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La conoscenza negata. Ne scrive anche Roberto Saviano su L’ Espresso della settimana scorsa: “Il trattamento riservato alla scuola è una metafora del trattamento riservato alla conoscenza: semplicemente non è una priorità”. Ci troviamo di fronte a un grande enigma cognitivo: l’incapacità di valutare la portata del pericolo imprevisto che insidia le nostre vite, perché al sequestro delle nostre esistenze non corrispondono gli strumenti per conoscere e comprendere senza essere vittime dell’infodemia a cui concorre anche il governo.
Questa è la prima grave lesione che ha subito il tessuto democratico della nostra convivenza. Non essere padroni di noi stessi perché ci vengono sottratte le fonti della conoscenza, le chiavi di lettura riservate alla scienza e ai manipolatori della comunicazione, lo schermo della trasparenza è infranto, per trattarci come bambini incapaci di essere responsabili e da gestire solo con i divieti e i castighi, non fare questo non fare quest’altro, un popolo infantile, che va preso per mano da un governo padre padrone.

Non credo che ci sia un pericolo tanto grande da giustificare a lungo tutto questo. Di fronte alle minacce ci si attrezza, innanzitutto fornendo a tutti le conoscenze, non quelle per fini strumentali, ma quelle reali, perché ciascuno sia dotato dei mezzi per riconoscerle, per difendersi e assumersi le proprie responsabilità. Passato l’impatto del primo assalto, si dispone l’ambiente per riprendere la vita, non si chiudono le persone nei loro recinti, con un’ibernazione delle vite in attesa di una rinascita.
Stare in casa senza governare il sapere induce a scivolare in uno stato di shock, porta a vivere soli con la propria condizione di confusione e turbamento, esposti e vulnerabili di fronte all’autorità e alle sue parole. Neppure il terrorismo islamico, che il coronavirus pare aver sconfitto, visto che è scomparso dall’orizzonte e dall’informazione, ha indotto tale terrore.

L’attacco alla Costituzione non sta nelle modalità scelte dal governo per assumere decisioni e provvedimenti, ma abita nel disorientamento prodotto sulla popolazione, nell’aver confuso i poli e le direzioni.
Ascoltiamo la scienza ma poi decide il consiglio dei ministri. Nessuno di noi possiede il controllo sul linguaggio della scienza e neppure sulle ragioni della politica, che determinano l’azione del governo. Così si manovra la popolazione usando gli strumenti già collaudati dello shock e della paura, anziché fornire ad ogni cittadino le armi per essere in grado di condurre la propria battaglia.
Fino a ieri il brand della politica era il razzismo e la paura dell’altro, ora l’altro sfila nelle bare trasportate dai carri dell’esercito, per scomparire nelle ceneri della cremazione, innalzando di fronte agli occhi dell’opinione pubblica la trincea dell’orrore, per chiuderci nelle nostre case con la ‘terapia d’urto’, con la sindrome della apocalisse farcita dalle invocazioni papali, che dall’inizio della pandemia ci vengono quotidianamente somministrate dalla televisione di stato. Che siamo ad un’era dell’umanità che necessita ancora di queste liturgie è spaventoso, offensivo, pericoloso.
Se questo è il brand della classe politica che ci governa, significa che essa non è all’altezza e che noi siamo alla disperazione. Dai non luoghi di Marc Augè, siamo giunti ai non luoghi dell’epidemia: gli ospedali, le scuole a distanza, le nostre case, le nostre città e paesi.

La conoscenza, che spinge a sapere e ad agire, è stata beffata dal dogma della paura e dell’obbedienza. Invece di apprendere a difenderci dal virus si è preferito innalzare la religione del virus, il demone che si appropria delle vite, il demone a cui immolare i corpi, il demone a cui pagare il tributo di sangue. Si attendono i responsi di Pizia sugli umori del demone e si invita il popolo a celebrare i sacrifici.
Senza conoscere è difficile riprendere in mano la propria vita, che ora è in ostaggio dei dati e dei grafici che ogni giorno ci vengono propinati senza che ci sia concesso di comprendere come gli stregoni li abbiano confezionati. E l’assoluta mancanza di conoscenze, di controllo, di garanzie, l’assenza di trasparenza sono gravi non solo ora, ma lo saranno tanto più dopo, quando dovremo affrontare le conseguenze violente di questo shock e certamente non potremo farlo ancora tenuti per mano da un governo padre padrone che ci impone come doverci comportare.

Intanto, chiusi nelle nostre solitudini, non siamo più quelli di prima, imbrigliati nella tela di ragno del web, spinti dalla ricerca della conoscenza e dalla voglia di incontrare altre intelligenze per porre un argine al nostro disorientamento. Ciò che prima dello shock ci pareva da combattere, come l’eccessiva esposizione dei nostri ragazzi allo schermo del computer, con i pericoli del cyberbullismo, ora, con la scuola a distanza, non allarma più.
Il web, i social e i nostri device digitali ci hanno catturati, con il rischio di una metamorfosi sociale, di una nuova antropologia, di un villaggio di rinchiusi nei propri mondi virtuali, forse più facile da controllare e governare. Potrebbe allora essere che diventi buono il comunicato dell’Ordine degli psichiatri: “Se parlate ai muri o al frigorifero, non preoccupatevi, contattateci solo se vi rispondono”.

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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