Tag: ferrarese

La nebbia

La nebbia è senz’altro un fenomeno atmosferico che chi abita in Polesine o nelle zone del ferrarese conosce molto bene. Spesso è vista come una gran seccatura: l’ambiente grigio incupisce gli animi, l’umidità è eccessiva, viaggiare diventa difficoltoso. Eppure, se ci sforziamo di cercare qualche nota positiva, forse la nebbia può sembrarci anche poetica. Quando c’è lei, i sensi si annullano. L’ambiente è fatto di presenze eteree, effimere. Le cose si svelano come apparizioni: piano piano distingui un albero, un lampione, un muro diroccato, un argine, un fosso, un airone… tutto è quiete.
Diversi artisti hanno inteso la poeticità della nebbia, tra cui la fotografa Silvia Camporesi, che la utilizza per diverse foto nel suo progetto “La terza Venezia”. Essa contribuisce a creare un senso onirico, fatto di atmosfere rarefatte, magiche e silenziose.
Per sfogliare le foto del progetto: https://www.silviacamporesi.it/la-terza-venezia/.

TACCUINO POLITICO
“Aprire porte e finestre”… Qualche domanda a Massimo Maisto e al Pd ferrarese

Ho partecipato alle primarie del Pd e ho votato Zingaretti. L’ho fatto mosso dalla speranza che si voltasse pagina rispetto al passato recente e meno recente. Al netto dei cambiamenti politici nazionali innescati dal ‘colpo di sole’ ferragostano di Salvini mi pare che il ‘cambiamento’ del Pd sia ancora prigioniero di belle parole, ma scarso di fatti. Ormai Zingaretti non ha più alibi dopo l’uscita di Renzi dal Pd. Prendiamo una parola d’ordine che è stata il motivo dominante della sua elezione a segretario: bisogna aprire porte e finestre per fare entrare aria nuova. Se prendo in considerazione la preparazione del congresso della Federazione Pd di Ferrara, mi sento di dire che le porte sono state tenute sprangate con le finestre ben chiuse con doppi vetri. Facendo salva la mia stima per Massimo Maisto, gli rivolgo alcune domande.
1 – Dopo la catastrofe generale che ha investito il Pd nazionale il 4 marzo 2018, è presente ai dirigenti locali del Pd la sconfitta storico-epocale subita nelle elezioni amministrative locali? E’ falsa e consolatoria l’interpretazione che accolla al ‘vento nazionale’ la causa della sconfitta ferrarese, perché in altre città emiliane il centro-sinistra ha vinto. E’ quindi evidente che ci sono seri motivi locali da esaminare per capire le cause della debacle e che riguardano i temi programmatici, i responsabili politici e gli amministratori del Pd. Domanda: può rappresentare il futuro del Pd dentro il Consiglio comunale il candidato sconfitto alle elezioni? Ne state discutendo nei congressi in corso?
2 – Le vecchie culture politiche che vengono dal Novecento si sono sfarinate. Con che cosa le sta sostituendo la sinistra del tempo della ‘meglio gioventù’ di Greta? Zingaretti parla di idee nuove e nuove pratiche. Quali? Si tratta di idee generiche e di pratiche assenti perché il partito nei territori non esiste più da anni. Caro Massimo, a fronte di questa realtà perché non avete organizzato iniziative preparatorie ai congressi aperte all’associazionismo culturale la cui vitalità e ricchezza conosci bene come ex assessore alla Cultura? Parlo come Presidente dell’Istituto Gramsci che da quasi dieci anni organizza cicli di eccellente qualità culturale sui temi della democrazia, libertà, Europa, globalizzazione, e che continua ad essere ignorato dal Pd. Come pensa di cambiare e di ricostruire una presenza forte nei territori il Pd ferrarese se non si apre in modo permanente alle idee e alle persone che compongono l’arcipelago plurale dell’associazionismo di area di sinistra?
3 – In estrema sintesi conclusiva… Sono preoccupato per l’autoreferenzialità di una classe dirigente che continua a passare da una sconfitta all’altra senza mai fare i conti con le cause profonde che le hanno determinate e che hanno radici lontane, ben oltre l’era di Renzi. Se svolgo queste aspre riflessioni è perché ho sempre considerato indispensabile la presenza di un grande partito della sinistra. Nessun movimento (o lista elettorale) civico/a potrà incidere nel medio-lungo periodo in assenza di un rinnovato, forte e organizzato partito democratico. Non dovremmo mai dimenticare che il ribaltone governativo è ‘merito’ di Salvini e non di un mutamento negli orientamenti nella società civile. Salvini può passare, ma il consenso che rappresenta la Lega non è una parentesi, come non lo era il fascismo nonostante lo pensasse Benedetto Croce. Aveva ragione negli anni Venti del secolo scorso il giovanissimo Piero Gobetti a definire il fascismo ‘l’autobiografia della Nazione’, così come oggi lo è la Lega rispetto ad una parte larga dell’opinione pubblica nazionale. Senza una nuova azione culturale e civile diffusa e continua dentro la società non ci sarà astuzia tattica o demonizzazione dell’avversario che ci potrà assicurare un futuro. Si potrebbe cominciare raccogliendo l’invito del giovane Leopardi: “Convertire la ragione in passione…”.

Osservazioni sulla poesia dialettale: ‘Scartablar int i casit’ di Edoardo Penoncini

Il Penoncini che scrive in dialetto ferrarese, il suo vernacolo la sua lingua madre, mi pare un po’ distante dal solingo, architettonico poeta in lingua, appartato ma vicino a tutte le cose, che ho introdotto e recensito. Dove si trova questa distanza si chiederanno i lettori e me lo chiedo anch’io tanto da farne la chiave interpretativa di questo scritto. Credo stia nell’essenzialità e nell’esistenzialità. Dunque per definizione i “nostri” dialetti (io sono bolognese ma non cambia moltissimo) sono “secchi”, tronchi e, dunque, portati per natura e per struttura all’essenzialità. Il Penoncini però ci mette del suo e accentua tale innata caratteristica del vernacolo ferrarese concedendo un’asciuttezza tale da occhi che non lacrimano andando diritto al cuore delle cose con una modestia tale che si fa semplicità pura, non certo posa: «Io parlo come mi viene/ non conosco nemmeno le lingue… Mi a ciàcar còm am càpita/ an sò gnanch ill lingv». Infatti non occorre sapere le lingue pàr ciàcarar… (non era forse una bella sezione di uno splendido libro di Raffaello Baldini, grande poeta romagnolo dialettale? Penoncini ama i grandi poeti romagnoli, e giustamente aggiungerei io. As ciàmeva Ciacri cla paert che dgeva prema, ovvero: Si chiamava Ciacri quella sezione di cui dicevo prima detta in bolognese… Le chiacchiere appunto. Esattamente tutto il contrario di quello che il filosofo Heidegger intendeva per tali. Egli pensava alla dimensione della inautenticità del dominio del Sì sull’Esserci cioè sull’uomo, una dimensione della quotidianità opaca dove la “vita non vive” per citare un altro grande nome: Th. Adorno. Ove si è dominati da un linguaggio che non è nostro, quello della chiacchiera appunto. Ma qui è esattamente il contrario. È nelle chiacchiere che appare improvvisamente la vita, la sua stoffa etica ed estetica, il suo trambusto, il suo gioire, il suo passare grandi eterni temi della poesia e anche di quella del Nostro che ascolta il cuore e le sue ragioni e le sue stagioni, la sua semenza diremmo con il friulano Leonardo Zanier.
Penoncini, in questo libro davvero bello e robusto quanto sottile, coltiva la semenza, la sa gettare, in molti anni ha covato in silenzio questa sua Arte e poi è uscito allo scoperto, una volta sentito che il terreno fosse quello giusto per gettare la semenza e sul come fare a gettarla, quale codice linguistico scegliere: «…Noi abbiamo bisogno del tempo/ è come gli amici/ più ce ne sono e meglio è… Nu a gh’én biso’gn dal témp/ l’è cmè j’amigh/ più agh n’è mèj l’è…». A conferma della mia tesi vanno anche gli Haiku in dialetto ferrarese che vantano passaggi non certo secondari e sono una vera e propria novità per quanto concerne la scrittura e la produzione del poeta Penoncini. Ne propongo uno citato dall’ottimo poeta Giuseppe Ferrara che nel testo ivi recensito ha scritto una nota in specifico riferimento agli Haiku: «l’àn ch’l’è pasà/ l’à lasà int al mè cuór/ muć ad but nóv… l’anno che è passato/ ha depositato nel mio cuore/ tanti nuovi germogli». Questa scelta mi permette di introdurre l’altro grande tema della poesia di Edoardo: la sua dimensione esistenziale.
Oltre alla essenzialità si diceva infatti del tono esistenziale di queste liriche. Anche in questo caso il Penoncini in lingua non è certo estraneo a tale cifra tematica. Ma nelle liriche in dialetto il poeta si lascia come andare ad una rivalutazione del “tempo del consistere” rubo un’espressione a Gianfranco Fabbri, poeta tosco-romagnolo, del tempo del quale noi consistiamo e che è depositato nei giacimenti infiniti di “una volta”, del mondo di ieri e dell’altro ieri al quale Edoardo Penoncini attinge con sagacia ed acutezza a piene mani. Ritrovo qui una poetica quasi Morettiana delle poesie scritte col lapis, delle piccole cose di un crepuscolarismo tutto padano che non fa sorprendere che l’autore abbia vinto in passato il premio Gozzano. I campanili, il Po, il suo scorrere, i paesini che lo costellano, Ferrara nei giorni spenti quasi morti, la veglia, i camini e le stufe, la lentezza, insomma la vita e l’amore. Certo l’amore e perché no? È uno dei temi eterni della poesia e dell’esistenza e Penoncini da vero poeta non vi ci si sottrae. A tutto questo, direi questi, mondo e mondi fa da seguito il nostro tempo dell’inconsistenza della fretta della mancanza di pensiero poetante piuttosto che di pensiero irriflesso, impulsivo adatto e adattatosi alle macchine, ai cellulari sempre in connessione. Si avverte in Penoncini non la paura per tale dimensione che non gli appartiene per generazione e per cultura, ma una sofferenza per quello che l’uomo potrebbe diventare abusando di tale sistema dei social e informatico. Vale forse sempre il detto di Epitteto : “Il bene e il male non stanno nelle cose, ma nell’uso che di esse se ne fa”? Ai posteri…

Strike back, il ritorno sul palco della band ferrarese

E’ partito il 3 dicembre il crowdfunding per sostenere “Tutto da rifare” il nuovo album degli Strike, storico gruppo musicale ferrarese, divenuto celebre in Italia e all’estero.
Nati nel 1986 come ska band, gli Strike hanno attraversato diverse mutazioni musicali, che oggi hanno dato vita ad una miscela meticcia incrocio di infinite culture, sonorità e ritmi.
Il loro ultimo – doppio – album “Havana- Kingston-Ferrara-NewYork” risale al 2015, ed è stato finanziato attraverso “MusicRiser” la stessa piattaforma di raccolta fondi on line che ospita l’attuale sottoscrizione.
Il percorso che ha portato qui gli Strike, ha origini in quella che ormai è un’altra epoca, gli anni ’80. Dopo un primo e primitivo 45 giri (1987) sono seguiti i due ep “Scacco al re” (1988) e “Croci&Cuori” (1990) che, con l’album “La Grande Anima” (1992), fanno del combo ferrarese una delle realtà di riferimento della scena alternativa nazionale ed oltre. Hanno condiviso il palco con un’enciclopedia vivente della musica contemporanea tra cui Wailers, Elmer Food Beat, Babylon Fighters, Les Casse Pieds, Vinicio Capossela, Mau Mau, Africa Unite, Sergio Messina e 99 Posse, Aereoplani Italiani, Fratelli di Soledad , Persiana Jones, Ritmo Tribale, Isola Posse, Vallanzaska, Giuliano Palma, Ustmamò, Statuto, Afterhours, Modena City Ramblers, Roy Paci, ai tempi dirompente tromba dei Persiana Jones, per arrivare a Manu Chao e tutta la Mano Negra.

Oggi del gruppo originario sono rimasti Antonio Dondi, voce, Marci “Lee Valdez”, chitarre, e Roby Renesto, tastiere, che si definiscono un collettivo aperto, che collabora con diversi musicisti e artisti. Abbiamo chiesto loro di cosa parla questo ultimo lavoro.
“La Vita, l’Arte, l’Amore. Si affronta la complessità dell’attuale crisi sociale e culturale. L’amicizia e i sogni di persone ‘felici tristi’, a tratti smarrite, sembrano essere l’antidoto in un momento complicato dell’esistenza dove la consapevolezza della propria inadeguatezza porta con sé la gioia di ogni nuovo giorno. Dieci tracce mentalmente libere dove i testi, intimi e visionari, si abbracciano con tenui sfumature anni ’80, atmosfere ‘spy-story’ stile 007, lontani echi tra l’Havana e New York, accenti ska, jazz, soul e disco-funky, sempre nel segno della influente tradizione della musica d’autore italiana”.

Come mai la scelta del finanziamento partecipato?
Crediamo che l’inossidabile amore che le persone continuano a dimostrarci, renderà possibile la realizzazione del nuovo album. Il disco non sarà distribuito nei negozi, non sarà disponibile in alcun punto vendita: sarà possibile averlo solo partecipando al crowdfunding e lo riceveranno a casa, come ricompensa, soltanto quanti parteciperanno alla produzione del progetto con le loro donazioni. La raccolta si concluderà il 3 febbraio 2019: abbiamo 60 giorni per raggiungere l’obiettivo. Chi sosterrà i costi di produzione dell’intero progetto, condividerà con noi un’avventura davvero indipendente che consente a chi ama la musica di parteciparvi: un importante fenomeno sociale oltre che musicale. Un ‘Mantra Pop’ che ci aiuti a farvi arrivare la nostra infinita riconoscenza per essere vivi, qui ed ora, realizzando insieme questo nuovo progetto discografico, che dedichiamo a Simone Andreani e Stefano ‘Massa’ Massarenti.

La stagione dei concerti di “Tutto da rifare” partirà dal New Ideal di Magenta, Milano, a marzo 2019, ed altre date sono in arrivo.
“Il tour – racconta Antonio Dondi – vedrà il classico live elettrico completamente rinnovato in funzione del nuovo album e gli innesti in formazione di Iarin Munari alla batteria e Andrea Marke al basso, ma anche due set semi acustici con reading e vinyl set di cui uno dedicato all’anniversario di “Scacco al re” ed al suo contesto poetico anni ottanta”.

Per un album che deve nascere, ce n’è infatti uno che compie 30 anni, “Scacco al re” del 1988 sta per tornare in un’edizione speciale in vinile e cd, in collaborazione con “Anfibio records” con la copertina a colori e la versione integrale dei brani.

Lunga vita agli Strike.

Questo il video di lancio del crowdfunding

Grazie Alfio

La mattina dello scorso 8 agosto sono stato svegliato da un messaggio di poche lapidarie parole: è morto Alfio Finetti.
Da quel giorno di neanche una settimana fa stiamo quindi vivendo in un mondo senza il nostro unico e inimitabile cantore .
Purtroppo non ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo, non ho avuto la fortuna di fare due parole con lui ma posso dire di aver avuto – e che avrò sempre – la fortuna di ascoltare la sua musica.
Non è assolutamente una cosa da poco, è una fortuna che ad esempio a New York se la sognano.
Loro hanno avuto Lou Reed ma Lou Reed ce l’abbiamo anche noi e a noi va pure meglio perché abbiamo tutti e due.
Ѐ una cosa che non scambierei con niente al mondo perché grazie alle canzoni di Alfio Finetti ho potuto – e posso – ridere, imparare delle cose che purtroppo rischiano di scomparire, arricchirmi come musicista, andare a caccia di dischi suoi e scoprirci dentro cose sorprendenti.
E quelle cose sorprendenti le posso vedere tutti i giorni.
A New York invece, ma anche boh, a Parigi, in Gabon, in Australia: avec al caz, proprio come ci ricorda quella grande barzelletta.
Grazie ad Alfio Finetti – io che non sono nato qui – sono riuscito ad amare ancora di più questa città che mi ha accolto e mi ha insegnato a cercare di vivere come un ometto.
Questa è una delle tante cose per cui sarò sempre grato a quell’uomo.
Un’altra è questa cosa che ho pensato mentre quell’8 agosto, verso sera, mi trovavo al supermercato a cercare qualcosa da mangiare e – per forza – ho sentito il dovere di investire 3 umili euro + 49 centesimi in una confezione di cappellacci confezionati.
Mentre andavo verso la cassa ho pensato che avrei dovuto godermi quei cappellacci come se fossero gli ultimi cappellacci presenti nell’intero universo.
Mi è sembrato un modo onesto e soprattutto doveroso di chiudere quella giornata che non penso mi dimenticherò.
Grazie Alfio, speriamo che adesso qualcuno ristampi quei dischi e ti costruisca qualcosa che magari non sarà mai Graceland ma sarà pur sempre la nostra Graceland.

Al Re dla miseria (Alfio Finetti, 1976)

In Italia sono scomparse quasi 37mila persone, senza lasciare traccia. E intanto a Ferrara spuntano cadaveri a cui bisogna dare un nome

Una processione lenta e inesorabile, inevitabilmente silenziosa, sfila non vista per le nostre strade, per i campi, le rive. Non più uomini, solo cadaveri.
Sono i corpi senza nome di persone scomparse, di cui non è ancora stata accertata l’
identità.
Stando ai dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza (Direzione centrale della Polizia Criminale, 30 giugno 2016), sarebbero 
36.902 i cittadini di cui si sono perse le tracce. Magari non tutti sono morti, e magari i cadaveri che spuntano qua e là potrebbero appartenere a persone di cui non è stata neppure segnalata la scomparsa. Già, perché non tutti fanno denuncia, e quindi il dato è suscettibile di notevoli aggiustamenti. Ma è quello ufficiale ed è comunque esorbitante. Significa che negli ultimi  40 anni più del totale dei residenti di una cittadina di piccole dimensioni si è volatilizzato. Quasi 37mila persone. Poco più degli abitanti di Cento e circa un terzo dei ferraresi. Solo nel primo semestre dello scorso anno, dice il report del Commissario straordinario, si sono contati 2.340 nuovi casi di persone svanite ancora da rintracciare.

Fantasmi senza nome
Non che non sia stato fatto nulla per risolvere o arginare l’annoso problema. È nato un 
Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, sono stati organizzati protocolli, dal 2010 è stato creato pure un data base, Ri.Sc., un sistema che mette in relazione i dati di scomparsi e cadaveri, schede ante mortem e post mortem. È stato fatto tanto. Il Governo dichiara che “sebbene le denunce di scomparsa siano comunque in aumento, essendo passate da 166.280 del 31 dicembre del 2015 a 175.501 del 30 giugno 2016, le persone rintracciate sono state 138.599, ovvero il 78.9% del totale”. Merito dell’egregio lavoro compiuto dalle Forze dell’Ordine (oltre che delle associazioni di volontari, delle trasmissioni televisive e della caparbietà di alcune famiglie). Ma il numero dei ‘desaparecidos’ rimane alto. Una popolazione di quasi 37mila persone è svanita dalle carte demografiche senza lasciare traccia, se non qualche resto umano portato dal fiume.

Un problema anche locale
Sfogliamo il registro dei cadaveri trovati in campagne, fossati e fiumi di tutta Italia, un documento molto dettagliato fornito dal Commissario straordinario nell’ambito delle informative semestrali sull’andamento delle ricerche. Passando in rassegna descrizioni e indicazioni geografiche scopriamo la presenza di diversi corpi (o parti di essi) rintracciati nel’ampio territorio della provincia di Ferrara. Uno tra tutti colpisce l’attenzione. Un uomo dai capelli canuti la cui salma aspetta oramai da quattro anni senza che nessuno si sia mai presentato a reclamarla. O anche solo a chiedere informazioni. Nessun amico, nessun familiare nel corso del tempo si è mai chiesto che fine abbia fatto? E poi preso dall’ansia si sia magari messo a cercarlo? E il defunto non dovrebbe aver avuto una cassetta della posta piena da qualche parte in città? O un affitto da pagare? O il suo tavolo al solito bar che rimane sempre vuoto? Un’assenza è qualcosa di enormemente concreto. Eppure continua a non farsi notare.

Il fatto risale all’estate di quattro anni fa. Il corpo di un uomo sulla sessantina, seminudo, galleggia tra le acque luccicanti del fiume Po, non lontano dal mulino in legno di Ro Ferrarese. Viene recuperato dai carabinieri e dai vigili del fuoco. Vengono fatti i rilevamenti del caso. Dai primi accertamenti e dalla perizia autoptica svolta successivamente, si evince che si tratta di un maschio bianco, caucasico, di circa 65 anni, un metro e sessanta di altezza, capelli brizzolati, barba, baffi e un boxer intimo a fantasia scozzese. Date le condizioni il cadavere era in acqua da circa 20 ore. Si è gettato, è caduto, o è stato spinto verosimilmente a Ferrara. È il 6 luglio del 2013, il giorno del ritrovamento. Oggi, venerdì 3 marzo 2017 l’identità non è stata ancora accertata.


Anche lui, come migliaia di altri suoi simili, se ne sarà andato nel paese dei
morti ignoti d’Italia. E’ una sorta di villaggio invisibile ma popoloso. I cittadini arrivano a frotte per mare, per fiume o per altre strade. E sono tutti lì che aspettano. Aspettano un nome che a volte non arriva mai.

Leggi la relazione del Commissario Straordinario del Governo per le persone scomparse (primo semestre 2016)

Raiuno racconta Ferrara: capitale rinascimentale prosperata sulle acque del Grande fiume

In programma per oggi e domani una serie di riprese a Ferrara e provincia, per girare una puntata del nuovo programma “Fuori Luogo” di Raiuno, dedicato al racconto dei luoghi più significativi della Penisola e alla storia del suo territorio. La puntata sarà dedicata a Mantova e Ferrara, le due capitali del Rinascimento prosperate nella bassa Valle del Po.

In particolare, ci si focalizzerà sugli aspetti fisici e biologici del fiume più importante d’Italia e si mostrerà il ruolo fondamentale che il Po ha rivestito nella storia sociale e culturale del paese. Dalle origini mitiche fino ai commerci del sale, dalla pesca sportiva allo sviluppo della regione più industrializzata d’Italia.
Ferrara aveva grande importanza ai tempi, in quanto città direttamente affacciata sulle acque del fiume, almeno fino al secolo in cui il corso del Po è stato deviato e portato più a Nord. In quest’ottica verranno anche raccontati gli splendori della Corte degli Este, la rivalità con Venezia, le opere di bonifica e la nascita della prima città a pianta moderna e razionale.

Poi la troupe Rai scenderà lungo le acque del Po, visitando alcune Delizie Estensi per raggiungere Comacchio attraverso le vie del Delta, e concludere il viaggio lì dove il mare incontra il fiume, per capire in che stato di salute si trova il grande fiume della valle padana.

In foto: il fiume Po a Pontelagoscuro, Ferrara

Foto di Gessi e Fontanelli 

Non c’è modo migliore che parlare di territorio per ringraziare l’Associazione Korakoinè che per due settimane, fino a ieri, ha collaborato con noi proponendoci foto inedite e spunti bellissimi per guardare con occhi nuovi il nostro territorio. [Leggi]

Per vedere tutte le Foto di oggi – Immaginario dedicate al tema del territorio dall’Associazione Korakoinè clicca qui.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

 

Quando c’erano le campagne saccarifere

Gli zuccherifici, presenza produttiva storica del nostro territorio, oggi cadenti, distrutti, cancellati fisicamente e nella nostra memoria. La distesa dei campi di barbabietole che disegnavano un paesaggio, le file dei camion in attesa di scaricare, la puzza invasiva della polpa che macera, la sirena dei cambi turno e poi le ‘campagne’, quei periodi di lavoro super-intenso e concentrato che consentivano a tanti lavoratori stagionali, giovani, studenti di guadagnare qualche buon mese di stipendio per vivere, pagarsi qualche piccolo lusso o permettersi di continuare con gli studi.

Quei brillanti strateghi dovrebbero sapere che il fattore produttivo più difficile a modificarsi non sono le macchine, gli impianti e neppure le infrastrutture strategiche – che fanno tanto spettacolo – ma le capacità, le attitudini attuali e potenziali del grosso degli operatori umani di un paese.

(da Giacomo Becattini, “Traghettiamo i nostri distretti industriali oltre la crisi”)

Foto di Stefania Ricci Frabattista

In foto: vecchio zuccherificio Eridania a Codigoro, Ferrara

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KoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

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Pineta a Volano

Sembra un bosco segreto, un sentiero misterioso dove anche i dettagli più minuziosi e invisibili ai nostri occhi distratti, trovano significato e spazio, a sostenere l’intera rete della vita. Risalta una grande macchia di colore verde, non monocromatica, ma variegata e plurale. Su questo sfondo emozionante, la pineta vuole rassicurarci e, al contempo, richiamarci a una maggiore comprensione. Perciò le siamo riconoscenti.

“[…] l’economia della natura è il primo e fondamentale fattore di sussistenza su cui si fonda qualsiasi modello di sviluppo. La natura produce beni e servizi quali l’acqua che viene riciclata e distribuita attraverso il ciclo idrico, i microrganismi che rendono fertile il suolo, l’impollinazione che consente alle piante di riprodursi. L’ingegno e le capacità produttive degli esseri umani appaiono insignificanti in confronto all’economia della natura.

(da “Il bene comune della terra” di Vandana Shiva)

Foto di Foto di Stefania Ricci Frabattista

In foto: Pineta del Lido di Volano, Lido di Volano: località più a nord del litorale di Comacchio, prende il nome da un ramo dell’antico corso del fiume Po. La pineta demaniale è un’oasi naturale dove è assai gradevole inoltrarsi, è molto apprezzata da chi si rivolge ad un turismo ambientale. L’area consiste in arenili di recente formazione, rimboscati a metà degli anni ’30 per preservare le dune dall’erosione marina.

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Il frutteto: segno distintivo della nostra identità

La frutticoltura si sviluppa nel nostro territorio ad inizio del Novecento, conquistando in pochi decenni un ruolo chiave per il mondo agricolo ed economico ferrarese. Oggi lo vediamo, lo riconosciamo un frutteto? Questi alberi stanno lì, nei loro filari lunghi e paralleli, a raccontarci che sono un segno distintivo della nostra identità in questo globalismo che rischia di impoverire le ragioni della nostra appartenenza.

Non è vero
“che un bel fiore è poesia
e che il frutto è solo prosa”.
Il frutteto e il giardino
raffigurano la “prosa-poesia”
di chi può “cantare insieme
rose e pesche di spalliera”.

(da “Il giardino dei frutti” di Marino Moretti)

Foto di Mario Bettiato

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Abitanti di questa terra anfibia

Torre Palù e la chiavica del Bosco immerse in un paesaggio in cui nessun’altra presenza è ammessa: pace e spaesamento. Tutto il Ferrarese è terra di bonifica e grande è stato lo sforzo compiuto nei secoli per assicurare a tutti noi abitanti di questa “terra anfibia” un insediamento stabile. Canali, impianti idrovori, chiaviche, prese, paratoie, casse di espansione: la bonifica è un’incessante, complessa attività alla continua ricerca di un difficile equilibrio tra acqua e terra, equilibrio sempre perduto e continuamente da riconquistare.

L’acqua disfa li monti e riempie le valli e vorrebbe ridurre la Terra in perfetta sfericità, s’ella potesse” (Leonardo da Vinci, “Codex Atlanticus”, 1478)

Foto di Stefania Ricci Frabattista

In foto: Torre Palù risale alla prima metà del Settecento, costruita per garantire lo scolo a mare del Canal Bianco e impedire la risalita delle acque marine con l’alta marea, è uno degli edifici idraulici meglio conservati del ferrarese. Formato da 5 conche a sesto ribassato con le porte vinciane e le paratie ancora funzionanti, secondo la tecnica di apertura e chiusura automatica su pressione dell’acqua. La costruzione è in laterizio e disposta su due piani; la denominazione di torre indica una funzione, oltre che idraulica, anche difensiva. Il tetto in legno, è a padiglione. Dall’argine del Canal Bianco si può godere un’ottima vista degli scanni e della foce del Po di Volano.

logo-korakoinèKoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

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La riscoperta del paesaggio ferrarese ai tempi di Borso d’Este

[A maggio] si segano i prati. Si parte il fieno. Si considera se vi saranno strami assai per gli animali. Si aiutano gli arbori fruttiferi, che hanno troppo frutti, torna via in qua e in là in più luochi acciocché quelli che restaranno crescano più grossi, si nettano le are, si conduce le legne alla Città […]. E il buono agricoltore letama e ara quei terreni già arati altre quattro uolte e lì semina di fasoli.” (“Giardino di agricoltura” di Marco Bussato da Rauenna, 1592).

In programma per oggi a Palazzo Schifanoia alle ore 18.15, la conferenza dal titolo “Vero e immaginato. Il paesaggio rurale a Schifanoia“: un salto nel passato per riscoprire il paesaggio ferrarese ai tempi di Borso d’Este, paesaggio in gran parte sepolto da cinquecento anni di storia. L’iniziativa, promossa dall’associazione KoraKoinè* in collaborazione con i Musei di arte antica, affronta il tema con un originale approccio storico e iconografico: oltre ad una selezione di brani tra cui quello citato in apertura, la conferenza sarà dedicata alla lettura del meraviglioso ciclo pittorico di Schifanoia, indiscusso capolavoro dell’arte rinascimentale, straordinario documento per la rappresentazione del paesaggio nel XV secolo.

Vero e immaginato. Il paesaggio rurale a Schifanoia
Salone dei Mesi, Palazzo Schifanoia – Ferrara
giovedì 12 maggio 2016 ore 18.15

Conferenza di Franco Cazzola, storico dell’economia, presidente Deputazione ferrarese di storia patria
Introduce: Giovanni Sassu, storico dell’arte, Musei di arte antica
Brani letti da: Annalisa Piva

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logo-korakoinè*KoraKoinè è un’Associazione di promozione sociale e culturale nata a Ferrara nel 2014. Tra le finalità, quella di promuovere iniziative volte alla sensibilizzazione e diffusione della cultura del territorio, in accordo con l’art.9 della Costituzione italiana, che tra i principi fondamentali riconosce la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio della nazione.

Le opere segrete di Vittorio Sgarbi in mostra a Osimo

Dopo il grande successo delle tre esposizioni allestite all’estero (in Spagna, a Burgos e a Cáceres, poi a Città del Messico), le opere della collezione Cavallini Sgarbi vengono presentate per la prima volta in Italia: il 18 marzo 2016, verrà inaugurata infatti la mostra “Lotto Artemisia Guercino. Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi” a Palazzo Campana di Osimo, dove sino al 30 ottobre 2016 sarà possibile ammirare oltre 120 opere della collezione curata da Pietro Di Natale.

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Locandina della mostra

Secondo Vittorio Sgarbi il divertimento e il mistero del collezionismo è “l’interesse per ciò che non c’è”, una collezione è “storia di occasioni, d’incontri, di scoperte”, un’avventura che “s’incrocia con curiosità, ricerche, studi” e si manifesta come “una battuta di caccia, una forma di gioco, anche d’azzardo… una sfida, un corteggiamento, una conquista”. Essa “non ha regole, non ha obiettivi, non ha approdi, è imprevedibile”.

Muovendosi tra le centinaia di opere riunite in trent’anni di intensa attività si rimane sorpresi dall’eterogeneità dell’insieme, una vera e propria summa dell’arte italiana, tra pittura e scultura, dal XIII secolo ai giorni nostri. Questa attenta ricerca, frutto anche della collaborazione intensa e illuminante della madre Rina Cavallini, è espressione del profondo amore del collezionista per la bellezza dell’Italia e della sua arte e si manifesta in maniera esemplare attraverso le opere esposte.

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Una delle stanze in cui è ospitata la collezione
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La collezione Sgarbi si trova a Ro ferrarese

La selezione di dipinti, disegni e sculture dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento vuole dar conto in primis della peculiare e complessa “geografia artistica” della nostra nazione. Rappresentati in maniera significativa i pittori marchigiani o attivi nelle Marche, come Johannes Hispanus, Cola dell’Amatrice, Lorenzo Lotto, Battista Franco, Giovanni Francesco Guerrieri da Fossombrone, Simone Cantarini, Andrea Lilio, Sassoferrato, Pier Leone Ghezzi, Sebastiano Ceccarini, Giovan Battista Nini e Francesco Podesti. Ampiamente documentate sono le principali scuole italiane: da quella veneta (Pietro Liberi, Simone Brentana, Giusto Le Court, Rosalba Carriera) a quella emiliana e romagnola (Nicolò Pisano, Garofalo, Ortolano, Bastianino, Ferraù Fenzoni, Guercino,
Matteo Loves, Guido Cagnacci, Giacomo Zampa, Mauro Gandolfi, Filippo Comerio), da quella toscana (Giovanni Martinelli, Onorio Marinari, Giuseppe Moriani, Pietro Balestra, Giovanni Duprè), a quella romana (Baciccio, Cavalier d’Arpino, Artemisia Gentileschi, Pseudo Caroselli, Bernardino Nocchi, Giuseppe Cades, Antonio Cavallucci, Agostino Masucci) e napoletana (Jusepe de Ribera, Andrea De Leone, Filippo Falciatore, Gaetano de Simone).

“Lotto Artemisia Guercino. Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi”, Osimo, Palazzo Campana, dal 18 marzo al 30 ottobre 2016.

A cura di Pietro Di Natale, la mostra è promossa dalla Regione Marche, dal Comune di Osimo, dalla Fondazione Don Carlo Grillantini e dall’Istituto Campana.

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Montagne verdi

Un microambiente perfetto: terriccio e sole, umido quanto basta e la giusta inclinazione dei coppi ferraresi… quando la natura ci si mette, non ci sono limiti.

La città aveva mille sguardi io sognavo montagne verdi. (“Montagne verdi”, Marcella Bella)

In foto: coppi ricoperti da muschio ed erba sul muretto di una casa in Viale Alfonso d’Este a Ferrara

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

La sacralità del riso e i canti delle mondine

Una serata basata tutta sul riso e la sua storia, i piatti poveri ma sostanziosi d’allora e le canzoni tipiche delle risaie con il Coro delle mondine di Porporana.

Questa sera 20 novembre, presso il Ristorante Bondi di Francesco e Milena di via Bologna 453 si terrà una serata particolare dal titolo “Le cante delle mondine di Porporana e la sacralità del riso“: nel corso della serata, in cui tutti i piatti del ricco e tradizionale menu saranno a base di riso, si esibirà il coro delle Mondine di Porporana, colonna sonora dai grandi valori storico-locali, uno dei sempre più rari esempi di conservazione, tutela e diffusione dei canti e delle cante delle nostre meravigliose ed eroiche nonne e bisnonne che per un sacco di riso vivevano lavorando nell’acqua delle risaie di continuo, immerse fino alle coscie per mantenere le proprie disagiate famiglie.

E’ una storia lunga quella delle Mondine e, nello specifico, quelle del coro delle cosiddette Mondariso di Porporana il cui nucleo odierno ha dato vita qualche anno fa ad un’associazione culturale, “Orme – Coro delle mondine di Porporana”, con una propria sede a Ravalle.

Coordinerà la serata Maria Cristina Nascosi Sandri, giornalista e studiosa di culture linguistico – dialettali ed etno-musicologiche, oltreché membro Arga, l’Associazione pluriregionale giornalisti dell’agroalimentare afferente a quella nazionale, l’Unaga.

Info e prenotazioni: 0532.188 04 54 – 333.817 07 19 – 342.580 66 49

Orario: 20.00

FOCUS
Il risveglio dei campi. Far fruttare la pera per rilanciare l’agroalimentare ferrarese

2. SEGUE – “Opera”. Il suo nome è insieme evocazione (oh, pera!) e definizione (opera, sottinteso: di pregio). E’ con questo seme che può irrobustirsi l’agricoltura ferrarese. “Opera” è il nome della nuova cooperativa nata grazie alla volontà di oltre mille produttori, alla lungimiranza di 18 importanti aziende che a vario titolo operano in questa filiera ed è l’unica grande impresa del settore ortofrutticolo esclusivamente specializzata nella pera.
L’obiettivo è fare oggi ciò che andava fatto vent’anni fa: dare al prodotto il valore aggiunto di un marchio riconoscibile per fidelizzare il consumatore. Ciò che in Trentino, per esempio, è stato realizzato con la mela; e che alle nostre latitudini si è trascurato, anche per invidie, egoismi, rivalità di bottega, con il risultato di perdere progressivamente importanti quote di mercato. Negli anni Sessanta, Ferrara aveva circa 50 mila ettari di frutteti, nel 2012 la superficie si era ridotta a 12.784 ettari.

Opera_PrimaPer riconquistare il tempo (e il business) perduti, due anni fa è iniziata la missione “Opera”. La nuova azienda, presieduta da Adriano Aldrovandi, ha come vice presidenti Atos Bortolotto, Piero Emiliani, Raffaele Drei e Luigi Mazzoni. E, tanto per non sbagliare, si è scelto come uomo-marketing proprio Luca Granata, l’inventore di Melinda: perché è principalmente sul terreno del marketing che si vince la partita. Opera è già al lavoro: da ottobre le succose pere Abate Fétel della consorzio, che riunisce produttori di Ferrara, Modena e Bologna, sono sulle tavole degli italiani. Granata, il mago di Melinda, che la scorsa primavera ha lasciato il Trentino per assumere la direzione generale della cooperativa, oltretutto è partito con una buona eredità, perché il convincente marchio “Opera” se l’è ritrovato già pronto: è il dono di uno dei produttori aderenti, che lo ha conferito per farne l’emblema di tutti. Lo spirito di gruppo si vede già da questi particolari. E Granata, forte anche di questo collante, prova a compiere un nuovo miracolo.

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“Ciò che porta ricchezza è il marchio – sostiene convinto Paolo Bruni, presidente del Centro servizi ortofrutticoli -. Il caso Melinda ne è prova lampante. Con Opera siamo impegnati in una impresa analoga”. I numeri di partenza sono molto interessanti: secondo dati Inea, su 824.000 tonnellate di pere prodotte in Italia, 554.000 (quasi il 63%) crescono in Emilia Romagna, concentrate principalmente nelle province di Ferrara, Modena e Bologna. Inoltre, il 50% della produzione è dato da un’unica varietà, l’Abate Fétel. A livello europeo, la nostra regione produce il 40% delle pere e addirittura il 90% della qualità Abate. Investire su questo prodotto e su questa specifica varietà ha quindi un valore strategico, perché le tre province sono praticamente monopoliste continentali. E nel mondo siamo i terzi produttori dopo Cina e Stati Uniti.

Qualcosa del genere, con buon successo, nel ferrarese si è già sperimentato con la mela, con i consorzi della Mela più (qualità Fuji), Modì (incrocio fra Liberty e Gala) e Pink Lady (Cripps Pink). “Funzionano tutte e tre”, conferma Bruni, a riprova che il ‘brand’ serve per viaggiare veloci. Ma non ci si muove se mancano macchina, autista e benzina. Occorrono dunque i capitali. “Per dare a un prodotto la dimensione del largo consumo bisogna andare in tv, bisogna far arrivare al consumatore messaggi martellanti – incalza Bruni -. I soldi necessariamente devono metterli i produttori, magari giovandosi di qualche contributo pubblico”.

Un progetto di questo tipo richiede almeno 10 milioni di euro di investimento: “Ecco perché – sostiene il presidente del Cso – bisogna aggregarsi: per una sola realtà territoriale l’impegno sarebbe insostenibile, tre province insieme invece possono reggere il peso, che si traduce in un’incidenza di qualche centesimo di euro per ogni chilo prodotto”.

Una grande scommessa per i produttori della pera, un frutto noto a tutti ma acquistato principalmente dagli over 55. Gli spazi di crescita per il mercato sono dunque ampi, purché si riesca a conquistare il gradimento dei giovani. Su questo obiettivo punterà principalmente la campagna promozionale. Le aziende ferraresi nutrono grandi aspettative. Quelle riunite in Opera, del quale è punto di riferimento territoriale un colosso come Mazzoni group; e anche quelle che hanno fondato Origine Group, azienda concorrente costituita ad agosto e dedita a pera e kiwi che, fra gli altri aderenti, annovera Salvi vivai, l’altro pilastro della frutticoltura ferrarese.
Due terzi a un terzo è attualmente il rapporto di forze a favore di Opera. Per le quote di mercato sarà battaglia. Ma l’obiettivo del rilancio della pera è comune e condiviso. O perlomeno dovrebbe indurre tutti a ragionare dissipando le ombre della rivalità: perché su questo presupposto si edifica la base di un successo annunciato, ma ancora tutto da conquistare.

2. FINE

Expo proietta nel futuro la tradizione ferrarese

IMG_7592 robot-inservientiC’era anche il supermercato del futuro a Expo, di un futuro però molto simile al presente: non i droni-fattorini che ti portano a casa la spesa ordinata online, ma un ambiente elegante e raffinato dotato di grandi schermi lcd con l’indicazione delle caratteristiche dei prodotti e dei valori nutrizionali di ciascuno; e come massima concessione alla fantasia, giusto per stupire almeno un po’, inservienti robot che servono frutta e piccole confezioni. Qualcosa di già realizzabile oggi e di facilmente prevedibile domani.
E c’erano, ad Expo, i cibi ferraresi, quelli di ieri, di oggi e certamente anche del futuro, gli evergreen, I campioni della tipicità, presentati dagli associati Ascom che hanno fatto vetrina di sé nel gran finale dell’esposizione mondiale. Gastronomia e turismo, questa l’accoppiata vincente suggerita, tradotta in stuzzicanti abbinamenti che gratificano l’appetito del corpo e della mente: aglio di Voghiera a condire la delizia Estense di Belriguardo, piadina morbida al centro storico di Comacchio, il ‘bagigino’ nella suggestiva cornice di Valle Campo, suo habitat naturale; pasticcio di maccheroni e pane fra i monumenti e l’ortogonalità delll’urbanistica Unesco di Ferrara… Poi, tartufo nero e bianco nel bosco di Panfilia a Sant’Agostino o alla Rocca di Stellata di Bondeno.
tartufi-sant-agostinoE dentro questo menu ci stanno le storie di gusto di uomini e donne che con la loro passione marcano la differenza fra l’ordinario e lo straordinario: Alessandro Farinella, che gradisce essere appellato con il soprannome che da sempre lo accompagna, Ciliegia, “perché lo si ricorda meglio”, e da vent’anni e più è diventato pure il nome della sua premiata azienda; Neda Barbieri, ambasciatrice di un aglio le cui declamate virtù stanno in un aroma particolarmente intenso che si sposa a una facile digeribilità. E poi Enrico Nordi, il papà del bagigino, la piccola alice che si può pescare solo nelle valli di Comacchio perché qui non è in grado di svilupparsi oltre le minute dimensioni. I ‘tartufini’ di Sant’Agostino e di Bondeno, Filippo Menghini e Salvatore Salvi, che magnificano l’oro nero e bianco (400 euro letto quest’ultimo) dei loro territori, certi che nulla abbiano da invidiare rispetto ai più celebri fratelli di Alba o Acqualagna, per l’orgoglio di Fabrizio Toselli sindaco di Sant’Agostino e Simone Saletti, vice di Bondeno. E infine i panificatori di Ferrara, maestri dell’arte bianca, le cui origini risalgono al Rinascimento estense.

Le delegazione ferrarese ad Expo
Le delegazione ferrarese ad Expo

La delegazione di Ascom Ferrara, capitanata dal direttore Davide Urban, dal vicepresidente Marco Amelio e dal presidente regionale di Confcommercio Andrea Babbi, con corollario di sindaci e amministratori, ha collocato queste tipiche delizie nella cornice internazionale di Expo, puntando sulla duplice attrattiva turistica esercitata sugli occhi e sul palato. Per tesori tutti da vedere e da assaporare.

L’INTERVISTA
Tra neopop e neofigurativo il decollo italiano del ferrarese Alfredo Pini

“Mobile immobile” è il titolo della mostra del ferrarese Alfredo Pini allestita a Cassino – Piedemonte San Germano (Frosinone) presso il centro commerciale Le Grange, dal 17 al 31 ottobre, con il patrocinio e la partnership di Spoleto Art Festival. La personale dell’artista ferrarese (noto anche come gallerista, Lacerba Gallery), a cura di Ars Interamna & Cristiano Art Gallery è stata inaugurata con la presentazione del professor Luca Filipponi, presidente del festival e comprende venti degli ultimi dipinti di Pini.

Alfredo, focus sulla tua ultima mostra Mobile Immobile, un approfondimento?

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Alfredo Pini

“Mobile immobile” è il titolo di questa mostra di Cassino, sul tema del movimento. E’ un seguito alle due precedenti mostre di Ferrara e di Genova che si intitolavano “panta Rei”, tratto dall’aforisma di Eraclito traducibile in “tutto scorre”. Sempre su questo tema, ho affrontato l’argomento di come tutto sia perennemente in movimento o trasformazione, anche fin troppo velocemente direi.

Pini, recentemente diverse mostre fuori mura molto interessanti, uno zoom?
Sì, sono stato invitato da diverse gallerie anche straniere, come ad esempio la galleria Trashart di Vienna, per mostre personali sempre su questo tema. Che tra l’altro non è l’unico che affronto, ma anche altri che se vogliamo sono tutti collegati. Ho in programma anche un discorso in via di sviluppo con una galleria di Mosca, oltre a diverse altre in alcune città italiane, una soprattutto a Roma che se andasse in porto nella maniera in cui è stata concepita, sarebbe di grande rilevanza.

Alfredo Pini, sempre neopop e all’avanguardia, parafrasando la tua ultima mostra, un artista rigoroso e dinamico, tra i tuoi input Nespolo, Schifano, Depero, esatto? Oppure?
Non saprei come definirmi, tu mi definisci neopop altri neofigurativo, resta il fatto che è sempre difficile etichettare un artista, anche perché il suo lavoro può cambiare col tempo, com’è giusto che sia, per cui bisognerebbe avere sempre una visione d’insieme per poter giudicare. Sicuramente Schifano è un artista rivoluzionario che mi ha molto interessato, gli stessi artisti della poesia visiva per la loro genialità e varietà di immagini e contenuti.

Pini Alfredo, artista e gallerista, una retrospettiva come gallerista?
Mi piace essere a contatto con altri artisti e mi piace vivere in mezzo all’arte in genere, per questo gestisco anche la galleria Lacerba di Ferrara. Retrospettive non mi piace farne, mi piace guardare al futuro, per cui come gallerista ho in programma per metà novembre una mostra di un genio dell’arte: Claudio Cintoli, artista scomparso giovanissimo sul finire degli anni ’70, che ci ha lasciato lavori sorprendenti di arte concettuale.

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Eppure si parlava di pace in Europa.
La foto di oggi…

Sembrava che di muri tra popolazioni non ne avremmo più dovuti vedere e invece sta succedendo di nuovo. L’Europa si ritrova ancora oggi percorsa da enormi tensioni accentuate dalla drammatica questione dei migranti, e i muri eretti dall’Ungheria ne sono la cartina al tornasole. E’ proprio in momenti come questi che occorre tornare a parlare di pace…

Di pace si parlerà oggi alle 17 alla Biblioteca Ariostea con l’autore ferrarese Alberto Castelli, in occasione della presentazione del suo nuovo libro “Il discorso sulla pace in Europa 1900-1945” (Franco Angeli, 2015). Interverranno Andrea Baravelli, Marco Geuna e Daniele Lugli.

Alberto Castelli insegna Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Ferrara. Studioso del pensiero libertario e pacifista, ha scritto e curato diversi volumi, tra cui: “Una pace da costruire. I socialisti britannici e il federalismo” (2002), “Critica della guerra umanitaria. Il dibattito italiano sull’intervento militare della Nato nei Balcani” (2009), “Politics e il nuovo socialismo. Per una critica radicale del marxismo” (2012).

Presentazione del volume (a cura della casa editrice)
Nel periodo più violento della storia europea, tra il 1900 e il 1945, si sviluppa un ampio dibattito che pone la pace come obiettivo politico fondamentale. Si tratta di un dibattito che coinvolge molte voci, spesso diverse tra loro e a volte perfino opposte, ma accomunate dal desiderio di rimettere in sesto un “mondo fuor dei cardini”, in preda alla brutalità e all’oppressione. I protagonisti di questo dibattito sono, per ricordare solo i nomi più illustri, Norman Angell, Lev Tolstoj, Rosa Luxemburg, Bertrand Russell, Romain Rolland, Max Scheler, Altiero Spinelli, Simone Weil e Aldo Capitini: personalità spesso isolate nel loro tempo e che, qualche volta, hanno pagato a caro prezzo la propria coerenza, ma il cui pensiero offre suggerimenti su cui ancora oggi dovremmo riflettere attentamente.

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Squarci di libertà.
La foto di oggi…

Viene inaugurata oggi alla Galleria Dosso Dossi la mostra “Inside, la ricerca della libertà” dello scultore e pittore ferrarese Alberto Cariani.

Si tratta di una mostra itinerante dal titolo “Inside | la ricerca della libertà” che ripercorre le fasi e i punti-chiave necessari per con-prendere il senso del suo fare artistico e dunque il suo mondo e i il suo vagare, ma itinerante anche nel senso di costruzione di un tracciato che possa orientare e accompagnare il fruitore a costruirsi la propria idea di libertà tra le mille interpretazioni possibili. È un fare artistico che come si direbbe oggi procede per “contaminazioni”, fondendo tre loro diverse tecniche e suggerimenti allusivi in costante dialogo con il reale, a volte utilizzando toni espressivi marcati, altre sottovoce, denunciandone spesso le fratture, i traumi, le solitudini ma anche svelando lo straordinario che si può celare nell’ordinario, l’inaspettato, l’inatteso che squarcia ogni certezza. Nel suo cammino artistico il fabbro – scultore Alberto Cariani affonda il suo sguardo in mondo problematizzato, con lo scopo di porre interrogativi più che suggerire delle risposte, tracciando così un cammino di possibili strade dove la possibilità di scelta diventa la proprietà emergente della libertà. La propria libertà. Alberto Cariani ha percorso le vie dell’arte in fondo sempre accompagnato da un gioiosa e ironica urgenza di ricerca usando materiale comune e povero ha dimostrato che chi lavora con le sue mani, la sua testa ed il suo cuore diventa un artista.

Sede: Istituto Dosso Dossi, via Bersaglieri del Po 25/b, Ferrara

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Ferrarese, olandese.
La foto di oggi…

Non ha la miriade di tulipani multicolore di Keukenhof o delle campagne olandesi ma ha un fascino unico e irripetibile. La provincia ferrarese conta gioielli di tutto rispetto e dal punto di vista naturalistico ha un grande richiamo anche dall’estero: venerdì 16 e sabato 17 ottobre saranno presenti nel territorio una blogger olandese Tikva Looijen e 14 tour operator europei, impegnati nell’ambito di un educational promosso da Apt Servizi Emilia Romagna, in collaborazione con la Provincia di Ferrara. Il blog della giornalista, “Gezin op Reis” (Viaggiare in famiglia vedi), che conta circa 12.000 visitatori unici al mese ed ha più di 24.000 pagine, è rivolto alle famiglie con bambini che preferiscono destinazioni autentiche e sorprendenti, o per usare le parole della blogger stessa, “a tutti coloro che si chiedono perché portare i bambini a Disneyland se ci sono castelli reali da esplorare”.

Pianura ferrarese e pianura olandese hanno una certa somiglianza, non fosse altro che per la pianura e gli orizzonti sconfinati rubati alle acque, per i girasoli e le biciclette. Lasciamo spazio all’immaginazione… Goedemorgen!

Il Parco dei tulipani di Keukenhof si trova in Olanda tra L’Aja, Haarlem, Leiden, Delft e Amsterdam [visita il sito].

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

 

GIARDINI E PAESAGGI
Kurosawa sogna Van Gogh

Il caldo opprimente di questa settimana è stato preceduto da giorni di pioggia e di vento che ci hanno regalato un fine maggio di cieli olandesi. Olanda, Paese piatto, steso come una tavola dove nessun rilievo oppone resistenza al vento e dove hai sempre la sensazione di stare in corrente tra due finestre aperte. I cieli olandesi cambiano continuamente, il vento gioca e sposta masse di nuvole di ogni colore e forma, quando si ferma diventano un gregge di pecore sparse su un prato azzurro, e allora sai che nel giro di un’ora, pioverà. Pioggia, nuvole, vento, movimento continuo di luce e acqua creano un paesaggio lindo, dove i colori brillano splendenti come in questa domenica pomeriggio in mezzo ad una campagna ferrarese che sembra uscita da una tela di Van Gogh. Amato Vincent, condannato ad avere un cervello abitato dal vento, dove i pensieri e le idee corrono irrefrenabili come la locomotiva di un treno a vapore. Non si può fermare questo mostro metallico che pulsa nella testa, solo una pallottola ci può riuscire, ma prima, prima dello sparo, è solo arte.
Un’arte potente e lucida di un uomo che in pochissimi anni ha prodotto opere straordinarie, un patrimonio dell’immaginario collettivo e come tali, molto interessanti dal punto di vista turistico. In Provenza, tra Arles e d Aix-en-Provence, nei paesi dove Van-Gogh visse gli ultimi anni della sua vita tormentata, ci sono diversi itinerari che propongono al turista di seguire i passi del pittore suggerendo proprio le viste precise dei quadri con cartelli, che riproducono le opere e che sono posizionate nel luogo dove sono state dipinte. Come se fosse possibile entrare nel quadro e vedere i luoghi con gli occhi dell’artista, un po’ come succede nell’episodio “Corvi” nel film di Akira Kurosawa: “Sogni” del 1990, in cui il regista giapponese ci mostra aspetti della cultura giapponese e i suoi cambiamenti attraverso immagini oniriche.
Perché dunque un episodio su Van Gogh? A parte l’intenzione di rendere un omaggio a questo artista, sicuramente Van Gogh, tra i tanti suoi contemporanei affascinati dal Giappone, è stato quello che ha saputo veramente fondere Oriente e Occidente in uno stile unico e personale, e Kurosawa con sensibilità e chiarezza ce lo mostra attraverso il sogno di un giovane pittore, che incantato davanti alle opere esposte in un museo, si trova all’improvviso nelle campagna della Provenza. Qui incontra le lavandaie, al lavoro sotto il ponte di Langlois, che gli indicano dove potrà trovare il pittore. Il ragazzo cammina finché non raggiunge l’artista in un campo. Il dialogo fra i due è velocissimo, poche battute che dicono tutto. Van Gogh sta dipingendo quello che vede, con ansia, velocemente, perché deve seguire il sole, la luce indispensabile al suo lavoro, ma l’opera d’arte non è nella tela, è lì davanti ai loro occhi. Poi l’artista abbandona il giovane pittore perché deve seguire il sole, non può fermarsi a fare conversazione, e il giovane lo segue camminando, perdendosi in un paesaggio che ormai è quello inconfondibile delle tele dipinte. Uno sparo alza i corvi in volo su un campo grano, come nel celebre dipinto, e riporta il giovane alla realtà nella galleria del museo. Questo è il sogno che il turista rincorre seguendo i cartelli degli itinerari proposti, ma può bastare? Se bastasse questo l’arte sarebbe ben poca cosa, ma per fortuna l’arte è quella straordinaria invenzione che ci fa vedere il mondo, e così, davanti a una campagna anonima, in un fresco pomeriggio di maggio, provo gratitudine infinita per un uomo che mi ha regalato la possibilità di vedere il blu del grano mentre matura e le onde nelle chiome verde cupo degli olmi che ballano, davanti a un cielo azzurro olandese, in mezzo a campi padani infiniti, dove la profondità dell’orizzonte è una prospettiva “giapponese” senza protagonisti, dove l’occhio si allarga nelle sue linee orizzontali e vedo la sua bellezza, senza cartelli, senza frecce segnaletiche, semplicemente apro gli occhi e posso vedere.

Il prisma dell’identità nel nuovo romanzo del vulcanico Pagani

Valerio Milani, autore di libri di successo e di sceneggiature per film, perde la propria identità, non ricorda chi è, chi sono le persone che lo circondano, quali sono i legami sociali che lo vincolano alla vita degli altri. Ha rapporti sospesi che deve sostenere per non rompere il ‘vero’ Milani. Un viaggio nell’introspezione, alla ricerca dell’identità personale e sociale. Riuscirà nel suo intento? Il tema dell’identità è al centro del nuovo romanzo di Andrea Pagani, pubblicato con l’editore La Mandragora, dal titolo “La tana del coniglio”.

L’identità ingloba sia la dimensione personale, sia quella relazionale e sociale. Posizionarsi nel mondo significa sentirsi all’interno di un sistema complesso di relazioni, di identificazioni e di appartenenze che spesso si modificano nel tempo, a volte in maniera drastica. L’identità è uno dei soggetti maggiormente studiati in filosofia e nelle scienze sociali. Tuttavia, benché si abbiano innumerevoli definizioni proposte da varie discipline, i ricercatori rimangono divisi su alcuni quesiti fondamentali: che cosa è esattamente l’identità e quanto i processi identificativi funzionano? Le persone hanno identità singole o multiple? L’identità è orientata individualmente o collettivamente?
Si sviluppa personalmente o socialmente? E’ stabile o costantemente in cambiamento?

Otto libri di narrativa, sette cortometraggi, editoria con Zanichelli e Loescher, un libro di poesia, numerose ricerche di storia, spettacoli teatrali e rassegne letterarie. Ma non stai mai fermo?
A ben vedere, in realtà le varie attività di cui mi occupo sono contrassegnate dallo stesso elemento comune: la scrittura, il piacere della affabulazione, la forza della narrazione. Non credo che, in fondo, vi sia troppa differenza fra un testo creativo e un saggio critico, fra una sceneggiatura e una ricerca storica: il motore che muove queste operazioni è il medesimo, cioè il fascino dell’indagine, della scoperta, della ricerca narrativa.

Dopo aver scritto saggi su Torquato Tasso, Italo Calvino, Proust e Joyce, la metafisica, hai analizzato la nostra vita (attraverso il personaggio Valerio Milani) alla ricerca dell’identità perduta. È un argomento chiave nei tuoi lavori?
È così, in effetti tutta la mia ricerca, sia nei saggi che nei romanzi, parte dallo stesso interrogativo: in cosa consiste l’identità dell’uomo? Senza dubbio, la nostra condizione esistenziale è attraversata da continue evoluzioni e influenze. Non siamo mai la stessa persona, non solo rispetto a come ci vedono gli altri, ma anche in relazione alle idee, alla sensibilità, agli stati d’animo in perenne cambiamento a cui siamo sottoposti. In questo senso, i miei lavori prendono le mosse dal fascino, un po’ misterioso e un po’ inquietante, che sorge dal desiderio di capire chi siamo.

Sei ferrarese, conosci luci ed ombre di Ferrara. Quanto l’ambiente (architettura, urbanistica, società) influenza l’identità dei ferraresi?
Senza dubbio i luoghi hanno una importanza fondamentale nella formazione della personalità di un individuo. Pensiamo al valore nevralgico, in alcuni casi anche epifanico, che gli ambienti rivestono nelle opere di tanti scrittori. E senza dubbio, la città di Ferrara, con la sua suggestione metafisica e surreale, con i suoi spazi magici e affascinanti, ha fornito e continua a fornire materiale di ispirazione e spunti creativi per chi vi ha abitato e vi abita, da Ariosto a Tasso fino alla metafisica del Novecento.

Nel tuo libro fornisci stupefacenti dettagli del mondo che circonda Milani. Sono dettagli di suoni, colori, odori, sguardi. Mi ricordano gli elementi metafisici di De Chirico. L’attenzione ai dettagli è esercizio per incontrare l’identità?
Mi viene in mente una riflessione geniale di Proust, che nella “Recherche” osserva che una parte della nostra sensibilità, l’essenza della nostra identità, si incarna negli oggetti che ci circondano, nei luoghi in cui siamo vissuti, nelle case in cui abbiamo abitato. È proprio così. Non a caso, tornare sui luoghi d’infanzia, per chi dopo tanti anni non vi è stato, permette di scoprire una parte di se stesso.

Gli artisti molte volte non danno soluzioni, piuttosto formulano quesiti. Credi che l’arte possa aiutare a trovare l’identità?
Assolutamente sì. L’Arte (con la A maiuscola, quindi tutte le forme creative dalla letteratura alla pittura, dalla musica al cinema) è un veicolo prezioso e indispensabile per entrare dentro se stessi: non solo per intrattenerci e farci divertire, non solo per farci evadere dalle minute occasioni della cronaca, ma anche per metterci di fronte a noi stessi, al cuore del nostro essere.

Le altre opere di Andrea Pagani

  • “Nel tempio di vetro”, Book editore, Bologna, 1990
  • “La colpa oscura”, Ed. Mobydick, Faenza, 1999
  • “Capriole di comico” (Libro delle anime, anno 1701), Ed. Pendragon, Bologna, 2004
  • “L’alba del giorno seguente”, Ed. Bacchilega, Imola, 2004
  • “Blue Valentine”, Bacchilega editore, 2005, (vincitore del premio Piccola editoria di qualità, rassegna della Microeditoria italiana, novembre 2006, Chiari, Brescia)
  • “L’alfiere d’argento”, Mobydick editore, 2007
  • “Il limite dell’ombra”, Bacchilega editore, 2010

Canapa alla riscossa: dai tessuti all’edilizia il rilancio di un prodotto pulito ed economico

Oggi che si parla tanto di ambiente, si parla troppo poco di canapa. Ma a Ferrara, dal 15 al 24 maggio, si vuole colmare questa mancanza con l’organizzazione della “Settimana della canapa”. E seriamente.
I più giovani non sanno molto sulla canapa e spesso ignorano che, con le sue materie prime, si possono produrre, in modo pulito ed economico, tessuti, carta, plastiche, vernici, combustibili, materiali per l’edilizia e un olio alimentare di altissima qualità. La sua produttività e crescita veloce (una coltivazione di tre mesi produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di bosco in un anno) permettono anche di liberare il terreno da tutte le erbe infestanti meglio di qualsiasi diserbante.

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Lavorazione della canapa nel ferrarese

La canapa è stata, tra le specie coltivate, una delle poche conosciute fin dall’antichità, sia in Oriente che in Occidente. In Cina, era usata fin dalla preistoria per fabbricare corde e tessuti, e più di 2000 anni fa è servita per fabbricare il primo foglio di carta. Nell’area del Mediterraneo, già i Fenici usavano vele di canapa per le loro imbarcazioni, nella pianura padana la canapa è stata coltivata per la fibra tessile fin dall’epoca romana e abbandonata solo negli anni Cinquanta, perché non più conveniente rispetto al cotone e alle fibre sintetiche in arrivo. Di fatto, questa lunga interruzione della coltivazione rende difficile oggi il suo rilancio, anche perché sono necessarie nuove tecnologie. La macerazione per il distacco della fibra, ad esempio, deve essere fatta in appositi impianti ai quali i contadini conferiscano il prodotto dopo averlo essiccato. Questi impianti si possono già costruire, i processi sono stati quasi completamente individuati.
E’ necessario, pertanto, assemblare l’intera filiera dal produttore agricolo al prodotto finito e avviare il meccanismo. Sia in Europa che nel Nord America, i coltivatori sono da tempo alla ricerca di nuove colture che possano ampliare il mercato in settori diversi, a partire da quello alimentare. Anche l’Unione europea è interessata a promuovere coltivazioni a destinazione non alimentare e ha individuato nella canapa una delle colture più interessanti, sovvenzionando i suoi coltivatori e sostenendo la ricerca per mettere a punto i processi di lavorazione. Il mercato è pronto a ricevere i prodotti della canapa; esistono già molte ditte in tutto il mondo che, usando materie prime provenienti dai paesi che non hanno mai interrotto la coltivazione (come l’Ungheria), fabbricano articoli a base di canapa: tessuti e capi d’abbigliamento, olio di semi e prodotti alimentari che li contengono, saponi, cosmetici, vernici, carta, detersivi, tavole e altri materiali per l’edilizia, legni compensati, oggetti d’arredamento. Alcune di queste ditte hanno recentemente visto il loro fatturato crescere in maniera esponenziale, ma, nonostante ciò, la domanda continua a essere superiore all’offerta e i prezzi alti. Alcuni prodotti poi, come i tessuti, sono quasi introvabili. Mercato e opinione pubblica sono, dunque, pronti. In Italia, tuttavia, ancora non esistono ditte che producano o vendano prodotti di canapa, e il Paese è ancora indietro sul piano culturale e informativo. Per colmare, almeno in parte, questa lacuna, e per far conoscere lo straordinario museo privato rappresentato dal Centro documentazione mondo agricolo ferrarese (Maf, www.mondoagricoloferrase.it) che da sempre parla il linguaggio della canapa, è stata organizzata appunto organizzata “La settimana della canapa”, che si terrà fra Langelo Atelier (il 15 maggio), Casa Cini (il 16 maggio) e il Maf (dal 17 al 24 maggio).

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Guercino da casa Pannini a Cento

L’evento si aprirà con l’inaugurazione della mostra sui paesaggi d’acqua nei dipinti di Otello Ceccato, presso Langelo Atelier di via Centoversuri 6a, che si protrarrà fino al 31 maggio. Qui verranno esposti 20 dipinti sul tema dell’acqua (soprattutto il Po), tema centrale nel lavoro di Ceccato, intitolata “paesaggi d’acqua”. Otello Ceccato, artista padovano ma ferrarese d’adozione, aveva affrontato il tema dell’epopea della canapa in una mostra nel 1978, svoltasi al Centro attività visive del palazzo dei Diamanti, con venticinque tele che raccontavano le vicende della popolazione agricola ferrarese, che da quella coltivazione, fino agli anni ’60, traeva importante sostentamento. Le opere originali di Ceccato sono disperse in collezioni pubbliche e private.

Paesaggi d’acquariprende il titolo di una mostra dedicata ad Antenore Magri circa 10 anni fa. Antenore era stato per una breve tempo collega di lavoro di Ceccato alla Berco e gli aveva trasmesso il modo di guardare la calma e placida pianura, le distanze, i suoi silenzi, la sua terra e la sua acqua. Le tele raccontano la pianura padana nord orientale da Ferrara a Venezia; in particolare saranno esposti due dipinti della mostra del 1980, “Viaggiando lungo il Po e il suo delta”, dipinti da Ceccato imbarcato sul motoveliero Isabella II del Gruppo ecologico padano Riccardo Bacchelli, durante una crociera sul fiume organizzata per realizzare una serie di studi e di analisi delle acque. Un viaggio nelle care e dolci acque. Il rapporto dell’artista con il soggetto acqua è intimo, ma quella che compare nei suoi dipinti è prevalentemente un’acqua cheta, sia essa di fiume, di macero, di valle o di laguna. L’acqua è costante, scaturisce dal richiamo dell’inconscio, l’essenziale tavolozza delle trasparenze, dell’effetto specchio, delle iridescenze. Ma l’elemento amniotico incomprimibile e immanipolabile è sempre forza e vita, realtà e apparenza.

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Centro etnografico del mondo agricolo ferrarese
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Ha sede a San Bartolomeo in Bosco

A seguire l’inaugurazione della mostra su Ceccato, il 16 maggio, a Casa Cini, dopo l’introduzione di Pier Carlo Scaramagli, presidente del Maf, vi saranno due interventi di rilievo, quello di Francesco Fabbri (ex direttore del museo di San Marino di Bentivoglio, l’altro grande museo agricolo regionale) sull’economia della canapa tra otto e novecento nel territorio emiliano-romagnolo e quello di Corrado Pocaterra, sulla canapa nella storia dell’arte. I primi interventi di Scaramagli e Borghi vogliono ricordare al pubblico l’importanza del MAF, oltre che presentarlo a chi ancora non lo conosca.

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Il Centro Maf nasce, infatti, agli inizi degli anni ‘80 grazie alla collaborazione tra Guido Scaramagli (agricoltore e appassionato raccoglitore delle testimonianze della cultura e del lavoro contadino) e il Centro etnografico del Comune di Ferrara (fondato, nel 1972, da Renato Sitti e Mario Roffi). Nel 1978, Sitti e Franco Farina organizzano una grande esposizione sulla lavorazione della canapa, che assegnano a Ceccato. L’artista crea ventisei grandi tele, e, dopo il 1978, elabora venti acquerelli dai disegni preparatori delle tele, dai quali sono stati ricavati le litografie esposte, appunto, al MAF. La base di partenza. Creato per offrire una documentazione sul lavoro e la vita nella campagne da fine ottocento a prima metà del novecento, oggi il centro conta oltre 10.000 visitatori annui e 30.000 oggetti esposti. Non solo “museo agricolo” ma anche delle tradizioni e dei costumi del nostro passato e punto d’incontro culturale tra generazioni. Si divide in tre sezioni: una sulla meccanizzazione agricola, che documenta i più importanti cicli di lavorazione, una sulla casa rurale, ricostruita nelle sue espressioni di vita quotidiana del mondo rurale, e una sul borgo. La struttura ha una mostra permanente sui mestieri ambulanti (seggiolaio, segantino etc.), sulla storia della frutticoltura, e una dedicata ai burattinai Ettore Forni e Pompeo Gandolfi.

Galileo Cattabriga, ‘Macerazione della canapa’
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Otello Ceccato, ‘Ciclo della canapa’

Nell’intervento di Pocaterra, invece, vengono valutati due aspetti, quello della canapa come supporto (tela) che inizia a diffondersi in Europa nel ‘400, con il perfezionamento da parte dei pittori fiamminghi della pittura a olio (Van Eyck, Van der Weyden, Campin) e quello strettamente iconografico che, con la spinta degli Umanisti, avvicina i potenti dell’epoca avvicinarsi alla vita nei campi. Per raccontare questa storia, viene presa ad esempio la corte di Ferrara nella prima metà del ‘400, in stretti rapporti con le Fiandre e con Guarino Veronese, tutore di Leonello, che porta via via gli Estensi a stabilire la corte in estate a Belriguardo. La storia prosegue con alcuni dipinti in villa raffiguranti la canapa, i dipinti settecenteschi inglesi con i velieri (una pubblicità della canapa ferrarese), i tessuti futuristi, l’iconografia del ventennio, la pubblicità. Fino a tre pittori che più si sono occupati della canapa: Galileo Cattabriga, Nino Zagni, e, appunto, Otello Ceccato.

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Museo di San Marino di Bentivoglio

Francesco Fabbri, presenterà il grande museo agricolo regionale di San Marino di Bentivoglio [vedi]. A 15 km da Bologna, nel cuore di un parco storico all’inglese, l’ottocentesca Villa Smeraldi è, infatti, sede, dal 1973, del Museo della civiltà contadina: oltre 2000 mq di esposizione e 4 ettari di parco offrono al visitatore una testimonianza unica sul lavoro e la vita nelle campagne tra Otto e Novecento: la sezione dedicata alla canapa è la più importante in Italia. Il Museo è gestito, assieme alla villa e al parco, dall’Istituzione Villa Smeraldi costituita nel 1999 dalla Provincia di Bologna e sostenuta dai Comuni di Bologna, Bentivoglio e Castel Maggiore. Contiene sezioni dedicate alla preparazione del terreno, alla raccolta e alla lavorazione della canapa, alle pianure dei mezzadri, le case coloniche e alla cucina contadina. Molto curato e ben documentato.

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Mostra fotografica al Maf

Domenica 17, sempre al Maf, Maria Roccari, l’animatrice del museo, presenta una ricca mostra fotografica sulle fasi di lavorazione della canapa, preparata sulla base dell’esperienza di anni di racconti e di ricordi dei visitatori che hanno vissuto i tempi della canapa e attingendo al ricco materiale iconografico d’epoca del Centro. Il convegno di chiusura di domenica 24 vuole portare una riflessione sulle prospettive e sugli utilizzi possibili della canapa (con i tentativi di rilancio falliti e le prospettive) oltre che sull’aspetto tossicologico incombente. Alessandro Bruni, già preside di Farmacia all’Università di Ferrara, ne introdurrà gli aspetti alimentari e gli utilizzi nell’edilizia e in campo energetico. Fabrizio Angelini e Fabio Schiavina parleranno della canapa nell’alimentazione odierna e prepareranno davanti al pubblico un gustoso piatto a base di questo alimento.

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Olio di canapa

E’ importante ricordare, al consumatore attento e salutista (ma non solo), che, nel campo dell’alimentazione, i semi di canapa, in particolare, originariamente tipici dei consumi della cultura Orientale, India e parte della Russia, hanno un elevato valore nutrizionale, per via dell’alto contenuto proteico; negli ultimi anni, il loro consumo in cucina è in sensibile aumento, soprattutto nelle diete vegetariane e vegane. Si tratta, in questo caso, di proteine cosiddette ad alto valore biologico, in quanto facilmente assimilabili. Dai semi si ottengono poi farine e olio e da tali trasformati principali derivano a loro volta tutti gli altri ingredienti gastronomici. Dal punto di vista nutrizionale, diversi autori definiscono l’alimento canapa quale sintesi nutrizionale fra i legumi, i cereali e la frutta secca, per il fatto che, nel loro ambito organolettico, hanno un alto tenore di carboidrati e un altrettanto importante tenore di proteine, di amminoacidi, di vitamina E, di fibra, di omega 3 e 6.
Ma quali sono gli utilizzi gastronomici? I semi interi, integrali o decorticati, tostati, possono essere usati per insaporire insalate o verdure cotte; le farine sono ottime per produrre pasta, pane, dolci e biscotti; l’olio, ottenuto dalla spremitura a freddo per semplice lesione dei semi, è forse il più salutare, poiché fonte di omega 3 e 6, indispensabili per lo svolgimento corretto delle funzioni metaboliche indispensabili. Verranno illustrate la produzione, in diretta, della pasta fresca con farina di canapa e la ricetta della degustazione. Buon divertimento, allora, e buon appetito. In salute.

Le giornate del 17 e del 24 maggio sono inserite nell’iniziativa Fattorie aperte della Regione Emilia-Romagna [vedi].

Si ringraziano Langelo Atelier, Corrado Pocaterra e Fabrizio Angelini per la disponibilità nel fornirci il materiale e  raccontarci alcuni particolari dell’evento.

Per informazioni sui centri citati:

Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese – Museo Etnografico [vedi].
Via Imperiale, 265, 44040 San Bartolomeo in Bosco (FE)
www.mondoagricoloferrase.it

Città metropolitana di Bologna – Istituzione Villa Smeraldi Museo della civiltà contadina [vedi].
Via Sammarina 35, 40010 San Marino di Bentivoglio (BO)

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