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“Re Dollaro” può generare la futura crisi finanziaria mondiale?

Avete presente quando all’orizzonte si affacciano enormi nuvole nere? Beh, siamo in una situazione simile. Le banche centrali stanno operando la più grande stretta monetaria di tutti i tempi, alzando i tassi di interesse per frenare l’enorme inflazione. Significa che i mutui costeranno di più mandando in sofferenza milioni di famiglie e imprese e ciò porterà ad una recessione nel 2023. Ma il grosso problema è che oggi c’è una fragilità finanziaria enorme rispetto a 20 anni fa. Ciò a causa della enorme crescita della speculazione, per cui nel mondo ci sono 600mila miliardi di derivati tipo i Cds (Credit Default Swap) che servono a imprese, fondi pensione, etc. per assicurarsi in caso di fallimenti per forti variazioni nelle valute o nel prezzo delle merci, dovuto all’aumento delle materie prime. E poi ci sono i “margin call”, quegli anticipi che oggi bisogna dare se variano molto i prezzi (come nel caso del gas). E il rischio è che ci siano fallimenti di alcuni fondi pensione, imprese, grandi banche (Credit Suisse…) che trascinerebbero nel baratro l’economia reale, com’è avvenuto nel 2008.

Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve Usa dal 2006 al 2014, ha preso il premio Nobel per l’economia 2022 avendo “inventato” il Quantitative Easing, cioè una immissione di liquidità senza precedenti (che è peraltro proprio una delle cause dell’inflazione Usa), strumento che poi usò anche Draghi. Che poi a pagare siano state non le banche che hanno generato la crisi (e i loro manager), ma milioni di lavoratori americani ed europei è un dettaglio che poco interessa all’Accademia svedese: ciò che conta è premiare nuove stilizzazioni economico-finanziarie, che siano in grado di garantire la finanza e le banche anche quando falliscono (a spese dello Stato e dei cittadini).

Così crescono ovunque i tassi sui mutui casa (in UK sono volati al 6%, non accadeva dal 2008) con debiti pubblici e privati che nel mondo occidentale sono saliti a 305mila miliardi: un’alta inflazione è un toccasana per gli Stati (occidentali, non per i paesi poveri) mentre per i privati sono guai seri (sia occidentali che dei paesi poveri).

Siamo avviati dunque verso una nuova recessione: la BCE (Banca Centrale Europea) ha ridotto le stime di crescita del Pil del 2023 dal 2,1% allo 0,9%. Al di là del PIL, è l’occupazione che preoccupa perché il rischio, con bollette alle stelle e alta inflazione (che è prevista durare 2-3 anni), è la chiusura di migliaia di piccole e medie imprese con una perdita eccezionale di monte ore lavorate e conseguente impoverimento complessivo – peraltro, in modo strisciante, già in atto nell’ Unione Europea da almeno 20 anni per la maggior parte della popolazione. A rischiare sono le imprese europee che pagano ora il gas agli Usa 6-7 volte tanto di quanto pagavano alla Russia e che, diventando meno competitive di quelle americane e asiatiche, perderanno quote di mercato indebolendo l’Europa. Il fatto che Ucraini e Russi se la passino peggio di noi non è una consolazione: il detto “mal comune mezzo gaudio” in questo caso non vale.

Recessione e alta inflazione sono frutti della guerra in corso in Europa ma soprattutto di quella “mondiale” e finanziaria tra Cina-Russia da una parte, e Usa dall’altra, per un Nuovo Ordine Monetario Internazionale, in cui Cina e Russia vogliono uscire dal dominio del dollaro come unica moneta internazionale di riserva e si apprestano a creare una loro moneta internazionale scambiata nell’altra metà del mondo che non è l’Occidente. Se il dollaro si basa sulla finanza, lo yuan si baserà sulle materie prime. Entrambi posseggono gli altri due pilastri necessari per disporre di una moneta internazionale: potere economico e potere militare.

Questa “guerra mondiale” economica e geopolitica è forse una delle cause di fondo della guerra tra Russia e Ucraina: nel momento in cui la Russia si è resa conto che non poteva più contare su un’alleanza con l’Europa, ha sciolto ogni riserva a favore della Cina, contrapponendosi agli Usa (e all’Europa, sua fida alleata). Gli indizi sono i seguenti: a) il dollaro ha iniziato la sua ascesa già da giugno del 2021 (9 mesi prima dell’invasione russa) dopo il meeting della Nato proprio sulla Russia; b) nella primavera del 2021, 54 banche d’affari e 154 fondi speculativi sono entrati nel mercato del gas Ttf di Amsterdam,  che oggi è gestita da ICE, una società americana i cui azionisti sono i più potenti fondi finanziari americani, che controllano anche la borsa Nyse di Wall Street.

Oggi il 90% degli scambi in valuta estera e il 50% dell’export e dei crediti bancari avviene in dollari Usa. Il Dollar Index, un paniere che calcola l’andamento del dollaro in rapporto ad un paniere di alcune valute (tra cui euro, yen, franco svizzero, e sterlina) è cresciuto del 23%, il livello più alto da 20 anni e l’euro è sceso sul dollaro da 1,22 a 0,97, sotto i valori del 2002. Si consideri che 1 euro al suo massimo di espansione sul dollaro -2008- valeva 1,60 dollari: da allora è sceso in modo costante fino a 0,97 di oggi. Lo yen è calato in un anno del 25%, euro e sterlina del 20%, dollaro australiano del 16%, dollaro canadese del 9%.
Così, mentre tutti i paesi sono costretti a vendere le proprie riserve in dollari pur di difendere il loro cambio e non svalutare la propria moneta oltre certi livelli, i prezzi delle importazioni (in dollari) crescono, come il pagamento (sempre in dollari) dei loro debiti: 5.500 miliardi di dollari è l’ammontare dei debiti che devono rimborsare i paesi poveri entro l’anno(fonte Institute International Finance, Iif). Si rischia quindi una nuova crisi finanziaria globale finché non si arresterà la crescita del tasso di interesse della Federal Reserve (ora al 3,5%, con un ulteriore rialzo previsto fino al 4,25%) per contenere l’inflazione Usa (ora al 9%).

Intanto le bollette di gas e luce in Europa sono alle stelle. Il fenomeno non è tanto dovuto al mancato approvvigionamento di gas russo,  che ormai è solo il 15% del totale dei consumi europei, né ai contratti che hanno fatto i nostri importatori con Gazprom che, essendo decennali, hanno un prezzo del gas 10-20 volte inferiore a quello spot del Ttf; è dovuto alla speculazione, che è in mano agli americani.

L’idea di fondo era che ci sarebbe stato un accordo di lungo periodo con la Russia non solo da parte della Germania ma anche dell’Europa. Ma la Merkel non aveva messo nel conto l’invasione dell’Ucraina e la vittoria dei socialdemocratici e dei verdi tedeschi, molto più legati ai dem americani.  Così la politica “estera” tedesca si è accodata pedissequamente agli Usa, che non vogliono nel modo più assoluto un accordo Russia-Europa per evitare che si crei un secondo competitor mondiale oltre alla Cina. Alleati sì, ma chi comanda sono loro (come in Afghanistan e nel resto del mondo).

A farne le spese saremo così noi cittadini europei e soprattutto molte delle nostre piccole e medie imprese, spazzate via dall’impoverimento e sostituite da catene di multinazionali (americane?). Come diceva Alfredo Reichlin 30 anni fa: “I mercati guidano, i tecnici eseguono e i politici vanno in tv”.

E’ interessante osservare che i grandi fondi speculativi (Vanguard, Blackrock,…) che controllano la borsa privata ICE Endex di Amsterdam (il famoso Ttf) sono gli stessi che controllano le grandi case farmaceutiche che hanno prodotto i vaccini mRna. Dopo la pandemia, ora tocca al mercato del gas di restituire la massima remunerazione.
L’importante è operare sulla paura, il più potente dei tranquillanti per tenere a bada il popolo. Il Financial Times calcola che sino ad oggi gli Stati Europei hanno speso per mitigare appena gli aumenti di gas e luce circa 500 miliardi (di cui 49,5 li ha spesi l’Italia), e siamo solo all’inizio. Difficile pensare che Scuola e Sanità (ormai al collasso) possano avere iniezioni di spesa pubblica nei prossimi anni. I soldi servono per le armi e per mitigare le bollette alle stelle.

Chissà che la gente non si svegli e capisca che l’Europa deve pensare anche ai suoi interessi (come ha fatto Israele, approvando l’annessione della Crimea nel 2014). Ciò dovrebbe significare l’introduzione di prezzi amministrati per gas e luce, la creazione di un grande settore pubblico dell’energia con acquisti comuni (anziché comprare in 27), come fece Mattei con ENI contro lo strapotere delle 7 sorelle anglo-sassoni negli anni ’60, visione che forse gli costò la vita in quel tragico volo. Ma per fare questo bisogna essere indipendenti da qualcuno. “Il nostro modello ha dei limiti” ha detto Ursula von der Leyen. Bontà sua.

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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