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Nascita

Parlo spesso ai bambini, soprattutto quando sembra che non capiscano. Ho sempre ammirato il loro genio inconsapevole. Provo ogni volta la meraviglia di quando iniziano a dire bugie, di quando cominciano a frequentare l’ironia. Per qualche motivo, non associo a queste malizie la fine dell’innocenza. Le bugie dei bambini non sono un assaggio amarognolo dell’ età adulta, ma una manifestazione magica del loro genio.

Parlo spesso ai bambini, soprattutto quando sembra che non capiscano. Parlo poco agli adulti, perché spesso non ascoltano più.

“Ogni bambino che nasce è in qualche misura un genio, così come un genio resta in qualche modo un bambino”.

Arthur Schopenauer

La generazione Greta e gli adulti benpensanti

Stanno riscuotendo un grande successo sui social le affermazioni, in risposta alle manifestazioni dei giovani contro il cambiamento climatico, di un giornalista australiano. Tradotte più o meno fedelmente, suonano così: “Voi siete la prima generazione che ha preteso l’aria condizionata in ogni sala d’aula; le vostre lezioni sono tutte fatte al computer; avete un televisore in ogni stanza; passate tutta la giornata a usare mezzi elettronici; invece di camminare a scuola prendete una flotta di mezzi privati che intasano le vie pubbliche; siete i maggiori consumatori di beni di consumo di tutta la storia, comperando in continuazione i più costosi capi di abbigliamento per essere ‘trendy’; la vostra protesta è pubblicizzata con mezzi digitali e elettronici.” .

L’autore di queste frasi è Andrew Bolt. Intanto, chi è costui? E’ un giornalista australiano noto alle cronache, tra le altre cose, per aver negato il fenomeno della vendita massiva di bambini aborigeni alle ricche famiglie bianche. Ha anche affermato (lui, figlio di immigrati olandesi) che l’Australia stava per essere colonizzata dall’immigrazione che stava trasformando, a suo dire, il paese da una casa in un hotel. Ha poi di recente difeso pubblicamente il cardinale George Pell, assolto dall’accusa di abuso su minori perchè non provata “oltre ogni ragionevole dubbio”. [Ca va sans dire, Pell afferma che l’omosessualità è sbagliata e non è vero che gli omosessuali siano discriminati, e ha condotto una campagna volta ad impedire l’adozione alle coppie omosessuali. Non so se questa divaricazione tra moralismo pubblico e vizi privati vi ricorda qualcosa].

Ma torniamo a Andrew Bolt, il giornalista neostar, censore di Greta Thunberg, che viene portato ad esempio come colui che finalmente smaschera l’ipocrisia dei giovani viziati che manifestano contro la crisi climatica. Analizzo ogni sua affermazione, che i suoi sostenitori definiscono di grande buon senso: “Voi siete la prima generazione che ha preteso l’aria condizionata in ogni sala d’aula”. Immagino che lui (che ha 62 anni) invece lavori in una sauna con tasso di umidità al 98 per cento, pur di preservare il suo paese dall’eccesso di ozono nell’aria. Ma sarebbero “i giovani” di adesso i primi ad avere “preteso” l’aria condizionata.  “Le vostre lezioni sono tutte fatte al computer”; lui invece scrive ancora con carta, penna e calamaio. “Passate tutta la giornata a usare mezzi elettronici”; lui invece si illumina casa, da quando è nato, con lampade a petrolio e comunica con segnali di fumo.  “Invece di camminare a scuola prendete una flotta di mezzi privati che intasano le vie pubbliche”; lui invece in ufficio ci va facendo la maratona ogni giorno, ne sono certo. “Siete i maggiori consumatori di beni di consumo di tutta la storia, comperando in continuazione i più costosi capi di abbigliamento per essere ‘trendy'”; a differenza sua, che indossa abiti di 40 anni fa e non ne ha comprati altri (come tutti quelli della sua generazione, del resto). Poi arriva il vero capolavoro del suo ragionamento: “Ragazzi, prima di protestare, spegnete l’aria condizionata, andate a scuola a piedi, spegnete i vostri telefonini e leggete un libro, fatevi un panino invece di acquistare cibo confezionato. Niente di ciò accadrà, perché siete egoisti, mal educati, manipolati da persone che vi usano, proclamando di avere una causa nobile mentre vi trastullate nel lusso occidentale più sfrenato. Svegliatevi, maturate e chiudete la bocca. Informatevi dei fatti prima di protestare”. I giovani quindi devono morire di caldo in estate, tornare nelle grotte, accendersi un fuoco coi legnetti per scaldarsi d’inverno e leggere a lume di falò per avere la credibilità che dia loro il diritto di protestare. Solo loro, naturalmente. Tutti gli altri, tutte le generazioni precedenti possono continuare a fare il cazzo che gli pare. Non hanno mica problemi, loro. Intanto non protestano. Poi tra vent’anni saranno morti, per cui che gli frega del pianeta che lasceranno ai figli. Che si arrangino.

Vorrei capire che razza di buon senso sarebbe quello di attribuire all’ultima generazione, nata al massimo venticinque anni fa, le colpe di un collasso climatico i cui prodromi sono rinvenibili come minimo nell’era dello sfruttamento massiccio dei combustibili fossili. Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale motivo i ventenni di adesso non avrebbero il diritto di lottare perchè anche loro, dannazione, usano il pc o l’automobile. Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale ragione loro non possono parlare, perchè sono viziati, mentre noi possiamo continuare a fare come nulla fosse perchè non stiamo sempre a fare casino. Ci facciamo i cazzi nostri, noi. Questa è la nostra scriminante, il salvacondotto che ci consente di continuare a precipitare dal centesimo piano dicendo “sono al trentesimo e ancora va tutto bene”. Perchè non rompiamo i coglioni.

A me pare che l’ipocrisia stia tutta dalla parte degli adulti, che pretenderebbero che la generazione che combatte per un mondo diverso conducesse una esistenza monacale e premoderna per conferire credibilità alle proprie rivendicazioni. Come se il mondo nel quale sono nati e si trovano a vivere, come se questo modello di sviluppo nel quale si muovono, spesso con una consapevolezza ispirata a quell’ istinto di autoconservazione che noi abbiamo perduto, lo avessero creato loro vent’anni fa. Vengono in mente le parole di Vasco Rossi quando cantava “siamo solo noi, che non abbiamo vita regolare,
che non ci sappiamo limitare…siamo solo noi, quelli che non hanno più rispetto per niente, neanche per la gente”.

 

 

 

Maggioranza e minoranza

 

A.A.Milne è lo scrittore che ha inventato il personaggio di Winnie the Pooh, trasposizione letteraria delle storie che raccontava a suo figlio. Curioso come una delle frasi più illuminanti sull’umanità adulta sia stata pronunciata da un adulto: così acuto da intercettare alla perfezione il candore dei bambini, e la progressiva perdita di acume che accompagna la maturità.

“La mente di terzo grado è felice solo quando pensa con la maggioranza. La mente di secondo grado è felice solo quando pensa con la minoranza. La mente di prim’ordine è felice solo quando sta pensando.”
(A.A.Milne)

I vecchi e i giovani

Quante volte abbiamo sentito gli adulti lamentarsi dei giovani? Questi giovani che non conoscono più i valori fondamentali di un’epoca passata, proprio non li capiscono. Di certo questa tiritera non è una novità: molti antichi romani si sono lamentati delle nuove generazioni che non rispettavano più il mos maiorum, ovvero i valori e costumi degli avi. Pare che sia stato tradotto il medesimo messaggio da un antico papiro egizio, e il celebre poeta Esiodo ne Le Opere e i Giorni (VIII secolo a.C.) scrive: “Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.”
Dunque le cose sono due: o i primitivi furono il popolo più virtuoso mai esistito e da lì si è sempre andati in peggio, oppure certe cose non cambiano mai, ad esempio che qualcuno sostenga questo tipo di lamentela. Eppure la storia è sempre continuata, e probabilmente essere giovani nel cuore è ciò per cui dobbiamo sempre lottare. Certo le radici sono importantissime, ma lo è anche vivere il presente e sapersi mettere in gioco, in discussione. Mi piace molto questa frase scritta da Papa Francesco nell’esortazione apostolica Christus Vivit del 2019, appunto dedicata ai giovani: “una delle capacità della giovinezza è individuare percorsi dove altri vedono solo muri, è il saper riconoscere possibilità dove altri vedono solo pericoli.”

LA SFIGA DI ESSERE GIOVANI

E’ durissima essere giovani. Oggi sicuramente: disoccupazione, incertezza, il Pianeta in pericolo, e chi più ne ha più ne metta.
Oggi, ma anche ieri e l’altro ieri. Nel secolo presente, come nel precedente.
Quando sei giovane ti senti ripetere due cose, continuamente, sempre quelle due cose.
Una carezza: “I giovani sono il nostro futuro….dobbiamo puntare sulle giovani generazioni… dobbiamo consegnare ai giovani un mondo più decente di quello attuale…. “
E un cazzotto: “ I giovani se ne fregano, sono disinteressati e irresponsabili, sono edonisti ed egoisti, sono solo capaci di far casino, bevono, si drogano…”.
Della difficile, complessa, problematica, drammatica condizione giovanile, gli adulti sono anche disposti a prendersi la responsabilità. A parole, naturalmente. Segno che si tratta di un semplice esercizio retorico, una captatio benevolentiae, un ritornello lavacoscienza.
Il risultato è che, alternativamente “i giovani sono belli” oppure “I giovani sono brutti”. Secondo l’occasione, il fatto di cronaca, l’ennesima indagine Censis .
In realtà i giovani non sono né belli né brutti. E’ però in atto una strategia, conscia o inconscia, per tagliarli sempre più fuori dalla società. “Voi state fuori, che prima o poi risolveremo tutto”.
Ad esempio. C’era una volta – ma è passato solo un anno – un movimento nazionale impetuoso, tutto giovanile, che aveva mobilitato coscienze e riempito le piazze. Il movimento delle sardine, che aveva eccome mosso le acque, sembra oggi disperso. Si è scontrato con “il mondo della politica”, con i corteggiamenti di questo o quel partito, con la necessità di schierarsi, con l’urgenza di “prendere una posizione pubblica”.
L’eclissi (non sappiamo se permanente) del movimento delle sardine mette in piena luce la grande forza e la impermeabilità della politica italiana, l’ incapacità dei partiti – anche di quelli progressisti – di aprirsi a modalità, contenuti e linguaggi nuovi: quelli appunto portati avanti dai giovani. Se le Sardine rappresentavano un abbozzo di “Nuova Politica”, La Vecchia Politica è riuscita a disinnescare la minaccia e si è riproposta tale e quale.
Ecco quindi che agli italiani – anche ai giovani italiani – viene proposto un Referendum populista e mal congegnato, dove tutti i partiti (compreso il Partito Democratico che si era detto contrario) invitano a votare sì. Per un’unica “vergognosa” ragione: perché i Sì stravinceranno (secondo i sondaggi) e quindi occorre essere tra i vincitori. E salvare un governo eternamente traballante. Il resto non conta.
Parlo con i miei figli. Parlo con i giovani. Molti non andranno a votare. E faccio fatica a dargli torto. La politica, questa politica. Non c’entra nulla con loro. Loro sono fuori. Ai margini. Come sempre.
Anche Ferrara, mentre dura la nuova amministrazione leghista, i ragazzi, e anche i bambini, sono spinti sempre più ai margini. Mentre, seguendo il metodo Naomo, piazze e giardini devono essere messi in sicurezza contro i vandali della movida, il Comune di Ferrara avrebbe deciso di abolire uno storico e seguitissimo appuntamento per i bambini e per le famiglie. ‘Estate Bambini’ quest’anno non si farà.
Dare la colpa al Covid è l’ultima scusa per mettere i giovani ai margini. Del futuro. E del presente.

LA SCUOLA, COME RIPARTIRE?
Una proposta alla mia città e al Sindaco

Il livello più basso che una comunità può giungere a toccare è quando la formazione delle giovani generazioni non è più una priorità. Succede se la sindrome del tramonto del futuro colpisce i suoi membri e quindi non è più necessario garantire alcuna continuità. Non si tratta di un orizzonte da fantascienza, ma di quello che sta accadendo ora, vicino a noi, forse neppure avendone consapevolezza.
Dai figli cresciuti davanti al televisore siamo giunti ai bambini e ai ragazzi istruiti vis a vis con il monitor di un pc, del tablet e dello smartphone. Qualcuno potrebbe averci provato pure gusto e considerare che la cosa non è poi così male. Non c’è da meravigliarsi, ciò che desta scandalo e preoccupazione è che tutto sia stato accettato come una ineluttabile necessità.

Ora però che l’emergenza è passata e che la fase due permette di prendere le distanze dalla paura, sarebbe buona cosa soffermarsi a riflettere e la prima preoccupazione dovrebbe essere per loro: le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze della nostra comunità. Uso il termine non a caso, perché è giunto il tempo di fare comunità, di assumerci tutti insieme la responsabilità nei confronti dei nostri concittadini più giovani, di restituirgli il tempo perduto, di recuperare le esperienze e gli apprendimenti mancati.
Senza citare esempi troppo lontani nel tempo, si tratta di esercitare i compiti della politica, nel senso più nobile del termine. Di organizzarsi come comunità in vista di uno scopo: prendersi cura insieme dei nostri ragazzi. Cosa ce ne facciamo della politica e di chi la rappresenta se non è in grado di coltivare idee nuove in condizioni eccezionali? Ora è il momento di verificare chi abbiamo votato, se in consiglio comunale siedono persone dotate di intelligenza capaci di interpretare i bisogni della collettività.

Non vorrei essere presuntuoso, non è affatto detto che il mio pensiero debba essere condiviso da tutti. Ma mi sembrerebbe un atto di responsabilità da parte degli adulti della mia città non arrendersi alla prospettiva che il prossimo anno scolastico dei nostri giovani si riduca ad uno zabaglione di insegnamento in presenza e di insegnamento a distanza, a una scuola che abdica alle sue funzioni oggi fondanti di socializzazione, inclusione, confronto e partecipazione per ridursi ad un unico compito, il più tradizionale ed antico, quello trasmissivo, quello della lezione frontale, che resta tale anche se lanciata da una piattaforma web, o se utilizza i materiali messi a disposizione dalla rete e da Rai scuola. I nostri ragazzi, bambini e adolescenti, hanno bisogno di ben altro, non possiamo trascurare a lungo le necessità della loro crescita, dell’incontro con l’altro, del costruire la propria identità, del riconoscersi nel gruppo dei pari, del coltivare pensieri, ansie e fantasie. Di vivere le occasioni per superare le proprie paure, le proprie frustrazioni e insicurezze, il proprio senso di inferiorità, di conquistare la propria autonomia. Le soluzioni non sono nelle parole dell’adulto, come non sono nello schermo di un device, ognuno se le costruisce, ciascuno se le conquista a modo suo se intorno c’è una vita che si agita, capace di proporre esperienze e incontri, relazioni, scambi, conflitti e mediazioni.

E allora lo sforzo in questo momento non è il ritorno nuovamente a casa, ma l’uscire fuori, sostituendo alle mura domestiche il territorio con una alleanza tra famiglie, amministrazione scolastica e amministrazione comunale per utilizzare tutte le risorse di spazi e di persone che si possono reperire e attivare. Dovremmo fare l’abitudine a incontrare per le strade gruppi di alunni che si muovono da un luogo all’altro per far scuola, nelle biblioteche, nei musei, nelle sale cinematografiche, nei teatri, parrocchie, oratori, centri sociali, mense, palestre e piscine, negli spazi all’aperto come negli spazi chiusi, in tutti quei luoghi che possono divenire aule e laboratori o essere reinventati per accogliere ragazzi di tutte le età, che studiano in modo nuovo fuori dall’aula tradizionale, come lontani dallo schermo del computer. Anziché insegnamento a distanza, dovremmo coltivare l’insegnamento in lontananza, lontani dai luoghi tradizionali del far scuola, lontani dai ripieghi dell’emergenza, per sperimentare un modo nuovo di apprendere, che sa usare la molteplicità delle risorse umane e materiali, la versatilità del territorio come una grande aula. Le occasioni dell’incontro, del confronto, della scoperta e delle relazioni si ampliano, si moltiplicano, i bambini e le bambine, i ragazzi le ragazze, anziché essere relegati negli edifici scolastici, invadono di scuola il territorio e la vita degli adulti. La loro crescita non è più un fatto privato dei singoli ma un impegno e una responsabilità dell’intera comunità.

Si può fare? Certamente. La riforma del titolo V della Costituzione ha introdotto il principio di sussidiarietà che consente di intervenire e non essere costretti ad accettare il piatto freddo offerto dalla ministra dell’istruzione. Se non vogliamo che da settembre prossimo i nostri ragazzi riprendano la scuola con la prospettiva di un anno scolastico ripartito tra l’aula scolastica e le pareti domestiche, bisogna muoversi da subito. La soluzione ci sarebbe, basterebbe che in tempi rapidi il sindaco convocasse un tavolo tra amministrazione comunale, dirigenti scolastici e presidenti dei Consigli di Istituto, in grado di dar vita a un gruppo di lavoro per utilizzare oltre agli edifici scolastici tutto ciò che è sfruttabile del territorio: spazi, risorse, associazionismo, volontariato, adulti disponibili e progettasse un anno scolastico diverso, non solo per l’emergenza, ma anche per il futuro.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una vita da crescere non ammette strumentalizzazioni

Pare che nell’umida e afosa canicola estiva ferrarese la crescita dei piccoli sia divenuta una questione di sesso. È possibile che il caldo produca involuzioni mentali, alle quali, del resto, siamo ormai abituati in tutte le stagioni. L’omosessualità, al di là di ogni evidenza scientifica, per il consigliere comunale Soffritti, del gruppo Fdi, sarebbe controproducente per l’affido dei minori.
Personalmente sono stato cresciuto da una mamma e da una nonna, mi pare in una evidente condizione di omosessualità, per il fatto che la guerra si è presa mio padre. Non mi sembra di essere riuscito più storto del legno di cui scrive Kant.
Forse il consigliere Soffritti, come il più illustre Rousseau autore dell’Émile, pensa che “La prima educazione è quella che conta ed è innegabile che appartenga alle donne. Se l’Autore della natura avesse voluto che appartenesse agli uomini, avrebbe dato a loro il latte per nutrire i bambini.” Salvo poi concludere che il bambino cresciuto in mano alle donne diviene vittima dei loro e dei suoi capricci ed elogiare Catone che educò personalmente suo figlio sin dalla nascita, per non dire di Augusto, padrone del mondo, che aveva sempre accanto a sé, per istruirli personalmente, i nipoti.
In tempi in cui padri e madri naturali si liberano in diversi modi dei loro figli gettandoli dal balcone o nei cassonetti, direi che il terreno della genitorialità è troppo scivoloso per rischiare di avventurarsi improvvidamente, solo semmai perché si ricevono ordini da Roma.
Quale migliore metafora educativa di quella di un figlio frutto di un attempato ragazzo padre, di mestiere falegname, che, immerso nelle più incredibili esperienze della vita, da burattino di legno si trasforma in un vero e proprio uomo? Forse il consigliere Soffritti, Pinocchio non l’ha letto e, se l’ha letto, non l’ha capito, perché Pinocchio lo si legge sempre da piccoli, anziché da grandi, quando sarebbe più utile.
Per dire che a distanza di secoli, da Rousseau a Collodi, ancora nessuno ha in tasca la ricetta della perfetta educazione. Per lo meno qui da noi, secondo i nostri modelli. Perché esistono anche i mondi capovolti, i mondi di-versi. Nel senso che non tutti gli universi sono uni-versi.
Il signor Soffritti, ad esempio, se fosse nato Inuit, popolo eschimese, anziché europeo, e in famiglia l’avessero ritenuto la reincarnazione di un’ava, sarebbe stato cresciuto ed educato come femmina anziché come maschio. Forse l’avrebbe aiutato ad apprendere che più del sesso occorre diffidare della cultura di appartenenza.
C’è un bel libro istruttivo da consigliare a quanti di fronte all’arcobaleno vedono solo rosso o nero: “Sesso e temperamento” dell’antropologa statunitense Margaret Mead, una che con suo marito George Bateson frequentava Palo Alto.
Le sue ricerche, condotte tra le popolazioni primitive della Nuova Guinea, la portarono ad affermare che i ruoli sessuali differiscono fra le diverse società e sono più influenzati da aspetti culturali che non da quelli biologici.
Fortunatamente la scienza ci è venuta incontro liberandoci dalle soggezioni di genere e di sesso. La lezione freudiana sui conflitti, triangoli e complessi dovrebbe avere avvertito tutti, eccetto alcuni come il consigliere Soffritti, della necessità di liberare la crescita delle nostre bambine e dei nostri bambini da questioni di genere e di sesso, e se non bastassero ci si può sempre fare una cultura su attaccamento e abbandono leggendo qualcosa di Melanie Klein e di Bowlby.
Ciò che non è più ammesso, sebbene i tempi non giochino a favore, occuparsi di crescita ed educazione con ignoranza. Parlare per sentito dire e fare uso di stereotipi, soprattutto se si rivestono delle responsabilità pubbliche, non ci si può permettere di strumentalizzare questioni come una vita da crescere.
Il tema non è se in famiglia c’è mamma e papà o il genitore uno e il genitore due, o se le figure adulte di riferimento sono ancora altre, ce l’ha spiegato un grande psicanalista austriaco, Bruno Bettelheim nelle pagine del suo “Un genitore quasi perfetto”.
Indici di una buona educazione sono innanzitutto il sentimento di soddisfacimento del modo in cui si è stati allevati, la capacità di fare fronte in modo ragionevolmente adeguato alle vicissitudini della vita grazie al senso di sicurezza in se stessi. Chi ha avuto una giusta educazione ha una vita interiore ricca e gratificante: è soddisfatto di sé, qualunque cosa accada.
Cosa siano una bambina e un bambino, oltre ad essere l’inizio di una donna e di un uomo, ancora non ci è chiaro. Certo sono un’officina laboriosa il cui mistero ancora non abbiamo penetrato. Per favore, fermiamoci di fronte a loro con il necessario rispetto.

LETTERA APERTA DI UNA VENTENNE
Noi e voi… Lasciateci sognare, lasciateci sbagliare

di Jessica Mantovani

Tra noi giovani chi è un sognatore è solo. Vorrei provare a farmi portavoce dei miei coetanei, pur senza che nessuno me lo abbia esplicitamente chiesto. Pensavo fosse un atto pretenzioso, ma dagli sguardi rassegnati che incrocio quotidianamente tra i corridoi dell’Università ho capito che scegliere di non parlare sarebbe un errore. È come se tra noi giovani e voi grandi si ponesse un alto velo trasparente, una membrana sottilissima ma insuperabile, una sorta di tenda capace di isolare i suoni; e per quanto da una parte si cerchi di parlare forte, nessuna voce è in grado di oltrepassare la barriera. Ci guardate come se fossimo degli incompetenti, come se sapessimo sempre come rovinare tutto, come se fossimo persi e pensate pure che non ci importi ritrovare la strada.

Secondo l’opinione comune, i giovani non hanno ideali e se ne fregano di tutto e di tutti, gli importa solo del loro telefono e di fare festa. I giovani non si impegnano abbastanza, non hanno voglia di fare niente, non gli importa di studiare e non sanno fare nessun lavoro. Vi guardiamo mentre vi disperate tenendovi le mani nei capelli quando pensate al futuro che vi aspetta, un futuro non molto lontano nel quale noi saremo gli adulti e voi invece sarete vecchi. Vorrei provare a tranquillizzarvi: vi sembriamo smarriti, ma qualcosa in mente ce lo abbiamo e ce lo abbiamo tutti. Il rischio, a mio avviso, è che pian piano passeremo dall’avere in testa un grande focolare ardente, al conservare solo un piccolo cumulo di cenere grigia, unico rimasuglio di un grande fuoco che con il passare degli anni si farà sempre più debole fino a spegnersi.
Il nostro fuoco è pieno di idee, di speranze, di sogni… Sogni che abbiamo paura di raccontare perché fin da piccoli ci hanno insegnato a stare con i piedi per terra, a comportarci come fanno gli altri, a pensare razionalmente, a non cadere mai troppo lontano dall’albero se questo ha sempre dato buoni frutti. Se finora tutti si sono sempre comportati in un certo modo e a tutti questi è andata bene, noi dovremmo comportarci esattamente come loro, altrimenti siamo certamente destinati a fallire.

Abbiamo grandi piani per le nostre vite ma non li raccontiamo spesso perché non ridiate di noi, non ci va che non ci prendiate sul serio per gli inediti progetti in cui speriamo. Quello che ci serve sono parole di sostegno, sarebbe bellissimo sentire che finalmente qualcuno crede in noi, per una volta ci servirebbe non dover ascoltare la voce di chi mette in conto i possibili fallimenti conseguenti alle nostre aspirazioni.
Di queste tristi possibilità siamo già a conoscenza e ne abbiamo già fin troppa paura, nonostante voi pensiate che non siamo in grado di capire cosa potrebbe accadere se qualcosa del nostro piano andasse storto.
Lo sappiamo, lo abbiamo già messo in conto e se decidiamo di andare avanti comunque, se non abbandoniamo la sfida nonostante siamo consapevoli dei rischi, non è perché siamo degli sciocchi ma è perché il fuoco che abbiamo dentro brucia di speranza, freme di voglia di fare del bene vero. Per una volta non ridete di noi se vi raccontiamo di voler salire in cima alle montagne più alte, per una volta non scoraggiateci e non metteteci nemmeno in guardia, lasciateci andare. Smettetela di dirci che dobbiamo seguire il sentiero battuto, quello dove le trappole sono già tutte scattate ed hanno ucciso chi è passato prima di noi, lasciate che siamo noi i primi a rischiare, anche se questo può farvi paura. In fondo è meglio soffrire per la delusione che non provare nessuna emozione, è meglio scivolare e poi rialzarsi che rimanere sempre distesi per evitare di cadere.
Sperate insieme a noi, tornate giovani e incoscienti, lasciatevi emozionare dal nostro fuoco e tifate per noi anche se ci sono alte probabilità di vederci fallire. La delusione non ci fermerà se invece di cercare di fermarci ci avrete insegnato che il fallimento non è la fine di tutto, non è la prova che non avremmo mai dovuto tentare ma è solo un normale fatto che si presenta a chi desidera tanto e si muove per ottenerlo.
Gli adulti sembrano sempre così avviliti, dicono che peggio di così non potrebbe andare, li sentiamo borbottare su quanto questo mondo faccia schifo. Se non c’è nulla da perdere, allora perché non provare qualcosa di nuovo? Perché non fare un tentativo e credere in noi? Piuttosto di crogiolarvi nella vostra rassegnazione, fateci capire che c’è qualcosa in cui sperare. Se raggiungeremo la vetta o se ci fermeremo a metà, avremo sempre ottenuto più di quanto non avremmo fatto se avessimo deciso di non agire per paura di fallire.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Non è solo colpa loro

Sarebbe opportuno che di fronte agli errori degli adolescenti gli adulti si interrogassero più frequentemente sul cosa hanno sbagliato nel crescere quelle vite. Ma questo difficilmente avviene, poiché si tende a dare per scontato che sia nella natura di chi è ancora troppo giovane cadere in errore e che l’adulto detenga le chiavi della formazione.
Eppure, se gli adulti nutrissero fiducia nelle loro capacità pedagogiche, i rischi d’errore, per chi è ancora nella fase di formazione del sé, dovrebbero approssimarsi sempre più allo zero. Invece ad essere a zero sono le certezze sulle nostre performance formative e sui loro esiti. La questione è che i piccoli non sanno crescere perché i grandi non sanno educare.
Educare, proprio nel senso maieutico del termine, di condurre fuori, di trarre da sé. Come l’arte della dialettica e dell’ironia di Socrate che sarebbero necessarie ad ogni pedagogia della vita.
Noi, invece, pensiamo sempre di cavarcela con gli insegnamenti. Con la trasmissione orale di contenuti, di dosi di passato, ammaestramenti e ingiunzioni, a prescindere che poi nella vita di tutti i giorni, nostra e degli altri, vi siano coerenze con le etiche oggetto delle nostre istruzioni. I giovani li abbiamo messi nelle classi ad ascoltare verbi che non ritrovano al di fuori dei musei del sapere e della morale.
Così la separazione non è più tra il bene e il male, ma tra il racconto della vita e la vita. Quando le due cose non corrispondono, perché dovrebbero farle coincidere loro che non sono ancora cresciuti, che hanno il diritto di esser più fragili di noi che siamo adulti?
Poi ci inviluppiamo in concioni sul bullismo, curiamo i prepotentelli con i fanghi dell’educazione compensativa, senza mai uscirne migliori né loro né noi.
È che non ci siamo mai liberati dall’essere come le statue nella sonnolenza del meriggio, come la nuvola, mentre alto vola il falco del “male di vivere” che il poeta spesso ha incontrato.
All’indifferenza divina abbiamo aggiunto la nostra, abbiamo disimparato a misurarci con il male di vivere, lasciando sempre più che ci passi accanto, tanto da non accorgerci quando, anziché sfiorare noi, si struscia contro i nostri figli.
Non esiste il vaccino contro il male di vivere e mettere in guardia dai pericoli dell’esistenza non è più sufficiente a fornire gli anticorpi.
Dei giovani bisogna farsi carico, vivere accanto a loro, condividerne le esperienze, dedicargli il nostro tempo, coinvolgerli nella gestione della vita, non come un manuale di istruzioni pronte per l’uso, ma con la propria identità di adulti testimoni responsabili delle proprie scelte: come un manuale di coerenza.
I giovani crescono se hanno modelli, testimoni da imitare, se la fascinazione dell’altro, adulto, li ha incontrati nel loro percorso.
Se, invece, la vita diviene troppo presto un insieme di pagine da staccare giorno dopo giorno, non c’è da stupirsi che gli antidoti siano l’aggressività, il sopruso, il bullismo. Finisce che si uccide perché il volto felice dell’altro diviene insopportabile.
Quanto di umano investiamo nella formazione delle giovani generazioni è una responsabilità collettiva.
Se le esistenze che annegano in mare fanno notizia anziché scandalo, se lo sgombero dei campi rom con le ruspe è un atto di pulizia anziché un delitto, testimone di quale credibilità e coerenza è l’adulto che sta accanto ai suoi figli, ai giovani che dovrebbe crescere come educatore o come insegnante?
Nella società dell’ambivalenza è l’etica che si sdoppia, perché non ci sono più condotte condivise, anzi a prevalere sono destinati quei comportamenti che meglio accarezzano gli istinti aggressivi dell’uomo, specie dell’uomo più giovane.
Nonostante gli sforzi che privatamente si possono compiere per opporsi ad una simile deriva, chi cresce, cresce nell’ambivalenza e nell’ambiguità. Basta guardarsi attorno per comprendere che il nostro male di vivere oggi veste gli abiti dell’ambiguità, dalle proteste dei gilet gialli a quanti sostengono che destra e sinistra non esistono più, dai sovranismi ai populismi.
Questa ambiguità l’hanno scoperta i giovani come Greta, per questo sono scesi in piazza a denunciare il doppio volto del mondo degli adulti che ha tradito le promesse e, dunque, non può più proporsi come testimone degno di fiducia. Lo sciopero della scuola ne è la conseguenza, come significativo rifiuto d’essere formati da chi non è più in grado di essere adulto.
Se il ruolo dell’adulto manca, i giovani sanno provvedere e prenderlo in mano, perché adulto è crescita, è modello di crescita e non può essere assente, ma neppure tutto ciò è esente dall’ambiguità, per tanto può sfociare nell’etica del “Friday For Future”, come in quella opposta della prepotenza.
I giovani avrebbero bisogno di “exempla” in cui credere, in cui immedesimarsi, ma il prodotto interno lordo delle nostre società di exempla non ne produce più e gli adulti ne hanno da tempo perduto il mestiere.

Antisemitismo: i bambini ci imitano

Attenzione, i bambini e gli adolescenti osservano le nostre azioni e ascoltano le nostre parole. Per Durkheim “l’educazione è l’azione esercitata dalle generazioni adulte su quelle che non sono ancora mature per la vita sociale”.
Nonostante il bullismo si presenti come un fenomeno dilagante, esiste una molteplicità di fattori che influisce sulla genesi del comportamento prepotente.
Il grave atto di aggressione avvenuto in una scuola media di Ferrara, da parte di un gruppo di giovanissimi nei confronti di un loro coetaneo di religione ebraica, al grido di “quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di…”, purtroppo non è un episodio nuovo né a Ferrara né in altre città.
Riferisce il prof. M.L.: “Anni fa insegnavo in un istituto della nostra città e, durante l’intervallo, un ragazzo inneggiava ai forni crematori. E’ stato punito con una nota e un rimprovero verbale, ed è finita lì”.
Altra testimonianza della prof. E.R.: “la vicenda potrebbe essere stata divulgata per sollevare il problema dell’antisemitismo, che c’è da sempre fin dalle medie, ovunque (sono testimone diretta in quanto ex insegnante). Non dobbiamo sottovalutare neppure l’annoso problema dell’emulazione.”
Non è possibile condannare ovviamente i bambini, che ci osservano e tendono ad emulare il mondo che li circonda, ma l’antisemitismo di certi adulti che non si vergognano a manifestare odio contro Israele e contro tutti gli ebrei. Ed è successo anche nella nostra città, che si vanta di Bassani e del Meis. Chissà se i nostri bambini e adolescenti, anche quest’anno, in occasione del 25 aprile, saranno costretti alla visione di insulti e spintonamenti verso gli ebrei, in alcune città italiane, rei di sfilare con la bandiera della” Brigata Ebraica, a cui è stata consegnata la Medaglia d’ Oro al Valore Militare per la Resistenza e per il notevole contributo alla Liberazione della Patria”. Questa la motivazione espressa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Chissà se questo riconoscimento riuscirà a fermare le vergognose e ignobili contestazioni antisemite e a ribadire che chi offende il simbolo della Brigata Ebraica si pone definitivamente fuori dalla storia.

Una lettera invettiva dalla parte di Greta:
“I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta”

da Cristiano Mazzoni

Io invece Greta, ti ringrazio.
Per il coraggio e la forza della tua acerba adolescenza, per la luce di una utopia, all’apparenza impossibile.
Chi c’è dietro ? Non me ne frega nulla. La dietrologia dei perdenti, la cattiveria da social, le analisi di raffinati giornalisti, talmente contro da essere omologati al pensiero comune che sta distruggendo il mondo. Personaggi pubblici che devono scatenare su di te la rabbia di non essere come te, la bruttezza della cattiveria, l’odio verso la semplicità, la bontà vista come un disvalore.
Chi ti critica, Greta, lo fa solo ed unicamente perché non può più dare il cattivo esempio (cit.). E’ allucinante quanto sia strana la percezione che la (g)gente ha di se stessa: moltitudini di cliccatori seriali sono convinti di avere idee diverse dalla massa, quando essi stessi “sono la massa”, i ribelli nei confronti delle ribellioni. Postano foto in cui tu Greta, bevi (udite, udite) da un bicchiere di plastica, sai che mancanza di coerenza. Cosa avresti dovuto fare ? Arrampicarti su una pianta di cocco, staccarlo con i denti, svuotarlo con le unghie e creati un bicchiere primitivo?

Ma che mondo è quello dove non si tollerano gli atti semplici e la volontà di cambiare di una adolescente, e si chiudono gli occhi sulla merdosa cattiveria dei potenti o di chiunque abbia una minima visibilità?
Dietrologi compulsivi, sentenziatori seriali, sputa-giudizi, proprio com’era quella storia della pagliuzza e della trave.
Sì, io sto con Greta e con i ragazzi che sono andati in piazza. Io non pretendo la loro consapevolezza completa, la conoscenza specifica dei motivi e le fini analisi di chi vi intervista in piazza e monta il servizio solo per dimostrare i limiti della vostra età.
I burattini sono loro, tutti quegli adulti che snobbano la vostra protesta. Sì, quelli che ritengono degli eroi i Gilet Gialli francesi e dei teppisti i ragazzi del G8 di Genova.

Mi fa schifo questo mondo.
Lo diceva un signore di Treviri, il capitalismo contiene al suo interno “il germe della propria autodistruzione”. Ed è proprio quello che hai detto tu, Greta, certo con le tuo parole, ma il significato è quello.
Noi adulti vi stiamo lasciando le macerie di un mondo che mai abbiamo voluto cambiare, che ci ha visti ‘appecorati’ dietro un qualunquismo malato; non ci siamo mai presi il rischio di pensare in maniera globale. Addirittura abbiamo sdoganato il sovranismo, i “prima noi e poi loro”. E le guerre di religione, i nostri valori, la nostra società. Il possesso, il potere, le certezze assolute, i dogmi.
Ma la terra è una, non ha confini, il mare, i fiumi, l’aria non sono una nostra proprietà, non si legano a uno Stato, scorrono.

Saremo la prima razza animale che si autodistruggerà per colpe proprie, una roulette russa giocata con una pistola d’oro massiccio, dove ogni anno aggiungiamo un proiettile. Fra poco, pochissimo, il caricatore sarà pieno. E l’ipotesi di spararci un colpo in testa, sarà una certezza.
Politicanti ‘puzzolenti’, hanno detto che “Tutti i giorni sono buoni per marinare la scuola’. Che gente triste, che schifo di personaggi che sguazzano negli stagni del potere.
Chissà se un giorno Greta, quando sarai vecchia, te li ricorderai i nomi di chi oggi, ora, ha scherzato sulle tue idee, sulle tue parole, sulle tue azioni.

Mi piacerebbe che sugli ultimi libri di scuola – quelli che verranno bruciati per scaldare una popolazione mondiale sconfitta, affogata nel lusso e agonizzante per le colpe dei potenti – fossero scritti i nomi e le parole dei colpevoli. Sì, gli oligarchi che ora stracciano gli accordi sul clima, quelli che pensano alle invasioni, dimenticandosi delle cause, quei grassi fantocci che succhiano il petrolio e lo scambiano con le armi, insomma tutti quelli seduti nelle stanze dei bottoni.
Coloro, che avrebbero potuto incidere, ma hanno sempre e solo pensato al loro tornaconto personale, dimenticandosi, che la scritta game over, vale per tutti.
Il mondo ci è stato dato in gestione dai nostri figli, e noi glielo restituiremo in condizioni peggiori di come a noi fu consegnato dai nostri padri.

Io Greta sto dalla tua parte, le mie figlie sono poco più grandi e poco più piccole di te, con le mie mille responsabilità, con il mio immobilismo, con il mio conformismo, forse pure con la voglia di ribellarmi sempre più sopita dagli anni, voglio credere che la tua generazione sia migliore della mia.
Nella speranza, che il vento del cambiamento esista e parta dal nord e che soffi talmente forte da spazzar via la polvere di catrame, che ha intasato l’animo, di quelli che una volta, si chiamavano esseri umani.

“Scrostati piccolo, lasciami lavorare!”
La risposta dei padroni del vapore ai ragazzi del Friday for future

Per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, per assicurare un futuro alla razza umana e alle nuove generazioni “non c’è più tempo”. Per esporre questa clamorosa, pacifica, coloratissima denuncia, venerdì 15 marzo milioni di giovani e giovanissimi sono scesi nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo. Centinaia di migliaia in 180 città italiane. Alcune migliaia anche nella bella addormentata Ferrara, risvegliatasi dopo un lungo sonno.
L’appello di Greta Thunberg , la ragazzina di Stoccolma dalla faccia tonda e il breve sorriso, ha prodotto un maremoto. I numeri imponenti del Friday for future hanno stupito e spiazzato tutti: i media, i professionisti della politica, i padroni dell’economia. I capi di Stato. I padri, le madri, tutto il mondo degli adulti.
E Adesso? “Grazie ragazzi” c’era scritto su un cartello verde. E i ringraziamenti davvero si sprecano: Grazie ragazzi di avercelo ricordato… avete ragione… ne terremmo conto… correremo ai ripari…
In una vignetta di Francesco Tullio Altan, una bambina alza un cartello con sopra il tondo del pianeta malato. Accanto a lei un omone nerboruto, svastica sull’avambraccio e mitra spianato, le risponde: “lasciateci lavorare ragazzini”. A me è venuto lo stesso pensiero. Mi è tornata in mente mia madre (mi torna in mente quasi ogni giorno) e una frase del mio lessico famigliare: “Scrostati piccolo, lasciami lavorare!”.

Ai ragazzini che vorrebbero salvare il mondo vorrei dare il mio modesto consiglio: non fidatevi dei sorrisi e dei ringraziamenti. Vi stanno – vi stiamo – imbrogliando. Fate attenzione. Avete di fronte il gigante Golia. O il Pifferaio magico, un tipo alla Mark Zuckerberg. O Leland Gaunt, il fascinoso proprietario dell’emporio “Cose Preziose” di Stephen King.
Prima il liberismo, oggi il neoliberismo, ci hanno letteralmente sommerso di oggetti, servizi, opportunità. Nel corso di tutta la storia dell’uomo, il capitalismo si è rivelato di gran lunga il sistema economico più efficiente, veloce e progressivo: la prima, la seconda, la terza, la quarta (quella che viviamo oggi) rivoluzione industriale hanno cambiato la faccia del pianeta e la vita di ognuno di noi. E dopo la caduta del Muro, è rimasto in campo solo lui, un sistema unico che governa il mondo. In Occidente e in Oriente. Nell’emisfero Nord come nel Sud. Nelle megalopoli fino al più sperduto villaggio.
Quasi 200 anni fa, un grande filosofo e geniale osservatore del suo tempo (un ebreo tedesco nato a Treviri, Renania) aveva centrato il problema: c’è qualcosa di perverso e di pericoloso in questo meraviglioso sistema di produzione, un motore interno potentissimo ma che alla lunga consuma e distrugge se stesso e tutto quello che gli sta intorno. Il capitalismo sembra proprio l’albero della cuccagna. Ma non lo è: produce merci ma anche sangue, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alienazione, infelicità. Trent’anni prima di lui, un oscuro poeta italiano, nato a Recanati e di fama postuma, sentiva sulla sua pelle e dava voce al medesimo disagio verso “la modernità”.

Ma insomma, magari a qualcuno non piace Leopardi, o ancora trema davanti al barbone di Karl Marx. Lasciamo perdere ‘Lo zibaldone’ e il ‘Primo Libro del Capitale’. Parliamo di oggi. Qui e ora.
Fra 11 anni, dicono gli scienziati dati alla mano, sarà veramente troppo tardi. Il riscaldamento globale avrà effetti irreversibili sul clima e sull’ambiente. Effetti che già oggi tocchiamo con mano, ogni giorno, a tutte le latitudini. La terra, l’aria, l’acqua si ribellano agli uomini che l’hanno violentata: i deserti avanzano, i poli si sciolgono, il clima impazzisce.
“Non c’è più tempo”, denunciano i ragazzi del Friday for future. La risposta della politica, dell’economia, della finanza è sempre la solita: “Grazie ragazzi ma lasciateci lavorare”, o peggio ancora: “Tranquilli ragazzi, ci stiamo già lavorando”. Politica, Economia, Finanza, insomma i padroni del vapore, si sono limitati a inventare qualche nuovo nome. Il più abusato è “sviluppo sostenibile”. Ed eccone un altro: “green economy”: non vi si apre il cuore solo a sentirlo?

Alla conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. Era il frutto di molti compromessi e grandi mediazioni, in tanti lo giudicavano timido e insufficiente, ma segnava un traguardo storico. Quel traguardo oggi appare già irraggiungibile. L’America di Trump rinnega gli impegni firmati da Obama. Cina, India e perfino i Paesi del Golfo, oltre al petrolio, continuano a costruire centrali a carbone. E neppure le misure prese dalla debole Europa sembrano all’altezza dell’emergenza clima. Nella stanza dei bottoni pesano gli interessi del presente, molto più dei timori per il futuro. Nessuno Stato sembra avere la voglia, la lungimiranza, il coraggio di invertire la rotta.
I ragazzi del Friday for future l’hanno capito benissimo. Non credono più al diluvio di buone intenzioni e di parole vuote dei padroni del mondo. Vogliono cambiare tutto: il nostro modo di produrre, consumare, abitare, vivere. E bisogna farlo in fretta, perché il tempo sta scadendo.

Il modello neoliberista – il tabù economico che nessuno vuole infrangere – ci ha allevato nel mito dello sviluppo inarrestabile, del progresso infinito, delle “magnifiche sorti e progressive” (Leopardi, La ginestra, 1836). Oggi quel modello, tanto potente quanto iniquo, ci presenta il conto finale. Ed è un conto salato. In lista non c’è solo un pianeta in pericolo, ma decine di milioni di profughi, disoccupazione e disperazione, lavoro nero e nuove forme di schiavitù. Il terzo millennio si è aperto all’insegna della diseguaglianza: i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Mentre chiudo questo commento, le 2,30 di notte di lunedì 18 marzo dell’anno del Signore 2019, accendo la televisione e leggo i titoli di RaiNews24. Tifone colpisce Mozambico, Zimbawe, Malawi, almeno 100 vittime. Devastanti alluvioni in Indonesia, 58 morti. Per oggi forse può bastare: vediamo domani.
A Greta Thunberg vogliono dare il Nobel per la Pace. Un alto riconoscimento? C’è il rischio che assomigli a una medaglietta di latta. Un modo per dirle: “Grazie Greta, sei bravissima…. ma adesso scrostati piccola, lasciaci lavorare!”

La strage di bambini

Nicola, Elena, Thomas, Luigi, Michele, Esperanza, Nissen, Vivien… sono solo alcuni nomi della tristissima sequenza di bambini uccisi nel nostro Paese, da chi avrebbe dovuto insegnare loro a vivere. Gli ultimi di questi giorni, Giuseppe di Napoli e Alice di Bolzano Vicentino. E poi ci sono i volti senza nome, quei piccoli scomparsi per mano violenta, che non hanno fatto nemmeno in tempo a identificarsi in un nome a cui avevano diritto, ammazzati appena nati, abbandonati sugli scogli, gettati dalle scale o da un balcone, abbandonati tra i rifiuti in un centro di raccolta, come la cronaca ci consegna. Se esiste un’immagine raccapricciante, intollerante, mostruosa, orrenda, è proprio questa; un’immagine che scuote le coscienze e raggela, ma ancor oggi crea imbarazzo e riserve e rimane ancora un enorme tabù, perché l’infanticidio, il figlicidio, è qualcosa di abnorme che va oltre ogni possibilità di immaginazione e trattazione dal punto di vista razionale ed esplicativo. Supera status, condizione sociale, area geografica, da Latina a Como, da Catania a Milano, da Spoleto a Monza-Brianza, da Cagliari ad Ancona e Napoli. Stress, depressione, disagio relazionale familiare, separazione e divorzio, folli vendette, patologie psichiche latenti sempre più diffuse, costituiscono il terreno su cui basano questi atti estremi che noi commiseriamo o condanniamo, per un arco di tempo che ci permetta di tornare alla nostra tranquilla indifferenza, passato il clamore mediatico del momento. L’infanticidio è spesso frutto di una genitorialità difficile e le statistiche ci raccontano come la figura della madre sia la più esposta, nella maggioranza dei casi, al rischio. In molti casi tensioni, profonde incomprensioni mai risolte, desiderio di porre fine a criticità pesanti, covano in silenzio nella vita e nelle dinamiche delle famiglie, arrivando all’esasperazione, alla perdita di aderenza alla realtà, fino a sfociare in drammi che assumono contorni nefasti, prendendo forme distorte. Esplosioni di rabbia incontenibile, disperazione, raptus, incapacità di governare i propri istinti o gli eventi stessi della vita, arrivano all’estremo e generano morte. In alcuni casi ‘l’esecuzione’ raggiunge situazioni che stentiamo a comprendere: si toglie la vita al figlio per pietà, per risparmiargli i dolori che l’esistenza potrebbe riservargli, per salvare la propria creatura, per paura di ciò cui si va incontro. E’ il paradosso dell’accudimento. E’ difficile individuare il numero di infanticidi nel mondo; le stime dell’Oms indicano che il tasso globale di infanticidi tra bambini di età da 0 a 4 anni è pari al 4,5 e 5,8 su 100.000 mentre tra l’età dai 5 ai 14 anni è pari a 2.0-2.1 su 100.000. Cifre poco più che irrilevanti per la statistica ma di enorme significato sotto il profilo umano. Per oltre un quarto, l’omicidio è commesso dalle madri contro bimbi minori di 1 anno ed è impossibile prevederne la realizzazione perché spesso manca una chiara ed evidente patologia psichiatrica e l’azione violenta è l’espressione momentanea di una sorta di black-out della coscienza. Ci impressioniamo oltre modo, pronti a spendere parole di commozione per i fatti che riguardano la nostra epoca ma dobbiamo prendere atto che, da che mondo è mondo, la pratica dell’infanticidio ha schiacciato la dignità e la coscienza umana, con connotati e storia diversi. Nella mitologia greca esistono abbondanti episodi in cui i figli vengono sacrificati alle divinità o al fine del raggiungimento del potere. Saturno-Kronos divora i propri figli dopo che gli è stato profetizzato che avrebbe perso il trono per mano di uno di essi. Solo Giove-Zeus si salva, perché a Kronos viene consegnata una pietra nel fardello, al posto del neonato. Edipo viene abbandonato dal padre per un oracolo funesto e Medea, per vendicarsi del tradimento del suo sposo Giasone, che la ripudia per sposare Creusa, uccide i figli avuti da lui e ne divora le carni. Tra leggenda e storia ci sono anche Romolo e Remo abbandonati al loro destino sulle rive del Tevere, dopo che la madre Rea Silvia venne fatta uccidere da Amulio. Allattati da una lupa, secondo la leggenda, vennero trovati e adottati dal pastore Faustolo. Nell’antica Grecia e in epoca romana la pratica dell’abbandono e la destinazione alla morte riservata ai bambini era pratica che ricorreva spesso in caso di malformazione fisica, nascite da relazione illecita o violenza carnale, per problemi economici di sopravvivenza, per cattivo presagio. A volte i bambini venivano adottati, ridotti in schiavitù, indotti all’accattonaggio dopo essere stati storpiati, destinati alla prostituzione o alla manodopera nei campi. Anche se scampavano alla morte, erano comunque avviati a un destino crudele. Occorrerà arrivare all’epoca di Giustiniano che, con il Corpus Iuri Civilis, nel 529, riconobbe personalità giuridica al bambino che cessò, ma non del tutto, di essere semplicemente oggetto di proprietà di cui potersi disfare senza remore. Non dissimili le pratiche nel Medioevo, quando condizioni ambientali, tentativi di controllo delle nascite e talvolta problemi di divisione del patrimonio determinavano il destino di molti bambini che diventavano oggetto di allontanamento in luoghi difficili e impervi di difficile accesso, destinati alla morte. Nel 1118 all’Ospedale di Marsiglia nasce anche la prima ‘ruota’, un meccanismo che consisteva in un tamburo di legno rotante in cui venivano adagiati e lasciati i piccoli abbandonati, misericordioso tentativo di toglierli alla morte sotto le intemperie o esposti agli assalti di animali. Le ruote si diffusero rapidamente in tutta la Francia, in Italia, Spagna e Grecia ma non trovarono consenso nei Paesi Anglosassoni dove le pratiche conosciute continuarono. Nei secoli successivi il tema dell’infanticidio occupò l’attenzione dei giuristi e teologi diventando materia di discussione e trattazione più diffusa. Nel 700 comparvero le prime sentenze di morte sul rogo o sulla forca per imputazione di infanticidio. Un tragico tema, quello dell’infanticidio, che continua ad alimentare il dibattito sulle condizioni umane estreme, quelle che spaventano, inorridiscono, destabilizzano perché ci mettono davanti alla sfuggevole, mutevole, inspiegabile natura di certe sfaccettature dell’animo umano. L’uccisione di un bambino resta comunque una grande sconfitta di una società impotente a tutelare il diritto alla vita di un esserino e sostenere la fragilità di un adulto. Ogni infanticidio è la perdita di un pezzetto di futuro per tutti noi.

Piccoli adulti

Se pensiamo a una bambina di dieci anni non la immaginiamo truccata e intenta ad atteggiarsi da adulta. L’immagine dei bambini in età preadolescenziale viene utilizzata per promuovere capi di abbigliamento o altri prodotti che si rivolgono a quel preciso target e qui la cosa cambia. Ciò che spesso traspare è la figura di un bambino “già grande”, un adolescente in miniatura. I vestiti e gli accessori aiutano nella costruzione di questo personaggio: le spalle dei bambini vengono accentuate e stessa cosa viene fatta con le bambine per i seni e la postura che risalta i fianchi.
Questo carattere emerge anche nell’atteggiamento e nello sguardo, spesso appositamente ammiccante: non naturale in un bambino di quell’età.
Osservando però le nuove generazioni, capita di cogliere la loro tendenza a voler emulare figure più adulte, nell’abbigliamento, nell’atteggiamento ma anche negli interessi; si smette di giocare prima.
Forse i messaggi fatti circolare dai mass media, spesso per scelte legate al consumo, influenzano fortemente questa parte della società…

“I bambini sono come il cemento umido, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta”
Haim Ginott

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Dai giovani, dalle donne e dall’ambiente parte la rivoluzione del terzo millennio

di Roberta Trucco

Ci rifiutiamo di imparare nella paura, ci rifiutiamo di vedere trasformate le nostre scuole in delle prigioni. Non accetteremo nulla che non sia la comprensione che è necessario agire per il controllo delle armi e se sarà necessario faremo vergognare i nostri politici nazionali per non essere in grado di proteggerci”. Non si arrendono questi giovani, il grado di consapevolezza che hanno raggiunto è straordinario, sono davvero bravi!
Vedono bene, non sono più ingannabili e anche noi vediamo meglio, grazie alle loro parole. “Non è una questione partigiana, non c’è nulla di partigiano sui grandi temi della vita o della morte, tutto ciò riguarda le armi e la moralità di questo paese. Quando i nostri capi ci dicono che la soluzione è nell’avere ancora più armi allora abbiamo un problema morale nella Casa Bianca. Quando i nostri politici tengono in conto il denaro sporco dell’Nra più della vita dei nostri bambini allora abbiamo un problema morale dentro al nostro Congresso. […] Quando derubrichiamo le morti dei ragazzi a effetti collaterali allora abbiamo un problema morale nel nostro paese!”, ha proseguito uno di loro parlando alla folla radunata per la marcia del 14 marzo davanti alla Casa Bianca. Che coraggio e che determinazione!

Esattamente il giorno dopo la marcia degli studenti negli Stati Uniti, il 15 marzo da noi in Italia, ancora il 14 in Sud America, in Brasile viene freddata con cinque colpi di pistola Marielle Franco, consigliera municipale di Rio De Janeiro. Donna, lesbica, attivista politica, nera, paladina dei poveri e dei diversi e in migliaia scendono per strada. Una delle più imponenti manifestazioni spontanee di questi ultimi anni. L’infame assassinio di Marielle viene definito un’esecuzione, si vocifera la responsabilità sia della polizia militare che aveva incarico di mantenere la sicurezza nella favelas e che proprio Marielle il giorno prima aveva accusato di essere responsabile di violenze inaccettabili. (Leggi QUI l’articolo di Valerio Petrano)
Lo stesso giorno viene assassinato un noto ambientalista in Amazzonia, Paul Sergiò, che si batteva per i diritti delle popolazioni indigene. Il suo avvocato ha accusato gli agenti locali della Polizia Federale di essere coinvolti, forse loro stessi gli assassini.

Come spesso accade in questi casi i leader politici assicurano che si farà giustizia, che ci sarà un’indagine, che si accerteranno i responsabili, ma queste parole non convincono più. Non basta perseguire i responsabili materiali di queste morti, non sono si possono derubricare a morti collaterali, non sono morti per mani di pochi cattivi.
Qui c’è un intero sistema che è malato e coloro che occupano posizioni di potere e decisionali, democraticamente eletti, se non sapranno sottrarsi alla dittatura del sistema potrebbero essere considerati collusi e corresponsabili.
La velocità della circolazione delle notizie ci sta permettendo di mettere insieme fatti che apparentemente non sembrano avere una radice comune che invece hanno: l’enorme ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi (studio Oxfam: 1% dei più ricchi possiede più del 99%), per lo più maschi bianchi attempati, e l’ insopportabile e ingiusta disuguaglianza sulla quale si fonda questa ricchezza. È globale la presa di coscienza.

Gli adulti ci hanno deluso”, conclude il giovane dal palco “tutto questo ora è nelle nostre mani e se gli eletti ci ostacoleranno sulla via del cambiamento, li cacceremo e li rimpiazzeremo noi stessi. Enough is enough!”
Oggi ho un grande speranza: questa generazione non arretrerà e noi donne con loro.
Roberta Trucco

Chi siamo
Il gruppo Molecole è un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprire e dialogare con altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Nasce agli inizi del 2016 a Casanova Staffora, dall’esigenza di supportare le persone nell’esplicazione delle proprie potenzialità e successivamente costruire processi di associazione e interazione, poiché ogni molecola, aggregandosi, potrebbe generare un corpo finito ed operante, una parte viva e attiva della società, diventando elemento di speranza e di pressione.
Il gruppo si riunisce ogni due mesi presso la sede di Ce.L.I.T. a Santa Margherita di Staffora (provincia di Pavia) ed è aperto a contributi e collegamenti con altre esperienze analoghe.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Separati in casa nella società degli adulti

Adolescente è colui che si sta nutrendo e adulto colui che si è già nutrito. Pare che il tempo per nutrirsi si sia dilatato e che i nostri ragazzi non abbiano fretta di diventare adulti.
A stupire però non sono loro che non vogliono crescere, ma soprattutto gli adulti che identificano l’adultità con il sesso, il bere, la guida dell’auto e il lavoro.
Non è che forse ai nostri adolescenti questa modalità d’essere adulti non li attragga poi più di tanto?
Forse “millennial” e “iGeneration” hanno un’idea diversa di come si diventa adulti. E poi cos’è questa fregola che sta prendendo noi adulti che pretenderemmo di restare giovani, ma poi escogitiamo nuovi modi perché i giovani diventino adulti prima. Allora accorciamo il tempo di parcheggio negli studi per farli diventare grandi subito, per inserirli in una società che non ha spazio per loro. Con un bell’ossimoro rendiamo obbligatorio il volontariato così crescono nella coscienza civile che noi non abbiamo. Facciamo di loro quello che abbiamo in mente noi e non quello che loro vorrebbero per sé. In materia di crescita continuiamo a sbagliare, nonostante anche noi si sia passati attraverso la crescita, ma tutte le volte è diversa, è un’altra cosa, il tempo scombina sempre tutto e tocca ricominciare da capo.
Per un adulto a guardare l’infanzia e gli adolescenti è sempre uno stupore, è sempre meraviglia e per fortuna è così, è l’antidoto alla nostra arroganza, quella che la storia dell’educazione ha ben conosciuto e resta a testimoniare.
Ogni età ha la sua dignità e mai deve perderla, l’adolescenza, la fanciullezza come l’adultità. Ognuno ha il dovere di testimoniarla nell’attenzione e nel riconoscimento reciproco. È proprio non riconoscere l’infanzia e l’adolescenza alla pari dell’adultità che produce la più grande disumanizzazione delle età su cui si costruisce il futuro di ogni persona e del suo essere sociale.
Non c’è nessun animale, neppure i più antropomorfi, che abbia luoghi specifici deputati all’addestramento dei propri cuccioli che crescono e apprendono nel gruppo e con il gruppo, i cuccioli dell’uomo, invece, dal gruppo vengono allontanati per essere rinchiusi in riserve che chiamiamo scuole. È peculiare solo degli umani. Nelle scuole li addestriamo e poi quando diventano più grandi, degli adolescenti, non li riconosciamo più. È nella riserva che divide, che emargina dal gruppo degli adulti che poi crescono i comportamenti di ribellione o di compensazione verso la frustrazione dell’esclusione, che poi noi chiamiamo bullismo, devianza o altro ancora, perché non previsti dalla nostra idea di addestramento.
Abbiamo bisogno di scuole sempre più aperte e sempre meno chiuse, di scuole sempre più senza mura e sempre più oltre le mura, ma noi crediamo che le nostre idee su educazione e istruzione debbano continuare a funzionare così come sempre, perché le scienze ci hanno rivelato i segreti dell’infanzia e dell’adolescenza e ora siamo capaci di dialogo e di comprensione, anche se dalle infanzie e dalle adolescenze continuiamo a difenderci.
La nostra società è ancora fondata sulla gerarchia che va dai piccoli ai grandi, ma l’uomo e la donna grandi o piccoli che siano non ci sono, li abbiamo perduti, esistono solo come figure sociali: studenti e lavoratori, se c’è il lavoro, esistono soprattutto come consumatori e come utenti.
Fermarsi a pensare all’umano non usa più. Neppure più lo fa la politica. È la nostra dimensione di vita che non trova spazio. Non ci serve conoscere, se non aiuta a recuperare la dimensione delle nostre esistenze. Non c’è nessuno che se ne occupi. Forse stiamo sbagliando a leggere il populismo. Forse ciò che la gente chiede alla politica è che ritorni ad occuparsi di ognuno di noi o che per lo meno consenta a noi stessi di occuparci di noi.
La politica la vorremmo sentire vicina, nelle nostre città, non lontana in un luogo remoto del mondo, capace di suggerirci come reiventarci una vita umana degna di questo nome, d’essere vissuta, la politica del bene maggiore anziché del male minore che ci sta soffocando.
E quale adolescente non sarebbe ribelle a scoprire che ogni giorno sui banchi di scuola lo stanno predisponendo per una società che non lo comprende. L’infanzia e l’adolescenza delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi sono distolte dalle nostre vite quotidiane. Chi se ne occupa? Scuola e famiglia hanno fallito, si rimbalzano le responsabilità, intanto le giovani generazioni continuano a vivere da separati in casa nella società degli adulti. Oltre alle scatole che li contengono dalla scuola alla casa, dalla palestra all’oratorio non c’è posto per loro, non è previsto per loro altro ruolo sociale che l’addestramento nei luoghi e con gli adulti a questo deputati. In quelle ore non si vedono per le strade, se ve n’è qualcuno è solo perché sfuggito al serraglio. Li abbiamo persi di vista i nostri ragazzi, in casa non si raccontano e a scuola ce li raccontano che non li conosciamo.
Forse non sono altre ricette che abbiamo bisogno di inventarci per trattare con l’infanzia e con l’adolescenza, con i loro problemi e con quelli che ci creano. Quello di cui avremmo urgente bisogno è di inventarci un’altra società che preveda infanzia e adolescenza e non la crescita zero, una società in cui sia possibile vivere insieme ai ragazzi e alle ragazze, grandi e piccoli che siano, dove non sia necessario farseli raccontare, dove non sia necessario essere informati su di loro da qualcuno, delegare la loro vita agli altri, ma vedercela crescere accanto mentre lavoriamo, quando siamo per la città, quando facciamo cultura e quando ci svaghiamo.
Ormai è più la gente che gira con un cane a guinzaglio di quella che esce dialogando con un bambino o una bambina, con una ragazza o con un ragazzo.
Con tutti i nostri progressi in campo educativo, con tutta la nostra sensibilità pedagogica avremmo bisogno di istituire un assessorato al coinvolgimento, alla partecipazione e alla responsabilizzazione sociale dei nostri giovani, bambine, bambini e adolescenti, un assessorato che dia loro spazio e futuro, che ne garantisca un ruolo riconosciuto che non sia solo quello dei banchi di scuola. Forse saremmo in grado allora di pensare una società e una città diverse e di condividere un mondo che fino ad oggi ci sembra estraneo: quello dei nostri figli.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Persi nel bosco

Noi siamo fatti così: volutamente distratti fino a quando non siamo direttamente toccati nelle nostre abitudini. Pensarci prima: no! Ci sono altre cose ben più importanti che occuparsi se è legittimo o meno lasciare un minore senza vigilanza, chi è responsabile se a tuo figlio accade qualcosa nel tragitto casa-scuola e viceversa.
Di qui la richiesta, ormai generalizzata, dopo la sentenza della Corte di cassazione, alle famiglie da parte dei presidi di ritirare i figli minori da scuola; non certo per una loro maggiore tutela, ma semplicemente per rimpallarsi le responsabilità in un rapporto dove da tempo è venuta meno la fiducia reciproca e dove si comunica, come in ogni divorzio che si rispetti, tramite carte bollate, avvocati e denunce.
Quello che è normale, come tornare a 11 anni da scuola da soli è diventato uno scarica barile, perché se succede qualcosa deve essere colpa di qualcuno.
La soluzione, checché se ne dica, non è lì dietro l’angolo. Ed è un bene, perché, come sa chi conosce la legge, la responsabilità degli adulti nei confronti dei minori è di tutti e sempre, a prescindere che siano i genitori o gli insegnanti, e, fortunatamente, non ci sono liberatorie per nessuno.
E allora il tema è un altro, che di volta in volta ricorre sotto spoglie diverse: come ci stanno bambini e bambine, ragazzi e ragazze nella nostra società, come si conciliano il diritto di essere se stessi e le loro esigenze con i tempi di vita e i codici degli adulti. Non è che li possiamo rinchiudere per ore in quelle scatole che chiamiamo scuole (o in altre riserve) e poi scoprire la loro autonomia solo quando a quelle scatole si recano o da quelle scatole tornano a casa, perché noi non abbiamo il tempo di accompagnarli e di andarli a prendere o non abbiamo altre figure adulte che in questa incombenza ci possano sostituire.
A perdersi nel bosco non sono i nostri figli, la sindrome di Pollicino è ormai nostra, siamo noi che ci siamo perduti nel bosco. Così perduti nel bosco che di figli abbiamo deciso che è più conveniente non farne. Troppo brigoso reggere nei confronti di crescite sempre più impegnative. Perché allevare figli, educare creature è una bella responsabilità: mica si può improvvisare.
Il fatto è che i ritmi della nostra società non sono adatti ad avere figli. Qui i figli se ce li hai devi darli in subappalto agli altri, dai servizi sociali ai nonni, dalle baby sitter alla scuola. Non è che se sei disoccupato hai tempo per tuo figlio, perché se sei disoccupato o precario proprio un figlio non te lo puoi permettere.
Allora ecco che ci accorgiamo che lo spazio è stretto per essere piccoli, per essere dei minori, lo spazio per crescere che la nostra società riserva ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze è sempre più angusto. Solo apparentemente ricco di opportunità dallo sport alla musica, dalla danza agli scacchi, ma tutto sotto controllo e organizzato perché si plasmino a immagine e somiglianza della società che abbiamo preparato per loro, stando persi nei nostri boschi.
C’è da rimpiangere le società in cui i figli erano di tutti. Ai ragazzi non mancavano la relazione, l’ascolto e l’attenzione. Perché l’autonomia non si conquista con il fai da te, ma se hai accanto un adulto che non si sostituisce a te, che non fa al tuo posto e neppure ti fa da cane da guardia. Ma un adulto che ti accompagna, un adulto con cui dialogare se ne hai voglia, un adulto che non pretende di insegnarti. È questo che manca agli adulti che si sono persi nel bosco, è questo mestiere che non sanno più fare la famiglia come la scuola, quello di accompagnare senza le interferenze dell’educazione, della formazione, senza pretendere quello che loro hanno deciso che tu devi essere.
È questa l’autonomia difficile da dare come da conquistare, che non si concede né si ottiene andando e tornando da scuola da soli. Quel tragitto sarebbe un percorso prezioso se accompagnato da un adulto di riferimento: è sempre un’occasione di crescita mancata.
Noi adulti siamo persi nel bosco perché l’organizzazione della società in cui viviamo ci ha tolto gli spazi fisici e mentali per accompagnare i nostri figli, per accompagnare le nostre ragazze e i nostri ragazzi, stando al nostro posto e rispettando il loro, per cui questo non lo sappiamo fare, con la conseguenza di avere giovani e adolescenti che ci sfuggono e che non comprendiamo.
Avremmo bisogno che i ragazzi e le ragazze divengano una responsabilità diffusa, un bene e una cura comune, un patrimonio di tutta la comunità. Sentirci tutti adulti responsabili di loro, indipendentemente che siano figli nostri o di altri. Sentire il problema della loro crescita, della loro tutela e della loro autonomia come problema nostro, vigilandoli a distanza, disposti alla relazione, all’attenzione e all’ascolto se ce lo chiedono, senza mai invadere il loro campo, stando con diligenza e delicatezza al nostro posto, lontanissimi dal pretendere di guidare, di insegnare, di educare, ma capaci di testimoniare con la nostra credibilità. Saper guardare a distanza ma con cura. Sarebbe questo un bel programma per una città, per un paese nei confronti di quel patrimonio prezioso che sono i propri giovani.
Ora modificheranno la legge, ma non so se sarà un passo verso l’autonomia dei nostri ragazzi o piuttosto un ulteriore passo di noi adulti nel bosco in cui ci siamo persi.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La gaia scuola

Ebbene anche quest’anno è arrivato il primo giorno di scuola. Tutti ad augurare un buon anno scolastico alle nuove generazioni.
Dopo un’estate rovente con i figli da sistemare perché le scuole sono chiuse, finalmente ce li siamo tolti d’intorno, riconsegnati nelle mani dei loro sorveglianti, rinchiusi per nove mesi nelle scatole che abbiamo predisposto giusto per loro: le aule, le classi, le scuole sparse nei tanti angoli della città a non interferire con la vita degli adulti che hanno ben altro da fare.
La scuola è sempre questa qui, uguale da secoli. Per i nostri “tesori” non abbiamo saputo inventarci di meglio che metterli a crescere in scatola.
Qualcuno ci ha provato a rompere le scatole a liberare l’infanzia e l’adolescenza, ma è sempre stato considerato strano, singolare, un descolarizzatore da isolare, se mai anche da celebrare, ma sempre con la sicurezza gattopardesca di cambiare per non cambiare nulla.
Già usare lo smartphone a scuola, una protesi della vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, fa discutere e ad alcuni pare pure scandaloso, figuriamoci liberarci delle scatole dove con cura li abbiamo ordinati come in un archivio per età anagrafiche.
Eppure il sapere che dovremmo trasmettergli dalla cattedra ai banchi non sta mica nelle scuole, sta decisamente fuori dagli edifici scolastici, sparso per i tanti luoghi della città dai musei alle biblioteche, dagli archivi ai teatri, nelle architetture e nei monumenti, nella vita e nelle esperienze delle persone che potrebbero condividere le tante cose che sanno.
Ma anche quel sapere l’abbiamo catturato, pressato e confezionato nelle nozioni, nei libri di testo, nelle LIM e nei tablet. Tutto per istruirli ed educarli con dosi di sapere artefatto, precotto e predigerito. Impresa difficile dentro quelle scatole portare bambini e adolescenti a scoprire l’avventura del sapere, il piacere del sapere fino ad amarlo e desiderarlo quasi come un oggetto erotico per dirla con Massimo Recalcati.
Viviamo nella società della conoscenza e, strano a dirsi, ai nostri ragazzi la conoscenza gliela forniamo fuori della società, il più lontano possibile dai suoi rumori e interferenze.
Educare, formare, istruire tra gli adulti, anziché separati e lontani da loro, pare qualcosa che sa di addestramento proprio delle società primitive non di una scuola invenzione degli stati moderni.
E allora classi chiuse, perimetri delineati in modo ferreo, zaini, compiti, un’altra vita dalla vita che sta fuori nella società della conoscenza, nella società dell’istruzione continua dalla nascita alla tomba, tutto un altro mondo dal mondo di tutti i giorni.
La gaia scuola un ossimoro sacrilego.
Sarebbe bello se anche nella nostra città amministratori, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici celebrassero l’inizio del nuovo anno scolastico trovando il tempo di leggere un libretto, poco più di un centinaio di pagine, “La gaia educazione”. L’ha scritto Paolo Mottana, professore di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, e tra i fondatori del progetto “Tutta un’altra scuola”.
Un’utopia? No, un’eutopia, spiega Mottana. La scuola come luogo buono e giusto, una sorta di tana, di base dove ci si rifugia a organizzare le proprie avventure, le incursioni in città, fuori nella società della conoscenza a scoprire cosa offre o come poter interagire lungo la strada che porta a conquistare il sapere. Per Mottana si tratta di invadere il territorio di esperienze, partendo dalla scuola-tana dove ci si trova la mattina per decidere dove andare, quali esperienze compiere, quali progetti mettere in cantiere. Non per fare cose astratte, ma per fare qualcosa di coinvolgente e partecipativo.
Far cadere le mura dove abbiamo rinchiuso bambini, ragazzi e insegnanti per fare educazione diffusa, educazione che invada delle loro voci, energie e intelligenze la città, che rompa il silenzio assordante degli adulti.
Significa fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza.
La scuola diffusa oltre le aule, diffusa non dalla navigazione con i computer, ma tramite la navigazione per le strade e i luoghi della città.
È uscito un altro libretto che Paolo Mottana ha scritto con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
La città educante”, Manifesto dell’educazione diffusa, come oltrepassare la scuola. Una alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale, per rimettere i nostri giovani, piccoli e grandi in circolazione nella società, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare e si alleino per assumere il ruolo educativo in maniera invasiva.
Ma questo richiede anche che la città sia ripensata e questo è compito e responsabilità dei suoi amministratori, sia ripensata come città dell’apprendimento, dove luoghi e strutture urbanistiche siano progettati per essere gli ambienti di apprendimento dei suoi giovani, per essere luoghi di incontro anche con i saperi, esperienze di conoscenza di prima mano capaci di nutrire il desiderio e la passione del sapere. Luoghi pensati per narrare il sapere, nel senso etimologico di ‘gnarus’, vale a dire di rendere esperti, la narrazione come modo per mettere ordine al disordine delle esperienze.
Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.
Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, di scuola totale, di scuola globale, dove gli edifici scolastici sono progettati per essere i punti di partenza e di ritorno.
Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, come del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare.

Il mio amico Sensei/2
La nobile arte dei samurai accessibile anche ai bambini

SEGUE

Ecco la seconda parte dell’intervista a Fabio Vescovi, sensei di Daito-ryu Aikibudo, che ci racconta il mondo delle arti marziali giapponesi e l’affascinante legame con l’antica tradizione samurai.

Quando si parla di arti marziali si tende a pensare subito all’Oriente, come se queste pratiche fossero appannaggio esclusivo di quel mondo, ma è proprio così?
L’arte marziale è un concetto universale, voglio dire che questo particolare esercizio dell’attività umana è sempre stato presente ovunque nel mondo. In ogni angolo della Terra, ogni popolo, ogni cultura ha la sua disciplina marziale, sia in Oriente sia in Occidente. La vera differenza è che da noi occidentali questa attività è sempre rimasta e rimane tuttora racchiusa dentro confini assai circoscritti, separati da tutto il resto e con finalità specialistiche, alludo allo sport ma anche all’addestramento professionale di gruppi militari d’elite per esempio. È anche vero che le nostre tradizioni marziali si sono via via perse nel tempo, diventando solo retaggi di epoche remote, ormai superate da alcuni secoli di storia che hanno visto prevalere l’efficacia della macchina rispetto all’abilità fisica dell’uomo. Considera che da noi il Medioevo è finito cinque secoli fa, mentre in Giappone il Medioevo è terminato a fine Ottocento. E ciò ha permesso di fare arrivare intatte fino a noi un’innumerevole quantità di informazioni, documenti scritti, testimonianze fedeli di tutte queste discipline marziali. Da noi i capitani di ventura si sono estinti oltre quattro secoli fa, mentre in Giappone i maestri marziali hanno girato per strada armati di spade e vestiti da samurai fino agli anni Venti del Novecento! Considera anche che in Oriente la dottrina filosofica, elemento che sta alla base delle stesse discipline marziali, è vissuta come una religione. Per questo motivo si può facilmente comprendere come mai in Giappone ogni cosa che riguarda la tradizione venga così fedelmente e devotamente tramandata nel tempo, proprio come accade da noi con la religione. Paradossalmente, noi occidentali abbiamo accantonato le nostre antiche discipline marziali preferendo ad esse la tecnologia, poi abbiamo riscoperto una sorta di nostalgico desiderio di ritornare alle origini, di riscoprire noi stessi misurando di nuovo le nostre abilità. Ma questo lo possiamo fare attraverso la pratica delle arti marziali orientali, le uniche ad arrivare intatte fino a noi. Il vero guaio è che da noi, non disponendo dello stesso background di cultura e tradizioni, questo desiderio rischia puntualmente di tradursi in un’esperienza effimera legata alla moda di un momento.

A proposito di mode, da addetto ai lavori qual è il tuo pensiero al riguardo? L’arte marziale, intesa come percorso formativo e socializzante, può entrare pienamente nella cultura occidentale o è destinata a rimanerne ai margini?
Ora come ora non vedo molto margine di diffusione di questa disciplina, che rimane pur sempre espressione di una filosofia diversa, radicata altrove da secoli storia. È difficile che le persone cambino la propria visione di se stessi, del modo di porsi agli altri, della crescita personale, inculcata da tradizioni assai diverse da quelle orientali. Noi abbiamo delegato il nostro futuro alla tecnologia, abbiamo affidato il nostro pensiero e il nostro corpo alle macchine. Intendiamoci, io non sono contro il progresso, anzi. Il fatto è che, per quel che ci riguarda, la nostra filosofia è assai più connessa alla logica che allo spirito. Abbiamo da tempo rinunciato all’idea di perfettibilità. In altre parole, in Occidente il pensiero è che l’uomo è un essere imperfetto e sempre rimarrà tale, perciò è inutile lavorare su di esso, molto meglio trasferire lo sforzo verso la perfezione alle macchine, le uniche in grado di aiutarlo se non altro ad avvicinarvisi. D’altro canto, la spiritualità da noi è un fatto religioso e riguarda esclusivamente l’anima, non il corpo. Sono due concezioni diametralmente opposte quella occidentale e quella orientale, possono convivere, ma è difficile che possano fondersi in un’unica cultura. Pertanto credo che l’arte marziale intesa come fatto culturale, sociale e formativo, continuerà a rimanere appannaggio di pochi. Diverso è il discorso se la stessa viene vista come pratica sportiva, in questo caso potrà avere e avrà molte più chances di successo.

E sul proliferare delle cosiddette tecniche di combattimento da strada, che idea ti sei fatto?
Su questo tema faccio una premessa doverosa: in ogni dove si reclamizzano nuove tecniche di combattimento, nuovi modi di affrontare il corpo a corpo, con varie tipologie di armi, a mani nude, eccetera… Ebbene, di concreto, al di là delle discipline classiche, non è stato inventato più nulla che già non esistesse, magari sono state apportate modifiche ai metodi d’insegnamento, si sono coniate nuove espressioni, nuove terminologie, ma alla base di tutto le tecniche d’attacco e difesa, le prese, sono rimaste le stesse. Questo perché le discipline marziali sono il frutto di secoli di prove sul campo di battaglia, in cui chi tramandava le sue conoscenze era colui che era sopravvissuto perché deteneva la tecnica migliore. Oggi poi, per gran parte della gente la cosa importante è raggiungere il risultato in tempi rapidi, esistono corsi che ti consentono di farlo, che ti permettono di imparare le tecniche in breve tempo. Si tratta però di sunti, di Bignami, in cui ti fanno credere di poter ottenere il controllo di certe situazioni, ma non è così. Tutto questo porta a condizioni illusorie e pericolose, in cui la padronanza di una tecnica assume più importanza del normale buonsenso. Ci sono istruttori scriteriati, veri e propri ciarlatani, che ti preparano al combattimento senza educarti all’idea che il combattimento va comunque sempre evitato!

Quando è nata l’idea di insegnare ai bambini?
Dopo un anno che avevo aperto questo corso riservato agli adulti e dopo tanti amici che mi sollecitavano ad aprirne anche uno per bambini, mi decisi. Iniziai senza avere troppe aspettative al riguardo, ma fu una vera sorpresa perché non avevo idea di esservi così portato, e soprattutto che mi appagasse tanto! I bambini poi hanno una capacità di adattamento assai maggiore degli adulti, assimilano tutto più in fretta, sono come spugne, assorbono tutto subito, e non parlo solo di coordinazione fisica o di capacità mnemonica, quanto piuttosto di volontà e convinzione. La sorpresa è che prendono tutto quanto molto seriamente, più di tanti adulti. Capiscono che non si tratta solo di un gioco ma di qualcosa di serio e s’impegnano di conseguenza. Il vero problema spesso sono stati i genitori, molti di loro non hanno pazienza e non riescono a vedere la cosa in prospettiva, fanno fatica a immaginare che si tratti di un investimento per il futuro dei loro figli, e questo a prescindere da quanto tempo rimarranno a seguire i corsi.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

Quel Babbo Natale disonesto

Quando ero piccolo a portarmi i doni la notte del 24 dicembre era Gesù Bambino, non Babbo Natale, ritenuto dai miei troppo laico o pagano. Mi avessero detto che Gesù Bambino non esisteva non ci avrei creduto, non avrei subìto nessun trauma, perché tanto i doni continuavo a riceverli. Al termine della cena della notte di Natale, puntualmente suonavano il campanello alla porta di strada e noi, i miei fratelli ed io, non avevamo dubbi che a suonare era Gesù Bambino che ci portava i regali.
Conservo ancora dei bellissimi ricordi di quella tradizione e della atmosfera di Natale che i miei sapevano creare per noi bambini.
Eppure a mio figlio non ho mai raccontato né di Gesù Bambino né di Babbo Natale, se non per dirgli che appartenevano al mondo della fantasia, come le favole che leggevamo insieme o che io mi inventavo per farlo divertire. Le favole sono belle e importanti perché aiutano a distinguere ciò che è realtà da ciò che è puro gioco dell’immaginazione. Neppure ho esitato a far trovare a mio figlio secondo i crismi della tradizione, insieme alla calza, una lettera tutta bruciacchiata, come doveva essere, scritta dalla Befana. Perché giocare con la fantasia è un esercizio della mente, un esercizio dell’intelligenza che a lungo andare forma il bambino al principio di realtà, allo spirito critico, alla curiosità, alla capacità di inventare e di ideare che sono strumenti indispensabili sia alla nostra formazione razionale che emotiva, sia all’emisfero destro come a quello sinistro del nostro cervello.
Quando ero giovane maestro, contestatore dei libri di testo e dei voti (in verità lo sono ancora!), con velleità d’avanguardia in una scuola vecchia, una mattina entrai in classe bel bello chiedendo ai miei alunni di nove anni se avevano sentito la notizia trasmessa dalla televisione che avevano rapito Babbo Natale. Ero interessato alla loro reazione. Se solo qualcuno avesse almeno messo in forse le mie parole, avesse colto immediatamente la possibilità di un mio scherzo. Si sarebbe dimostrato uno spirito libero, sveglio, intelligente. No. Silenzio di tomba e qualche singhiozzo. So solo che il giorno dopo molti genitori mi ringraziarono e mi lodarono perché avevo avuto una bella idea. Io non fui licenziato. Forse perché la mia provocazione non arrivò fino a negare l’esistenza del vecchione, anzi non faceva che confermarla con più forza, semmai aveva fatto emergere il lato debole dei miei alunni, il loro egotismo, preoccupati più di non ricevere i doni, che della fine che poteva essere capitata al povero Babbo Natale rapito da malvagi.
Sta di fatto che comunque è disonesto giocare con l’ingenuità dei bambini, è da prepotenti, come il più forte contro il più debole, come fargli credere che le favole nate per essere favole sono vere.
Bambino, se non fosse che è parola a noi così famigliare, sarebbe di per sé, per la sua etimologia che è quella di cosa sciocca, per il suo uso emotivamente traditore nel Bambi di Disney, sarebbe parola da bandire, perché denuncia con quale considerazione il mondo adulto guardi all’età più importante della vita che è senza dubbio l’infanzia.
Un’età che si può manipolare a piacimento, restare ingenui non è da cretini, è da beati, così ti meno per il naso dove voglio. È la legittimazione della disonestà intellettuale con i propri figli e i bambini in genere. È disonesto giocare con l’infanzia perché non è adulta, perché non è ancora cresciuta e sorge il sospetto che i grandi abbiano dei secondi fini, abbiano l’interesse a mantenerli nella loro sudditanza intellettuale per manipolarli meglio. Meglio creduloni che svegli e intelligenti, capaci di giocare con la fantasia, credere ai loro viaggi fantastici anche se sanno bene che non saranno mai la realtà. Ma si sa che sulla manipolazione delle menti infantili crescono le radici delle religioni, delle ideologie fino ai fanatismi.
E dunque ben venga quel direttore d’orchestra che svelando la favola di Babbo Natale ha saputo dimostrare un grande rispetto per la sua platea di bambini.

ALTRI SGUARDI
Le cose che i bambini mangiano e quelle che i grandi si bevono

Certi bambini mangiano molte cose ma, quando si tratta di bere, “non se le bevono tutte”.
Certi adulti mangiano poche cose ma quando si tratta di bere, spesso “se ne bevono molte”.
Mi spiego meglio…

A scuola, ci sono giorni in cui certi bambini mangiano soprattutto ciò che hanno nell’astuccio: ad esempio, diversi di loro si nutrono di colle, di gomme e di matite.
Secondo le mie osservazioni etologiche, ognuno segue varie tecniche di degustazione ed ha le proprie preferenze in fatto di forma e di marca.
Le matite che piacciono di più ai bambini sono quelle senza gomma sopra; esse vanno mordicchiate lentamente lasciando che il legno di pioppo rilasci il suo succo rinfrescante.
Non bisogna metterle in bocca dalla parte della punta, ma dalla parte opposta (anche se qualche buongustai@ preferisce prima predisporre il palato col sapore della grafite e poi mordere il legno).
Le colle stick vanno affrontate con tecnica da sommelier: prima si toccano velocemente con la punta della lingua per sperimentare il nuovo sapore, poi si può procedere con leccate più decise come se si mangiasse un gelato.
Il sapore della colla infatti varia se è nuova, se è a metà o se è quasi alla fine; naturalmente lo strofinio protratto sulla carta sembra modificare il suo gusto che, a seconda del tipo di supporto, può diventare via via più intenso.
Il galateo scolastico infine consente ai bambini di mangiare la gomma con le mani: essa va prima sminuzzata con le dita facendone delle briciole che poi devono essere lasciate a decantare sul banco, quindi vanno raccolte con la pressione del dito indice (inumidito prima in bocca), infine ingerite lasciandole per qualche minuto sulla lingua prima di deglutirle.

Davvero certi bambini mangiano molte cose ma non se le bevono tutte…
Infatti quando i bambini osservano che non ho i capelli, io gli racconto la storia della strega Seimenda (cattivissima perché è doppiamente Tremenda) e del sortilegio che mi ha fatto: lei, essendo molto ma molto invidiosa del colore unico dei miei capelli, con un incantesimo me li ha resi invisibili. Solo ogni notte, a mezzanotte, essi tornano incredibilmente visibili allungandosi a dismisura tanto che nessuno, se mi incontrasse, mi riconoscerebbe; purtroppo però la ricomparsa dura solo fino all’alba… e così tutte le notti.
Alla fine della storia, che hanno ascoltato attenti partecipi e divertiti, mi si avvicinano uno alla volta ed indicandomi mi dicono: “Tu non hai i capelli”… quasi a volermi dire: “Questa bella favola ha catturato la nostra attenzione ma la realtà è tutta un’altra cosa”.
Invece certi adulti mangiano poche cose ben selezionate ma quando si tratta di bere, spesso “se ne bevono molte”.
In ambito scolastico, fra gli argomenti che certi adulti si bevono, ci sono soprattutto quelli confezionati con parole “dolcificanti” oppure con vocaboli “esaltatori di sapidità”: bevande tipiche di questo tipo sono la “buona scuola”, l’ “organico potenziato”, la “valorizzazione del merito”, l’ “alternanza scuola-lavoro”, lo “school bonus”.
Certi grandi non guardano attentamente gli additivi che mettono in queste bevande e così le mandano giù senza accorgersi che la scuola invece di essere “buona” è “cattiva” perché edulcorata artificialmente per nascondere la puzza di incostituzionalità e di competizione, che l’organico non è “potenziato” ma “impotente” a risolvere gli obiettivi dichiarati, che la valorizzazione del “merito” in realtà corrisponde alla incentivazione della “ruffianeria”, che l’ “alternanza” scuola-lavoro può diventare “sfruttamento” degli studenti e che lo school “bonus” diventa il “malus” della maggior parte delle scuole collocate in ambienti meno “ricchi” di altri.
Consiglio a chi trangugia così avidamente di fare attenzione alla propria salute poiché c’è il forte rischio di “non avere più il fegato” per esprimere le proprie convinzioni e di “perdere di vista” il vero senso della scuola pubblica… infatti se si rivolgessero a chi si disseta con l’acqua della sorgente costituzionale si accorgerebbero pure loro che: “Questa bella favola ha catturato la nostra attenzione ma la realtà è tutta un’altra cosa”.

LA CITTÀ DELLA CONOSCENZA
La falsa coscienza di una società triste

Mi piacerebbe che di fronte ai comportamenti devianti e violenti dei nostri bambini e giovani, compresa la componente femminile che pare non essere da meno, si rispondesse non solo con la medicalizzazione e la penalizzazione, ma anche procedendo a una potente quanto drastica disintossicazione della società degli adulti che ne è all’origine, comprese scuola e famiglia.
Intanto partirei dai termini “bullo” e “bullismo” per accogliere la sollecitazione dell’Accademia della Crusca, che ci invita a chiamare la cose come la nostra lingua madre ci ha insegnato anziché ricorrere sempre all’inglese. “Bullismo” è l’italianizzazione dell’anglo “bully”. Se “bully” è prepotente, bullismo in italiano è prepotenza. Dal punto di vista semantico e della comunicazione trovo molto più efficace “prepotente” e “prepotenza”. La denuncia del sopruso sull’altro mi sembra che esca con maggiore forza e non resti offuscata dalla nebulosità di termini come bullo o bullismo, che rischiano di desemantizzare la cosa in sé, come le vacche di Hegel che di notte sono tutte nere.
Coniare termini nuovi per fenomeni vecchi non aiuta a comprenderli meglio, anzi spesso succede che funzionano da distrattori. Chiunque sottomette a sé qualcuno è un prepotente e compie atti di prepotenza, come i tiranni, come i dittatori e ogni prepotenza trasforma chi la subisce in vittima. A volte si ha l’impressione che le campagne contro il bullismo e il cyberbullismo, il mobbing e lo stalking, tutti riconducibili all’area semantica del sopruso e della prepotenza, siano più finalizzate a farne fenomeni di costume utili a ingrassare convegni che a volerli combattere realmente.
Per evocare il titolo di un importante libro sul disagio degli adolescenti sarebbe il caso che avessimo il coraggio di prendere a mano “le passioni tristi” di questa società triste.
Sono passioni che datano con la storia dell’uomo, con i nostri riti sociali, di iniziazione o meno, dai quali neppure il progresso e le conquiste democratiche ci hanno aiutati a guarire. Non vi ricordano nulla i turbamenti dell’allievo Törless?
E allora leggete un po’ qui: «Cara maestra, è finita, finalmente è finita, non la scuola, ma tutta l’ansia che mi hai fatto provare, tutta l’avversione per lo studio che mi hai procurato, a volte perfino il rancore che ho sentito verso i miei compagni, a causa tua. Non so davvero da dove cominciare, sono talmente tante le cose per le quali vorrei “ringraziarti”: per tutte le volte che mi hai fatto sentire un incapace».
Sono le righe di una lettera che i bambini di una quinta classe elementare di Brindisi hanno scritto al termine della scuola alla loro maestra. Come definire questa lettera se non una denuncia di bullismo? Solo che il nostro di adulti è sottile, spesso istituzionalizzato, non ha la rozzezza, l’aggressività di chi dalla vita non è ancora stato sufficientemente raffinato.
Il tema è sempre quello denunciato da Foucault: sorvegliare e punire. E, guarda caso, che grande conquista del terzo millennio abbiamo compiuto: contro il bullismo e la devianza continuiamo a rispondere con il “sorvegliare e punire”. Meritiamo davvero un bell’applauso.
I soprusi, gli atti di prepotenza, le forme di violenza psicologica dei nostri giovani non vengono da lontano, ma purtroppo da molto vicino a loro.
Della logica del dominio è intrisa ogni nostra istituzione sociale, le piramidi, le gerarchie, il sopra e il sotto, le condotte di massa. Ordine e consenso richiedono sottomissione e nessuna società si reggerebbe se non fosse così; perfino Rousseau, quello dell’Emilio, lo sosteneva. Nessuna società che non sappia fondare se stessa su valori come la libertà, l’autonomia, la responsabilità.
Ma è necessario che libertà, autonomia e responsabilità si respirino da subito, fin dalla nascita, che tutto dell’ambiente che ci circonda sia coerente con essi, ne sia testimone fedele. Non lo sono certo le nostre scuole per come sono organizzate, per le loro pratiche: basti solo pensare che il sapere sistemato in materie lo chiamiamo “disciplina”, come la disciplina militare, come la disciplina per fustigare. Neppure le nostre famiglie sono da meno.
E se questa è la realtà, mentre cerchiamo di porre rimedio agli atti di bullismo compiuti dai ragazzi e dalle ragazze, figlie e figli di questa società bulla a sua volta, occorrerebbe che apprendessimo come fare per cambiare una società triste che produce passioni tristi. Perché noi ai nostri bimbi, ai nostri ragazzi non sappiamo insegnare la felicità e la gioia, ma solo le passioni tristi.
È il danno di credere, con buona pace di Freud, che l’Io sia inevitabilmente il prodotto del conflitto tra piacere e morte. Una traduzione psicanalitica della perenne lotta tra il bene e il male universalmente proposta dalle religioni.
Per favore prendiamoci cura di noi. Impariamo a educare i nostri piccoli da subito ad essere ciò che sono, a diventare ciò che desiderano, a essere e non a “dover essere”. E se le nostre famiglie, le nostre istituzioni educative, le nostre scuole non sono all’altezza di questo compito è giunta l’ora di cambiarle e di farlo in fretta.
Non si diventa bulli all’improvviso e non c’è niente di peggio dell’ipocrisia degli adulti che non vogliono ammettere i loro errori.
Intanto una cosa si potrebbe fare subito: una scuola coerente con le campagne contro il bullismo e il cyberbullismo dovrebbe iniziare da se stessa, facendo la sua prima rivoluzione, interrogandosi su come si può essere un luogo di apprendimento anche della gioia e della felicità di vivere. Per esempio, rovesciando quell’ordine che fino ad ora ha servito le passioni tristi, ponendo al centro l’apprendimento e il soggetto che apprende, anziché l’insegnamento e il soggetto che insegna. Spaventa? Non si può fare?
Allora teniamoci le passioni tristi se ai nostri giovani non siamo in grado di offrire neppure la passione di gioire.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Educazione permanente, un capitolo che non sappiamo scrivere

Il forte impatto che i cambiamenti economici hanno prodotto sulla struttura del tessuto occupazionale di settori come l’industria e l’agricoltura avrebbe dovuto collocare il tema dell’educazione permanente al centro dell’agenda politica ed economica del nostro Paese con l’obiettivo di riconnettere tra loro istruzione, formazione, occupazione e lavoro. Di fronte a un tasso di disoccupazione del 12,7% in Italia contro il 4,8% della Germania è urgente riappropriarsi di un tema così gravemente trascurato come quello dell’educazione degli adulti, perché pare che questo sia ampiamente sconosciuto al mondo politico e sindacale.

Eppure gli strumenti legislativi per avviare politiche innovative in questo campo non mancano, a partire dalla tanto vituperata riforma del lavoro Fornero. Mi riferisco all’articolo 4 e ai commi dal 51 al 58 di questa legge, che come minimo dovrebbero indurre il Parlamento a rimettere mano all’istituzione dei Cpia, cioè i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti di mero impianto scolastico.
Educazione degli adulti e formazione permanente significano disporre di una forza lavoro qualificata come condizione indispensabile per sbloccare la paludosa stasi economica e occupazionale in cui versa il Paese. Più i livelli di istruzione sono alti, più crescono i redditi e l’occupazione. Lo dicono i dati dell’Ocse, in media il tasso di occupazione delle persone con alti livelli di qualificazione è di circa l’80%, contro meno del 50% per le persone con livelli bassi. I benefici derivanti da un’elevata qualificazione sono incrementali: al crescere di conoscenze e competenze aumenta la capacità di acquisirne nuove, di partecipare ad ulteriori attività formative. Inoltre l’istruzione permanente ha ripercussioni importantissime sulla vita sociale delle persone; gli individui istruiti sanno gestire meglio le proprie condizioni di salute, sono attivi nella vita sociale, politica e culturale.
Le cause della crisi del nostro Paese sono prodotte anche dall’incapacità dei governi di misurarsi con queste questioni. I nuovi fabbisogni professionali, le nuove e le future competenze richieste dal mercato del lavoro e dal mondo delle imprese, le veloci innovazioni tecnologiche dovrebbero indurre ad archiviare vecchi profili professionali senza mercato e un sistema di istruzione e formazione professionale ormai inadeguato non solo per i tempi, ma pure rispetto al dettato legislativo.

Con la legge Fornero del 2012 per la prima volta l’Italia si pone in linea con le indicazioni dell’Unione europea in materia di ‘lifelong learning’. Ciò che nel nostro Paese è sempre stato considerato come recupero scolastico, qualcosa di meramente accessorio e secondario, diviene la chiave per ripensare radicalmente il nostro sistema di istruzione, non solo nell’interesse del diritto allo studio di ogni singola persona, ma per le istituzioni pubbliche e per il mondo delle imprese che ne trarrebbe notevoli vantaggi in termini di competitività, innovazione, produttività.
Secondo la legge, per apprendimento permanente si intende qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale. Finalmente anche il nostro Paese riconosce ufficialmente, ciò che da decenni numerosi Paesi dell’Europa e del mondo hanno già fatto, il ‘life wide learning’, l’apprendimento per l’intero arco della vita. Ma allora se non c’è più un tempo per lo studio, uno per il lavoro, uno per la pensione, se questa scansione così rigida non ha più ragione d’essere, è possibile che tutto continui come prima? È possibile che il nostro sistema di istruzione resti identico a se stesso? Credo che nessuno in questo Paese si sia accorto di proposte avanzate dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, come pure la legge prevede. Neppure le parti sociali, a partire dai sindacati, mi sembra che abbiano battuto un colpo.

Tutto continua come prima. Invece di provvedere, come prescrive la legge, alla individuazione e al riconoscimento del patrimonio culturale e professionale comunque accumulato dai cittadini e dai lavoratori nella loro storia personale e professionale, nel nostro Paese si persiste a ritenere che l’apprendimento si faccia solo a scuola. Così si istituiscono i Cpia per l’alfabetizzazione e il recupero scolastico degli adulti, niente più che una versione aggiornata delle scuole popolari di un tempo.
Centri, invece, che dovrebbero essere radicalmente ripensati alla luce di quanto la legge Fornero prescrive, a partire dal riconoscimento dei crediti formativi, dalla certificazione degli apprendimenti comunque acquisiti, da documentare attraverso la realizzazione di una dorsale informatica unica. Ma su questo terreno neppure gli enti locali sono attivi, così non si realizzano le reti territoriali indispensabili per tenere insieme istruzione, formazione e lavoro, per collegarli organicamente alle strategie per la crescita economica, per l’accesso dei giovani al lavoro, per l’invecchiamento attivo, per l’esercizio della cittadinanza attiva, anche da parte degli immigrati.

Un’intenzione legislativa, di ispirazione europea, che colloca l’apprendimento permanente come strumento ‘princeps’ per una vera crescita personale, civica, sociale e occupazionale, finisce ancora una volta per essere sacrificata dall’insipienza di chi ci governa. Stiamo in Europa come ci pare evidentemente, o in Europa non ci sappiamo stare. Dovremmo chiedere ragione del ‘Life Learning Programme’, strategico per l’Europa 2020, che punta a creare un’economia con un più alto tasso di occupazione attraverso una crescita intelligente, solidale, sostenibile: intelligente innanzitutto con investimenti più efficaci nell’istruzione, la ricerca e l’innovazione. L’iniziativa lanciata dall’Unione europea si propone di migliorare la cooperazione tra il mondo del lavoro e quello dell’istruzione con l’obiettivo di “ritagliare su misura” le competenze necessarie alle persone e al mondo professionale, ma passa per le politiche dell’educazione permanente, dell’educazione degli adulti: un capitolo che il nostro Paese non ha ancora imparato a scrivere.

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