una volta dissolta.

Ricordo il giorno del battesimo del mio bambino, nel Duemila. Dentro al suo studio, prima di andare nella cappella, lui mette subito a suo agio anche un piccolissimo. Gli porge un elefantino meccanico ricoperto di stoffa che muove la proboscide ed emette una specie di barrito. Il bambino prende il pupazzo, lo gira, e sposta il pulsante che aziona movimento e suono, facendolo interrompere. Don Franco scoppia a ridere e commenta: “Ecco! Con i giovani di oggi non puoi più raccontargli le favole o farli sbalordire con questi prodigi… Nascono che riconducono già tutto alla scienza e alla tecnica”.

Martedì 17 gennaio, nella ricorrenza della sua morte, gli è stata dedicata una messa nella chiesa di San Biagio, in via Aldighieri, proprio la parrocchia dove lui ha svolto il suo primo incarico, fresco di ordinazione, avvenuta nel 1966. Un momento di testimonianza molto sentita e partecipata. Il diacono don Daniele Balboni nella sua omelia ha parlato di un “uomo libero” e pronto, come i profeti, a pagare il prezzo di questa libertà. Il sindaco Tiziano Tagliani ci ha detto la “nostalgia di quel suo fare cultura attraverso l’incontro con le persone, la parola e l’amicizia. Riusciva a trasformare l’interlocutore, a far sentire ciascuno a suo agio e al centro del disegno divino, anche se aveva a che fare con un ateo convinto”. Poi Stefano Bottoni, presidente e direttore artistico di Ferrara Buskers festival, ci ha raccontato: “E’ stato il mio pigmalione. Nel 1967, dopo che gli avevo chiesto consiglio, mi disse di fargli ascoltare una delle mie canzoni. Ho iniziato a suonargli ‘Resurrection City’ e da lì è iniziato tutto”. Un ricordo prezioso, dettagliato e documentato, infine, quello di Francesco Lavezzi, suo collaboratore per tanti anni a Casa Cini, che di lui scrive: “Entusiasticamente consapevole della svolta conciliare, secondo la cui ecclesiologia la chiesa si comprende meno trionfalmente, o poveramente come avrebbero detto Lercaro e Dossetti, come segno e sacramento, don Franco ha voluto rappresentare questa intuizione nel proprio itinerario umano di fede, artistico ed estetico”.

Per ricordare don Franco è infatti cruciale sempre la creatività, che sia arte, musica, cinema, scrittura. Un buon modo, quindi, per celebrarne la memoria e tenerla viva è quello del concorso Biennale Don Patruno per giovani artisti, da poco assegnato a pari merito a due ventenni, che diventerà un’esposizione questo fine settimana a Palazzo Turchi di Bagno. I quadri, i disegni e i collage realizzati proprio da don Franco saranno invece esposti nella personale che il mese prossimo verrà dedicata a lui a Casa dell’Ariosto.

“Biennale giovani don Franco Patruno– Opere recenti di Gianfranco Mazza e Luca Serio” a cura di Maria Paola Forlani, Gianni Cerioli, Ada Patrizia Fiorillo, Massimo Marchetti, patrocinio del Comune di Ferrara e supporto della Fondazione Cassa di risparmio di Cento, nella Sede museale di Ateneo a Palazzo Turchi di Bagno, corso Ercole I d’Este 32, Ferrara. Da venerdì 20 gennaio (inaugurazione ore 17.30) al 5 febbraio 2017, aperta con ingresso libero da lunedì a giovedì ore 10-18 e venerdì 10-17.

“Opere di don Franco Patruno”, Casa dell’Ariosto, via Ariosto 67, Ferrara. Dal 12 febbraio al 12 marzo 2017, aperta con ingresso libero dal martedì alla domenica ore 10-12.30 e 16-18.

Lettera aperta del Sindaco Tagliani al Presidente della Repubblica: che fine fará la CARIFE?

Di Tiziano Tagliani

Lettera aperta del Sindaco di Ferrara e Presidente della Provincia di Ferrara Tiziano Tagliani al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan sulla situazione della Cassa di Risparmio di Ferrara
 

Ill.mo Sig. Presidente della Repubblica Italiana

Spett.le Sig. Ministro dell’Economia e delle Finanze

Da Sindaco di Ferrara e Presidente della nostra Provincia mi sento obbligato a rappresentarVi uno sconcerto profondo dei miei concittadini i quali – pur consapevoli che le radici remote della crisi della Banca locale CARIFE vadano ricercate in operazioni incongrue del passato a partire dalla Direzione Murolo, e che la Magistratura dovrà presto dire se ed in che misura sussistano responsabilità personali degli amministratori per quelle vicende e quelle successive – tuttavia non comprendono, come anche io non comprendo, se il sistema che nel nostro paese presiede alle tutele del risparmio ed oggi anche del lavoro abbia profili non dico di equità, ma addirittura di logicità e coerenza. Ai nostri occhi infatti, la vicenda CARIFE appare paradossale, così come paradossale è che fino ad oggi nessuno, se non i risparmiatori e i lavoratori, risponda per errori macroscopici, omissioni, ritardi che a noi risultano chiaramente imputabili alle istituzioni che hanno gestito questa crisi aziendale.

In primo luogo, la Banca d’Italia ed il Ministero della Economia e delle Finanze, dopo due anni di commissariamento che non ha risanato la banca, hanno autorizzato commissari e Fondazione Carife ad approvare nella assemblea straordinaria dei soci del luglio 2015 un progetto di salvataggio che questi stessi enti hanno poi giudicato inattuabile qualche settimana più tardi. La soluzione negata a CARIFE – ma poi approvata per la Cassa di Risparmio di Cesena e prima ancora per TERCAS – fu accantonata con il decreto “salvabanche”, a valle del quale oggi ci troviamo con l’imminente riduzione di oltre un terzo dei dipendenti CARIFE e, quale magra consolazione, un parziale ristorno ai soli obbligazionisti .

I cittadini ferraresi si chiedono se in Italia sia ancora la politica a governare l’economia, o non avvenga piuttosto il contrario. E si chiedono anche se tra i principi cardine di qualsivoglia soluzione normativa vi sia ancora l’uguaglianza di trattamento tra i cittadini e tra i lavoratori. Sotto i loro occhi vi è l’evidenza che per MPS, per Popolare di Vicenza (istituto che per mesi è stato ipotizzato quale possibile acquirente di CARIFE), CARIGE e Veneto Banca, siano state ideate soluzioni diverse. Conosco la motivazione tecnica di questa disparità di trattamento: CARIFE è in risoluzione, le altre banche no; ma la risoluzione è la conseguenza – e non la causa – di una scelta effettuata a monte e che ha condotto alla presente situazione. Se a ciò si arriva per un errore tecnico di valutazione, una congiuntura sfavorevole nei rapporti con BCE, perché la politica non pone rimedio ad una disparità tanto evidente?

Vi chiedo dunque di fornirmi le parole per rispondere ai miei concittadini, Vi chiedo soprattutto se chi doveva controllare, chi doveva risanare, ma soprattutto chi doveva impostare – per la crisi, ormai evidente, del sistema bancario italiano – soluzioni rispettose di quel principio di eguaglianza sostanziale dei cittadini italiani che è fondamento costituzionale del nostro Stato, abbia operato senza vincoli di responsabilità e quindi, mi sia concesso, irresponsabilmente; stabilendo così, implicitamente, il principio che possano essere adottati pesi e misure diverse a seconda della banca, della provincia o del momento in cui è stato affrontato (nel caso di Ferrara forse sarebbe più appropriato dire “affondato”) il problema.

Signor Presidente, signor Ministro, Vi prego di credere che il tono concitato che pervade questo mio appello non è che il riflesso della preoccupazione dei miei concittadini, quei concittadini di fronte quali mi presento quale rappresentante locale della nostra Repubblica. Sono certo che saprete fornirmi le risposte necessarie a rinsaldare in loro la fiducia nelle Istituzioni e l’orgoglio di essere italiani.

Nel formulare i più sinceri auguri di Buon Anno, Vi porgo i più cordiali saluti,

Il sindaco di Ferrara e presidente della Provincia di Ferrara

Tiziano Tagliani

 

Susanna Camusso a Ferrara:
il nemico non sono i migranti è il mercato

Tentare di dare un nome e una storia ad alcuni dei loro volti, per iniziare a considerare i migranti come persone con una dignità e dei diritti e non più come una categoria o, ancora peggio, un’emergenza che riguarda solo l’ordine pubblico. È questo il senso dell’iniziativa organizzata al Cinema Apollo sabato mattina, in occasione della Giornata internazionale dei Migranti, dal coordinamento di associazioni che ha dato vita a Ferrara che accoglie. Ospite d’onore: il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, intervistata dai ragazzi di Occhio ai Media e dagli studenti delle scuole superiori della provincia di Ferrara.
Il titolo dell’evento era “Oltre i muri dell’emergenza” e proprio da qui è partita Camusso: “fino a oggi abbiamo sempre parlato di immigrazione in termini di emergenza, cominciamo a parlare del tema del futuro. Non si può immaginare un futuro che non si confronti con i flussi migratori”, se non saranno – almeno si spera – le guerre a determinare i movimenti di popolazione, lo farà la demografia. Per il segretario “si può parlare ancora di emergenza solo nella misura in cui bisogna smettere di far morire le persone nel Mediterraneo”, per il resto dobbiamo rispondere a domande che riguardano “il mondo che dobbiamo disegnare” e per farlo serve “il coraggio della responsabilità”. Dobbiamo avere il coraggio di rispondere ad alcune domande: quali sono i principi in cui crediamo e che vogliamo affermare? In quale società desideriamo vivere? E, molto più pragmaticamente, “sono davvero queste persone a mettere in pericolo il nostro posto di lavoro, il nostro tenore di vita? Se non ci fossero i migranti la disoccupazione giovanile in Italia sarebbe allo 0%?”

La risposta di Camusso è un forte no: “il problema è che non si riesce a dare una risposta seria ai tanti disagi che attraversano la popolazione. La rottura però è avvenuta ancora prima: quando si è iniziato a dire che chi aveva più diritti era un privilegiato rispetto a chi è venuto dopo. Ora si sta facendo la stessa operazione con i migranti”. Per il segretario, insomma, alla base c’è l’incapacità di dare risposte serie alla complessità che stiamo vivendo e la soluzione trovata da chi vuole perpetuare questo modello di sviluppo e di crescita solo economica è la contrapposizione fra chi ne rimane escluso: prima erano i figli contro i padri, colpevoli di avere più tutele, ora sono gli italiani contro gli stranieri, colpevoli di sottrarre il poco lavoro che c’è.
Per fermare chi cavalca e fomenta le paure, strumentalizzandole politicamente, bisogna capire perché queste paure ci sono e parlare con chi ha paura per dirgli che “se non si accede alla sanità, ai servizi, se si fa fatica ad arrivare alla fine del mese, se diminuiscono le tutele e i diritti sul lavoro” sentirsi minacciati è comprensibile, ma “forse il tema è che abbiamo sbagliato a immaginare che le politiche sociali potessero essere progressivamente ridotte, che il mercato ci avrebbe fatto vivere tutti meglio e in perenne crescita. Il mercato fa un’altra cosa: arricchisce pochi e impoverisce i più”. Il nemico non sono i migranti, ma chi “ha pensato che si potesse continuare a ragionare in termini di riduzione dei costi, invece che giocare la sfida della qualità del lavoro”. “Non si può immaginare che se qualcun altro sta peggio di me, le mie condizioni di vita migliorino”, come “non si può introdurre una gerarchia dei bisogni sulle persone”. La soluzione, secondo Susanna Camusso, è “stare nelle scuole e nei luoghi di lavoro insieme, vivere lo stesso spazio e lo stesso tempo” sotto parole che si chiamano dignità , libertà, pace e lavoro, perché futuro e migliori condizioni di vita si conquistano e si sono sempre conquistati lottando con gli altri non contro gli altri.

Alcuni, neanche troppo tempo fa, l’avrebbero chiamata una rivendicazione di una nuova coscienza di classe da parte degli sfruttati, anche se in modi diversi, di coloro che sono lasciati indietro dalla ‘fiumana del progresso’. Quando però lo abbiamo chiesto al segretario, a lei l’espressione non è piaciuta, ha preferito chiamarla: “una nuova coscienza di giustizia, una coscienza che le diseguaglianze contrappongono gli ultimi con i penultimi, determinando sempre nuovi ultimi, mentre ricostruire uguaglianza permette di immaginare un percorso di crescita, libertà, benessere”.
E sulle priorità del nuovo governo Gentiloni riguardo a lavoro e immigrazione, Susanna Camusso afferma: “bisognerebbe cambiare le politiche fatte finora, politiche di sottrazione di diritti e di assenza di investimenti. Ciò di cui abbiamo bisogno è che si crei lavoro e si indichi quali sono le direzioni nelle quali si crea, non delegando solo al sistema delle imprese quali caratteristiche ha lo sviluppo. Bisogna affrontare il tema dell’interdizione di questo porcesso di impoverimento dei salari e dei diritti. La prima condizione è smettere di creare precarietà e porsi l’obiettivo di creare buon lavoro e lavoro di qualità”.

Foto di Patrizio Campi e Valerio Pazzi [clicca sulle immagini per ingrandirle]

Durante la mattinata sul palco, oltre al segretario generale Camusso, si sono avvicendati altri ospiti. Un commosso sindaco Tiziano Tagliani ha ricordato la notte tra il 24 e il 25 ottobre e le barricate a Gorino, “erano un po’ di anni che non piangevo”: “è una serata che non dimenticherò facilmente”. “Erano le 10 di sera, stavo guardando la televisione e mi hanno chiamato per dirmi che le dodici ragazze erano alla stazione dei Carabinieri di Comacchio perché nessuno le voleva. Mi è salita una rabbia tale che ho chiesto a mia moglie di accompagnarmi, perché non sapevo cosa avrei detto. Quando sono arrivato ho trovato in una stanza dodici persone mute e rassegnate”. Secondo Tagliani quello che abbiamo di fronte “è un problema di cultura: qualcuno continua a sentirsi fuori, a vedere le cose come se fossero lontane, in tv”. “Abbiamo vissuto l’immigrazione come un’emergenza, ma non è più così: è un processo internazionale: occorre ripensarla da tutti i punti di vista”. Infine il sindaco di Ferrara e presidente della Provincia ha ribadito la sua posizione sulla nuova intesa fra Anci e Stato e in particolare sull’incentivo economico per l’accoglienza: “non bisogna dare più soldi ai Comuni che accolgono, perché il rischio è che dicano che facciamo accoglienza solo per i soldi, bisogna togliere risorse a chi non lo fa” perché questo rifiuto, “per di più fatto con la fascia tricolore addosso”, “non è una forma di disobbedienza civile”.
Poi ci sono state le testimonianze della fotoreporter Annalisa Vandelli e di Grazia Naletto, presidente dell’associazione Lunaria. La prima ha raccontato i campi profughi di Giordania e Libano, persone di ogni età con i segni della guerra sul corpo e negli occhi che vorrebbero solo “tornare alla loro vita normale”, mentre la seconda ha evidenziato i problemi della mancanza, in Italia e in Europa, di “un sistema d’accoglienza ordinario predisposto per far fronte alla domanda di chi arriva”. E poi Andrea Morniroli, operatore sociale, che ha paragonato le migrazioni ai movimenti tellurici che scuotono il territorio e creano faglie: “una parte della politica cavalca la paura, mentre un’altra parte non ha il coraggio di affrontare questa complessità. Il compito di amministratori, operatori sociali, sindacalisti è stare in quelle faglie e costruire ponti per attraversarle, costruire mediazioni per superare le differenze e trovare i punti comuni”.
L’avvocato della Cgil Andrea Ronchi ha risposto alle domande su caporalato, migrazione e illegalità, “lavoro povero”. Se un lavoratore straniero è costretto ad accettare la tratta, il caporalato e un salario del 25% inferiore rispetto a un collega italiano, a parità di lavoro, perché altrimenti non riuscirà a presentare la documentazione per rinnovare il permesso di soggiorno, prima o poi questa competizione al ribasso si rifletterà sulle condizioni e sui diritti di tutti i lavoratori. In effetti sta già accadendo, da diverso tempo. Ma il nemico non sono i migranti, al contrario: difendere condizioni di lavoro dignitose e diritti per tutti, italiani e stranieri, non è una questione altruistica, ma la base per costruire una società basata sul valore del lavoro e dei lavoratori, non del consumo e del profitto.
E poi Zafer, un ragazzo rifugiato afghano, arrivato in Italia a solo a sedici anni, ha raccontato la propria storia: dal Pakistan dove era scappato con la madre e i fratelli, è passato in Iran, poi in Turchia e in Grecia, da qui “trenta ore aggrappato sotto un camion senza bere, mangiare e dormire, al freddo e al buio, con la puzza di gasolio e la paura di cadere e venire schiacciato dalle ruote” per arrivare in Italia. La polizia l’ha trovato ad Altedo e ha iniziato il difficile percorso di integrazione: la scuola per imparare l’italiano e poter lavorare e i mille lavoretti saltuari, in nero si intende. Poi ha trovato lavoro in un supermercato a Imola, ma quando sembrava che le cose avessero iniziato a ingranare è arrivata la notizia che sua madre si era ammalata gravemente: l’aveva lasciata in Pakistan con i fratelli, perché non c’era abbastanza da mangiare per tutti e lui è il fratello più grande. Il suo datore di lavoro gli ha concesso tre settimane per andare a trovarla: “quando sono tornato, il cuore colmo di angoscia per mia madre, il mio posto non c’era più, l’avevano dato a qualcun altro”. “Ora sono senza lavoro, ma spero un giorno di poter realizzare il mio sogno e tornare in Pakistan con la mia famiglia”.

“La vita sotto un treno”, il sindaco Tagliani ringrazia Massimo Gramellini

da: ufficio Portavoce del Sindaco di Ferrara

 

“Caro Gramellini La ringrazio per il suo “buongiorno” pubblicato oggi su la Stampa.

Ferrara è una città civile che deve fare i conti con una insensibilità crescente che preoccupa ed inorridisce.

Nessuno degli odierni problemi di convivenza che l’emergenza immigrazione di questi anni porta in Europa può causare o legittimare tanta ignoranza, tanta superficialità, tanta cattiveria.

Come Sindaco temo che il “seme venefico” possa infettare il lievito di piacevolezza,di cortesia, di benevolenza della nostra generosa città.

Mi auguro che il suo intervento possa motivare tutti quei cittadini – oggi silenziosi- ad intervenire, con coraggio, contro l’indifferenza e la disumanità.

Ferrara non può e non deve perdere i propri valori comunitari, qui dove è sempre stata viva la cultura della solidarietà e dell’accoglienza, realizzata con azioni concrete anche attraverso l’incontro tra uomini e donne di culture diverse.”

Tiziano Tagliani

 

Presente precario: lo zapping del sindaco fra passato e futuro

Il mondo cambia, Ferrara anche. Lo si voglia o no, la città deve uscire dalle propria mura e trovare un nuovo equilibrio tra Bologna, Comacchio e il centro est emiliano. Tre punti cardinali di una dimensione geofisica, oltre che economica, imposta dall’abolizione delle Province e calata in una realtà ancora profondamente legata ai campanili. Restare ancorati ai propri confini è una questione culturale, d’abitudine e di organizzazione sociale, ma il modello va superato. Lo pretende il futuro, così come richiede il rafforzarsi di un’identità dei Comuni della provincia, da sud a nord, per favorire lo sviluppo e frenare il rischio di finire in coda a realtà più incisive e dinamiche, che potrebbero metterci alla corda ancora di più di quanto già non siamo. La missione è complicata, ma non si può fare diversamente.

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Il sindaco di Ferrara Tiaziano Tagliani

Lo ha spiegato a più riprese il sindaco Tiziano Tagliani nel corso del colloquio con responsabili e giornalisti dei media cittadini (Cristiano Bendin Il Resto del Carlino, Stefano Scansani La nuova Ferrara, Marco Zavagli Estense.com, Stefano Ravaioli Telestense, Monica Forti Ferraraitalia.it) organizzato da “Think Tank – Pluralismo e dissenso”. Oggi Ferrara gioca la sua partita facendo della stabilità di governo un valore indispensabile per superare lontananze e divisioni storiche, ancor più accentuate nei paesi della provincia estense, e Bologna realtà metropolitana a cui siamo legati soprattutto per la mobilità. Sono realtà lontane per cultura, ma nell’assetto politico nel quale ci stiamo addentrando, devono stare insieme e i sindaci di Comacchio e Cento, partecipare al disegno istituzionale per il bene di tutti. “E’ difficile pensare che Goro avverta un legame con la città metropolitana e lo è altrettanto credere che un sindaco metropolitano faccia gli interessi di Ferrara – ha detto – In questo quadro bisogna capire con cosa si vuole riempire l’area vasta, Merola chiederà di rafforzare la relazione con il centro-Emilia, ma se non c’è un disegno equilibrato si finirà con il sciogliere la regione”. La sfida è servita.

Due ore tra domande e risposte dalle quali sono emerse la speranza di un lieto fine della disastrosa vicenda della Cassa di Risparmio. “La cattiva gestione dell’istituto ha fallito, i contraccolpi si sono sentiti anche in altre città, Genova, Asti – ha spiegato – C’è stato un momento in cui sembrava esserci un acquirente e avevo chiesto una pluralità d’offerta, ma è tutto. Nessuna pressione, ognuno deve fare il proprio mestiere. La politica è rimasta fuori dalla Cassa da almeno 16 anni e l’attuale situazione è identica a quella di un’asta immobiliare”. Sul fronte della chimica ha sottolineato le difficoltà di realizzare un polo “verde”, l’intenzione è quella di proseguire nelle operazioni di bonifica, ma resta il problema di trovare chi investa in un settore fermo in tutt’Italia. Quanto alla possibilità di nuovi insediamenti imprenditoriali, Tagliani è stato chiaro, un sindaco può sollecitare le occasioni, snellire il più possibile la burocrazia per invogliare gli imprenditori a mettere radici nel Ferrarese, ma la decisione finale spetta sempre a chi tiene i cordoni della borsa. Qualche volta va male e qualche altra meglio come nel caso di Manifatture Berluti, scarpe artigianali di alta qualità a, che ha fatto base a Gaibanella e pensa di allargarsi in un prossimo futuro. Non è certo fabbrica dai grandi numeri, ma rientra nell’ambito di un mercato di nicchia prestigioso capace, grazie ai prodotti di lusso, di reggere le contrazioni del mercato.

Nello zapping tra passato e futuro il sindaco, ha ricordato il tramonto delle imprese di costruzioni incapaci di competere con il mercato, ma ha salvato la “buona eredità”: “Abbiamo una città della cultura che continua ad andare avanti, perché l’idea era ed è buona”, ha precisato. C’è l’intenzione di affiancare al Palazzo dei Diamanti, immagine di punta del turismo culturale, un ristrutturato Palazzo Massari da trasformare in un tempio dei “saperi” ad uso cittadino. E proprio dove la cultura s’intreccia con il turismo, sotto il cappello del riconoscimento Unesco e nell’attesa dell’approvazione del progetto Mab (Man and biosphere) del Delta, da cui a giugno dovrebbe nascere una riserva naturale, il destino di Ferrara appare legato a doppio filo con quello di Comacchio, che solo lo scorso anno, a riforma delle Province avvenuta, ha votato il referendum per passare sotto quella di Ravenna. Ma i matrimoni, si sa, alle volte sono d’interesse, superano i dissapori e sfociano in alleanze tra business e politica. Soprattutto a fronte di certi sintomi. Un esempio? La politica delle grandi mostre si scontra con budget assottigliati e rischia di andare compromessa dall’intraprendenza di altre città, che mettono in scena più di un’esposizione di richiamo a pochi chilometri da Ferrara, “rubandole” turisti, visitatori e incassi. Il valore estetico di Ferrara non si mette in discussione, ma bisogna renderla particolare, unica e vendibile.

“Allargare il centro storico riqualificandolo è una cosa di interesse collettivo – ha precisato – vorrei poter convincere i commercianti che più è grande più la città ci guadagna. Dobbiamo spingere per la sua bellezza”. Sgomberare il “listone” dalle bancarelle, polemiche o no, sembra far parte del nuovo look e di un più largo progetto nel quale storia, architettura e natura si devono mescolare e offrirsi quale sostegno all’economia ferrarese, che per ora non può contare su un vasto numero di aziende ispirate alla sostenibilità e alle energie rinnovabili come il sindaco spera al punto da spendersi perché gli spin off universitari diventino vere e proprie realtà imprenditoriali. Nel frattempo bisogna essere tanto bravi da affascinare i turisti, da essere speciali. E’ la chance più immediata. “Inutile chiedere una fermata di Italo o Frecciarossa  – ha insistito Tagliani – Prima vanno create le condizioni perché ciò avvenga”.

La vocazione culturale ha allora bisogno di un turismo tinto di naturalismo che fa del Po e del suo Delta un tesoro a cui restituire il giusto posto nel mondo e dell’idrovia, la via d’acqua degli appassionati del grande fiume la cui porta d’ingresso è la città capoluogo, l’ottava stazione del Parco. Stazione ancora lontana dall’essere istituita, specifica Tagliani, perché il Parco del Delta del Po è in sofferenza. “Ci sono delle difficoltà normative di cui sta facendo le spese, è necessaria una nuova legge regionale e bisogna lavorare bene sul Delta, che fa parte della nostra cultura e va rispettato come bene comune quale è. Il Mab Unesco, che ci trasforma in riserva, è una straordinaria occasione per tutti”, ha detto. “Il parco è un valore aggiunto, è ovvio che ci sono delle difficoltà di gestirlo dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Abbiamo a che fare con una forte antropizzazione, a cominciare da quella dei lidi, a cui siamo abituati a pensare in termini di seconda casa. Certo negli anni ’60 l’intera partita poteva essere governata meglio. Resta il fatto che l’habitat comacchiese è una grande occasione per l’economia turistica, alcuni imprenditori l’hanno capito. Penso inoltre al cuore del lido di Volano, ha rapporti con la pineta, con le valli e si presta a una qualità edilizia nuova e diversa”. E’ evidente che l’ormai trentennale progetto di creare una struttura-villaggio nei terreni della Provincia, a ridosso della spiaggia, non è ancora tramontato.

Nel frattempo il Parco arranca, appare in disarmo, anche dal punto di vista della dirigenza tecnica, il direttore Lucilla Previati, ma non è l’unica, ha lasciato l’ente. “Per ovviare abbiamo stretto un accordo con l’Università di Ferrara, a occuparsi temporaneamente dell’aspetto ambientale, sarà Giuseppe Castaldelli del Dipartimento di biologia ed evoluzione”, ha precisato.
Parco in stand by e idrovia inceppata a nord a causa del ponte sulla ferrovia da rialzare per permettere il passaggio delle imbarcazioni di quinta classe: l’imbuto più criticato della grande opera alla cui realizzazione ha contribuito l’Europa. Ferrara città non vive l’idrovia con particolare attesa, piuttosto guarda al Sebastian, la nave-pizzeria incagliata nella darsena. “Abbiamo dei problemi tecnici, andranno risolti con il tempo come è accaduto in altre città d’Europa. E’ tutto difficile, mettere d’accordo tante amministrazioni, spostare il pub, però andiamo avanti. Intanto cerchiamo di chiudere quanto prima il cantiere ferroviario di via Bologna”.
I cantieri dell’idrovia, quelli verso il mare, sostiene, saranno ultimati entro il 2015, mentre a nord si lavora al progetto di qualificazione del canale Boicelli. Il quadro è in divenire: “In questa situazione gli imprenditori sono a rimorchio dello stato dell’arte, ma intanto è bene sfruttare quanto già c’è a favore del turismo fluviale – prosegue – Per ora passeranno le bettoline di classe inferiore alla Va. Non c’è ragione di rinunciare al progetto, si farà un passo alla volta”.

Dalla lunga conversazione non potevano mancare la vicenda del Sant’Anna di Cona e la recente sentenza emessa dal Tribunale ferrarese: “Sono in politica da 25 anni, personalmente non votai la delibera con cui se ne approvò la nascita. Sono diventato sindaco nel 2009, quando il Sant’Anna di Ferrara era già chiuso – ha ricordato – Mi assumo invece la responsabilità politica di averlo fatto aprire e aggiungo che ha retto il terremoto. Quanto alla sentenza, prendo atto del lavoro della magistratura dal quale non risultano tangenti incassate”. Insieme al lascito Sant’Anna, ha precisato, c’è anche quello del debito di 170 milioni di euro trovato al suo arrivo e che entro il 2019, alla scadenza del secondo mandato, vuole dimezzare. “Vogliamo restituire ai cittadini 90 milioni di euro per dare ossigeno alla città e agli amministratori che verranno dopo di me”, ha spiegato. Un’intenzione legata ad un modo diverso di governare senza il quale si rischia di pagare pegno: “Ci sono città ancora governate con il vecchio sistema, i buchi finanziari diventano inevitabili e quei buchi, vengono pagati anche con i soldi dei ferraresi”.

Quella al sindaco Tiziano Tagliani è l’ultima delle tre interviste con i sindaci degli ultimi 31 anni, organizzate dal Think tank ferrarese “Pluralismo e dissenso”, presentate e moderate dallo storico esponente dei Radicali cittadini Mario Zamorani.

Leggi l’articolo di presentazione dell’iniziativa [vedi].

vescovo Negri

Diritti della persona e diritti umani: a proposito dell’esortazione del vescovo Negri

di Piero Stefani

In vista delle prossime elezioni l’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Luigi Negri ha rivolto ai «carissimi figli e figlie» della sua diocesi un messaggio. Monsignor Negri, in quanto vescovo, afferma che sua missione inderogabile è comunicare il Vangelo. Parte integrante di questo annuncio è trasmettere una precisa concezione dell’uomo espressa nei principi fondamentali dalla dottrina sociale della Chiesa, da essa sempre proclamati e testimoniati. Questa visione è contenuta in «principi non negoziabili» che sono «inscritti nella coscienza di ciascuno». Il primo da cui tutti gli altri discendono è «la dignità della persona umana, costituita a immagine e somiglianza di Dio». Segue il consueto elenco esteso dalla sacralità della vita umana dal concepimento alla morte naturale, alla famiglia naturale fondata sul matrimonio e ai diritti e alle libertà fondamentali della persona e così via.

Che la Chiesa abbia sempre proclamato e testimoniato i diritti e le libertà fondamentali della persona è un palese falso storico su cui non vale la pena soffermarsi. Più interessante è chiedersi chi sono coloro a cui Negri si rivolge con l’appellativo di «figli e figlie»: sono solo i credenti praticanti? Se fosse così sarebbe coerente richiamarsi ai diritti della persona creata a immagine e somiglianza di Dio; se invece quella qualifica si estende a ogni residente nella sua diocesi bisognerebbe far riferimento ai diritti umani che hanno un’altra base fondativa (qualunque essa sia) e non già a quelli della persona (per questa capitale differenza vedi D. Menozzi, Chiesa e diritti umani, il Mulino, Bologna 2012).

L’uso dell’ormai anacronistica espressione di «principio (o valori) non negoziabili» (da cui ha preso apertamente le distanze papa Francesco) lascia presupporre che monsignor Negri compia un’indebita sovrapposizione tra i diritti umani e quelli della persona. È evidente che anche il cattolico impegnato in politica crede che la persona umana sia stata creata a immagine e somiglianza di Dio; ma ciò non intacca il fatto che questo suo convincimento non vada direttamente assunto come un argomento a sostegno di decisioni pubbliche che riguardano pure individui o gruppi che non condividono la sua fede ma vivono, al pari di lui, in una società pluralista. In un contesto pubblico le argomentazioni devono essere di altra natura e vanno articolate, pur all’interno di una varietà di opzioni, facendo appello a un linguaggio condiviso (per esempio i principi della Costituzione italiana, testo che non nomina mai Dio).

Nessuno dei futuri candidati sindaco, a cominciare da Tagliani, interpellati dalla Nuova Ferrara a proposito del messaggio vescovile ha messo in rilievo questa capitale differenza. Per questo motivo ho ritenuto opportuno sottolineare la non sovrapponibilità pubblica tra diritti umani e quelli della persona.

Nella città della conoscenza per i giovani responsabilità concrete oltre i muri della scuola

di Lucia Marchetti

E’ stato un incontro vero tra due interlocutori che esprimevano valutazioni divergenti sulle politiche educative che hanno caratterizzato l’agire recente dell’amministrazione comunale. Su una sponda il sindaco Tiziano Tagliani sull’altra il professor Giovanni Fioravanti. L’incontro che si è tenuto venerdì alla sala dell’Arengo è stato interessante e utile per vari motivi. La premessa era un intervento di Fioravanti sulle pagine di Ferraraitalia che aveva segnalato l’inadeguatezza di quanto fatto: “La città di Ferrara da anni ha rinunciato ad avere un assessorato all’istruzione, quasi che su questo terreno non ci fossero più politiche da realizzare, ma solo servizi da fornire”, invitando a prendere esempio da altre città d’Europa che hanno messo l’idea della conoscenza diffusa al centro delle loro politiche per migliorare la qualità della vita di tutti.

Tagliani ha replicato con calore enunciando i presupposti (centralità dell’investimento educativo, raccordo fra mondo della scuola e mondo della cultura) ed elencando le numerose e diverse iniziative che il Comune ha realizzato (laboratori di educazione all’arte, urbanistica partecipata, educazione civica, sicurezza urbana, educazione ambientale, sperimentazione teatrale) sostenendo che non erano state certamente inferiori a quelle delle precedenti amministrazioni, pur essendo peggiorate le condizioni al contorno. Sembravano due posizioni abbastanza distanti, ma soprattutto sembravano scorrere su binari divergenti, l’uno a difendere la concretezza e la fatica della gestione del quotidiano, l’altro a lanciare lo sguardo oltre l’ambito territoriale, a guardare l’Europa e le nuove sfide educative che pone un mondo sempre più complesso.

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Un appassionato confronto, organizzato da ferraraitalia, su educazione, istruzione, apprendimento e formazione nella prospettiva della learning city. Hanno animato il dibattito il sindaco Tagliani, il prof. Fioravanti e un nutrito gruppo di insegnanti e operatori culturali

Il pubblico, composto in gran parte da operatori scolastici, ha stemperato i toni e gli interventi hanno riconosciuto la ricchezza delle iniziative che sono state messe in campo, molte delle quali si apprendevano in quel momento. Si suggeriva quindi di farle venire alla luce, di ricollocarle in un quadro che esprimesse l’intenzionalità formativa dell’Amministrazione, che insomma rendesse esplicito l’indirizzo culturale che stava alla base delle scelte e le orientava.

L’incontro si è rivelato interessante anche per l’approfondimento che ha favorito sui temi dell’istruzione e della conoscenza, nella prospettiva di una dimensione più ampia di fronte alla quale dobbiamo confrontarci: quella di una cittadinanza europea. E’ forse questa una chiave che potrebbe aiutarci a sviluppare le nuove politiche municipali nel campo della formazione. Tali politiche potrebbero avere due campi di riferimento: le scuole da un lato e la comunità dall’altro.
Le scuole si trovano in una condizione abbastanza difficile per realizzare gli obiettivi europei, causa politiche nazionali dissennate che hanno penalizzato i curricoli e moltiplicato gli inciampi, per cui il riferimento a una municipalità accogliente e interattiva potrebbe aiutare a far entrare i giovani nelle maglie complesse della società, per esercitare direttamente le proprie competenze di cittadinanza.

apprendimentoFioravanti dice che la città deve far sentire l’amore per le proprie scuole e io penso che sarebbe una buona cosa, nello stesso tempo penso sia necessario costruire esperienze in cui i giovani siano messi in grado di ‘prendere in mano’ la città, assumerne la responsabilità. E’ questa la cittadinanza attiva, non può essere agita se si rimane legati ai banchi di scuola.

Il secondo campo di azione delle politiche municipali è la comunità cittadina. Anche qui gli interventi hanno sottolineato la necessità di operare connessioni e di far emergere quanto si fa per migliorare la conoscenza dei meccanismi di funzionamento della città, per diffondere l’informazione in modo più capillare, per creare forme di aggregazione, per dare più potere di scelta a ciascun cittadino. Diventa quindi sempre più importante la conoscenza diffusa per esercitare una cittadinanza autentica, per poter scegliere e in sintesi per poter agire in una prospettiva di libertà per tutti.

Ferrara, secondo Fioravanti potrebbe diventare un luogo di riflessione e di raccordo delle buone pratiche su questi temi, o con un festival del tipo di quelli che si fanno in diverse città d’Italia, o con incontri cittadini: insomma tutto da inventare.
Il sindaco ha accolto con favore tutti i suggerimenti e si è detto disponibile a progettare assieme a coloro che saranno disponibili.

In conclusione può essere utile riflettere sulle parole di Martha C. Nussbaum, che ci ricorda come la democrazia non sia una realtà compiuta ma un processo in continuo divenire che va curato e sostenuto: “Dove va oggi l’istruzione? Non si tratta di una domanda da poco. Una democrazia si regge o cade grazie al suo popolo e al suo atteggiamento mentale e l’istruzione è ciò che crea quell’atteggiamento mentale… Come Socrate sapeva molti secoli fa, la democrazia è un cavallo nobile ma indolente. Per tenerla sveglia occorre un pensiero vigile. Ciò significa che i cittadini devono coltivare la capacità per la quale Socrate diede la vita: quella di criticare la tradizione e l’autorità, di continuare ad analizzare se stessi e gli altri, di non accettare discorsi o proposte senza averli sottoposti al vaglio del proprio ragionamento”.

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L’istruzione come investimento: dibattito con il sindaco su scuola, società e politiche educative

Si ragionerà di educazione e di istruzione, di apprendimento e formazione permanente, di scuola e di società basata sulla conoscenza nella prospettiva della ‘learning city’. Tutto questo venerdì 9 maggio alle 17,30 nella sala dell’Arengo, in municipio nel dibattito promosso da ferraraitalia. A confrontarsi saranno il sindaco Tiziano Tagliani e il professor Giovanni Fioravanti, opinionista del nostro quotidiano online – già artefici di un ‘botta e risposta’ proprio sul nostro giornale. [leggi qui l’intervento di Fioravanti, leggi qui la replica del sindaco] che avranno così l’opportunità di approfondire in pubblico il dialogo.
I temi in discussione sono tanti e stimolanti e anche i presenti potranno contribuire con i loro interventi. Il dibattito verterà su strategie e politiche educative e sui servizi scolastici, ma anche sull’istruzione come fondamentale investimento per l’intera collettività.

La presentazione del ‘candidato’ Tagliani: una lettura di sinistra e un orizzonte ampio

Ha avuto più di un dubbio se scrivere qualcosa sulla presentazione della sua candidatura a sindaco della nostra città.
Una gremitissima sala San Francesco in via Savonarola, entri e senti musica country con due chitarre, molte facce nuove e moltissime mai viste, il deputato in ottava fila e col maglione, quelli della prima Repubblica e fine ’900 sparsi ovunque, ci sembra una scenografia fuori dagli schemi e questo rasserena e forse è l’effetto di un diverso passo.
Sciolto il dubbio, non solo per quel sentire, in tarda sera, la bellissima canzone, un capolavoro, di Roberto Vecchioni, ma anche per smentire, almeno in parte, quello che spesso si sente dire, cioè della freddezza di chi scrive sulla stampa della politica.
Cosa dire se non brevi e sentiti accenni e pochi passaggi di un linguaggio forbito di semplicità.
Un linguaggio gentile, una carrellata non stancante, alcuni passi significativi, toni lievi ma anche fermi, qualche cortese battuta, non c’erano avversari da individuare, se non quel cittadino bisognoso che chiedeva alla politica di fare la politica.
Un cattolico che non ha mai fatto un minimo accenno, una lettura di sinistra politica che da troppo non si sentiva in giro, un Renzi ante litteram, un continuiamo a cambiare, un chiamare squadra, collaboratori, rapporti con le persone solo con il nome, ricordandoli tutti, un dire che sarà l’ultima volta e poi si chiude, non ci pare poco, e con i tempi che ci coinvolgono anche nella rabbia, e molto altro di più, è cosa da non tacere.
Quando poi, in almeno quattro circostanze, è uscito, scavalcando le mura estensi, dalla città con una nuova prospettiva e visione la sala è scoppiata nell’applauso, quasi una liberazione da una antica condizione di chiusura, non più sopportabile. Per noi del giornale una soddisfazione; non perché sottolineato in molti articoli ma perché ci sembra la strada da percorrere.
Cultura, turismo, welfare del bisogno e i giovani…e ancora i giovani con il piglio dell’insistenza, ci pare la sostanza di chi si propone di ripetere il secondo mandato.
In questi giorni ha letto i due libri scritti dal Vincenzo D’Alessandro, che ci ha lasciato nel silenzio, e, sono certo, che avrebbe applaudito con un bravo tutto abruzzese.
Volutamente omettiamo il cognome, ma, possiamo dire in libertà… Tiziano vai avanti così e potresti, anche, essere l’ultimo moicano. Penso sia un dovuto apprezzamento.

[Per vedere il video integrale della presentazione cillccare il tasto ‘play’ posto sull’immagine del candidato Tiziano Tagliani]

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Tagliani: le mie larghe intese? “Una ricchezza, non un problema”

Tempo di elezioni. Il 25 maggio anche a Ferrara si vota per il rinnovo del Consiglio comunale. Ferraraitalia presenta una serie di interviste con i candidati, iniziando dall’attuale primo cittadino.

Sindaco Tagliani, lei si prepara al secondo mandato come candidato di una coalizione ampia ed eterogenea dentro la quale, assieme al Pd che è il suo partito, stanno Sinistra ecologia e libertà, pur con qualche mal di pancia, ed esponenti politici, ora riuniti nel neonato raggruppamento ‘Ferrara concreta’, che in questa legislatura sono stati suoi oppositori dai banchi del centrodestra. Non la preoccupa questa babele?
Assolutamente no, perché l’intesa è stata preceduta da molti incontri e si è concretizzata nella sottoscrizione di un programma, fatto non di slogan ma di 30 pagine ben dettagliate che non si prestano ad ambiguità. Evidentemente c’è stato il riconoscimento della positiva azione di governo svolta e la volontà di unirsi di fronte a scelte concrete da portare avanti. E’ una dote rara in questa città, più incline a spaccarsi che a fare squadra. Certo, potranno manifestarsi sensibilità differenti, ma questo ritengo rappresenti una ricchezza e non un pericolo.

La vecchia politica però ci ha abituato ad adesioni formali corroborate da richieste sostanziali, che di norma si traducono in poltrone. Come funziona invece nella nuova politica che lei dice di voler rappresentare?
Intanto di poltrone ormai non ne sono rimaste quasi più. Comunque la nuova politica si esprime in termini di efficacia. E poi i patti sono pubblici e del loro rispetto si dovrà rispondere dinanzi alla città.

La Dc, dalle cui fila lei proviene, era maestra nell’arte del tenere insieme.
Provengo da quel mondo ma in realtà non ho mai avuto la tessera della Democrazia cristiana.

In ogni caso è stato il primo sindaco di Ferrara, nel corso degli ultimi sessantanni, a non essere figlio del Pci o dei suoi diretti eredi…
Certo, ho rappresentato una novità, ma in assoluta coerenza con il percorso del Partito democratico. A Bologna e Parma è capitato ben altro e io non mi rammarico di non avere avuto per sindaco un Guazzaloca o un Pizzarotti! Viceversa a Reggio Emilia con Delrio e a Firenze con Renzi si sono determinate situazioni simili alla nostra e mi pare che nessuno abbia sollevato la questione.

Come dire: l’esigenza di cambiamento anziché sortire un ribaltone vero e proprio si è sublimata in una giravolta soft. Ad accompagnarla però c’è stato anche un conforme ricambio della classe dirigente: abbiamo avuto, per esempio, l’uomo della formazione professionale, il cattolico Mario Canella, a presiedere Ferrara arte, una nomina che ha fatto storcere il naso a molti.
Il discorso non va circoscritto a Canella, ma va esteso a una logica di rappresentanza partitica oggi superata. I tempi sono cambiati. C’era un sistema che accompagnava il percorso dei politici, e che in qualche modo garantiva loro un’occupazione costante. Valeva per tutti. Ma l’epoca dei professionisti della politica è finita, con tutto ciò di positivo e di negativo che questo significa. Di negativo c’è il fatto che la precarietà non è incentivante in alcun settore, così anche in politica si assiste a un livellamento medio verso il basso di chi decide di impegnarsi.

Parlava prima di poltrone in estinzione. La furia iconoclasta di Renzi comincia a fare effetto: a livello di organi territoriali via le Province e ora si parla anche di eliminazione delle Camere di commercio. Lei come la vede?
Cancellare le Province tout court crea più problemi di quanti ne risolva. O le Regioni si spalmano sul territorio oppure le istanze territoriali rischiano di non avere rappresentanza. Serve una riorganizzazione seria a livello regionale. Diversamente la cosa non funziona.

E le Camere di commercio?
Non sono tutte uguali. A Ferrara ad onore di Carlo Alberto Roncarati che l’ha presieduta in questi anni va detto che il rapporto costi-benefici pende dalla parte del secondo. In ogni caso il Registro delle imprese qualcuno dovrà tenerlo e qualcuno dovrà svolgere il coordinamento delle attività economiche. Insomma, non mi accontento della fase distruttiva e questa idea che ha Renzi che le persone si impegnino a fare cose gratuitamente non è che entusiasmi proprio tutti. Io come sindaco continuo ad accumulare cariche e incombenze. E non vedo file di volontari.

Per completare la ricognizione le chiedo se è d’accordo nel considerare il tracollo della Cassa di risparmio di Ferrara anche una sconfitta della politica.
No, la politica non c’entra nulla. E’ il fallimento di chi ha gestito la banca, maturato lontano dalle stanze del potere, a causa di scelte sbagliate.

Non vorrà sostenere che ai due macigni che hanno contribuito ad affondare la banca (Coop Costruttori e Cir di Roberto Mascellani) la politica fosse estranea.
La Costruttori è figlia di un’altra epoca, la falla si è aperta prima del ’99 ed è frutto della politica consociativa degli anni Ottanta e Novanta. Mascellani invece con la politica non c’entra.

…E con chi, allora?
Non mi faccia parlare… Se qualcuno ha fatto pressione sono state le categorie economiche, non certo i partiti. Si è esposto chi poteva avere voce in capitolo, chi occupava posti nei consigli di amministrazione.

Ho capito. Torniamo a un ragionamento complessivo sulla città. Lei come immagina Ferrara fra dieci anni?
Penso a una città coesa con una forte identità. Un centro storico più ampio, attrattivo per i visitatori e per chi ci abita. Penso a un’Università capace di generare – attraverso spin-off e tecnopòli – occasioni di impresa e occupazione per i giovani. Vorrei una città che non si definisce di cultura solo perché vuol vendere menu o stanze d’albergo, ma che si sente tale perché va a teatro, legge, mette la scuola al primo posto, si aggiorna. Una città che si è finalmente collegata al territorio circostante, ne valorizza il paesaggio e lo rende attrattivo anche per i turisti, recupera l’orgoglio del grande fiume e attraverso il Po si connette al Delta e alle valli. Un città come era un tempo, immersa in una scenario paesaggistico fra i più belli e meglio conservati d’Europa. E che fa di questo legame un’occasione culturale, ma anche un’opportunità economica e turistica attraverso la nuova rete fluviale. Immagino nuovi poli aggregativi a palazzo Massari che non sarà più museo ma spazio culturale e ricreativo aperto ai giovani e agli anziani, un salotto esperienziale a casa Minerbi – legato al ‘polo delle carte’ – dove si potranno udire le voci di Ravenna, Minerbi e Bassani. Penso al completamento entro tre anni del museo della Shoah per il quale sono in arrivo nuovi finanziamenti.
Mi immagino anche un petrolchimico in grado di tornare ad essere al vertice della ricerca come è stato in passato, che prende a fare nuovi polimeri e nuove materie plastiche operando però su basi vegetali, tornando a essere al vertice dell’innovazione e della ricerca. E in ambito produttivo, con l’insediamento delle manifatture Berluti, intravedo delinearsi la possibilità di un distretto connesso alla lavorazione della pelle.

Emerge da questa immagine una visione di città che si è faticato a scorgere in questi anni, lei ne è consapevole?
A me non piace fare l’elenco dei sogni, non conto balle, io sono legato alla concretezza del fare. In questi anni di crisi, di tagli e di incertezze è stato difficile gestire e arduo programmare. Le cose che ora annuncio non sono desideri ma progetti finanziati che si potranno realizzare grazie a un lungo e paziente lavoro svolto per reperire risorse e mettere insieme i partner per le varie operazioni. Non tutto dipende solo da noi, ma il fatto che noi siamo così determinati contribuisce a rendere solida e credibile la prospettiva.
Posso aggiungere, visto che me lo chiede, che mi piacerebbe creare un museo della città per colmare una lacuna in una realtà che pure ha una solida rete museale; e dico che lo vedrei bene collocato negli spazi del castello estense. E sono d’accordo sul fatto che via Volte andrebbe valorizzata: io ci vedrei bene le botteghe artigianali, ma su questo attendiamo suggerimenti da parte delle categorie economiche.

L’orgoglio principale di questo suo primo mandato da sindaco?
Avere lavorato tanto e in uno spirito autentico di squadra.

Qualcosa che ha fatto o non ha fatto e di cui si è pentito?
La crisi ha dimostrato che non è sufficiente difendere la spesa sociale a favore di bambini e anziani. Sono soddisfatto di avere incrementato i fondi per il settore casa, ma bisogna intervenire con urgenza per affrontare i drammi connessi alla perdita del lavoro che ha colpito tante persone e tante famiglie e rafforzare le risorse per sostenere adeguatamente i bisogni dei soggetti più fragili.

Un ultimo pensiero, sindaco, da parte della principale autorità civile rivolto alla principale autorità religiosa della città, questo nuovo vescovo che appare molto distante dal messaggio e dalla sensibilità espresse da papa Francesco. Monsignor Negri in questi mesi ha assunto posizioni ed espresso giudizi che hanno suscitato vivaci polemiche anche al di fuori del perimetro di città. Le che ne pensa?
Che il vescovo si è dimostrato un uomo combattivo e diretto. Ma credo incominci a comprendere la nostra città.

8-marzo-poniamo-attenzione sui-dei-diritti-delle-donne

Otto marzo, non una festa ma un momento di riflessione sui diritti delle donne

da: Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara

E’ difficile per un uomo, per un Sindaco, esprimersi sul significato dell’8 marzo, tra il rischio di cadere nella retorica e quello di apparire troppo istituzionale o, peggio, superficiale. Ma è doveroso correre il rischio, è doveroso fermarsi e ragionare, oggi, sul senso autentico di una giornata che deve ricondurci ai motivi veri, e lontani, per cui venne istituita. Che deve richiamare l’attenzione sui temi che riguardano la donna, facendo in modo che diventino centrali nella nostra agenda politica, locale e nazionale, andando oltre l’8 marzo. Tanto per cominciare, non chiamiamola Festa della Donna, perché tale non è. E’ una celebrazione internazionale che ricorda le lotte delle donne, fin da inizio ‘900, in America come in Europa, per difendere i loro diritti, di lavoratrici e di donne.

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Il sindaco Tiziano Tagliani

In una società che cambia tanto velocemente, il compito delle istituzioni è anche educativo e ci impone di saperci rivolgere a più livelli di interlocutrici. E di interlocutori. Alle donne adulte che hanno combattuto per il diritto al lavoro, alla salute, alla propria libertà individuale, e conoscono bene, fin nelle viscere, il significato vero dell’8 marzo. Alle generazioni intermedie, delle quarantenni, che hanno avuto certamente più strumenti delle madri per vedere riconosciuto il proprio ruolo nella società e lo rivendicano. Alle giovani donne, che certi diritti li danno per acquisiti, scontati, e forse nemmeno conoscono o forse addirittura si chiedono il senso di una giornata internazionale che li celebra, tutti assieme.
E parlo del diritto al lavoro, divenuto una chimera in un mercato in cui le donne, pur a fronte di grandi responsabilità e carichi, continuano ad essere più precarie e meno pagate. Del diritto alla maternità, che la crisi allontana, costringendo le ragazze a scegliere tra i figli e il lavoro. Del diritto alla libertà, compresa quella di lasciare il proprio compagno senza pagare con la vita questa scelta.
I drammatici epiloghi che la cronaca ci consegna ogni giorno, gli episodi quotidiani di sopraffazione, non sono ‘problemi’ delle donne. La violenza è un problema della società ed è un problema con cui la comunità ferrarese si sta confrontando sempre più spesso. E’ con la volontà di non sottrarsi, è con questa coscienza che il Comune di Ferrara ha recentemente deciso di costituirsi parte civile a fianco della giovane ragazza rumena vittima di stupro. Il Comune le assicurerà assistenza legale, come è giusto che sia. Perché una donna che subisce violenza nella nostra città è prima di tutto una persona che subisce violenza all’interno della comunità in cui vive, e la sua sicurezza va tutelata.

Non è banale affermare che per evitare il rischio della disgregazione sociale che incombe, dobbiamo metterci tutti insieme, uomini e donne, a ricomporre e ricostruire i tasselli della nostra comunità. Ma non deve essere un dovere, un’imposizione, una fatica. Deve essere un orgoglio e prima ancora una responsabilità.
Il Comune di Ferrara continuerà a valorizzare il ruolo che le associazioni femminili hanno sempre avuto sul nostro territorio; la loro esperienza, il loro impegno verso la divulgazione dei diritti di genere e di una cultura dell’inclusione, si rivela fondamentale e ci permette di proseguire su questa strada, non di cominciare daccapo.
L’inaugurazione, nelle prossime settimane, de “La casa delle donne”, in cui si stanno ultimando interventi di ristrutturazione, è testimonianza concreta di questa continuità.

Una bellissima poesia di Wislawa Szymborska, Ritratto di donna, tratteggia la delicatezza e la forza che le donne esprimono.

Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.

Non è facile, non è impossibile, è sicuramente difficile, ma ne vale certamente la pena. Facendo mie queste parole, auguro un 8 marzo di riflessione a tutte le cittadine e ai cittadini di Ferrara.

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Il sindaco replica al professor Fioravanti: la scuola è al centro delle nostre politiche, vorrei un incontro pubblico con chi sostiene il contrario

da: Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara

Gentile Prof. Fioravanti oltre la metà delle cose da Lei suggerite sono già patrimonio di una azione concreta e programmata da anni, mi riferisco alla centralità dell’investimento educativo, alla scelta di fare cerniera fra cultura e scuola testimoniata dalla rinnovata collaborazione fra questi due mondi (casa delle Arti e Ferrara Arte) separate fino a ieri, alla riconosciuta autonomia della Istituzione Scuola voluta fortemente da tutti gli operatori del sistema infanzia e dallo scrivente tutelata.

Progetti come quello della educazione all’arte attraverso pubblicazioni e laboratori testimoniano concretamente e non con immaginifiche ricostruzione come in questi anni penosi e vuoti, ci sia chi ha continuato ad investire e non solo sulle strutture edili, ma anche sul sistema città educante. La scuola è oggetto di politiche sulla sicurezza urbana, di urbanistica partecipata, di educazione ambientale, di sperimentazione teatrale, di educazione civica ed alla Costituzione… Sembra leggendo il Suo intervento che a Ferrara si spazzino solo le aule!

Forse sfugge a qualcuno che il Presidente della Istituzione Scuola a Ferrara è il Sindaco che partecipa personalmente alle riunioni con i comitati dei genitori, con le insegnanti, che stamattina ha dato il via (in assenza di assessori e sindaci d’altri comuni) alla commissione tecnica distrettuale, che pubblica perfino veda un po’, dal basso della propria incompetenza, su riviste specializzate articoli sulla esperienza ferrarese ricercata anche ai convegni regionali (ad es. CGIL scuola).

Questa presidenza “miope” è quella che ha consentito dopo la chiusura del cda per le dimissioni dei partecipanti, di ovviare al blocco delle assunzioni nella scuola, di avviare confronti di merito con il sindacato e con le famiglie, di ampliare il servizio educativo aprendo nuovi posti nido e di occuparsi dei guai, non pochi, che l’autonomia scolastica e la concorrenza fra le direzioni tese all’accaparramento degli studenti ha creato alla corretta gestione delle strutture, scatenando reazioni che solo con le nuove scuole inaugurate si è potuta affrontare, scuole nuove ovviamente frutto di improvvisazione in tempi di risorse certe ed abbondanti.

Mi meraviglio non poco che si snobbino i “servizi”, quasi che il quotidiano coprire gli spazi statali sul sostegno e sul pre scuola sia cosa “altra” dal “collocare al centro dell’interesse della comunità lo sviluppo delle scuole”.

Belle parole, vorrei davvero un incontro pubblico per discutere con Lei e gli autorevoli amici, commentatori del suo pur pregevole pezzo, cosa voglia dire fare scuola in un comune italiano e non in una scuola di Newcastel.

A nome di chi fatica invoco rispetto, non ragione!

Il Presidente della Istituzione Scuola Comune di Ferrara

Caro sindaco, la ringraziamo innanzitutto per l’attenzione che ci riserva e per avere offerto ai lettori un’articolata argomentazione del suo punto di vista. Il professor Giovanni Fioravanti, da noi interpellato, raccoglie con piacere il suo invito a sviluppare un dialogo in sede pubblica sui temi proposti. E Ferraraitalia si rende disponibile a organizzare l’incontro, avendo cura di coinvolgere anche gli “autorevoli amici commentatori” a cui lei, pure, fa riferimento.
(sg)

Leggi l’intervento di Giovanni Fioravanti

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