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Libertà obbligatoria e tradimento della parola

Viviamo tempi estremi. La pandemia lo ha reso evidente ma i tempi estremi erano già presenti nel passato, solo che erano invisibili ai più. Oggi però li vediamo, li tocchiamo con mano e da buoni san Tommaso non possiamo più negarli. Le parole che usiamo per raccontare la realtà che ci circonda hanno assunto significati diversi a seconda di chi le pronuncia.

E’ come se la lingua madre fosse diventata una babele e tra umani non ci comprendessimo più. Scompaginati tutti i recinti non riusciamo più a leggere i confini delle nostre dimore che, per ognuno di noi, rappresentano la sicurezza. A catena questo scatena furia e paura nelle persone.
Le accuse che continuamente ci facciamo reciprocamente, in questo mare di incomprensione, è quella di manipolare la realtà. I dati scientifici diventano il perno su cui si basano le narrazioni, e tutti dico tutti, li tirano per la giacchetta, ognuno per darne la interpretazione che vuole. Anche io faccio parte di quelli che li leggono in un certo modo, che li interpretano (perché i dati si interpretano) con le parole che per me descrivono la realtà che vedo fuori  e che sento  dentro,  una realtà che mi corrisponda nel profondo, che tenga unita la conoscenza del cuore con quella della mente, perché, per me, guardare la realtà, non è un’ osservazione asettica, priva del mio essere dentro questa realtà, ma è partecipazione attiva con tutto il mio essere.
Questa libertà di discernimento che mi concedo, che fino ad oggi era un diritto – chIssà ancora per quanto? – e che condivido con gli altri (siamo esseri comunicanti non possiamo non farlo) oggi è mal tollerata, è vista come pericolosa per la comunità di cui faccio parte. Nonostante viviamo in sistemi democratici è proprio questa libertà di interpretazione che viene messa in discussione; non si fa altro che sentire dire che solo i competenti possono esprimere il loro pensiero, agli altri è concesso pensare – dunque  dubitare – (chissà ancora per quanto?) ma non di esprimersi.
Possiamo tentare di capire chi siamo ma non possiamo dirlo perché se affermiamo il nostro pensiero e il nostro essere, se solo ci poniamo dei dubbi, se ci autodeterminiamo, azione che ha bisogno di essere messa in parole, incorriamo nella accusa di impedire all’altro la sua autodeterminazione e cosa ancora più grave manipoliamo la realtà. 
La definizione di libertà che ha caratterizzato il secolo scorso “la tua libertà finisce dove inizia la mia” mostra chiaramente quanto questo impianto filosofico alla base delle nostre democrazie attui una competizione sfrenata: il più forte vince (Charles Darwin) e ottiene le libertà e gli altri soccombono.
Mi sono chiesta come sia possibile che siamo giunti a questo cortocircuito per il quale parole fondanti le comunità come libertà, amore, dono, bene comune, siano diventate parole divisive al punto da creare una spaccatura così grande.  Curiosamente viviamo in paesi che fanno della loro bandiera il rispetto delle differenze, ma siamo giunti a cancellare le differenze proprio in nome di quel rispetto che dovrebbe renderci liberi. Addirittura oggi la libertà sembra essere diventata un brand acquistabile sul mercato (slogan tipo + vaccinati + liberi ) non fanno altro che confermare questa ipotesi.
Sappiamo bene che il concetto di libertà è continuato a cambiare nell’arco della storia e questo suo cambiare ha contribuito all’evoluzione della umanità, e dunque, in un certo senso, questo suo travaglio fa parte del grande cambiamento che stiamo attraversando, dei tempi estremi in cui siamo immersi. Certamente in nome della libertà si sono fatte grandi guerre, le più spaventose e sanguinose, e oggi siamo in guerra, non contro il virus, ma fra di noi, una guerra carsica che scava solchi profondi; ma io spero arditamente che il risveglio delle coscienze e dell’amore sia già qui, nel nuovo che sta nascendo. Dunque torno alla questione che mi sono posta: come è possibile che le parole abbiano perso un significato unificante e siano diventate armi potentissime legate a immaginari assai lontani che rischiano di deflagrare in una guerra senza confini, in una guerra che entra nelle nostre stesse case causando  grande dolore e sofferenze? Per darmi una risposta  devo andare un po’ indietro nel tempo.
Le parole non cambiano il loro significato semantico così velocemente, di solito è un processo lungo che avviene carsicamente; quando poi emerge può essere assorbito in modo  apparentemente  indolore o invece può causare stravolgimenti come quelli che stiamo vivendo. Ma quale potrebbe essere la radice dello stravolgimento semantico odierno?
Io credo di averlo individuato nella cancellazione delle madri a livello simbolico.  So che non sarà facile seguirmi nel ragionamento e so anche che incorrerò nuovamente nell’accusa di manipolare la realtà ma io voglio semplicemente percorrere la strada interiore che mi ha portato a questo discernimento. La mia non è una verità assoluta ma la verità che mi corrisponde e ognuno sarà libero di trarne le sue conseguenze. Il linguaggio umano è un mezzo molto sofisticato e “la lingua è la caratteristica nucleare che ci rende essere umani” (Noam Chomsky) ma la lingua ovunque nel mondo viene definita come lingua madre perché  ce l’abbiamo da sempre, “perché l’abbiamo ricevuta gratis da quando nasciamo“ (Valeria Gheno) ed è dunque fortemente legata al prelinguaggio ereditato dalla madre, alla lingua del territorio che ci ha visto crescere, alla terra madre, Pachamama. Certo poi quando cresciamo noi scegliamo in autonomia le parole da utilizzare per descrivere la realtà, “trasgrediamo“ la madre (Igor Sibaldi, il concetto di trasgressione[Vedi qui]) per diventare noi stessi, ma quanto conta l’immaginario sul materno nella modifica del valore semantico delle parole?
Quando parliamo di materno o maternità facciamo riferimento a un’ampissima gamma di simbolico, parliamo di concepimento, gestazione, affettività genitoriale, educazione, amore, ma anche di creatività, di maternità di idee e libri arte, maternità-natura e moltissimo altro. Per cercare di darvi un’immagine di cosa intendo con questo ampio ombrello di possibilità, utilizzo la metafora della matrioska.
La maternità è come una grande matrioska che contiene tante piccole matrioske ognuna delle quali portatrici di un sapere specifico, ma tutte connesse tra loro. Oggi, però,  facciamo i conti con una parcellizzazione dei saperi in tantissimi ambiti, da quello della salute, a quello economico a quello sociale e giuridico, culturale, che hanno perso la loro originaria unità.
La grande matrioska che conteneva le più piccole è esplosa e il tema della maternità deflagra assumendo nuovi intendimenti. La maternità negli ultimi cinquant’anni ha cambiato volto, da fatto puramente fisiologico è diventata parte integrante del processo di medicalizzazione che ha invaso la nostra società.
Da fatto naturale fortemente legato anche al mistero della vita,  a fatto programmabile e costruibile a tavolino attraverso le tecnologie riproduttive.
E badate bene quando parliamo di tecnologie riproduttive parliamo già di quell’unitarietà andata in frantumi.
La domanda dunque è legittima.
Quanto questo immaginario simbolico legato alla madre, alla unitarietà della madre che sparisce nella parcellizzazione di diversi processi impatta sul nostro vivere la realtà?
Io sono giunta alla conclusione che la lingua madre è diventata una babele, perché  si è persa la matrioska grande, quella che li contiene tutti e da cui partono le ‘trasgressioni’ che sono la via alla realizzazione di quel sé unico e irripetibile che ci caratterizza e che fa dell’essere umano quel miracolo di amore tra diversi. Il transumanesimo che si fonda sulla violazione della Madre e della sua sacralità, che cancella il pre-linguaggio che unisce l’umanità in una unica famiglia, che fa della intelligenza artificiale il nuovo Dio, (medicinali iniettati da remoto, biobag per fare bambini, identità digitali, medicalizzazione della società per rendere uomini e donne sempre “più perfetti e inattaccabili” (?),  robot sempre più intelligenti e simili agli umani) è la causa  della babele.
Ma i più non sanno cosa sia l’ideologia transumanista che ci ha portato fin qui, non sanno quanto stia correndo avanti (è stato da poco riconosciuto il diritto alla cittadinanza a Sophia , un robot donna il che significa che a breve competeremo con i diritti rivendicati dai robot) perché è un’ideologia che ha agito di nascosto, vendendo alle masse progressi tecnoscientifici come grandi opere di bene, eludendo il dibattito sulle tantissime questioni bioetiche che si celano dietro.
Ma il linguaggio della Grande Madre è più forte, la Donna Selvaggia (Clara Pinkola Estes), emerge dalle coscienze singole (uomini e donne l’hanno dentro, nasciamo tutti da donna – almeno per ora) e come un unico canto ricompatta fratelli e sorelle dispersi nel caos della babele.
Lo vediamo nelle piazze di tutto il mondo, anche se il mainstream  non gli da voce. In piazza, per le strade ci riconosciamo, a volte basta uno sguardo per capire che siamo sulla via dei canti (aborigeni australiani) alla ricerca del recupero della lingua madre. Siamo semplici donne e uomini e famiglie che sentono la voce della grande Madre e a lei rispondono.

PER CERTI VERSI
I miei

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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I MIEI

i Miei
Quanto è stata dura…
Il cancro fu un’apnea incerta
Per tutto l’ossigeno che occorse
E chi resta fuori – come loro-
Con tutta la pena in gola
Si domanda
Ce la fara’
A rifiatare ancora?

MIA MADRE HA RETTO

mia madre ha retto
Non so come
La brutalità del nome
Cancro
All’unico figlio
Che ha potuto avere

È stata della speranza
La mia seconda incubatrice

MIO PADRE

mio padre non è cambiato
So che ha assimilato la bufera
Tagliando la legna del dolore
Per i miei futuri inverni
Da professore

DI MERCOLEDI’
L’Arminuta … ecologia e solidarietà

Non c’è che L’Arminuta per compensare il vuoto. Anche questo mercoledì la piazza del mio paese è deserta, non ci sono le vocianti bancarelle del mercato e la regola dominante rimane il distanziamento sociale. In realtà la regola numero uno è “Restate a casa”. Resto a casa e riapro L’Arminuta, il romanzo con cui Donatella di Pietrantonio ha vinto il Premio Campiello nel 2018. Uno di quei libri in cui mentre leggo e capisco che è perfetto divento ancora più vigile. Ingaggio con l’opera una sfida sotterranea: scorro le pagine, seguendo la storia ma sotto, più in profondità, controllo la forma, la sua orchestrazione, le scelte lessicali ed il ritmo, la potenza definitoria di ogni vocabolo, le combinazioni. Alla fine vince lei.

Ma andiamo con ordine. Non è per la scrittura ineccepibile che ho pensato a questo terzo bellissimo romanzo della Di Pietrantonio. La parabola di vita che vi si profila  mi è sembrata funzionale  a tante riflessioni sul presente che leggo dai giornali o sento nei dibattiti infiniti alla tv. Sono le proiezioni sul futuro che vivremo a farmi di nuovo avvicinare al libro. Al centro della storia c’è un regresso, un processo di peggioramento per la vita della protagonista: ecco la prima somiglianza col nostro presente. Abbiamo cambiato di colpo abitudini e convinzioni; lo spazio vitale coincide con la nostra casa e poco altro. Se c’è una parola che può riassumere la vita che facciamo è ‘rinuncia.

L’arminuta ha tredici anni e all’improvviso viene restituita, questo è il significato della parola nella parlata abruzzese, alla sua vera famiglia. Dalla bella casa in città, dove ha vissuto fino al giorno prima come figlia unica di una coppia borghese, il padre carabiniere la conduce in un paesino dell’entroterra di Pescara e la lascia coi suoi bagagli, “una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse”, dentro la casa povera dove vivono i suoi veri genitori e i fratelli che lei non ha mai saputo di avere. “La madre” e “il padre”, così per tutto il romanzo chiamerà i genitori che ora conosce e che non la baciano, non l’abbracciano, privi di qualunque comunicazione affettiva. Il padre lavora in una fornace e i soldi che guadagna non bastano a mantenere la moglie, i due figli maschi che sono già adolescenti, il terzo maschio solo nominato per la sua vivacità, la piccola Adriana che aiuta la madre nei lavori di casa ed è una bambina già adulta, l’ultimo nato Giuseppe, che ha pochi mesi di vita e manifesta i segni di un ritardo mentale e ora la figlia restituita da una cugina materna e dal marito, che se l’erano presa e portata a vivere con loro quando aveva solo sei mesi.
La casa è piccola, i figli dormono in un’unica stanza e  Adriana divide il letto con la sorella appena arrivata,  la restituita di cui non viene detto il nome. Lascio dire a lei, che narra la sua storia in prima persona, come sono le prime notti e i primi giorni nella nuova famiglia. Non è stato preparato il letto in attesa del suo arrivo: “Domani vediamo, aveva detto il padre, ma poi si è dimenticato. Io e Adriana non gli abbiamo chiesto niente. Ogni sera mi prestava una pianta del piede da tenere sulla guancia. Non avevo altro, in quel buio popolato di fiati.”
“Mi sono impegnata a pulire, quello non era difficile.. ..Le faccende che mi chiedeva di sbrigare non erano molte, in confronto a quelle di Adriana. Forse mi stava risparmiando, o forse si dimenticava che c’ero. Di sicuro non mi riteneva capace, e non aveva torto. A volte nemmeno capivo cosa ordinava, in quel dialetto veloce e contratto”. In città la sua vita era trascorsa tra la scuola, le amicizie, la danza. A questo pensa con dolore  quando comincia a darsi da fare per essere di aiuto in casa, dovendo rimanere lì dove è stata riportata, con la motivazione che sua madre (quella di città) è seriamente ammalata. Non capisce nemmeno la lingua che si parla in quella casa.

Anche noi ora viviamo in una casa, la nostra, che ci appare diversa, con risorse, angoli o passatempi che non sapevamo che avesse. Anche la nostra lingua si sta modificando, pensiamo ai termini finora poco usati che sono spuntati come funghi sulla bocca degli esperti intervistati dai media. Ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo: – E se fossi ‘un asintomatico’?- E intanto ci atteniamo alle ‘regole draconiane’ imposte dalla ‘pandemia’ e non sfuggiamo (come sarebbe possibile?) alla ‘infodemia’ del momento. E ora che la protagonista ci travolge col suo spaesamento cosa verrà fuori dalla sua storia? E dalla nostra clausura forzata, dalle nostre rinunce cosa risulterà? Ne usciremo peggiori o migliori di prima?

L’arminuta impiega mesi a entrare nelle dinamiche affettive dei suoi familiari, specie i fratelli. Adriana è il suo sostegno, è quella che le insegna a vivere nella povertà ma che le trasmette anche slanci e piccole felicità. In una delle anticipazioni sparse nel libro la protagonista dice che la somiglianza tra loro due, evidente quando erano piccole, dopo vent’anni non si sarebbe notata quasi più. Dunque  ce l’ha fatta. E’ entrata poco a poco nel cuore della  famiglia e la famiglia in lei; ha sofferto per la morte tragica del fratello maggiore; è rimasta a vivere nella stessa casa, pur continuando gli studi a spese della madre di città, la madre ricca. Adalgisa, questo è il suo nome,  non è mai stata ammalata: si è separata dal marito e si è sposata con un altro uomo, avendo anche un figlio da lui.
L’arminuta va a trovarla alla casa sul mare che era stata anche la sua casa. La accompagna Adriana, sempre solidale e preziosa nelle giornate faticose là in paese, e oggi pronta all’avventura di andare una volta tanto in città. Alla protagonista la casa  sembra uguale, ma anche irrimediabilmente cambiata, anche se ad essere cambiata è prima di tutto Adalgisa, felice di avere lì la “figlia”, ma al tempo stesso incerta e soggiogata dal nuovo marito.
Nell’andare via dalla città l’arminuta regala il mare ad Adriana, che non lo conosce. Il libro si chiude sulla scena del bagno che fanno insieme: sono di fronte le due sorelle e l’acqua arriva al petto di una, al collo dell’altra. L’una, l’arminuta, ha appena compreso qual è il suo posto e si è lasciata alle spalle la madre di prima, dell’altra, di Adriana, dice  una cosa bellissima, la definisce “un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia”. E ammette: “Da lei ho appreso la resistenza”.

Ripongo il libro e mi dico che siamo anche noi messi alla prova nel nostro romanzo di formazione e abbiamo la possibilità di uscire dalle peripezie di oggi con una nuova consapevolezza. Per l’eroe di tanta narrativa è la consapevolezza dei propri limiti e della raggiunta maturità, per noi della necessità di ridimensionarci e di un bel po’ di altre cose. Le due più importanti è meglio non ripeterle qui, le ho messe nel titolo e lì devono stare, prima di ogni altra parola.

PRESTO DI MATTINA
La Terra di Mezzo della Domenica delle Palme

Chissà perché il pensiero della Domenica delle Palme evoca in me la ‘Terra di mezzo‘ ideata e descritta con insuperabile creatività e realismo da J.R.R. Tolkien. Una terra abitata da figure antiche e nuove. Un luogo per un verso pacificato dalla mancanza di ombre, verso il quale convergono in alleanza diversità non oppositive, ospitali, generative di quell’amicizia che nasce dall’avere uno scopo comune. Ma al tempo stesso una zona minacciata dall’oscurità caotica, che se custodisce una promessa di vita amabile e dunque capace di nutrire la speranza nel bene che vince sul male, è nondimeno messa alla prova da una moltitudine di ombre inquietanti di tenebra e di morte.

L’immagine non è estranea al realismo della storia biblica nella tradizione giudeo-cristiana. Tanto che in un’analoga ‘terra di mezzo’, si gioca anche la sfida, l’agone della domenica (“Dov’è, o morte, il tuo Pungiglione?”). È il ‘Giorno del Signore’ che intacca la ferialità, che si fa strada nella ombrosità dei giorni. Arginando un tempo senza qualità, la domenica reca con sé un tempo qualificato dalla novità dell’incontro con il Crocifisso risorto, che riapre il sepolcro come un seno materno ed esce fuori, lasciandolo vuoto. Vuoto dalla disperazione e dall’angoscia, così da mandare i Suoi sino ai confini della terra ad accendere un fuoco, quello di Pentecoste, e ad offrire il Battesimo di nuova nascita, perché nell’incontro con il Risorto chi perde la propria vita la ritrova. “Anima mia – scrive padre David Maria Turoldo – non pensare male di Lui: gli è impossibile fare altro. E vedrai il male non vincerà!”.

Forse più di ogni altra, la Domenica delle Palme sta in mezzo come un Vado: tra la domenica della risurrezione di Lazzaro e quella della Pasqua; tra l’arrivo di Gesù al sepolcro dell’amico per farlo nascere di nuovo, e la venuta dell’Angelo di Dio. Angelo inviato dal Padre a riaprire gli occhi del Figlio amato, ripetendo per lui quelle parole che egli, il Nazzareno, già rivolgeva a tutti per le vie della Palestina: “Alzati e va , perché il pungiglione della morte nulla ha potuto e le si è rivoltato contro ripagandola della sua stessa moneta: “dov’è o morte la tua vittoria”, si dirà nella Veglia Pasquale: inghiottita dalla Risurrezione.

È questa pure la domenica dell’ ‘Osanna‘ del popolo che accoglie festante Gesù con rami di ulivo e che grida “osanna, oh sì salvaci”. Del Messia accolto nella città santa e riconosciuto come colui da cui dipendono le sorti: anzi, il ribaltamento della sorte minacciosa del male: “spezzerà le loro spade e ne farà aratri, delle loro lance farà falci” (Is, 2,4). Questa domenica vede l’alleanza tra il mondo degli alberi, la creazione tutta e quello degli uomini di fronte al pericolo del bene comune.

Ma è anche la domenica più umile: quella della gioia umile. Lo sfidante, come già vittorioso, entra nella città santa cavalcando un puledro d’asina e non su carri da guerra. Così lo descrive il profeta Zaccaria (il cui nome significa ‘Dio si ricorda’) invitando all’esultanza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra. Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza!” (Zc 9,9-12).

La domenica delle palme è proprio la piccola Pasqua, la piccola risurrezione che abita la ‘terra di mezzo’ della nostra coscienza. E non diversamente dalla piccola Speranza di Charles Peguy che tiene tra le sue mani le due sorelle, Fede e Carità, è lei, la più piccola, una bambina da nulla, che le traina entrambe, perché senza di lei non si va da nessuna parte. Ma lo stesso può dirsi di ogni domenica, che – come la piccola Speranza – ci accompagna di settimana in settimana e s’intreccia alle nostre giornate affinché nel passaggio da un giorno all’altro, da una settimana all’altra ci ricordiamo di colui che è passato oltre; che ha attraversato la morte; che ha aperto un varco nella morte: “Lui, il capofila, il pastore grande delle pecore che il Dio della pace ha ricondotto dai morti” – dice la lettera agli Ebrei 13,20 – che anche noi seguiremo nella Pasqua. Passando dal cammino quotidiano.

Tutto ciò mi ritorna in mente talvolta quando passo nel chiostro di Santa Maria in Vado davanti a una scritta di saluto rivolta ai pellegrini in cui li si chiama viatores (viaggiatori). Perché la Pasqua – sapete – è proprio questo ‘Vado’, un attraversamento che ci fa uscir fuori. O meglio nascere di nuovo. Anche per nascere infatti bisogna passare oltre, attraversare la soglia che divide il buio dalla luce, che separa l’asfissia soffocante dal soffio che ti riempie i polmoni e li apre, come vele distese al vento della vita. Pasqua è veramente un venire alla luce. Nel racconto di Lazzaro egli è richiamato fuori, alla vita. Ed è Gesù la levatrice di questa nuova vita, che grida a Lazzaro di uscire fuori, che fa slegare le bende del sudario che gli avvolgevano il volto, le mani e i piedi, così da poterlo lasciare andare. Anzi, di più. Gesù agisce, al contempo come una levatrice, favorendo la venuta alla luce dell’amico Lazzaro, ma anche come una madre che vive nel suo corpo le doglie del parto. Per questo Gesù piange l’amico Lazzaro, e con ciò la nostra umanità dolente e mortale. Come una madre, egli si strugge per infondere la vita, per far uscire dall’oscurità e far venire alla luce tutti noi, per condurci dalla morte alla Pasqua di risurrezione. È questo che ci prefigura il racconto di Lazzaro: vi si anticipa la Pasqua del Signore, tramite le quale è dato a tutti noi il dono inestimabile di poter nascere di nuovo nella sua vita.
Del resto, è Gesù stesso – nel Vangelo di Giovanni 16, 21 – che si immedesima nella donna e nell’esperienza del generare; nella madre che è nel dolore perché soffre le doglie del parto, rivelandoci così la consapevolezza che egli avvertiva del suo futuro patire per darci la vita, ma anche la consapevolezza della gioia che ne segue. La donna – dice Gesù – quando partorisce è nel dolore, perché è venuta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più della sofferenza in ragione della gioia per la nascita di un uomo. Così anche voi – riferendosi ai discepoli – siete nel dolore, ma vi vedrò di nuovo, mi sentirete e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno, proprio nessuno, potrà togliervi la vostra gioia. Forse per questo un tempo in campagna, nella mattina di Pasqua, la gente usciva fuori e si bagnava gli occhi con la rugiada della notte. Rugiada memoriale del battesimo. Un gesto simbolico, che diceva della felicità di riaprire gli occhi, rivedere la luce, il cielo, gli alberi, il volto delle persone care.

Un’altra nascita a cui ebbi il dono di partecipare me la regalò Gloria, catechista in parrocchia. La incrociai infatti nel corridoio del vecchio ospedale Sant’Anna, mentre facevo un giro per visitare i malati e mi riferì che Agata, la mamma di Sofia e di William, stava per partorire. Mi disse, però, che Paul, il papà era un po’ in pensiero, perché la situazione sembrava più difficile del previsto. Così Gloria mi disse “vai, vai a trovarlo al reparto maternità”. Arrivai da lui, trovandolo seduto un po’ rannicchiato su una panchina. Era solo e mi sedetti accanto a lui in silenzio, dopo averlo salutato solo con un cenno della testa. Ogni tanto ci guardavamo, come chi non sa cosa dire, e ci stringevamo nelle braccia. Passò molto tempo, e le infermiere andavano e venivano con alcuni bambini in braccio, ma non erano il nostro. Dopo oltre due ore di attesa, iniziai a pensare a una frase di augurio e conforto con cui congedarmi da lui. Ma proprio mentre gliela stavo per dire, lui mi anticipò dicendomi: “mi fa proprio piacere e mi tranquillizza che sei qui con me”. Così io non ebbi più il coraggio di lasciarlo e rimasi con lui. Aspettai come un qualunque altro papà lasciandomi contagiare dalla sua ansia.
Finalmente dopo molto tempo uscì un’infermiera. Guardava verso di noi con lo sguardo interrogante tenendo in braccio un fagottino. Paul fu più veloce di me e prese quel fagottino tra le braccia commosso. Anzi commosso è dire poco, ma non saprei descrivere quel momento di infinita felicità che contagiò anche me. Poi all’improvviso Paul si girò, mi venne incontro di slancio, tanto che io indietreggiai mentre lui avanzava. A un certo punto però mi fermai e allungai il collo per vedere dentro la coperta, da lontano. Ma lui, accostandosi sempre di più, sollevò quel fagottino e me la mise in braccio. Nemmeno io saprei dirvi la grazia e l’emozione che ho provato nel tenere quella vita nuova appena nata tra le braccia. Fu come un nuovo battesimo: una nuova vita che mi era stata donata in quel gesto, e pensai sorridendo dentro di me che ‘ero nella gioia’ come aveva detto Gesù perché era venuto al mondo… una donna, Gloria Marica.

DI MERCOLEDI’
La noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole

 

Molte cose accadono di mercoledì. Da molti anni registro che accadono perché al mio paese è giorno di mercato: aumentano le auto in circolazione, molte persone escono dalle case o affluiscono dai paesi vicini e dalla campagna per aggregarsi nella piazza. Abbiamo una piazza grande a Poggio Renatico ed i banchi del mercato sono numerosi e vendono un po’ di tutto. Chi deve fare la spesa settimanale, oppure ha bisogno di andare per uffici aspetta il mercoledì; di mercoledì si possono depennare dalla lista delle commissioni da fare quasi tutte le voci, e se si arriva presto in piazza e non c’è troppa gente si riesce a fare tutto.
Viva l’efficienza, che quando siamo indaffarati (e cioè, quasi sempre) diventa un valore.
Per me che ne scrivo il mercato del mercoledì assume da sempre un bel po’ di significati aggiunti. Mi entra in circolo una umanità così piena di umori che mi fa scattare dentro una sorta di corto circuito, e allora vanno a braccetto quotidianità e letteratura.
Anch’io faccio i miei giri entrando e uscendo dalla piazza, e mi fermo a parlare con tutte le persone che mi conoscono; molte di loro riesco a incontrarle solo in questo giorno della settimana. Pure, un doppio fondo nella mia valigia di parole mi accompagna e mi fa sentire la mia voce mentre parlo, mentre ascolto o mentre rispondo a domande. Mi fa stare dentro e fuori al tempo stesso.
Eccomi per esempio in una estate di molti anni fa, durante la mia adolescenza. Sono in piazza con mia madre che è la regina tra le bancarelle, conosce tutti i venditori sia che si tratti di compaesani, sia che vengano dai dintorni. Il più distante è di San Pietro in Casale (inutile dire che la globalizzazione non c’è ancora) e parla un dialetto bolognese molto marcato. Ha un banco di scarpe molto belle, che espone in base ai prezzi raggruppando sotto la stessa cifra, in lire, i modelli più diversi e dai colori variopinti. Sono tutte scarpe da donna e sono campioni.
Oggi il venditore è più sornione del solito. A chi gli chiede se può provare un certo paio di scarpe risponde sì con la testa; chi invece gli chiede se ha l’assortimento dei numeri di un certo modello non ottiene risposta. Mia madre, che di scarpe e di pellami se ne intende, sferra un attacco dopo l’altro. Gira e rigira tra le mani un bel paio di mocassini color verde tenero, dalla linea affusolata e aggraziata, che mi invita a calzare. E intanto chiede di quale ditta sono, osserva che il pellame è di buona qualità, fa le prove per verificarne la morbidezza, mi sottrae e poi tiene con le due mani la scarpa destra e la piega ad arco trovando che si flette che è un piacere.
Io intanto. Mi trovo in mezzo tra l’entusiasmo di lei, così ciarliera in questo suo giretto del mercoledì (è l’unico svago che si prende durante la settimana, per molte ore ogni giorno la vedo seduta alla macchina per cucire, per cucire la pelle) ed il silenzio incantato che avvolge lui. E ancora una volta lievito al di fuori dalla situazione; vedo mia madre e il venditore bolognese incastonati come diamanti in una bambagia dorata. Il caldo di luglio è appiccicoso come il miele. Le parole che lei ha pronunciato passano scavando piccoli cunicoli sospesi; sono tutte dirette verso di lui che è raggiunto dai tanti spruzzi di miele sonoro. Ma non parla.
Come? E la comunicazione dov’è? Mi sento indispettita per la noncuranza con cui lascia cadere nel vuoto le parole. Ho nella testa ben demarcate le liste di quello che si fa e di ciò che non si deve fare, come su di una lavagna quando alla scuola elementare tiravamo una riga centrale per scrivere i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.
Devono passare molti anni prima che io ritrovi la serena accettazione di mia madre nelle parole di un poeta. Leggo i testi che il grande Eugenio Montale ha scritto per la moglie Drusilla, quando rivela di lei la capacità di capire gli uomini “anche al buio” col suo “radar da pipistrello”. La Drusilla che dando il braccio al poeta ha sceso con lui le scale della vita ed ha mediato sapientemente il rapporto del marito con la quotidianità.
Come la Drusilla, mia madre ha capito che il bolognese è stanco, oggi. Oppure è avvilito per qualcosa. Va comunque lasciato “nel suo”. Le persone sono così: non c’è alcun bisogno di esprimere giudizi per una volta che sono “spastati”.
E così dai miei libri, dai tanti che ho letto come se una seconda madre mi stesse parlando, ho imparato. E ancora leggo, e imparo ogni volta. Anche se non è mercoledì.
Sono davvero tanti. Da esprimere uno alla volta finché potrà avere vita questa rubrica.
Incomincio.

Madre

Si fa presto a dire ‘madre’, incensare e mitizzare questo ruolo, osannare la figura archetipo, simbolo e rappresentazione della vita. Soprattutto nelle ricorrenze e nella giornata a lei dedicata. Poi esiste la realtà, quella che indirizza lo sguardo verso un ampio spettro di immagine materna e accanto alla madre santificata, protettrice, solida, paziente, coraggiosa, irreprensibile, quasi mistica, riconosciamo le madri fragili, minacciose, rassegnate, degeneri, inconsapevoli, nei casi estremi omicide, che interpretano presenza o assenza nelle esistenze delle loro creature. Fotografie che si discostano completamente dal luminoso immaginario collettivo che ogni epoca storica ha elaborato su colei che dà la vita. Accanto alla madre nutrice che si prende cura dei figli fino all’abnegazione, è onesto riconoscere anche la valenza negativa della madre-matrigna, proiezione dell’abbandono e della perdita: i due archetipi estremi più incisivi dell’essere madre.
La figura della madre, comunque, resta un topos in ogni era, che proietta le caratteristiche del momento storico, ma anche esperienze individuali forti, perché raccontare la ‘Madre’ significa scavare in profondità, fino all’alba dei tempi. L’arte, in generale, ha sempre tributato un ruolo centrale alla figura della madre; la letteratura, in particolare, ha riservato pagine e pagine dedicate alla descrizione di figure materne che hanno suscitato emozioni e forti sentimenti di ammirazione, dissenso, disprezzo, amore, entusiasmo, desiderio di emulazione, disdegno, repulsione a seconda delle vicende e del profilo delle protagoniste. Madri coraggiose e decise come la vedova Cornelia, madre dei Gracchi, che si rifiuta di sposare Tolomeo VIII Evergete re d’Egitto, per consacrarsi alla cura e crescita dei propri figli; madri tristi che hanno assistito alla morte del figlio, come Andromaca, madre di Astianatte e moglie di Ettore; madri assassine come Medea, che per vendetta uccide i figli avuti da Giasone.

Memorabile resta la figura di Cecilia, nel romanzo ‘I promessi sposi’ (1840) di Manzoni, in una Milano devastata dalla peste e dal dilagare della morte. Ci siamo commossi all’immagine di quella donna, descritta di una ‘bellezza avanzata, ma non trascorsa’, che sotto il velo di un languore mortale nasconde una grande passione e maestosamente scende le scale della sua casa reggendo al collo la figlioletta morta di 9 anni, per consegnarla al convoglio dei monatti. Una madre che non ha più lacrime perché le ha versate ormai tutte e che non ha perso il desiderio di pettinare, riordinare e rivestire di bianco per l’ultima volta quel corpicino ormai senza vita. Cecilia chiede ai monatti di ripassare la sera, quando l’altra figlia ormai allo stremo, e lei, saranno morte dello stesso morbo. E di una donna singolare si parla anche nel romanzo di Verga I Malavoglia’ (1881), Maruzza detta ‘la Longa’. Una madre apprensiva che riesce a capire i problemi dei figli al solo sguardo, molto legata alla famiglia, ligia ai doveri di moglie e madre. Una donna che attinge forza dalle avversità, dopo la morte del marito, e dopo aver accettato privazioni e perdite di ogni genere, muore di colera, stroncata dal male e dal dolore per il tragico destino dei figli. E madre fino alla fine, anche se lontana dalla figlioletta illegittima Cosette, è Fantine nel romanzo di Victor Hugo I miserabili’ (1862): una donna che rappresenta l’incoscienza del primo amore, l’amore oblativo di una madre, il ruolo di vittima della morale bigotta dell’epoca. Fantine entra nel romanzo sorridente, radiosa, innamorata, con i capelli d’oro e i denti di perla; esce di scena morendo disperata per non aver potuto vedere la figlia, dopo aver fatto la serva, l’operaia in fabbrica e la prostituta, costretta a vendere denti e capelli per vestire la bambina e acquistare medicine. A lei, lo scrittore dedica molte pagine tra le più commoventi dell’intera opera.

Madre Coraggio e i suoi figli’ (1939) di Bertolt Brecht, è un’opera teatrale scritta alla vigilia della Seconda guerra mondiale, ambientata nella Guerra dei Trent’Anni che insanguinò l’Europa centrale dal 1618 al 1648. Anna Fierling, ‘Madre Coraggio’, è una vivandiera al seguito degli eserciti coinvolti nel conflitto. Non parteggia per nessuno ma il suo credo è la sopravvivenza sua e dei figli . Sfida le cannonate per vendere le sue pagnotte, spostandosi su un carro diventato la sua casa, trainato dai due figli maschi, prendendosi cura particolare della figlia muta Kattrin. I figli muoiono e la donna impara dalla vita ad essere più forte della vita stessa, emblema dell’istinto di sopravvivenza come un animale impegnato nella strenua difesa della propria tana.

Nel 1975 viene pubblicato il libro di Oriana FallaciLettera a un bambino mai nato’, un monologo drammatico effettuato da una donna senza nome e volto, una donna contemporanea priva di biografia, una donna che vive la maternità non come dovere ma come atto responsabile. Le domande che essa affronta, riguardano la legittimità e l’accettazione della nascita di un bambino in un mondo ostile, violento e disonesto. E di una madre al termine della propria esistenza parla ‘L’invenzione della madre’ di Marco Peano (2015). E’ una profonda storia d’amore tra una donna irreversibilmente malata e il figlio che non vuole sprecare nemmeno un attimo di vicinanza alla madre, conscio che niente e nessuno potrà salvarla. Un legame unico e insostituibile, che vive ormai di ricordi, compromessi con le contingenze del quotidiano; un filo che intesse una forma di amore puro e prezioso.

Madri troppo giovani, ancora troppo ‘figlie’ per fare le madri; madri troppo vecchie che vogliono procreare per sentirsi ancora giovani; madri che si arrabattano in contesti sociali difficili; madri che si dimenticano di esserlo. Ma anche madri felici e consapevoli, madri custodi dell’anima, terapeute, maestre di vita, madri adottive dal grande cuore, animi di madre che si prendono cura degli esseri viventi, chiunque essi siano, Auguri!

PER CERTI VERSI
Madri migranti

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

PER UNA MADRE

Sei l’asola della memoria
Che ti sbottona
Il seno
Nelle mie mani
Una coppa di cielo
Un fiume di miraggi
Ti stringo vera
Come un ninnolo
Di tanta infanzia
Che non si può lasciare
Sei un’asola del ricordo
Che ti ho sempre tenuta nel cuore
Come una dolina di maghi
Tra i pini
L’aria è soffio
Che lancia i destini

POESIA DELLA MIGRAZIONE

Avanti con le ruspe
Cacciamo gli abusivi
Con sorrisi abrasivi
Se si tratta di neri
O di altre persone
Non gradite
Le ruspe spedite
A fare pulizia
E polizia
Ma casa pound
Abusiva da decenni
Quella no
I suoi aderenti
Elaborano indenni
Un futuro di odio
L
i
b
e
r
i

Un ricordo di due cuori

Need Her Love (Electric Light Orchestra, 1979)

Letto d’ospedale. L’uomo era pensieroso, perso nel suo labirinto d’emozioni. Stava ripassando le cose non dette, quelle mai dette, quelle dette per metà e quelle dette male. Un elenco che lo feriva, una lista di rimpianti e qualche rimorso.
Al suo fianco la compagna di una vita lo vegliava in silenzio. La complicità era massima, non servivano parole, bastava lo sguardo.
Il tempo passato insieme, tutti quegli anni avevano saldato quelle due piccole anime trasformandole in qualcosa di unico, di diverso e più grande. Un legame inattaccabile, feroce, resistente all’usura della vita, e alla morte.
L’uomo la guardò, le forze stavano per abbandonarlo e per l’ultima volta volle piangere, poiché non era più in grado di parlare e il pianto era l’unica parola rimastagli addosso. Un pianto discreto, muto, una sola lacrima e in essa tutto l’amore di una vita che gridava in silenzio. La sua donna lesse quel pianto, raccolse il riflesso di quella lacrima, lo fece suo, nei propri occhi.
Così l’uomo se ne andò per sempre dalla vita, lasciando a lei il conforto dell’ultimo sguardo.
L’anima nell’anima. Un solo respiro diviso in due cuori. Un cuore si ferma e cede all’altro il ricordo di sé.
E così l’assenza dell’uomo si fece via via presenza nella donna. E la donna visse, visse chiudendosi al mondo, sempre innamorata del suo uomo che non c’era più.

Quell’uomo e quella donna erano mio padre e mia madre.
Non ho mai più visto un amore così assoluto. E ho sempre pensato che non sarei mai stato in grado di eguagliarlo.

Mia madre abbandonò la vita un anno e mezzo dopo mio padre. Come se avesse esaurito le poche scorte di desiderio rimaste. Sì perché per vivere occorre desiderare… e desiderare di vivere naturalmente!
I desideri di mia madre si erano spenti l’uno dopo l’altro, mese dopo mese. Io ero ancora troppo preso dal mio dolore per la morte di mio padre, dalla mia rabbia, dalle mie emozioni che mi bruciavano addosso.
Non mi ero accorto di nulla. E anche mia madre, piano piano, se ne stava andando.
Poi un giorno ricevetti la diagnosi: leucemia fulminante.
Ecco, questo fu il modo che aveva scelto.

Dopo tanti anni senza di loro, dopo aver metabolizzato il dolore della perdita e soprattutto dell’assenza, mi rimane il loro romantico ricordo, e il loro splendido esempio.
Riguardo le loro foto e sorrido. Li ripenso uniti per sempre, e capisco d’esser felice.

Catalogna e femminismo: esempi di disobbedienza civile

di Roberta Trucco

Che ne è della richiesta di dialogo di più di due milioni di catalani? Che ne è della vicenda catalana se non un braccio di ferro tra un pugno di pochi uomini? Due milioni non sono numeri ma persone!
La politica, in generale, e Rajoy in particolare, oggi mostrano tutto il loro fallimento. Vorrei ricordare a Vergas llosa, grande scrittore che nel suo discorso a Madrid ha fatto della democrazia una questione solo di numeri e di legge – quella di un padre che non si discute! – che dietro a quei numeri ci sono tante storie e la democrazia è fatta dalle storie delle persone e non da pochi leader. Lui che vive del racconto delle vicende umane dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Personalmente sostengo il coraggio di molti catalani che hanno scelto la disobbedienza civile per mostrare lo stato di alienazione in cui versano i cittadini di uno stato-nazione. Il silenzio assordante delle nostre istituzioni democratiche di fronte alle contraddizioni, ormai insostenibili, del nostro sistema palesa l’inadeguatezza di questa democrazia. Questo succede non solo in Spagna, ma anche in Europa. È vero, la situazione catalana è molto preoccupante, potrebbe sfociare in un’escalation di violenza, ma per non correre rischi è sempre meglio chiudere al dialogo e applicare la legge? O forse la legge deve evolversi con la storia?

La disobbedienza civile è stata sostenuta da grandi leader che hanno guidato le nazioni verso il loro stesso riconoscimento, e non senza spargimento di sangue purtroppo, penso per esempio a Gandhi. Per quanto riguarda invece la tragedia greca, Antigone è forse il più coraggioso esempio di disobbedienza civile. È a lei che si potrebbe volgere lo sguardo oggi, perché può ispirare molti.
C’è una legge inscritta nell’essere umano che in alcuni momenti diventa guida insopprimibile, più forte delle regole umane che ci siamo dati o che ci hanno dato. Il nazionalismo positivo e femminista che promuove Teresa Forcades, monaca catalana benedettina, si fonda su questa legge interiore. La nazione, la cui etimologia viene da nascere, ci dà – come una madre – cose che non abbiamo scelto, ma che ci dicono chi siamo e da dove veniamo. Accettare che il potere centrale, in nome della governabilità, extrema ratio molto maschile, la cancelli ci alienerà ancora di più da noi stessi.
Curiosamente la battaglia di alcuni cittadini catalani e quella di molte femministe che si battono contro la pratica della maternità surrogata, sembrano avere una radice comune, la cancellazione della madre, e sembrano individuare nella perversione del sistema, basato sulla mercificazione di ogni cosa compreso i nostri corpi, la causa che aliena l’uomo a se stesso.
Di fronte a un potere così ottuso, interessato solo alla salvaguardia di un falso benessere economico e al mantenimento dello status quo, non restano che la disobbedienza civile e il femminismo.

Note sull’autrice Roberta Trucco
Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all’ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo è impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini.
Da alcuni anni dipinge con passione, totalmente autodidatta. Intende contribuire alla svolta epocale che stiamo vivendo con la propria creatività unita a quelle delle altre straordinarie donne incontrate nella splendida piazza del 13 febbraio 2011 di Se non ora quando. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta che niente succede per caso.

STORIE SOTTOVOCE
Mai dire… ‘Sono cose da grandi’.
Per raccontare la paura ai figli, munirsi di una scatola magica…

Questa lettera ha inizio nell’estate dei tuoi quattro anni. Quando le mie paure si sono schiuse davanti alle immagini di una strage. Poco dopo la Terra ha tremato. E anche io sono stata contagiata da quel tremore, perché l’ho avvertito in te”. (Simona Sparaco, ‘Sono cose da grandi’)

Oggi la paura non è più solo quella delle fiabe, dei lupi, degli orchi, delle streghe, dei vampiri, dei fantasmi o dei mostri cattivi pronti ad affollare le notti e gli incubi di bambini sensibili, attutita e ammansita da una carezza sulla nuca. Oggi la si vede in televisione, la si riconosce negli occhi di un nipote che, di fronte all’11 settembre di Nizza, a una macchina che esplode, a una scheggia che falcia tutti come birilli o a stragi perpetrate da uomini incappucciati di nero in nome di una religione lontana, pone la fatica domanda: ma perché tanta violenza a questo mondo?

In questo tempo incerto, crudo, tempestoso e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio di 4 anni, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che, con amore, crea ogni giorno per lui. A fare questo, con attenzione, garbo e grazia (oltre che lucida sintesi), Simona Sparaco, nel suo recente ‘Sono cose da grandi’ (Einaudi Stile Libero Big). Di fronte a tanta violenza che non risparmia nulla e nessuno, la frase tante volte usata per proteggerlo – “sono cose da grandi” – non funziona più. Rinviare le spiegazioni a domani non serve. Per quanto difficili.

Così, questa coraggiosa madre decide di rivolgersi al figlio per dirgli ciò che ha imparato sulla paura, nel tempo che non perdona. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire miracolosamente i propri desideri. Scrivendogli, scopre la propria fragilità, e in questa, un’indicibile forza. E facendo questo si fa coraggio, un coraggio che ogni madre è costretta a cercare e trovare per rassicurare i propri figli. Questa lettera al figlio spiega, in fondo, come parlare ai bambini dei mali del mondo. Come se si raccontasse una storia a bassa voce, si sussurrasse una verità difficile da comprendere, accettare, spiegare e digerire, per insegnare come vivere senza farsi dominare dalla paura, quella che è la realtà di oggi, come convivere con la sensazione perenne di insicurezza nell’entrare in un bar, un ristorante, un teatro, una sala da concerti, un cinema o una metropolitana.

Non possiamo rispondere alle domande sulla realtà con lo stesso metodo che adottiamo per liberarci degli orchi e dalle streghe malvagie. Bisogna elaborare strategie diverse, non si può stare sempre sull’attenti, si deve capire che bene e male non sono così facilmente identificabili. E anche accettare che per certe domande non esistono risposte, ma solo grandi gesti d’amore. Che di devono e possono creare oasi di pace e di gioia in grado di aiutarci a sopravvivere, in una terra che si scuote e crea disastri (un ricordo anche al terrore del terremoto). Magari inventandosi una scatola magica dentro la quale depositare segreti, domande, desideri, speranze, sogni, fiducia e dolori. Un giorno quella scatola potrebbe essere utile a ripercorrere il cammino fatto da un genitore e un figlio lungo la strada che hanno percorso insieme. Cullandosi, abbracciandosi e raccontandosi quanto è importante amare.

Simona Sparaco, Sono cose da grandi, Einaudi, 2017, 104 p.

LA RECENSIONE
Il Paradiso ai piedi delle madri

Può il linguaggio della danza essere così universale e interculturale da permettere a un uomo di interpretare il principio femminile e renderlo comprensibile al di là dei ruoli di genere nelle diverse società?
A questa domanda ha tentato di rispondere il coreografo e danzatore di origini tunisine Radhouane El Meddeb, che ha portato a Ferrara in prima nazionale e in esclusiva per l’Italia il suo “Sous leurs pieds, le paradis”, ultimo appuntamento del ciclo Focus Mediterraneo, dedicato dalla Fondazione Teatro Comunale Claudio Abbado ai linguaggi della danza di questo Mare Nostrum.

Già ospite della città estense nel 2012 con “Je danse et je vous en donne à bouffer”, pièce coreutica e gastronomica insieme, Radhouane El Meddeb in questo lavoro affronta il tema della donna, della maternità e della femminilità, partendo dallo statuto speciale assegnatole dalla tradizione profetica islamica, che pone “il Paradiso ai piedi delle madri”: perché l’uomo diventa padre semplicemente assecondando il proprio istinto, mentre la donna dà la vita rischiando la propria vita, con generosità nutre il corpo che cresce dentro di lei con il proprio corpo e poi assolve al proprio compito di cura con generosità e sacrificio.
Nell’incontro con il pubblico al termine dello spettacolo, coordinato dal critico di danza Elisa Guzzo Vaccarino, El Meddeb spiega che la performance è nata nel 2009, dopo la perdita del padre al quale era molto legato: “in quel periodo ho passato molto tempo con mia madre, l’ho conosciuta, l’ho osservata ed è nato il desiderio di danzarla”. Il risultato è questa coreografia, scritta a quattro mani con Thomas Lebrun, esponente della nouveau dance d’Oltralpe, un omaggio “a mia madre, alle mie sorelle, a tutte le donne arabe, molto attive al giorno d’oggi nelle battaglie sociali, ma nello stesso tempo sempre a latere”, mai al centro della scena, come invece accade nello spettacolo. Contemporaneamente, ha continuato El Meddeb, “danzo la mia parte femminile” e in questo modo “la mostro e la accetto come parte di me”: “grazie alla danza si può ballare e incarnare tutto ciò che vogliamo essere e che vogliamo dire, perché la danza racconta l’essere umano”.
Per questo, che vuole un omaggio alla figura femminile anche nella sua forza e complessità, ha scelto una figura simbolica, “la diva” per eccellenza del mondo arabo: la cantante egiziana Oum Kalthoum. È la sua voce potente e struggente ad accompagnare la danza di El Meddeb, nell’interpretazione dal vivo di “Al Atlal”, poema d’amore in lingua araba classica, scritto appositamente per lei dal poeta egiziano Ibrahim Naji. Oum “è un esempio di femminilità”, ha spiegato al pubblico il coreografo tunisino, ma nello stesso tempo di forza, indipendenza, al di fuori dei ruoli di genere tradizionali: “da giovane leggeva il Corano vestita da uomo nelle moschee”, “si dice addirittura che amasse le donne”.

Sul palco il coreo-danzatore alterna la danza a momenti di pausa, quasi volesse dare allo spettatore il tempo di metabolizzare ciò che sta vedendo; invoca il paradiso alzando le mani al cielo e offre qualcosa di sé al pubblico con ampi movimenti che partono dal suo corpo, gira su sé stesso come un derviscio. El Meddeb usa la danza mediorientale, ma epurata di stereotipi e riferimenti etnici puntuali, raggiungendo un notevole grado di astrazione, aiutato in questo anche dalla sobrietà dell’allestimento: semplice, nero, con le luci a vista. In un tempo che è come sospeso, questa coreografia è un’intuizione, una messa in contatto con qualcosa che è in ognuno di noi, che ci è famigliare, ma che non riusciamo a cogliere razionalmente.
Sul fondo della scena spicca per candore e morbidezza un enorme telo bianco: come un grembo materno e come un sudario avvolgerà il corpo nudo del danzatore, abbandonatosi a quell’amore puro e incondizionato che solo una madre può offrire.

LA LETTURA
Ballata per un fuggiasco

E’ un pensiero laterale sui migranti quello che ci regala Gian Pietro Testa, giornalista, scrittore, pittore e molto altro…

 

Ho fuggito la terra bruciata
Dove le sabbie coprono il fuoco
Di un inferno che emerge di giorno
Dal ventre sconvolto del mondo.

 

Ho fuggito l’orrida fine
Dei miei fratelli morti di fame
Ho fuggito il pianto silente
Della donna dall’arido grembo.

 

Mia madre, gli occhi suoi neri
Asciutti di pianto
Vai mi disse vai
Cammina la sabbia infuocata.

 

Vai, mi disse, cammina
Corre verso il sole che cala
Vai, mi disse, cammina
Il nostro è soltanto un addio.

 

E camminai le cento e più leghe
Del mio amaro destino
Camminai il rosso deserto
Il mondo alla fine del sole.

 

E le notti, quelle notti
Il buio rotto dai fallo
A bere un tè bollente
Spiato da mille occhi curiosi.

 

Occhi lucenti senza speranza
Piccoli fari accesi nel buio
Il buio deserto di luce
Vivo se il giorno è già morto.

 

E sopra gli occhi curiosi
Cadevano lacrime di stelle
A cui le volpi chiedevano consiglio
Per sfuggire al nero serpente.

 

Mi avvolgeva una fredda coperta
Ti silenzio pauroso
Brutto da improvvisi lamenti
E si sentiva da fughe lontane.

 

Chi è? Domandavo tremando
Attorno a me danzavano
Ignudi i neri fantasmi del mio
Terrore sei nostro dicevano in coro.

 

Come sarà – chiedevo – il mondo
Alla fine del mondo?
E i fantasmi dicevano
Siamo già alla fine del mondo.

 

Via, gridavo allora non andate lontano
Orribili sagome nere fuggite
Della mia fantasia
E dei miei occhi smarriti.

 

Ho ripreso il lungo cammino
Della speranza e piangevo
La infondo dov’era finito il
Sole c’era infine la vita.

 

Tenevo stretto nel pugno
Una piccola croce di legno
Tieni mi disse mia madre
Stringi la mano ti guiderà lontano.

 

Io aggiunsi ti seguirò col cuore.
Col cuore duro di madre ferita
con tenero cuore di madre lontana
Col cuore, figlio mio, ti seguirò.

 

Ho camminato le cento e più leghe
Del mio cupo destino
Fino alla distesa azzurra
Di un mare omicida.

 

La barca affollata di grida
Piombava nel vortice nero
Di una tempesta a me sconosciuta
E poi salivo in alto verso le stelle.

 

Gridavano gli uomini folli
Gridavano le madri con loro fagotto
Il duro fagotto di tenera carne
L’urlo del mare l’urlo del cielo.

 

Infine approdammo un mattino di sole
Su una spiaggia dorata
Ci misero addosso coperti di carta
Ci dettero il pane duro degli altri.

 

Ma eravamo salvi nel mondo
Al di qua del sole
Poi ci chiusero in un campo spinato
Dove la vita non era più mia.

 

Alzai la mano oltre le sbarre
A chiedere un piccolo soldo
Mille leghe per essere ancora
Soltanto un povero Cristo.

FRA LE RIGHE
Dopotutto, la felicità

Spariscono le sue figlie e scompare anche lei, Irina, la mamma, assediata da una ricerca che non trova risposte. Non sa più dove siano Alessia e Livia, due gemelle di appena sei anni, partite con il padre che fa perdere le tracce. Il loro amore era finito, era finita anche quella parte di vita subìta da Irina, quando viveva le umiliazioni quotidiane di un marito che le infilava ovunque, come le più consolidate abitudine domestiche. Irina cerca le sue figlie ovunque, una madre lo fa, non cede anche quando le indagini finiscono. I minuti dell’attesa sono più lunghi degli anni passati, perché i minuti sono quel tempo in cui ti rendi conto cosa manca, specie in assenza di chi ami. Irina, questo lo pensa e lo vive ogni istante.
Poi un giorno, dall’altra parte del mondo, arriva Louis che rimette insieme i brandelli di una donna che non si riconosce più. E’ possibile che una madre sopravviva e riparta con un dolore così? Sì, è possibile. La felicità ancora esiste, Irina lo capisce quando la trova dentro di sé e non da altre parti, quando sente il tempo per quello che è: adesso, senza retrospettive, né proiezioni.
Louis è un nuovo amore che non toglie nulla a ciò che è stato, “toglie lo zaino dalle spalle quando pesa troppo”. In bilico tra ricordare (ricondurre al cuore) e dimenticare (portare lontano dalla mente), Irina trova un nuovo equilibrio, con Louis vicino.

Mi sa che fuori è primavera“, Concita De Gregorio, Feltrinelli, 2015, un libro a sostegno di Missing Children Switzerland.

LA NOTA
Quella morte ingiusta che ha cambiato Ferrara

Sulla Darsena del Po di Volano sfreccia un motoscafo, la scia si perde verso gli argini. Seguono due canoe dal ritmo sostenuto. Supero il ponte e sono in via Bologna. È sabato, sono le quattro del pomeriggio. Ho la bici, la macchina fotografica, ma non il taccuino.
È un sole che divide tutto il mondo in due singole parti, quello che ho sulla testa: esistono l’ombra e la luce. Oggi so benissimo dove sono diretto, sono partito in bici consapevole della strada che avrei percorso. Svolto in via Ippodromo. Dopo qualche metro, la strada è chiusa e ha inizio un parco alberato con delle panchine di legno. L’erba è stata tagliata da poco e l’odore si infila nelle narici. Ai lati della strada si ergono dei caseggiati. La costruzione più vistosa è proprio la sede dell’Ippodromo. Dall’esterno il muro di cinta ricorda vagamente un lager nazista, uno di quei campi di concentramento mostrati tante volte in tv. Fermo un’auto. La ragazza alla guida dice che all’interno ci sono i preparativi per una festa, lei è venuta a cucinare per oltre trecento persone.

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Lapide davanti all’ippodromo, in memoria di Federico Aldrovandi (foto di Sandro Abruzzese)

Giro ancora un po’ lo sguardo, quando all’improvviso riconosco, al fianco sinistro dell’ingresso principale dell’Ippodromo, quello che cercavo quando sono uscito di casa questo pomeriggio: un rovo di spine e rose, una sciarpa della Spal, la lapide e la foto di Aldro. Eccolo! Qui è morto Federico Aldrovandi, all’alba del 25 settembre duemilacinque, dieci anni fa. È morto in seguito a una colluttazione con degli agenti della Polizia di Stato, “un ragazzo ucciso da quattro individui con una divisa addosso”, ha scritto a proposito Lino Aldrovandi, il padre di Federico. Ho in mente questo luogo e rivedo il corpo di Federico tumefatto, sdraiato supino sull’asfalto, con le braccia allargate che disegnano una croce, così come lo ha mostrato Filippo Vendemmiati nel suo bel documentario, “È stato morto un ragazzo”.
Rivedo Federico e vado a cercare le parole scritte dal giudice Caruso nell’introduzione alle motivazioni della sentenza: “Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell’età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all’alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione”.
Quanto può essere profondo il dolore di una padre e di una madre? Quello che più fa male forse è sapere di non poter esserci sempre. Sapere che quando metti al mondo un bambino e lo curi affinché sia pronto alla vita, nonostante tutti i tuoi sforzi, arriverà il giorno in cui sarà solo. Ha fatto in tempo a svelare la verità, Federico. Il suo cuore ha parlato per lui dopo la morte. Ci sono volute le indagini, certo. Ci è voluto il coraggio di Lino e Patrizia. Poi quel fotogramma che ha evidenziato l’ematoma sul cuore. È stato il corpo di Federico a non tacere, a testimoniare che le percosse sono state letali.
Sono passati dieci anni dalla sua morte e posso dire che da allora Ferrara, almeno ai miei occhi, non è stata più la stessa. Questa città sorniona, la sua tranquillità apparente ha fatto da contraltare al dramma. È come se Ferrara e la sua pacatezza avessero acuito il dolore per l’accaduto. La città è lì a stendere il suo velo d’amarezza e dire che non era affatto necessario, che questa è una città di provincia dove non dovrebbe succedere mai nulla del genere. Purtroppo è accaduto. Federico è rimasto solo troppo presto, è accaduto in via Ippodromo, sullo stesso selciato che sto calpestando in questo momento. La sua è una di quelle morti ingiuste che rendono la vita stessa intollerabile e il suo prosieguo un’enorme distesa di recriminazioni. C’è qualcosa di profondamente irrazionale nel nostro modo di intendere la vita. Mi riferisco all’incapacità di riconoscerci nel prossimo. Tutto nasce da questa ignobile malattia, da questa perdita di memoria e coscienza che è il nostro vero peccato originale.
Ecco, Federico è qui a ricordare questa amnesia. A ricordare il dolore di un padre e di una madre che deve essere il nostro, anche se questo non riuscirà a lenire alcuna ferita.

FRA LE RIGHE
La vita di mezzo

Ha aspettato diciannove anni per vederlo. Non sapeva nemmeno se fosse maschio o femmina. L’aveva partorito a quattordici anni, nella confusione dell’età e nella solitudine che ti prende quando l’amico di famiglia, l’amico di tuo padre che è morto da poco, ti mette incinta.
Le avevano dato quel ridicolo soprannome da piccola, durante una recita scolastica, ed era stata ‘Non abbiate paura’ per tutta la vita, ma il suo nome era Susan, che strano sentirlo pronunciare, un giorno, da quel figlio sconosciuto. Avevano scelto per lei, e così aveva dovuto darlo in adozione appena nato, ma, nel suo intimo, non l’aveva mai rifiutato. Era troppo giovane per tenerlo e lui troppo impegnato per accettarlo, che scandalo.
Non abbiate paura era tornata alla sua vita, diversa da prima perché aveva perso il prima e il dopo, un padre e un figlio, e lei era lì nel mezzo a dovere andare avanti, studiare, diventare adulta.
C’era stato un marito, buono e bravo, una vita agiata, due splendide bambine, gli studi e il circolo di lettura. Era la moglie di un medico, si era specializzata in letteratura russa, era “sempre così illuminante” agli occhi degli altri. Ma ‘Non abbiate paura’ non godeva della sua stessa luce, “si può essere portatori di luce, senza esserne riscaldati?”.
E intanto quella creatura partorita, quella sua creatura, era cresciuta negli anni dentro la sua testa. Quante ipotesi aveva fatto su di lui o lei. Se te lo immagini per nove mesi, chissà per vent’anni che cosa puoi arrivare a pensare.
Finalmente Michael era lì, davanti alla sua porta di casa. Si erano cercati, un desiderio che era maturato parallelo, potente, biunivoco. Nemmeno con le bambine le era successo: si vedeva in lui, anzi, vedeva in lui quanto era bella. Come porsi davanti a tuo figlio che non conosci? Si sentiva piccola, minuscola, abbagliata. “Solo alla fine lo riconobbe con la testa”, prima vennero i sensi e le emozioni tutte insieme.
L’arrivo di Michael fu il ritorno della Fortuna, fu un concentrato di amore che, solo fino a quaranta minuti prima, ‘Non abbiate paura’ non aveva mai vissuto.

Allan Gurganus, “Non abbiate paura”, Playground, Roma, 2014, pp. 125

ACCORDI
Kurt, mia madre ed io.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

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Nirvana – Clean Up Before She Comes

Anche quest’anno è già arrivato il 20 di febbraio.
Tutti gli anni lo festeggio quasi come fosse il Natale e a dirlo così’ancora non basta a rendere l’idea.
Può sembrare, stupido, folle o peggio, adolescenziale ma me le prendo volentieri tutte come un cristiano dei bei tempi andati.
E come un cristiano dei bei tempi andati ho il fervore necessario a spiegare il perchè di tutta ‘sta menata.
E’ il compleanno del buon vecchio Kurt Cobain e per caso ho addosso un vecchissimo maglione di mia madre.
Quindi quest’anno vedo il mio Natale sotto una luce diversa.
Non riesco a non pensare a quanto mia madre odiasse tutte le cose che ascoltavo tranne una, l’Unplugged dei Nirvana.
Tutte le volte che lo mettevo se lo guardava con me dall’inizio alla fine e mi sa che anche lei, almeno inconsciamente ha finito per vedere le qualità quasi cristologiche di quel ragazzo.
Trascurando la già valutatissima eredità musicale lasciataci da KC vorrei soffermarmi un attimo sui raggi che ci ha lasciato di riflesso e che a me hanno sempre colpito con la stessa forza della sua musica.
Il fatto che non si lavasse mai i denti ma amasse ripetere “se mangi le mele sei a posto” getta questo ragazzo in un limbo di nuovo, cristologico e mitico.
Ma mitico ai livelli di un Robert Johnson, di un Elvis o del suo amato Leadbelly.
Perchè da subito, pur se figlio del suo tempo in tutto e per tutto posso dire con certezza che il nostro uomo fosse un personaggio d’altri tempi o un personaggio che ha trasceso i tempi.
Al di là della musica dei Nirvana un’altra delle cose che ci ha lasciato è stata una presa di posizione volendo anche confusa ma fortissima sulle marginalità in genere e di genere che non si era mai vista nella musica “pop”.
E penso che pure questo mia madre, magari sempre inconsciamente l’avesse capito.
Quindi in questo momento non posso fare a meno di pensare a quanti pomeriggi ho passato con quella videocassetta insieme a lei che mi chiedeva di cosa cantasse quel ragazzo che la colpiva così tanto.
Della sua musica e di lui ci resta una potenza nuda come un osso che, spernacchiatemi pure, di nuovo, non si era mai trovata nella musica pop.
Una cosa che ti faceva balenare in testa l’idea di conoscere chi cantava da una vita anche se non ci si era mai visti in faccia.

E qui entra in ballo una questione che non viene mai approfondita a sufficienza quando si parla di KC: tutta quella roba non era altro che il-caro-vecchio-blues.

Non quella roba oscena da birreria ma quello vecchio di campagna.
Rimasticato da uno che fino alla fine è rimasto un provinciale e un ragazzo di campagna, altra cosa che di nuovo, mia madre, forse sempre inconsciamente era riuscita a cogliere.
Perchè non c’è mai stato bisogno che le spiegassi le posizioni di KC su maschilismo, indipendenza/onestà artistica, traumi derivanti dalla famiglia e dall’infanzia.
Io e lei eravamo messi uguali, a volte forse peggio di lui quando andava a dormire in sala d’attesa al pronto soccorso.
Non c’è mai stato bisogno di spiegare niente riguardo a quel tipo ed è quello che capita con le persone a cui vuoi bene e che ti vogliono bene.
Quindi chiedo scusa ma permettetemi questa dedica alle due persone da cui ho imparato chi sono.

Kurt Cobain bambino già circondato dalla musica
l’album With The Lights Out dei Nirvana, raccolta postuma di inediti del 2004

Selezione e commento a cura di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. Xoxo <3

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LA TESTIMONIANZA
Helga Schneider, oltre l’umano

I lunghi tempi della influenza combattuta tra letto e poltrona, rimpiangendo le due presentazioni saltate, si combattono con letture rimandate, temute, inevitabili. Scelgo allora un libro che mi respinge e nello stesso tempo mi attrae: Helga Schneider, “Il rogo di Berlino”, pubblicato da Adelphi nel 1998 e ora appena ristampato. Helga Schneider vive in Italia dagli anni Sessanta del secolo scorso ed è l’autrice di una autobiografia, di cui anche Il rogo è parte, che fece uno scalpore immenso, “Lasciami andare, madre”. Helga di origine polacca, ha una madre tedesca che abbandonò lei e il suo fratellino Peter nel 1941, quando la bambina ha quattro anni e Peter diciotto mesi, per arruolarsi nelle SS e diventare una delle aguzzine più feroci dei campi di Ravensbrück e poi di Birkenau e partecipare agli immondi esperimenti che qui si compivano da parte di famosi medici e non solo nazisti.

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La copertina del libro

Abbandonati al loro destino durante la guerra e la capitolazione di Berlino, Helga e Peter vengono allevati dalla seconda moglie del padre Stefan, Ursula, che odia Helga e la sottopone a feroci umiliazioni mentre adora il piccolo Peter. Con gli occhi dell’infanzia Helga racconta la fine di Berlino, del Terzo Reich e della susseguente liberazione da parte dei Russi che violentano e stuprano due giovani ragazze nei sotterranei del palazzo in cui si erano rifugiati gli inquilini. Raccontare quei momenti e quelle esperienze fa toccare con mano alla piccola Helga l’orrore. Ma ecco che con l’avanzare del riscatto morale e la consapevolezza della spaventosità di una guerra senza precedenti, la Schneider si lascia andare a un commento che è tra le prove più alte e mature non della banalità del male ma della feroce difficoltà di poterlo contrastare: “Sfiorai con lo sguardo lo spazio vuoto dove avevano vissuto gli uni sugli altri ammassati come bestie, imponendo agli altri il nostro odore, il nostro malumore, il nostro egoismo. Eravamo andati oltre il sopportabile, oltre il vivibile, oltre l’immaginabile, oltre le nostre forze, oltre l’umano. Eppure in seguito dovetti imparare che la nostra sofferenza non era stata nulla in paragone a quella che era toccata agli ebrei massacrati nei campi di concentramento.” (“Il rogo di Berlino”, pp. 186-87).

Una ammissione che ci induce a riflettere sul concetto di ‘umano’ e sulla possibilità di riscattarlo dopo la Shoah. Di fronte allo strazio di Helga sembra impossibile che le soglie dell’umano possano essere superate. Ma non c’è fine alla consapevolezza e all’orgoglio del male. Dopo trent’anni Helga incontra nel 1971 la madre perduta. E lei la invita a indossare l’uniforme di SS amorosamente custodita nell’armadio ma soprattutto le vuol regalare un pugno di oggetti d’oro chiaramente appartenuti agli ebrei gassati nei campi di concentramento. Helga fugge all’orrore sperando che quella madre esca definitivamente dalla sua vita, ma la rincontra ancora nel 1998, svampita e delirante, in una casa per anziani. E quel mostro la trattiene con i fili del ricatto che inevitabilmente le impediscono, nonostante lo schifo, di liberarsi di lei. Una condizione terrificante così espressa: “E mi rendo conto che se fino a ieri avvertivo la sua assenza come un’ossessionante presenza, ora la sua presenza è un’irrevocabile assenza. Provo angoscia e un’irrazionale tenerezza. E’ mia madre, nonostante tutto è mia madre. Devo vergognarmi se qualche volta l’istinto, il mio istinto di figlia, prevale sulle ragioni della morale, della storia, della giustizia e dell’umanità?” (“Lasciami andare, madre”, p.126).

Se dunque l’istinto e non la razionalità e il sentimento combattono una battaglia straziante nell’accettazione di Helga del sentimento filiale, c’è la consapevolezza che i lager, ciò che è accaduto è non solo al di là dell’umano ma al di là della conservazione del senso della vita. Come poter ricordare? Come poter o meglio dover accettare con l’istinto ciò che la Shoah ha negato? Cosa c’è al di là dell’umano? Quale incondizionata resa al male ha reso così crudele non solo il destino di un popolo ma anche a volte degli stessi aguzzini? La Schneider non si nasconde dietro inutili proteste o ancor peggio inutili diversivi. Il suo ‘j’accuse’ è fragorosamente impietoso perché nella pietà ci sarebbe il principio della comprensione. Ma per lei, come per molti altri, la comprensione potrebbe essere la radice del male. La tragedia della Shoah è totalmente inscusabile. Resta l’istinto. Anche questo negato dai nazisti. E quella colpa, quella resa a un atto non d’amore, ma istintuale, porta Helga a consumare la sua tragedia personale che si esprime nel grido “Lasciami andare, madre”.

Quale ricordo più severo potrebbe esprimersi?. E lei, “l’italiana” come ormai la chiamano i suoi parenti, sigla rifiutando la pietà verso la madre come “un’irrevocabile assenza”. E mentre leggo con commozione le ultime lucidissime testimonianze di Primo Levi che tenta di dare un nome (e quindi esercitare la pietas) ai suoi compagni del treno della morte, ricordo con un sussulto di timore che nessuno è incolpevole, come appare dalla lucida disamina di Liucci che sbarazza il campo dalla presunta non interferenza dei fascisti italiani sulla ideologia nazista della eliminazione di un popolo.

E ricordare diventa sempre più complesso ma sempre più forte.

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Padri da poco

Si parla spesso delle madri, soprattutto in queste ultime settimane in cui la cronaca è stata segnata da tragici infanticidi. Vorrei questa volta parlare dei padri, di come il loro ruolo si sia modificato in questi ultimi anni e di quanto sia fondamentale, soprattutto perché si possano evitare simili tragedie.
Il mio titolo ha un duplice significato. Da un lato, indica che è da poco che la figura del padre è cambiata. Si è passati da una figura di padre che non si occupava per nulla della prole e affidava il compito educativo e di crescita esclusivamente alla figura materna, a padri talmente coinvolti nella cura da non lasciare più spazio alle madri. Gli eccessi sono strutturali a questo periodo storico e si manifestano in ogni ambito.
Possiamo vedere oggi una nuova figura di padre. Padri preparati e attenti nell’accudimento del bambino, che sanno preparare pappe e provvedere alla pulizia e cura dello stesso. Padri che si dedicano ai figli, sanno che medicinali somministrare loro in caso di bisogno, si interessano delle tappe evolutive, giocano con loro, li seguono nei compiti. A volte troppo e in modo morboso. Talvolta, questa cura arriva all’eccesso tanto da passare al rischio opposto, cioè all’esclusione della figura materna e a fare coppia esclusivamente col bambino. In questo caso la relazione di coppia cessa di esistere e il padre vive esclusivamente per il bambino, soffocandolo esattamente come accade quando a fare coppia col bambino è la madre stessa. La madre esclusa totalmente dalla dinamica relazionale famigliare è costretta a spostare altrove il proprio desiderio e interesse.
Nelle relazioni famigliari è sano che si assista ad una triangolazione, quando ovviamente è possibile, cioè quando sono presenti entrambi i genitori. In ogni caso dinamiche relazionali fisse ed esclusive non sono mai indice di salute.
Il titolo “Padri da poco” può riferirsi anche alla situazione opposta: cosa accade quando la figura paterna è carente o manca del tutto? La funzione paterna è fondamentale affinché la madre non fagociti ciò che ha generato. Mi spiego meglio. Il desiderio materno ha di per sé la naturale predisposizione ad inghiottire ciò che essa stessa ha generato, cioè a riprendersi il proprio frutto.
La funzione paterna è quella funzione, incarnata dal padre reale o da un’altra figura, che si frappone tra il desiderio materno e il bambino, impedendone così la fagocitazione. Quando la funzione paterna è carente o manca del tutto, allora il soggetto porterà i segni di tale mancanza manifestando diversi disagi fino a vere e proprie patologie.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.
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