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PRESTO DI MATTINA /
La voce del silenzio

 

Ascolta la voce del silenzio

“O silenzio!
strillo di cicale
penetra le rocce”.
(Matsuo Bashō, Poesie, Sansoni, Firenze 1944, 37).

Nel testo a commento di questo haiku si legge che fu ispirato a Bashò [Qui] visitando il tempio di Rûshakuji, vicino alla città di Yamagata.

Situato fra antichi pini e querce sopra numerose e gigantesche rocce muschiose: «Due o tre voci di cicale relativamente basse udite di quando in quando in un luogo quieto danno vie più l’impressione del silenzio (M.)»

Si custodisce il creato come si custodisce la parola di Dio, ascoltandola e vivendola: è il creato la sua parola silenziosa: «Ascolta la voce del creato». Si custodiscono i poveri come si custodisce l’eucaristia, condividendola, celebrandola nella vita: «Ascolta la voce dei poveri».

‘Custodire nel cuore’ è verbo che troviamo nel vocabolario della Sapienza. Il grido dei poveri come la parola silenziosa del creato deve essere macerata, sminuzzata, continuamente ruminata, al pari della parola di Dio − dicevano i Padri del deserto − affinché diventi vita con e nelle nostre vite, storia con e nelle nostre storie.

«Ascolta la voce del creato». È questo il tema scelto da papa Francesco per il suo messaggio nella giornata per la cura del creato. In realtà, più che una sola giornata è un periodo che stiamo vivendo: il tempo del creato, che è iniziato il 1° settembre e si concluderà il 4 ottobre, con la festa di san Francesco.

Senza ascolto profondo, senza crederci, non si attua nessun cambiamento radicale, né in noi, né nel creato e ancor meno nella società. Di qui l’invito all’ascolto quale viatico di conversione, non solo individuale, ma comunitaria;

noi in umanità solidale «Come persone di fede, ci sentiamo ulteriormente responsabili di agire, nei comportamenti quotidiani, in consonanza con tale esigenza di conversione.

Ma essa non è solo individuale: “La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria” (Laudato Sii, 219).

In questa prospettiva, anche la comunità delle nazioni è chiamata a impegnarsi, specialmente negli incontri delle Nazioni Unite dedicati alla questione ambientale, con spirito di massima cooperazione» (Messaggio, Ascolta la voce del creato). Così l’umanità tutta va compresa come soggetto chiamato alla cura della madre terra e dei poveri.

L’ascolto inizia con uno sguardo sul creato, sull’altro, quello dell’enciclica Laudato sii [Qui], che è insieme un’enciclica verde, ma al contempo fortemente sociale, capace di discernere, cioè di vedere nella questione ecologica alla sua radice il problema sociale, e nei poveri la cristologia, il Cristo stesso e la conseguente pratica di un’opzione preferenziale per i poveri.

Un “tempo per il creato” fu proposto dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli sin dalla fine degli anni ottanta. Ma ancor prima papa Paolo VI auspicava un tempo di riflessione necessario a prevenire una “catastrofe ecologica”. Un tempo per coltivare la nostra “conversione ecologica”, rilanciava Giovanni Paolo II.

Quella ecologica, non può che essere infatti una sfida che unisce tutti i cristiani. Al pari di quella della giustizia e della pace fu sempre di più la coscienza e l’impegno che animò il cammino del Consiglio Ecumenico delle Chiese nella seconda metà del secolo scorso.

L’ambito ecumenico conferì uno sviluppo ulteriore alla sensibilità dei temi ambientali, intrecciando – non a caso − il tema della cura del creato con i temi della giustizia e della pace.

In questo solco anche la Conferenza episcopale italiana attraverso le sue commissioni per i problemi sociali e il lavoro, della giustizia e della pace, unitamente a quelle per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dal 1º settembre 2006, ha iniziato a celebrare annuale la “Giornata per la salvaguardia del creato” che poi prenderà il nome “per custodia del creato”.

Dolce canto e grido amaro

“Il canto delle cicale
non dà segno
di loro vicino morire”.
(Bashō, 10)

Scrive papa Francesco: «Se impariamo ad ascoltarla, notiamo nella voce del creato una sorta di dissonanza. Da un lato, è un dolce canto che loda il nostro amato Creatore; dall’altro, è un grido amaro che si lamenta dei nostri maltrattamenti umani.»

Il dolce canto del creato ci invita a praticare una «spiritualità ecologica» (LS, 216), attenta alla presenza di Dio nel mondo naturale. È un invito a fondare la nostra spiritualità sull’«amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale» (ivi, 220).

Per i discepoli di Cristo, in particolare, tale luminosa esperienza rafforza la consapevolezza che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1, 3).

In questo Tempo del Creato, riprendiamo quindi a pregare nella grande cattedrale del creato, godendo del «grandioso coro cosmico» di innumerevoli creature che cantano le lodi a Dio.

Uniamoci a san Francesco d’Assisi [Qui] nel cantare: “Sii lodato, mio Signore, con tutte le tue creature” (cfr. Cantico di frate sole). Uniamoci al Salmista nel cantare: «Ogni vivente dia lode al Signore!» (Sal 150, 6).

Purtroppo, quella dolce canzone è accompagnata da un grido amaro. O meglio, da un coro di grida amare. Per prima, è la sorella madre terra che grida. In balia dei nostri eccessi consumistici, essa geme e ci implora di fermare i nostri abusi e la sua distruzione.

Poi, sono le diverse creature a gridare. Alla mercé di un “antropocentrismo dispotico” (ivi, 68), agli antipodi della centralità di Cristo nell’opera della creazione, innumerevoli specie si stanno estinguendo, cessando per sempre i loro inni di lode a Dio.

Ma sono anche i più poveri tra noi a gridare. Esposti alla crisi climatica, gli “ultimi” soffrono più fortemente l’impatto di siccità, inondazioni, uragani e ondate di caldo che continuano a diventare sempre più intensi e frequenti.

Ancora, gridano i nostri fratelli e sorelle di popoli nativi. A causa di interessi economici predatori, i loro territori ancestrali vengono invasi e devastati da ogni parte, lanciando “un grido che sale al cielo” (Querida Amazonia, 9).

Infine, gridano i nostri figli. Minacciati da un miope egoismo, gli adolescenti chiedono ansiosi a noi adulti di fare tutto il possibile per prevenire o almeno limitare il collasso degli ecosistemi del nostro pianeta.

Ascoltando queste grida amare, dobbiamo pentirci e modificare gli stili di vita e i sistemi dannosi. Sin dall’inizio, l’appello evangelico: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!» (Mt 3, 2), invitando a un nuovo rapporto con Dio, implica anche un rapporto diverso con gli altri e con il creato.

Lo stato di degrado della nostra casa comune merita la stessa attenzione di altre sfide globali quali le gravi crisi sanitarie e i conflitti bellici. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217) (Messaggio).

Dall’amaro al dolce”, è l’espressione che frate Francesco al termine della vita ricorda ai suoi come sintesi della propria conversione.

Non solo quella iniziale ma anche quella sperimentata lungo tutta la propria esistenza, vissuta come un continuo passaggio pasquale da una logica autocentrica e autoreferenziale ad una proiezione eccentrica, evangelica; da un pratica di dominio e sfruttamento all’essere servo di ogni creatura.

Un cambiamento radicale è anche quello ecologico, purché parta dall’ascolto del grido amaro della natura e dei suoi più vulnerabili abitanti per poter ritornare al dolce cantico di tutte le creature.

«Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato (conversum fuit) in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo» (Fonti francescane, 110).

Anche l’amaro di Bashō, per l’improvvisa morte, a 25 anni, del suo maestro Jshitada, o “Sengin”, si mutò in una mistica dolce, di poeta itinerante: «il poeta pianse colui che per anni gli era stato maestro e amico. Come voleva l’usanza andò sul monte Koya con una ciocca di capelli del defunto a depositarla nel grande monastero buddista.

La tradizione vuole che per il dolore fosse preso da un amaro desiderio di ritiro; ma di certo, da allora, fu un mistico umile e povero, predicatore della bontà universale. Riuscì a liberarsi con onore da ogni funzione ufficiale e, abbandonata la casa del suo signore, andò a Kyiìto facendosi alunno e domestico di Kigin che aveva avuto per l’addietro occasione di praticare recandosi da lui come messaggero di Joshitada» (Bashō, 50).

L’amaro grido del mare, eco muto

Fuggono Farid e sua madre Jamila dopo l’uccisione del padre Omar in Libia al tempo di Gheddafi. Fuggono per la guerra lasciando il deserto, la loro casa; ma il viaggio per mare sul barcone verso l’Italia non andrà a buon fine. È una storia raccontata con grande sensibilità poetica senza mortificarne tutta la drammatica tragicità da Margaret Mazzantini [Qui], in Mare al mattino, Einaudi, Torino 2011.

«Farid non ha mai visto il mare, non c’è mai entrato dentro. Lo ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta.

Ha cercato le conchiglie fossili sepolte milioni di anni fa, quando il mare entrava nel deserto. Ha rincorso i pesci lucertola che nuotano sotto la sabbia. Ha visto il lago salato e quello amaro e i dromedari color argento avanzare come logore navi di pirati.

Abita in una delle ultime oasi del Sahara. I suoi antenati appartenevano a una tribù di beduini nomadi. Si fermavano negli uadi, i letti dei fiumi coperti di vegetazione, montavano le tende. Le capre pascolavano, le mogli cucinavano sulle pietre roventi.

Non avevano mai lasciato il deserto. C’era una certa diffidenza verso la gente della costa, mercanti, corsari. Il deserto era la loro casa, aperta, illimitata. Il loro mare di sabbia. Macchiato dalle dune come il manto d’un giaguaro.

Non possedevano nulla. Solo impronte di passi che la sabbia ricopriva. Il sole muoveva le ombre. Erano abituati a resistere alla sete, ad essiccarsi come datteri, senza morire. Un dromedario apriva loro la strada, una lunga ombra storta. Scomparivano nelle dune. Siamo invisibili al mondo, ma non a Dio. Si spostavano con questo pensiero nel cuore.

D’inverno il vento del nord che attraversava l’oceano di roccia stecchiva i barracani di lana sui corpi, la pelle si aggrappava alle ossa dissanguata come quella di capra sui tamburi.

… In primavera nuove dune nascevano, rosate e pallide. Vergini di sabbia. Il ghibli infuocato si avvicinava insieme al gemito rauco di uno sciacallo. Piccoli riccioli di vento come spiriti in viaggio pizzicavano la sabbia qua e là. In un attimo il deserto si sollevava e divorava il cielo. E non c’era più confine con l’aldilà…

I dinari dei risparmi di Omar, gli euro e i dollari che nonno Mussa ha guadagnato con i turisti del deserto. Omar conta i soldi, poi toglie una pietra e li nasconde nel muro. Parla con Jamila, chiude le mani intorno alle sue mani strette.

Farid non dorme, guarda quel nodo di mani nel buio che tremano come una noce di cocco sotto la pioggia. Omar dice che devono andarsene. Che avrebbero dovuto farlo da un pezzo. Nel deserto non c’è futuro. E adesso c’è la guerra. Ha paura per il bambino» (ivi, 4-5; 8).

Un altro deserto, un altro grido: il grande sertão

«Ed ecco, il sole, con un balzo, lontano alle nostre spalle, al di sopra dei macchioni, scoppiava, una grandiosità. Giorno spiegato. Terminò la vegetazione da foraggio, e gli arbusti spinosi, come quei cespugli dai virgulti argentati, e simili. Terminava l’erba, in quei paraggi grigiastri.

E tutto questo, arrivando a poco a poco, dava un’oppressione raddensata, il mondo si stava invecchiando, nel viandante. Terminò il sapé selvatico dell’altipiano. Uno si guardava alle spalle. A quel punto, il sole non lasciava guardare in nessuna direzione.

Vidi la luce, un castigo. Vidi uno sparviere: fu l’ultimo uccello che si scorse. Ed ecco che stavamo in quella cosa – deserto pieno, vuoto soffice, rovesciato. Era una terra differente, insensata, un lago di sabbia.

Dove si sarà trovato il suo soverchio, confinante? Il sole si rovesciava sul suolo, con sale, sfavillava. Di quando in quando, una vegetazione morta, qualche ciuffo di pianta secca – come una chioma senza testa. Si propagava a distanza, in avanti, un vapore giallo. E il fuoco cominciò a entrare, con l’aria, nei nostri poveri petti.

… La continuazione del martirio, da quando spuntò il mattino, del giorno seguente, nella brumalva di quel defunto albeggiare, senza nessuna speranza, senza neppure la semplice presenza degli uccellini.

Ci muovemmo. Io abbassavo gli occhi per non vedere gli orizzonti, che chiusi non mutavano, incombevano. La Landa dell’Onza Rossa concepiva silenzio, e produceva una cattiveria – come persona!

… Le piogge già erano state dimenticate, e lì c’era il midollo tristo del sertão, era un sole sul vuoto. Si avanzava di pochi metri, e si calcava il sabbione, una sabbia che sfuggiva, senza consistenza, spingendo all’indietro gli zoccoli dei cavalli.

Poi, sopravveniva un aggrovigliamento intricato, di arbusti spinosi e stoppia di gravia, assai scabroso, di un verde-nero color serpente. Nessun cammino. Di lì, si passa a un terreno duro rosato o color cenere, screpolato e ruvido – i cavalli, non intendendolo, s’innervosivano».
(João Guimãres Rosa [Qui], Grande sertão, Feltrinelli, Milano 2017, 42-44).

Si diventa consapevoli di sé e del cammino solo con l’irruzione dell’altro. Affinché si ritrovi la strada per la cura del creato occorre sempre di nuovo ascoltare il suo dolce canto e il grido amaro.

Lasciamoci guidare dall’istinto insito nel creato e dallo stupore ancora promettente, il creato sarà per noi come quel contadino che camminava avanti portando il foraggio sul dorso. Senza saperlo, servì da guida a Bashō e a Sora, suo discepolo, alla ricerca dello “stretto sentiero del nord”, che altrimenti si sarebbero smarriti per il vasto deserto della pianura di Nasuno.

Un cambiamento radicale di stile e di sguardo; scrive Chandra Candiani di Bashō: «La nostra fame di spirito, di vastità, può trovare in Bashō una bussola, dentro gli stretti sentieri della vita messa a nudo, la sua asciuttezza, la sua sobrietà ma soprattutto l’incantevole parità del suo sguardo sul mondo: “Sui monti d’estate/ Partendo/ Mi inchino ai sandali di legno”» (Chandra Candiani, Lo stretto sentiero del profondo nord, Einaudi, Torino 2022, xxiii-xxiv).

Traverso la landa d’estate
ci guida un uomo che porta
un fascio di fieno sul dorso.

Sopra il sentiero montano
nasce improvviso il sole
fra il profumo dei fiori di prugno.
(Bashō, 23; 20)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Le ginestre di Barbiana

 

«È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio… Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura.

Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito, prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’essere laureata, prima d’essere fidanzata o sposata, prima d’essere credente». Così don Lorenzo Milani [Qui] scriveva ad una studentessa di Napoli, Nadia Neri, nel gennaio 1966. (Lettere, Milano 1970, 113).

Come a dire: si ama sempre qualcuno, si ama solo in situazione. La fede come la profezia giungono alla loro radicalità solo se situate, incarnate nella vita e nelle relazioni e situazioni di persone concrete che vivono in luoghi concreti. Di qui la necessità di esserci con un amore singolare non spersonalizzato, né diluito in un concetto universale, ma guardandosi in faccia e negli occhi.

A Barbiana

Era il 1954 e appena giunto a Barbiana – una pieve abbandonata alle pendici del monte Giovi a pochi chilometri da Vicchio – don Lorenzo, comprò dal comune un pezzetto di terra nel piccolo cimitero, perché a Barbiana, nella chiesetta di Sant’Andrea, con la sua sparuta e sparpagliata gente, voleva starci tutto, da capo a piedi, fino alla fine:

«Il sacerdote è padre universale? Se fosse così mi spreterei subito… Vi ho convinto e commosso solo perché vi siete accorti che amavo alcune centinaia di creature ma che le amavo con amore singolare e non universale», (ivi, 99). Un amore non di evasione ma di incarnazione, non ad individui ma a persone in carne ed ossa.

Nella lettera ad un predicatore scrive: «Vede, padre, la mia scienza è poca, la mia esperienza poi non si estende al di là di queste 275 case. Lei invece ha studiato, viaggiato, confessato tanto.

Ma anche io ho un dono che lei non ha: quando siedo in confessionale posso anche chiudere gli occhi. Le voci che mi sfilano accanto, per me, non sono solo voci e basta. Sono persone. Lei sente che si presenta ‘una sposa’. Io invece so che è la Maria. Della Maria so tante cose, padre. Un volume non mi basterebbe per dirle tutte» (Esperienze pastorali, Firenze 1958, 267).

Barbiana, un piccolo incendio, che trovò subito tanti pompieri intenti a circoscriverlo e spegnerlo. Ma nonostante loro, don Milani riuscì ad accendere il mondo, quello della scuola e non solo, illuminò le coscienze su cosa sia veramente l’esercizio della libertà e la virtù dell’obbedienza. Un cambiamento a dir poco rivoluzionario, il suo, di mentalità e prospettiva anche nella chiesa italiana.

Un modello pure per una riforma missionaria della chiesa, che viene descritto nel suo libro Esperienze pastorali. Don Lorenzo vi descrive il lento processo di scristianizzazione in corso indicando i punti critici, se non fallimentari, di una pastorale di conservazione.

E lo dedica ai futuri missionari cinesi che sarebbero venuti dall’oriente in quei luoghi, tra Arno e Tevere (Etruria), un tempo cristiani e ora divenuti terra di missione, per portare di nuovo il vangelo: «Questo lavoro è dedicato ai missionari cinesi del vicariato apostolico dell’Etruria, perché contemplando i ruderi del nostro campanile e domandandosi il perché della pesante mano di Dio su di noi, abbiano dalla nostra stessa confessione esauriente risposta».

Rivoluzionaria fu la pratica fino alla fine di quell’amore singolare. Nell’ultima lettera, il suo testamento, egli scrisse: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo».

Una fede come amore compromesso, è questa la fede che vince il mondo: perché è un amore promesso insieme, etimologicamente, che si arrischia e obbliga insieme, scambievolmente e per sempre. Solo così il vangelo stesso sarà attraente per gli altri e non respingente, tornerà ad essere profezia e buona notizia che fa vivere.

Una Chiesa in uscita

Don Lorenzo lo aveva già sperimentato a san Donato, come cappellano, con i giovani operai che lavoravano a Prato. Anche in quel contesto egli presagiva la necessità di un cambiamento radicale della catechesi, della liturgia e pastorale.

Ma anche nei rapporti della chiesa con la politica, mettendo in guardia da quello stile del “si è sempre fatto così”, per distinguere tra ciò che ti fa vivere e ti fa veramente ricco, da quello che ti fa sembrare apparentemente vivo, potente ma in realtà impoverito e mortalmente malato.

Il priore di Barbiana già allora sentiva la necessità di una chiesa in uscita, quella raccomandata anche oggi da papa Francesco. In Esperienze pastorali mostra questa sua coscienza circa il dovere di apertura ai lontani, a giovani, agli operai, ricorrendo anche a mo’ di esempio a due fotografie, in cui descrive la processione del Corpus Domini.

Vi sono ritratti il parroco e il cappellano (don Lorenzo) incamminati con un gruppetto di persone, mentre assiepata ai lati della strada il resto della gente del paese si limita a guardare lo spettacolo.

Nella prima foto la didascalia recita: «Passa il Signore. Serenata di fiori, veli bianchi, festa di paese. Trionfo della fede? Ma il gruppo di uomini che segue il Signore non è la parrocchia, è solo una chiesuola senza peso. La parrocchia si gode lo spettacolo e si tiene a dovuta distanza».

La didascalia della seconda foto recita: «Identico è il pensiero dei due preti in processione: il 93,2 per cento delle pecorelle che restano fuori. Ma diverse sono le loro preghiere. Il Preposto prega così: “Signore perdonali perché non sono qui con Te” e il cappellano così prega: “Signore perdonaci perché non siamo là con loro”» (ivi, 89).

Don Milani prospettò pure, nell’educazione cristiana, un cambio di paradigma, elaborando una catechesi che anticipò gli orientamenti del Concilio Vaticano II e quelli dei vescovi italiani nel documento base Il Rinnovamento della Catechesi degli anni ’70.

Egli pose infatti in primo piano il dinamismo dell’annuncio, la centralità della parola per la vita cristiana; il primato del vangelo rispetto alla dottrina. Introducendo il paradigma della storia e gli strumenti di indagine storica – non si faceva catechismo senza una carta geografica della Palestina – egli educò i suoi ragazzi alla comprensione della storia della salvezza.

Per don Milani non era finito il cristianesimo, era finita la Christianitas, l’alleanza istituzionale tra chiesa e società, tra religione evangelica e religione civile e dal clericalismo bisognava guardarsi come dal lievito dei farisei.

La storia di Gesù, la sua umanità, realmente divenuta nostra umanità, la troviamo così negli abbozzi di catechismo di San Donato e nel suo Catechismo di Barbiana. Non già l’ammirazione verso l’umanità di Gesù di Nazareth, ma la capacità di riconoscere la presenza, l’agire e le parole di Dio stesso in lui: Gesù rivelazione e sacramento singolare del nostro incontro con Dio.

In una lettera, egli descrive le feste patronali – che qualificherà come “monumenti di incoerenza” – frequentate solo per il loro aspetto folcloristico. Occasioni per lui di omelie semplici e schiette, ma inascoltate:

«Non c’eri tu quel giorno del Corpus Domini alla Messa delle 11 quando col cuore ormai colmo di sofferenza e di affetto parlai al mio popolo. Dissi parole che i loro bambini intendevano a una a una e nel loro insieme. Non parlai un linguaggio da intellettuale o indecifrabile. Mi credi dunque tanto stupido e tanto letterato da non sapere (dopo anni che vivo tra loro) allineare solo parole facili, aperte, senza segreti, senza pretese. Parole che non suppongono altra cultura precedente. Parole identiche a quelle che essi si scambiano tra loro tutti i giorni per parlar di vacche, del campo e della casa».

I parrocchiani che disertavano la messa e non facevano la comunione, ma guai dal mancare alla processione, erano da lui invitati a scoprire l’essenziale della fede, ciò che conta, ciò che veramente deve stare a cuore, (l’“I care” della liturgia):

«”Prendete e mangiate” vuol dire far la Comunione. “Fate questo per ricordo di me” vuol dir la Messa. Messa e Comunione, le due cose che voi lasciate sempre, o quasi, le ha comandate il Signore chiaro, chiaro.

Della Processione il Signore non ha parlato. È un’invenzione d’uomini. Una piccolissima cosa. Non è necessaria. Non è nulla a petto di quell’altre due. Ecco voi ora volete ancora una volta venire in massa alla Processione. Volete partecipare in cappa, portare i segni e il baldacchino, volete far atti di onore al Signore, a quel Signore che vi rifiutate poi di obbedire nelle più semplici e serie cose.

“Prendete e mangiate”. “No “. “Chi non mangia il mio Corpo non avrà la Vita Eterna”…”Non ce ne importa”. “Fate questo in ricordo della mia morte per voi”. No, non ci s’ha usanza, si passerebbe da strani. No; si vien la sera in cappa a reggere lo stendardo e gli altri segni”» (ivi, 194-195).

I care

Domani 26 giugno è l’anniversario dalla morte di don Lorenzo (era il 1967), all’età di 44 anni. Il prossimo anno sarà il centenario della nascita. Bisognerà allora salire ancora a Barbiana a salutare il Priore sepolto al piccolo cimitero, dove ci sentiremo dire dentro “non sono qui”.

Dovremo allora risalire alla Pieve, alla scuola del priore che durava 365 giorni all’anno, a pochi passi dal cimitero, e andare a leggere su quella porta invecchiata ancora quell’“I care”, scritto a grandi lettere e un poco scolorite.

Un’espressione, “I care”, coniata per i suoi ragazzi non meno che per la nostra fede, quale promessa di fedeltà alla Parola: sì, mi sta a cuore la parola che rende possibile l’incontro tra le persone, quella parola che rende liberi di amare e di costruire con dignità la propria vita.

Il priore di Barbiana era ben consapevole che troppe volte la parola viene strumentalizzata, da elemento di sviluppo diviene mezzo di oppressione, specie quando pretende di rendere ufficiale una cultura, quando diventa proprietà esclusiva di pochi:

«Tutta la vostra cultura è costruita così – Come se il mondo foste voi». Così ogni cultura che esprima valori umani è autonoma e ha validità propria perché fondata sulla libertà dell’uomo che la pone.

Quindi invece di supremazia di una cultura è necessario il dialogo tra le culture: «La cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola». (Lettera ad un professoressa, 13; 105). Bisognerà così ricordare che «la povertà dei poveri, non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale» (Esperienze, 209).

«Sono sicuro dunque che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente ed il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro ed il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola… Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla Parola.

Sulla parola altrui per affermarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude. Parole come personaggi: quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata”» (Lettere, 56, 57-58).

Don Piero Tollini e l’appuntamento annuale a Barbiana

A Barbiana ritorneremo anche per ricordare don Piero. Ho ritrovato l’articolo di un suo parrocchiano: «Nella parrocchia ferrarese di Santa Maria del Perpetuo Soccorso, retta da don Piero Tollini dal 1971 al 1998, c’era un appuntamento annuale tradizionale. Era il 26 giugno, data della morte di don Milani.

Dalla fine degli anni Settanta, dopo alla morte della signora Edda, la “perpetua” di Barbiana, quello era l’unico giorno dell’anno che si trovava la pieve aperta e che si potevano visitare quelle aule dove don Milani ha insegnato ai ragazzi e dove gli alunni più grandi insegnavano a loro volta a quelli più piccoli.

Era l’unico pellegrinaggio che la parrocchia si concedeva. I mezzi di trasporto: il pullman, o le auto, a seconda delle adesioni, si fermavano nel paese sottostante la pieve e, visto che la strada per salire era sterrata e in alcuni tratti con pericoli di frane, si proseguiva a piedi.

Quel sentiero in salita, tra i ciliegi carichi di frutti e la vegetazione rigogliosa di inizio estate, era se vogliamo, senza la paura di apparire blasfemi, una specie di via Crucis, un percorso di meditazione per capire meglio l’atmosfera e il contesto nei quali ha lavorato negli ultimi 13 anni della sua vita il priore toscano.

Don Piero ricordava il giorno in cui don Lorenzo fu mandato dal vescovo per punizione in questa sperduta pieve dell’Appennino fiorentino e quando arrivò in chiesa don Milani si fece il segno della croce e scoppiò a piangere. Lo avevano messo in castigo perché non parlasse, ma la sua esperienza didattica e pastorale ha scavalcato tutti i confini, diventando universale in quanto ora è conosciuta in tutto il mondo.

E proprio questa sete di giustizia e l’amore per gli ultimi hanno catturato l’attenzione di don Piero, che ha sempre creduto nell’insegnamento del priore di Barbiana come qualcosa di rivoluzionario, da additare da esempio a tutti quanti erano in cerca della buona novella».

Don Milani profeta del cambiamento

Don Milani “in situazione”, profeta del cambiamento, non solo nella pastorale e nella esperienza educativa della scuola pubblica, ma anche nel mondo del lavoro, per amore dei suoi ragazzi studenti-operai a Prato. Si ricorderà la sua lettera a un giovane comunista per le elezioni politiche del 18-19 aprile 1948: Lettera a Pipetta.

Al termine del libro Esperienze pastorali è pubblicata pure una lettera sulla situazione infame e di sfruttamento dei giovani operai e operaie di san Donato, un testo che inizialmente titolava “Mi ribolle”, poi “Mauro” e infine “Lettera a don Piero” l’amico sacerdote.

La malattia del padre di Mauro spinge don Milani a raccomandarlo presso il padrone di una fabbrica tessile, un certo Baffi. Si scontra così con la logica aziendale di un imprenditore nella sua volgarità e nella sua spietatezza cinica.

Verrà assunto, e dopo un periodo di estenuante lavoro, sarà messo in regola solo l’ultima settimana prima del licenziamento. Gli si apre così il mondo della fabbrica, quella vera, quella grande, ma è ancora un mondo di umiliazioni.

Per il suo atto di accusa viene pesantemente criticato: fuoco amico. E con la lettera, lo stesso libro, dai piani alti, fu fatto ritirare dal commercio. Il decreto del Sant’Uffizio, del 1958, precisa che si tratta di un provvedimento di opportunità e non implicava un giudizio dottrinale.

Il sindaco di Firenze Giorgio La Pira [Qui], riferendosi a Esperienze Pastorali, scriverà al cardinale Ottaviani: «I fatti di Prato – che sono le pagine più crude e più severe di questo libro – sono veri: io ne ho avuto personale testimonianza ed esperienza.

Eminenza, il mondo della povera gente, degli operai (cioè della più grande parte della popolazione cristiana!) è ignorato da chi non ne ha personale e diretta esperienza: la conoscenza attraverso i giornali ed i libri non riproduce per nulla la realtà sofferente e dolorosa – e spesso anche disperata! – di quel mondo. Anche i religiosi – per uomini di pietà e dotti che siano – sono ben lontani da questa conoscenza» (in M. Toschi, Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa, Documenti e studi, Edizioni Polistampa, Firenze 1994, 156).

Le ginestre di Barbiana

A giugno, salendo a Barbiana, ti colpiscono allo sguardo i piani inclini delle ginestre dai lunghi filamenti color del sole: suoi raggi terrestri. Quando nascosto da cupe e minacciose nubi è il sole, esse somigliano a lampi di luce scagliati con fragore al cielo e sulla terra.

Ginestra: “fiore del deserto” la canta Leopardi [Qui]: «Tuoi cespi solitari intorno spargi/ Odorata ginestra/ Contenta dei deserti/ Anco ti vidi/ De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade/ Che cingon la cittade/ Queste campagne dispogliate adorni».

E Fernando Bandini [Qui] la ricorda in cerca di umanità: «La ginestra che cerca/ di deserto e siccità che imita nel fiorire l’umana verità», quella che «non ama parole (vane) / né accelerati battiti/ ma dischiude i suoi petali/ a un disadorno cuore».

Per Carlo Betocchi [Qui] la ginestra è una pianta molto visitata da api e farfalle come fu la pieve di Barbiana e il suo priore, visitata da operai e da cercatori del regno di Dio e della sua giustizia.

Così «per te la ginestra gialla/ sognai, sull’assolata riva/ toscana, tra il bianco calcare/ e la farfalla fuggitiva/ a balzi, a fiotti, a rare/ ondate;/ parvemi l’arnie udire, e l’ape/ che ronza, fin dove batte/ l’onda; ed era solitudine,/ la tua, come di mare» (C. Betocchi, Tutte le poesie, 408).

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PRESTO DI MATTINA
L’attesa

 

Il venire della parola come il travaglio di una grazia

«Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: la forza appartiene a Dio, tua Signore è la grazia» (Sal 62,12). Forza creatrice della parola, da un lato, e il suo manifestarsi e attuarsi come dono di grazia, dall’altro, sono una sola cosa in Dio. In lui corrispondono infatti il dire e il fare, l’inizio e il suo compimento. Grazia e fedeltà nell’amore sono un’unica parola giunta a noi per mezzo del Figlio direbbe Giovanni.

Per noi l’unica parola è udita come fossero due: grazia e travaglio, chiamata e sequela, così è per noi il venire di questa Parola come pure delle nostre stesse parole: gratuità di un dono e travaglio del loro venire alla luce.

 

In quell’unica parola, due

Ne udiamo una prima, che dice: «Effonde il mio cuore liete parole. La mia lingua è stilo di scriba veloce. Sulle tue labbra è diffusa la grazia» (Sal 44, 2).

La seconda incalza: «Sappiamo che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando».

L’attesa del venire delle cose, l’attesa laboriosa di poter dare inizio, di principiare qualcosa, l’attesa stessa della parola che principia ogni scrittura, è attesa materna di gestazione, attesa fiduciosa davanti alla pagina bianca: attesa dell’aurora. Si sta in un travaglio che è dono e in una grazia che è imprevedibile seppur sperata; insperata giungerà preso o tardi: se tarda attendila fiducioso.

È come il sentire due note: una grave l’altra dolce. Due trombe, direbbe Agostino, che suonano in modo diverso, ma è un unico spirito che vi soffia dentro l’aria. Due parole: la grazia, della parola che verrà alla luce e il travaglio della lettura prima e della scrittura a seguire. L’attesa del venire delle cose come della parola è attesa del mutamento, di quell’ora che non si conosce ma che porta la gioia del nuovo.

È l’ora della grazia, del suo sorprenderti, direbbe Mazzolari: «Ci sono le ore di Dio: saperle attendere, vuol dire disporre i nostri cuori alla sua grazia. Il silenzio e la preghiera preparano le sue strade. Il soffrire non conta: conta il credere, lo sperare l’amare» (Pensieri dalle lettere, 173).

Le parole e le cose del mattino, quando accadono, sono intuite ma inesprimibili. Si potrebbero chiamare stato di grazia, qualcosa che giunge a te da altrove, come l’estro del poeta; qualcosa dentro te di incontenibile che preme.

L’etimologia della parola “estro” suggerisce qualcosa che ti punge, ti gonfia, ma persino che t’incinta e che spinge e trapassa come l’impeto al rompersi delle acque, quando viene alla luce una nuova vita, come l’oscuro e travagliato grembo della notte che non può più trattenere l’irresistibile venire dell’aurora.

La parola, come la vita, perché nasca e viva nella scrittura, necessita tempo, occorre inseguirne le tracce come un bracconiere; se sei ancora cieco di fronte al miracolo della parola nascente, devi continuare a cercarne le orme, come a tentoni nel divenire delle cose quotidiane, nelle relazioni non disattese né schivate, e all’improvviso, quando meno te l’aspetti, la scorgerai venirti incontro e ti metterai al suo sevizio come una levatrice prima e una nutrice poi, con la scrittura farai conoscere pure a lei un mondo nuovo.

 

“O homem cordial”

Può sembrare una banalità questo detto, ma quando un brasiliano dice “o homem cordial” (Sérgio Buarque de Holanda [Qui]) dice una cosa profondissima. La semplicità del comportamento, la capacità di accogliere, l’ospitalità, la generosità che dà tutto, e queste sono tutte virtù dei poveri in tutti i continenti.

Così desidero introdurre i testi poetici di Enzo Demarchi più di un amico fraterno, un vero fratello. Anche lui homem cordial, perché divenuto uomo della Parola di Dio nelle parole e nelle cose degli uomini, incarnata nei loro vissuti e storie.

Parola che sola «conosce tutta la gioia e tutto il dolore del Mondo, in attesa di una “Gloria” senza misura… Tutto è Voce Tua, Tuo Gesto, Tua Avventura. Il Mondo intiero è la continua Novità di Te nell’umiltà del tempo presente, in attesa della Gloria che sta per scoppiare. Tu mi dai una gioia sconfinata che vuole superare ogni argine del mio povero cuore; ma mi dai un dolore sconfinato, perché tutti e tutto essendo del Cristo, e vivendo Lui in me, ogni sofferenza dell’Uomo, ogni sofferenza della Terra è mia!».

Se le cose stanno così allora più delle mie le sue parole sapranno dire come da una parola se ne odano due, al pari della parola rivolta a noi da Dio sentita come travaglio e grazia.

 

L’inseguimento

Inseguimento, d’una parola che non c’è –
Attesa spasimante, assoluta – d’un eco, nel deserto –
E poi … un grido informe – mi fa soffrire:
la carne si scopre ai flagelli.
Che dolore per dire una parola! – Ricerca, affanno,
turbine – Vano protendersi, implorare, rincorrere –
Come un amante disperato – cerco parole nel buio dell’anima –
come nel crepuscolo mattinale, – dita misteriose
traggono miracolosamente – dal caos della notte – cose nuove.

Un volto d’uomo

Volto dell’uomo! – Fermati, apriti – Linee viventi,
segni dell’abisso! – Schiudete torrenti di comunione; – non
trattenete l’ondeggiare – che già vi preme, vi tende – come dighe
elastiche – Volto dell’uomo! – I tuoi occhi errano a volte, –
come naufraghi nell’oceano – A volte corrono per mano – come
fidanzati allegri. – O s’arrestano come bambini –
stupefatti da nuovi misteri.-

Momento di grazia: l’accorgersi dell’altro

Nei momenti di grazia, m’accorgo di come sono
cieco di fronte al miracolo della vita.
Ecco un uomo che lavora e si ricorda del
Lavoro di Dio nella sua creazione.
Ecco un uomo che progetta nella mente e
fatica col corpo e ringrazia il Verbo
che s’è fatto carne.
Ecco un uomo che ha sbagliato, ed ha
conservato il cuore buono, pieno di fiducia.
Ecco un uomo che sa chi è Dio, un uomo che crede
e si confessa umile e semplice come un bambino

Cose del mattino

O cose del mattino, io voglio stare con voi
e partecipare al vostro canto di lode.
Instancabili voi siete a risorgere
e il vostro aspetto è sempre antico e sempre nuovo.
Io passo come un pellegrino pieno di desiderio
che ha smarrito la via.
E voi continuate ad essere della terra
mentre già vi bagnate d’eterno.
Grande è il vostro mistero, cose del mattino!
Una mano invisibile, una grazia silenziosa
vi ha modellate nella notte
ed ora state commosse a ringraziare
quel lungo amore notturno
quell’abbraccio possente e tenero
che vi lascia per tutto il giorno
con incantato sguardo di sogno.
O cose del mattino,
dite al mio cuore la dolce avventura
la celeste origine, sussuratemi il vostro nome.
Una casa che luccica al sole – sotto la tenda azzurra
del cielo – è un miracolo grande – per la mia anima –
C’è un dono in quella casa immobile – nel cielo tranquillo –
c’è un dono che mani invisibili – offrono con infinito –
delicato pudore.- Perché quella casa – sgorga dai puri
abissi – della creazione – senza motivo. Così, per me!

La sua aspirazione: la Parola nella profondità del reale

«Ho questa ambizione: – diventare un uomo di poche parole, anche di più nessuna parola, se è necessario, perché tutta la mia vita appartenga alla Parola, ed io sia sempre, limpidamente, tranquillamente, profondamente l’espressione di chi vive in me (vorrei persino dare un consiglio a tutti i… predicatori: di non preparare più parole, ma di verificare la “profondità reale” della parola).– riconquistare lo sguardo dei fanciulli sulla creazione.
O Signore! Che io viva sempre di quegli istanti. Strani, pieni di dolore, ma segnati del Tuo Sigillo, della Tua Presenza! (Che è grazia)».

L’ora della grazia

Perché chiamar sentieri
Le scie del destino?
Chiunque cammini, avanza
Come Gesù, sul mare.
Amo Gesù, che ha detto:
Passeran cielo e terra, resterà la mia parola”.
Qual fu tale parola?
Amor? Perdono? Carità?
No: quella parola fu,
Quella parola: “Vegliate!
Poiché non conoscete l’ora
In cui vi si dovrà destare;
Ben vigili dormir dovete:
Vegliate dunque!”.

(Antonio Machado [Qui])
(I testi dal Quaderno XI, 1960, presso il Cedoc SFR)

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PRESTO DI MATTINA
Il deserto e il pozzo

 

«Sono il pozzo e il deserto attorno al pozzo; traggo da me l’acqua che mi feconda. Queste parole che procedono da me, sono incapace di verificarle nella mia vita di ogni giorno. Ma io credo, io attendo ch’esse mi siano donate. Ne assumo la responsabilità. Io le bevo, poi le lascio ritornare nel silenzio» (Pierre Emmanuel,  Le desert et le puits, in Esprit, 320/9 1963, 202).

Olivier Clement [Qui]  ha scritto di Pierre Emmanuel [Qui] che egli vedeva ovunque il segno di una doppia assenza, di un duplice silenzio: quello di Dio sepolto nell’uomo che vive senza Dio, e quello dell’uomo sepolto nel pensiero che Dio è morto.

«Sole sventrato oscurità senza mistero… Il deserto grida invano un albero Signore». E tuttavia agli occhi del poeta un “sabato santo” è la storia, un vivere come «mirra nel deserto»: attesa, indugio ma anche appello, quando il desiderio di Dio presso il pozzo del suo silenzio, come presso la tomba chiusa del sabato santo, diviene per Pierre Emmanuel desiderio della Parola, esperienza del suo sorgere, del suo “sì alla Parola.

Una responsabilità verso la parola affinché non venga meno e non soccomba alla minaccia di una perenne assenza e definitivo silenzio. «Cammino nella mia parola ed essa mi aiuta ad avanzare… essa riaccende il senso «in attesa di una risurrezione inimmaginabile e forse imminente… Il mio incontro con la parola e con Dio è nel seno delle cose».

Ricorrente − soprattutto nei testi che hanno una trama biblica e alludono al pozzo di Isacco, di Giacobbe, della Samaritana − è negli scritti di Pierre Emmanuel il riferimento alla simbologia del deserto (come «silenzio di Dio») e del pozzo (ad identificare il suo mistero): «Così Giacobbe: il suo volto è l’orlo del pozzo/ Scavato da Dio nell’uomo e l’uomo in Dio, insieme», (Jacob, 90).

Nell’immaginario del deserto e del pozzo possiamo attingere così alla forma della realtà: un fuori (dehors) e un dentro (dedans) che ci consentono di scorgere il carattere simbolico della parola che accede al reale, lo apprende e infine lo comunica.

La sua è funzione di segno provvisorio che emerge dal pozzo e poi ritorna nel suo silenzio per attingerne di nuovo il senso. E in questo movimento di ascesa, discesa e risalita essa indica che c’è dell’altro, oltre, in fondo ciò che essa fa vedere alla superfice.

La parola è messaggera nell’esteriorità, il deserto del senso, di un’interiorità, il pozzo di acque feconde. Essa significa così nel fuori un dentro, eccedenza misteriosa e nascosta del senso del vivere. Ma non solo: nel suo manifestarsi la parola grida che il silenzio non è assenza, ma presenza che trasforma, fecondazione e gestazione di una nuova parola.

Per questo la realtà è “deserto” e “pozzo” insieme, un fuori e un dentro comunicanti l’uno con l’altro: «Lentamente, oscuramente, io sarò cambiato, rinnovato. Obbedirò senza nemmeno sapere al suggerimento dell’Essere: alla sua intenzione su di me che è il mio stesso essere. Voglio questa presenza profonda, questo significato di cui l’intenzione mi è nascosta. Non mi ha dato altra legge che tendere l’orecchio e dire. Ascolto e dico» (ivi).

Simile è così il poeta a Rachele al pozzo, l’unica vera amata da Giacobbe: «al limite del silenzio/ Ascolta l’enorme orecchio tutt’intorno/ Il deserto parla./ Il pozzo è una scala per il paradiso/ La tua anima è l’intero deserto, il cielo dei sogni».

Ma pure simile a Rachele è la Parola: Tu sei la strada e la scala e l’acqua nel pozzo. L’eternità, parte della Promessa»; il linguaggio è «fuoco greco» che nemmeno l’acqua può estinguere: «La tua fiamma innerva i mondi/ Senza toccare il profondo/ Distanza tra me e me/ Perché l’oceano del linguaggio/ Non è che un pozzo a cielo aperto/ di cui l’intero universo ne è il bordo e la grata/ Ma la stella in fondo al pozzo Immensità puntiforme m’intima al centro un segreto/vertigine di cui sono fatto/ Verbo senza parole o simboli/ Abisso della Parola/ voragine e battito del senso/ che mi sospende e mi trapassa/ che mi separa per sospendermi/ allo Zenith del mio nulla/fino alla roccia del mio nulla», (Evangeliaire, 30-31).

Deserto e pozzo sono i due volti, i due universi, il fuori e il dentro, il visibile e l’invisibile che connotano l’esperienza del reale, il suo mistero. Così per Pierre Emmanuel «il mistero è il senso nascosto sotto ciò che appare»; ciò che è visibile della realtà nasconde qualcosa d’altro, di cui essa diventa segno che manifesta un altrove in cui cercare.

Pertanto al fine di approcciarsi al mistero – ma sarebbe meglio dire per lasciarci avvicinare da lui − non serve essere un veggente, ma un viandante e nomade nel deserto delle apparenze. Come a dire che possiamo andare verso e attraverso l’invisibile senza abbandonare il visibile di cui è traccia, ma non senza però manifestare a questo mondo e ai suoi volti un’intima attenzione per scorgere attraverso il volto, il mistero che si illumina e si nasconde in esso.

Così per Pierre Emmanuel «credere al mistero e credere che tutto è segno e che ogni cosa compreso me stesso è figura che sempre porta un significato. O piuttosto sono io che dò significato senza distogliere lo sguardo dall’apparenza dove scelgo e dò diversa forma alle mie immagini.

Non fuoriesco mai dal mondo eppure in virtù del simbolo e della sua azione che trasforma io sono allo stesso tempo nel mistero, in sua presenza. Sono io che suscito dei segni per intendere attraverso essi l’eco che orienta la mia fuga: qui sta l’essenziale, il mistero è questo pensiero che di figura in figura fugge ad ogni limitazione oggettiva e gioisce presentendo l’eterno invisibile. Non posso afferrare l’impercettibile ma da lui sono preso» (Le desert et le puits, 194).

Si sperimenta la vita attraverso quel passante di valico, il duplice piano delle apparenze e del mistero, del fuori e del dentro e allo stesso tempo della loro unità. Facciamo esperienza della frammentazione e di ciò che mi manca, e tuttavia i segni e le parole ci ricordano qualcos’altro, indirizzano verso qualcuno mancante, con il quale poter formare un tutto.

Questa itineranza claudicante risponde dunque ad un’eco originaria che dal fondo del pozzo risale e sparpaglia le sue risonanze tra le dune ventose e sempre mobili, vaganti del deserto. Un’eco nella forma di un richiamo, di una vocazione che è «soffrire l’abisso di una distanza presentendone la pienezza: tale è la vocazione simbolica dello Spirito».

Ed in essa si rispecchia pure la vocazione poetica di Pierre Emmanuel: «Questa vocazione è per me essere un poeta. Essa dà alla mia poesia non solamente un linguaggio ma una destinazione. Vocazione che fa della mia poesia non è solo una lingua ma uno scopo.

Definisco poesia per quello che voglio che sia: un linguaggio orientato verso il significato nascosto – linguaggio di un essere che manca di Essere e che tende verso l’Essere pronunciando appunto questa mancanza. La poesia così intesa è un’attività singolare: la mia. Sono la mia poesia.

Ma al tempo stesso sono io e pure un altro. La mia poesia oltrepasserà sempre ciò che io sono al momento di scriverla. La poesia è Atto totale: l’Atto di chi si mette e si cerca nella sua parola. Colui che cerca se stesso si cerca al di là di se stesso mettendo il suo essere in ricerca dell’Essere ma sempre senza saperlo… Nessuna opera d’arte prende forma senza dare forma a chi lo crea», (ivi, 195; 200).

«In nome di che cosa?»

È il titolo di una comunicazione di Pierre Emmanuel al congresso della rivista Esprit fondata dal filosofo Emmanuel Mounier [Qui] (Au nom de quoi?, in Esprit, 325/2 1964).

I verbi che definiscono il linguaggio in quanto parola sono: affermare, designare, contestare, profetizzare. Infatti, scrive il nostro autore, «la parola è proiezione dello spirito creatore nell’esistenza di chi la proferisce e nel mondo in cui vive. La parola valorizza la realtà, essa incarna il linguaggio, vi introduce una presenza umana e credo pure divina come un fatto irreversibile e irriducibile» (ivi, 179).

In nome di cosa allora − si domanda il nostro autore − continuare a parlare, a scrivere ed affermare, designare, contestare e profetizzare?

La sua risposta abbastanza articolata circa il significato della letteratura in una società che dispone di nuovi mezzi di conoscenza offre una prima indicazione: «in nome della fame. Il nostro mondo della abbondanza e della sazietà non è altra cosa che il mondo della fame. La fame è l’esperienza decisiva dell’uomo “cosmico”, quella che determina ogni nostra sorte materiale e spirituale.

Perché la fame – fame organica – è diventata talmente un grido alle nostre porte che la nostra cultura occidentale viene annientata sotto i nostri occhi e che la nostra arte la nostra letteratura e anche il nostro pensiero assomigliano ai giochi alessandrini, nel vano tentativo di preservare, mentre si gioca per distruggerlo, un rituale le cui regole non hanno più senso e la carestia del copro si unisce così a quella dello spiritoLa vita interiore è forse solo questa fame che è divenuta cosciente e che trasforma il mondo, sia per nutrirsene che per scavare in esso» (ivi, 187; 189).

L’altra indicazione offertaci da Pierre Emmanuel è questa: «Io parlo in nome della parola che porto dentro di me e che mi contiene, come voi la portate e siete compresi in essa. Parlo per dare fiato alle parole divenute rarefatte, per respirare in loro nello stesso respiro, insieme accrescendo la mia capacità spirituale e il loro significato.

Dare un significato più trasparente alle parole della tribù”, rimane così la vocazione di ogni servitore del linguaggio, l’appello che ogni parola del linguaggio ci rivolge come suoi servi. Se non siamo tutti chiamati a fare poesia, siamo tutti poeti, creatori di senso – o i suoi procreatori

La parola è dentro me, costituisce il mio essere; non è lei che mi esprime più o meno bene, sono io che sono più o meno lei. Fintantoché non comprendo questa intimità, e dimoro nel luogo segreto nella parola, non sono trasformato da essa; dal giorno in cui scopro che sono io che parlo questa parola che mi oltrepassa, che io lo attesti o no, posso solo convertirmi o rifiutarmi a lei, esserle fedele o praticare consapevolmente l’infedeltà» (ivi, 93-94).

La fedeltà alla parola trova il suo spazio interiore, la sua più intima intimità, nel cuore: luogo della trascendenza della parola perché è lì che essa sorge in comunione con l’amore: «A questa trascendenza del Cuore si dedica il poeta: alla modificazione del nostro essere che essa comporta attraverso un rinnovamento personale o interpersonale, da una nuova nascita che è un presentimento indefinitamente ampliato e l’apertura di un senso infinitamente oltre l’intimità in cui tuttavia riposa in noi.

Questo oltre infinito, questa santità del Verbo, ci mette di fronte all’estraneità sconvolgente (étrangeté bouleversante) di questa Parola: l’uomo parla e la parola di cui si serve si apre dentro un abisso, su un Verbo inesauribile, la cui pienezza sempre perseguita, eternamente inconcepibile, è l’unica giustificazione delle nostre parole e l’essere stesso della nostra adorazione» (ivi, 195).

Il deserto non senza il pozzo; il Verbo dentro il silenzio

Perché quest’uomo
Chiamato Gesù
Che visse il suo tempo e la sua ora
Mi parla così
Non dal fondo dei tempi
Ma ora e qui
Non dico più sono storie
Comprendo ciò che mi si dice
Scruto la faccia del Libro
E vedo Lui.
Voi siete tutti fratelli vostro Padre è il mio
Io sono il suo Unico
Ogni uomo è in me.
(Evangeliaire, 243)

 

Signore, insegnaci a parlarti
Il fuoco sia la nostra lingua
Affrontando la notte

Signore insegnaci
A sostenere il tuo silenzio,
Quando l’ombra s’addensa e il fuoco si spegne.

Signore insegnaci a ravvivare
D’un soffio sulle nostre ceneri
Il tuo sorgere (Ton Orient)

Signore, insegnaci a consumare l’attesa,
Per far sbocciare l’alba che ci attende.

Signore, insegnaci ad ascoltarti
Tu che sei sulle nostre labbra
Quando preghiamo

Signore, insegnaci a chiamarti Padre nostro:
una preghiera che ha il sapore del pane.
Una preghiera che sia la nostra casa
(Evangeliaire, 118)

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PRESTO DI MATTINA
Sotto l’albero delle parole

 

Ricevo ancora posta dal Burkina Faso nonostante siano passati ormai più di venti anni dalla mia visita alle missioni dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri.

È frère Julien Zoungrana, responsabile provinciale della comunità in Africa, che scrive. Le sue lettere iniziano o si concludono sempre con un proverbio del popolo del Burkina Faso, che significa ‘il paese degli uomini retti’.

Nell’ultima lettera in linguaggio morè o mossi era presente un augurio e un compito: Kend n biisdrogem, dove kend sta per ‘camminare’, n per ‘chi’, biisd equivale a ‘fermare, far maturare, crescere, consolidare’, mentre rogm designa ‘parentela, parto, nascita, fraternità’. S’intende così esprimere che solo il movimento dall’uno all’altro, l’uno verso l’altro può consolidare i vincoli di fratellanza.

tetto Burkina Faso AfricaInsieme al proverbio una fotografia, che raffigura degli uomini che reggono un tetto. Impressionante il simbolismo raffigurato da quella immagine e sottotitolato da un altro porverbio: Aya! aya! n zèkdsugri, che significa ‘È solamente con una sinergia di azione che è possibile ricollocare il tetto di una casa’.

Anche in Burkina − mi scrive frère Julien − è necessario riporre sulla casa comune, con unità di intenti, il tetto della pace:

«Se guardiamo alla situazione attuale nel nostro paese, abbiamo le lacrime agli occhi, quindi sfortunatamente non abbiamo buone notizie. Gli atti terroristici si sono ripetuti in tutto il Paese, così come nei paesi vicini, rendendo la sicurezza precaria. Oltre ai tanti morti che si registrano ogni giorno, l’altra conseguenza di questa guerra asimmetrica è l’aumento del numero dei profughi, che ora supera il numero di 1.800.000.

È davvero triste e rattrista vedere come la violenza rallenti la pace e il processo di sviluppo che da sempre caratterizza il popolo burkinabè… Nelle nostre scuole, dall’inizio dell’anno scolastico, abbiamo accolto molti ragazzi e ragazze provenienti da famiglie povere, in particolare i figli di sfollati interni, ora chiamati rifugiati, nelle nostre scuole affinché possano frequentare regolarmente le lezioni.

Se l’aiuto che riceviamo da voi, cari amici, per il supporto a distanza è sempre utile e prezioso, potete capire quanto sia sempre più difficile far fronte a questa situazione. Quindi, se guardiamo a questo cammino fraterno di solidarietà e condivisione, che ci permettete di intraprendere continuando a garantire la scuola e la mensa quotidiana a tanti studenti, possiamo dire che guardiamo sempre al futuro con speranza.

La stessa speranza che ci permette di andare incontro ai bisogni dei bambini piccoli, spesso malnutriti. Questa speranza si fonda sulla certezza che il Padre Buono che si è fatto bambino, che si è fatto uomo per ciascuno di noi, non lascerà soli i suoi figli, anche là dove la sofferenza e la povertà sembrano avere il sopravvento».

A fissare con più attenzione quell’immagine di mani nascoste che ricollocano sulla casa il tetto, come a dire che insieme portano il peso di far rialzare la pace, mi ha fatto ricordare un corale degli anni ’80 di Marcello Giombini [Qui], che cantavamo nelle nostre liturgie e incontri sulla Parola di Dio.

«È un tetto la mano di Dio è un rifugio la mano di Dio è la pace la mano di Dio».

E così sono andato a cercare un racconto del vangelo di Luca sulle mani di Gesù, che esprimessero le mani di Dio come un tetto:

«C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei liberata dalla tua malattia”. Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, sdegnato prese la parola e disse alla folla: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato”. Il Signore gli replicò: “Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?”.

Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. Diceva dunque: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”» (Lc 13,11-19).

Scrutando ancora più in profondità nei miei ricordi è poi emerso anche il simbolo dell’ACHNUR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la cui rivista era bene in vista già dagli anni ’90 al Cedoc SFR. Il logo in copertina raffigura due mani che non solo fanno da tetto a una persona, ma formano con il palmo leggermente arcuato l’intera casa.

Così ho pensato che anche le mani dell’uomo sono un tetto per quel Dio umanato che si è sprofondato nell’umano e condivide il destino di chi ha fame e sete, è ignudo, rifugiato, forestiero malato, in carcere: perché dice il vangelo di Matteo 25, che ogni volta che le nostre mani sono state luogo di ospitalità, senza saperlo noi abbiamo ospitato anche lui, che si è impoverito per arricchire noi della sua umanità.

L’ALBERO DEL PALAVER

La parabola dell’alberello di senape mi ha fatto ricordare che in Africa vi è un albero simile − in origine un baobab − «l’albero del palaver [Qui]»; rappresenta il tradizionale luogo di aggregazione, di incontro all’ombra del quale ci si esprime sulla vita sociale e i problemi di interesse comune che riguardano un villaggio. È anche un luogo dove i bambini vengono ad ascoltare le storie di un anziano o si fa scuola. È un punto di dialogo, di riavvicinamento in cui tutti possono esprimersi per ritrovare vie di riconciliazione nella comunità.

«Il palaver africano» (l’arbre à palabre) è una singolare arte di conversazione e dialogo creativo per cercare collettivamente soluzioni pratiche alle sfide e ai conflitti quotidiani nelle relazioni personali, famigliari, comunitarie e intra-comunitarie.

La traduzione palaver (talora anche palaber) mal restituisce il senso di una ricca tradizione ancestrale socio-etica e religiosa propria di diversi gruppi etnici africani, che offre alla comunità strumenti per salvaguardare la giustizia, la pace, la coesione sociale e favorire solide scelte etiche, che promuovano il bene comune e la prosperità umana e cosmica…

Il palaver africano invita tutte le persone, che hanno a cuore la comunità, in uno spazio sacro di dialogo creativo sui modi per promuovere quelle norme etiche che favoriscono un’esistenza piena e combattere quei vizi o atti ingiusti, che pregiudicano la partecipazione di ciascuno al vincolo della vita».

Sotto l’albero del palaver ci si riunisce anche per condividere la Parola di Dio e tutte le parole generative di vita, quelle che suturano e rimarginano le ferite, avvicinano i lontani, l’estraneo, fratello; la parola compresa in tutti i suoi vari aspetti è itinerante, intreccia la periferia al centro e viceversa.

Legame e vincolo tra l’alto e il basso la parola è «come principio vitale in una catena ininterrotta di esistenza che va da Dio e dagli antenati all’umanità e a tutte le creature; come il prosperare, l’essere chi si è destinati a essere; il relazionarsi in modo giusto, partecipando e contribuendo al bene comune e condividendolo – e non si riferisce solo ai vivi (l’assemblea riunita), ma alla comunità, una nozione ampia e complessa che abbraccia anche gli antenati, i non ancora nati, ogni realtà spirituale, le creature visibili e invisibili, la vita ecologica, il pianeta e l’intero cosmo. Tutti e tutte nella comunità hanno qualcosa da offrire al comune vincolo della vita» (Stan Chu Ilo, Il metodo del Palaver africano, Concilium 2021/1, 89 ss.).

Sotto il palaver si sta come sotto un tetto sostenuto da tutti in vario modo; si prende la parola anche danzando, mimando, raccontando storie. Questo albero è diventato così il simbolo della libertà e del diritto di parola nella comunità, luogo di inclusività e di ascolto dell’opinione di ciascuno come decisiva per gli altri.

Nel gruppo etnico Ibo dell’Africa occidentale il palaver costituisce una istituzione egualitaria perché ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti. Il palaver è così uno spazio di ascolto, «uno spazio di parola veritiera» e, come parola pronunciata nel dialogo, manifesta tutta la sua forza di trasformazione e cambiamento, perché la verità guarisce, unisce e ricostituisce la comunità.

«Nelle comunità tradizionali africane, le profondità, la pluralità e le ramificazioni della verità emergono dall’ascolto paziente e dall’apertura e dall’attenzione alla parola detta – detta in libertà». La dinamica del palaver permetteva di spalancare il cuore e di parlare liberamente, soppesare insieme quei conflitti che rischiavano di minacciare la vita della comunità, ed era generativa di «un’etica del consenso» per salvaguardare, promuovere e proteggere il bene comune.

Come non riconoscere qui un processo sinodale esemplare anche per la chiesa di oggi che ci viene dalla cultura e chiese d’Africa? Non è forse questa la via che papa Francesco ha indicato anche alle nostre comunità che si facciano come l’albero del palaver, luogo comunicativo in ascolto del popolo di Dio sulle questioni di oggi, interpellando i battezzati e tutti coloro a cui sta a cuore la dignità e il destino umani?

Anche l’idea di sinodalità mette in atto un processo di interdipendenza tra le persone nell’ambito del governo ecclesiale. Lo stile sinodale infatti implica il radunarsi assembleare, la partecipazione di tutti al processo deliberativo, la cooperazione nello scambio, il dialogo e l’ascolto reciproco, la collaborazione nella comunione, sotto la presidenza del vescovo. La sinodalità presuppone questo esercizio di corresponsabilità, di un dare e ricevere per arrivare a un consenso della fede.

Del resto, lo stesso termine palaver si avvicina molto presso gli Ibo al concetto di sinodalità. «L’entrare in comunione delle persone unite da un vincolo vitale condiviso»: questa comunione che avviene in molteplici luoghi è generativa, secondo l’espressione di papa Francesco, di una “cultura dell’incontro”. Come l’arte di intrecciare cesti, il palaver esige un’arte della conversazione che intersechi e sia aperta alla diversità di prospettive e tollerante verso le differenze.

Mai senza l’altro” diviene così il life motiv di ogni esercizio di sinodalità e a me sembra che Clemente Rebora [Qui] l’ha declinato poeticamente: ogni parola è un chicco di una moltitudine di altri chicchi, e si sa come dice un altro proverbio africano di frère Julien:

«Nug bi yend ka wukd zom ye»
(Nug = ‘dito’, bil = ‘piccolo’, yend = ‘da solo’, ka = ‘non’, wugd = ‘raccogli’, zom = ‘farina’, ye = ‘!’)
per dire che “un dito senza le mani non può raccogliere la farina”.

Nihil fere sui.
(‘Nulla si fa senza consultare l’altro’)

Son l’aratro per solcare:
Altri cosparga i semi,
Altri èduchi gli steli,
Altri vagheggi i fiori,
Altri assapori i frutti.

Son la sponda per il mare:
Altri assetti le navi,
Altri spinga le prore,
Altri diriga il viaggio,
Altri tocchi le mete.

Il mio verso è un istrumento
Che vibrò tropp’alto o basso
Nel fermar la prima corda:
Ed altre aspettano ancora.

Il mio canto è un sentimento
Che dal giorno affaticato
Le notturne ore stancò:
E domandava la vita.

Tu, lettor, nel breve suono
Che fa chicco dell’immenso,
Odi il senso del tuo mondo:
E consentire ti giovi.
(Tutte le poesie, 134)

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Cover: i ragazzi della scuola di Baziri (Burkina Faso) e il loro maestro Philips Toè foto di Andrea Zerbini
Nel testo: foto di freire Julien Zoungrana

PRESTO DI MATTINA
Segui le orme

 

«Segui le orme del gregge», si legge nel Cantico dei cantici. Che altrove aggiunge: «Se non lo sai, o bella tra le belle,/ cammina sulle orme degli armenti;/ avvia le tue caprette,/ avviale alle dimore dei pastori»: come a dire ancora: «Fatti pastorella, e tu pure, tenendo dietro ai pastori, troverai il tuo amato là, dove si raccolgono i pastori sul meriggio».

Insegnamenti quanto mai attuali in questo tempo per le comunità cristiane, chiamate al pari dell’amata del Cantico a mettersi sulle tracce del gregge in cerca dell’Amato. E con lo stesso slancio: più del vino inebriante il suo amore, il desiderio dei suoi baci più del miele alla bocca; un ardente desiderio che ci conduce fuori da noi stessi, alla ricerca delle sue orme.

Sta per iniziare – mercoledì prossimo – il tempo della Quaresima, tempo di mettere i piedi in movimento nell’amore e nella pazienza di Cristo, calcando le sue orme. Una guida che ci precede nel cammino attraendoci.

A noi è chiesto di essere protesi così come ci invita l’incipit dell’inno liturgico della preghiera mattutina: «Protesi alla gioia pasquale,/ sulle orme di Cristo Signore,/ seguiamo l’austero cammino/ della santa Quaresima».

Sì, ancora una volta, una chiesa in uscita! Perché Lui è sempre in uscita, come viene descritto dalla Lettera agli Ebrei, ove si tratteggia una sequela desiderante e amorosa verso l’Amato: «Gesù per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città. Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura», (13, 12-13).

Non è un itinerario solo penitenziale, quello della Quaresima, ma un seguire, salendo, l’amore; l’esperienza di ciò che ci manca porta alla ricerca di Qualcuno: la presenza dell’Assente, la Parola viva del Silente, lo sguardo del Vivente, il volto dell’Amato che, dopo la Pasqua, precede ancora e sempre oltre i discepoli nella Galilea nelle genti che è l’umanità di oggi.

Ardisco dire allora che la Quaresima è un cammino verso l’intimità di amicizia e di amore con il Risorto, con la sua umanità trasfigurata e di nuovo nascosta nell’umanità dei fratelli e delle sorelle; un cammino mistico che porta all’indicibile e trasformante incontro, che riunisce la vita degli amici del Nazareno, gli uomini e le donne delle beatitudini come unisce nel Cantico l’Amato all’Amata: «l’amata nell’amato trasformata» (Giovanni della Croce [Qui]).

Ecco perché ai miei occhi è apparsa la possibilità di declinare e vivere il senso di questa Quaresima, cogliendola nella corrispondenza con il testo poetico de Il Cantico dei cantici. Nella sua narrazione ho intravisto una efficace e coraggiosa immagine di ciò che ci attende lungo il cammino e del senso di ogni peregrinazione della fede.

Ho pensato che, se a Pasqua si dovrà intonare il canto nuovo della risurrezione, quale guida più coinvolgente e attraente potrà essere la strada in compagnia del Cantico dei cantici?

Scrive Agostino a commento del salmo 149: «Tutti coloro che in Cristo vengono rinnovati e cominciano ad essere partecipi della vita eterna, cantano il cantico nuovo. E questo è un cantico di pace, un cantico d’amore… Quando canti l’Alleluia, devi porgere il pane all’affamato, vestire il nudo, ospitare il pellegrino… Così esalti Dio con la voce, così canti il cantico nuovo, così dici l’Alleluia col cuore, con la bocca, con la vita». Il canto nuovo è il canto dell’amore perduto e ritrovato, l’Alleluia pasquale.

Si canta dice Agostino quando l’amore vuole manifestarsi, cantare è di chi ama: “cantare amantis est”.

È una sfida che si dovrà affrontare lungo il cammino. Ancora l’inno liturgico ci ricorda: «La legge e i profeti annunziarono/ dei quaranta giorni il mistero;/ Gesù consacrò nel deserto/questo tempo di grazia. Sia parca e frugale la mensa,/ sia sobria la lingua ed il cuore;/ fratelli, è tempo di ascoltare/ la voce dello Spirito».

Origene[Qui], commentando il versetto 3 del salmo 23 del buon Pastore in cui si legge «Mi ha fatto ritornare, mi conduce per sentieri di giustizia per amore del suo nome», così scrive: «Il Cristo cammina in testa, come fa il pastore; traccia il sentiero perché le pecore non abbiano che da mettere i piedi nelle sue orme; più tardi, egli inviterà gli amici alla sua mensa. La giustizia è l’abitudine a compiere azioni giuste» (Il salterio della Tradizione, Gribaudi, Torino 1983, 112).

Nel commentario del poeta e mistico spagnolo Luis de León[Qui] le orme sono le parole dell’amato che dialogano con quelle dell’amata: «“Dimmi; o amore dell’anima mia,/ dove vai a pascolare il gregge,/ dove lo fai riposare al meriggio/ perché io non sia come vagabonda/ dietro i greggi dei tuoi compagni”. Fin qui ha parlato l’amata.

Ora parla l’amato e risponde: “Se non lo sai o bellissima tra le donne, segui le orme del gregge e mena a pascolare le tue caprette presso le dimore dei pastori. Non può sopportare un cuore generoso, che chi lo ama soffra molto per lui o per causa sua. Perciò, avendo l’amato capito che l’amata lo desidera e vuole parlargli, le dice di seguire le orme del gregge e lo troverà… L’amata non ignora se stessa, conosce di essere scura e abbronzata dal sole. Ciò che avverte è l’assenza del suo sposo; ciò che desidera è sapere di lui, perciò lo prega di dirglielo».

Le orme del gregge sono la promessa di amore dell’amato, l’ultima sua parola, inizio del sentiero che la porterà all’incontro. La promessa è così parola simile all’orma, tra le tante parole che si scambiano è l’ultima che l’amato le affida come l’orma, dice Luis de León.

L’orma è l’ultima parte del piede capace di segnare il cammino: per questo seguire le orme equivale a lasciarsi guidare dalla promessa d’amore. «Orma in ebraico “hacab”, che è l’ultima parte del piede, il calcagno, e, usando la causa per l’effetto, è come dire: “l’orma che si lascia con il piede e con il calcagno”.

Dire che segua l’orma si può intendere in due modi: che l’amata segua l’amato o che segua l’orma lasciata dal gregge che è già passato; che vada dietro agli stessi capretti, seguendo le tracce che, per amore o per istinto naturale, li guidano verso le madri; esse la congiungeranno al suo amato.

Perché dobbiamo intendere che, come si suole fare, i capretti erano chiusi in casa, mentre l’amato portava le madri al pascolo e nei campi. E aggiunge: mena a pascolare le tue caprette presso le dimore dei pastori, che è come dire: ti porteranno dove le porta l’amore e dove hanno il loro pascolo, che è il luogo dove io sto con gli altri pastori», (Commento al Cantico dei cantici, Roma 2003, 52-53).

Il senso spirituale si può intendere anche in altro modo. La via per trovare Dio e la virtù non è quella che ognuno vuole immaginare e tracciare per conto proprio, ma è già indicata da coloro che ci hanno preceduti nel cammino della fede. La sequela Christi si fa camminando insieme agli uomini e alle donne delle beatitudini, calcando sentieri di giustizia.

Non solo orme, allora, ma anche baci.

Questi introducono l’inizio del cantico e li ritroviamo alla fine come le due polarità attraverso cui principia, si distende e culmina tutta la narrazione della storia drammatica di questo amore: che se è forte come la morte perché ad entrambi non ci si può sottrarre, è tuttavia assai più indomabile della morte: «Un rogo sono i suoi impeti/ d’incoercibili fiamme: non vale/ il mare a sopirne gli ardori,/ né a travolgerlo i fiumi» (traduzione poetica di Agostino Venanzio Reali).

«Mi baci coi baci della sua bocca! Perché buoni sono i tuoi amori, più del vino» (Ct 1,1). Letteralmente sarebbe: «mi baci con qualsiasi bacio», anche fatto di parole e di silenzi, di sguardi o di nascondimenti; tutto può essere un bacio d’amore, l’incontro come l’attesa, purché diventino la trama di una storia in cui una volta si cerca e un’altra si è cercati, ovvero si cerca e si trova insieme.

Il disvelarsi di una presenza, di una bellezza interiore, che rende belli anche fuori in modo sorprendente: «Chi è costei che sorge come l’aurora,/ bella come la luna, fulgida come il sole,/ terribile come schiere a vessilli spiegati?» (Ct 5,10).

L’aspirazione più grande: «Come vorrei che tu fossi mio fratello,/ allattato al seno di mia madre!/ Incontrandoti per strada ti potrei baciare/ senza che altri mi disprezzi./ Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre;/ tu mi inizieresti all’arte dell’amore./ Ti farei bere vino aromatico/ e succo del mio melograno./ La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia», (Ct 8,1).

A questo proposito ci ha ricordato Gianfranco Ravasi[Qui] nel suo commentario al Cantico, che nella lirica amorosa egizia e mesopotamica, è costante l’uso degli epiteti «fratello-sorella» riferito agli innamorati. Ma lo steso si registra nel linguaggio amoroso dell’antico Vicino Oriente, ove l’amato veniva chiamato “fratello”; come in Ct 4,9.10.12; 5,1 e l’amata era interpellata anche come “sorella, sorella mia”.

Spigolando nelle interpretazioni ebraiche del Cantico si legge: «Nell’ascolto della Parola, il popolo di Dio consegue la più dolce intimità con il suo Signore, riconosce il proprio carisma e pone la sua delizia: “Il Signore… ha parlato con noi faccia a faccia, come chi bacia qualcuno, per la grandezza del suo amore, con cui ama noi più che le settanta nazioni”.

Israele, dunque, “ama camminare dietro la Legge buona”; è la Parola, infatti, la “fonte d’acque vive”, che lo disseta e che scorre perenne “come… le acque del grande fiume che scaturisce dall’Eden”; è la Parola il cibo che lo nutre, la guida che lo conduce, lai dolcezza che lo inebria, la medicina che lo guarisce», (Cantico dei Cantici, Targum e antiche interpretazioni ebraiche, Roma 1987, 69).

Ma è Bernardo di Chiaravalle[Qui], che nei suoi sermoni dà un’interpretazione spirituale suggestiva nel paragonare le tappe e il progresso del cammino spirituale attraverso la simbologia di tre baci. Il bacio dei piedi, quello della mano ed infine il bacio della bocca.

Il primo si riferisce al cammino penitenziale, il secondo alla grazia dell’amicizia del discepolo con il maestro: intreccio di umanità, il terzo è quello dell’intimità e unione mistica, esperienza che avviene dal dono dello Spirito.

Il bacio dunque come segno di riconciliazione, come segno umanissimo di pace tra fratelli poi: bacio santo tra cristiani che ne istituisce la fratellanza. E infine, come “sigillo sul cuore come sigillo sul braccio” (Ct 8,6), il bacio dell’effusione dello Spirito che introduce nel cammino contemplativo e porta all’unione mistica:

«La sua sinistra è sotto il mio capo/ e la sua destra mi abbraccia», (Ct 2, 6) senza tuttavia chiudere nell’intimismo perché risuona la voce dell’amato, che invia ai fratelli e alle sorelle per narrare con il canto anche a loro la prossimità di un amore: «Alzati, amica mia,/ mia bella, e vieni!/ Perché, ecco, l’inverno è passato,/ è cessata la pioggia, se n’è andata;/ i fiori sono apparsi nei campi,/ il tempo del canto è tornato» (Ct 2, 11-12).

Bernardo scrive «Il bacio, tutti lo sappiamo, è segno di pace. Se dunque, togliamo di mezzo l’ostacolo e l’ingiustizia e ci sarà la pace. Pertanto, quando facciamo penitenza, per ottenere la riconciliazione con Dio, dopo aver cancellato il peccato che ci separa da lui, il perdono che ci viene accordato, come altro potrei chiamarlo se non un bacio di pace? Ma noi non dobbiamo posarlo in nessun’altra parte se non ai piedi del Salvatore, poiché colmo d’umiltà e verecondia deve essere l’atto che ripara la superbia della trasgressione.

Ma quando, per vivere una vita più pura ed essere più degni di intrattenerci con Dio, ci vien fatto dono dell’ancor maggiore grazia di una certa piacevole familiarità con Lui, allora leviamo il capo dalla polvere con fiducia ancor più grande, per baciare, come si usa, la mano di colui che ci ha fatto del bene, il benefattore».

Ed infine il bacio per eccellenza, cioè di quello della bocca: «altro non è se non l’infusione dello Spirito Santo. Infatti, se si considera il Padre colui che bacia e il Figlio colui che viene baciato, non sarà fuori luogo ravvisare nel bacio lo Spirito Santo, il quale è la pace inalterabile del Padre e del Figlio, il loro saldo legame, il loro amore inseparabile e la loro indivisibile unità. Abbi fiducia, chiunque tu sia, abbi fiducia e non esitare» (Sermone sul Cantico dei Cantici, Casale Monferrato 1999, 74+)

È così che io immagino il cammino della Quaresima proteso alla gioia pasquale: nel segno dei tre baci della riconciliazione, della dolce amicizia con l’umanità di Cristo e del dono dello Spirito del Risorto, perché è «solamente l’amore che tiene perfettamente uniti» (Col 3,14).

Ho cercato se tutto questo poteva dirsi in poesia ed ho trovato, per grazia, orma e bacio.

Una traccia
Quando tu cammini di buon passo,
loro sono lì a migliaia a seguire la tua traccia:
la coorte degli uomini,
gli occhi sulla nuca, le reni, le caviglie, di colui che
precede.
Migra, la nostra specie, fino alla Terra del Fuoco,
fino al piede sulla luna,
e lascia solo una traccia.

Un lieve umido bacio
Le graminacee accarezzano le dita le dita dei
camminatori dell’alba,
danno del tu alle loro caviglie con un lieve umido
bacio.
Esse benedicono i migranti poi l’alba dei tempi.

(Jean-Pierre Sonnet)

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PRESTO DI MATTINA
La parola attesa

 

Una parola attesa: «Non lo vedo / ma continuerò a cercarlo fino al giorno / dei miei ultimi passi sulla terra» (Jorge Luis Borges [Qui]).

La Parola attesa è nondimeno parola nel cuore. Quando si ama qualcuno, infatti, la sua parola è attesa e al tempo stesso già nel cuore: «Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercela e farcela udire e lo possiamo vivere? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30, 13-14).

La parola attesa è quella dialogante e generativa di ecumene: oikoumene, una casa in cui tutti vivono, lo spazio comune in cui ciò che è di tutti viene compreso e accolto nella propria realtà locale, culturale, sociale e religiosa, e poi, attraverso questo arricchimento di diversità, condiviso nuovamente con chi abita nella casa comune. Oikéo/abitare è il verbo che declina e struttura l’ecumene, il lessico della fraternità.

La ‘Domenica della parola’ che si celebrerà domani è invito a riscoprire la centralità della Parola di Dio per farla dimorare negli abissi nella nostra vita e scoprirvi quella beatitudine che viene ogni volta dall’essere accolti e dall’accogliere: «Beato/accolto chi ascolta la Parola di Dio!», (Lc 11, 28).

Voluta da papa Francesco per tutta la Chiesa con una lettera del settembre 2019, ricorda uno degli ultimi gesti di Gesù dopo la Pasqua ai discepoli, come quando guariva per le vie della Palestina i sordomuti dicendo loro: «Effatà/Apriti!». Ora tocca anche noi: «Aperuit illis sensum ut intellegerent scripturas. Aprì loro l’intelletto per comprendere le Scritture» (Lc 24,45).

Nel riverbero cangiante in esse della rugiada dello Spirito si entra dentro quel mistero d’amore libero e liberante che è il mistero pasquale di morte e risurrezione. La Pasqua è la porta aperta per dimorare nelle Scritture sante, un ascoltare, comprendere, praticare insieme la Parola e, nel pane condiviso, realizzare insieme una familiarità promessa.

Si celebra la terza domenica del tempo ordinario, quest’anno appunto il 23 gennaio; tempo particolarmente significativo, perché ogni anno questa domenica cade nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio festa della vocazione/conversione dell’apostolo Paolo.

Il tema è: “Abbiamo visto apparire la Sua stella in Oriente” (Matteo 2:2). Una settimana introdotta, come ogni anno, dalla giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (il 17 gennaio), il testo per la riflessione è: “Realizzerò la mia buona promessa” (Ger 29, 10). Geremia ci invita a “stare positivamente dentro la realtà”, dentro l’ecumene mettervi radici e a starci in modo ‘generativo’, perché la promessa di Dio resta costante nella storia.

Il cammino ecumenico verso l’unità dei cristiani nacque dal risveglio missionario delle chiese, più di cent’anni fa, divenute consapevoli che per rendere credibile e autentica la testimonianza al vangelo si dovevano superare l’incoerenza e curare le ferite delle divisioni tra i cristiani pena l’irrilevanza del loro annuncio.

Già allora le chiese si misero in uscita missionaria per convenire da diversi cammini ed esperienze all’unità dell’unica Chiesa di Cristo. Pure con il concilio si intraprese il cammino del dialogo interreligioso, che ebbe una tappa fondamentale nell’incontro di Assisi del 27 ottobre 1986 voluto fortemente da papa Giovanni Paolo II, poi continuato da Benedetto XVI.

Questi cammini non possono che arricchire e aprire ad estuario il nostro camminare insieme a partire dalle nostre comunità, per avere parte ad un ecumene più grande di fraternità tra i popoli e le religioni.

Ricordava papa Francesco all’inizio dell’ottavario di preghiera – così viene chiamata la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – il 18 gennaio 2019: «L’unità dei cristiani è frutto della grazia di Dio e noi dobbiamo disporci ad accoglierla con cuore generoso e disponibile… Per compiere i primi passi verso quella terra promessa che è la nostra unità, dobbiamo anzitutto riconoscere con umiltà che le benedizioni ricevute non sono nostre di diritto ma sono nostre per dono, e che ci sono state date perché le condividiamo con gli altri.

In secondo luogo, dobbiamo riconoscere il valore della grazia concessa ad altre comunità cristiane. Di conseguenza, sarà nostro desiderio partecipare ai doni altrui. Un popolo cristiano rinnovato e arricchito da questo scambio di doni sarà un popolo capace di camminare con passo saldo e fiducioso sulla via che conduce all’unità».

Il cammino ecumenico con le altre chiese e confessioni cristiane, come il dialogo interreligioso con le altre religioni e il cammino di fraternità con i popoli per quell’ecumene globale che è la nostra terra e l’intera creazione sono allora per papa Francesco un obbedire a Dio, ob-audire, in profondità, un ascolto dal basso, dalla terra, dalla base perché è lì che la sua parola germoglia in ogni spirito, da ogni gemito o sospiro, oltre che discendere come la pioggia a fecondare ed irrigare la terra per poi ritornare, risalire a lui non senza effetto.

Un obbedire a Dio mettendosi in marcia, con la propria identità in relazione, non per diluirla o perderla ma, al contrario, mettendola in gioco per riscoprirla in ciò che ancora di essa rimane nascosto e che affiora nel vivere insieme e nel condividere spalla a spalla, passandosi la voce per arrivare a fare una ola, un’onda dell’ecumene dei popoli sempre più globale.

Nel corso del viaggio apostolico in Iraq, papa Francesco ha posto un altro importante tassello nel processo del dialogo interreligioso; vi si legge grande coerenza, unità e attualizzazioni degli orientamenti e dei valori espressi negli scritti del suo magistero con Il documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana, e poi l’enciclica Fratelli tutti.

Così papa Francesco all’incontro interreligioso di Ur in Iraq, il 6 marzo 2021: «Questo luogo benedetto ci riporta alle origini, alle sorgenti dell’opera di Dio, alla nascita delle nostre religioni. Qui, dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa. Qui egli sentì la chiamata di Dio, da qui partì per un viaggio che avrebbe cambiato la storia. Noi siamo il frutto di quella chiamata e di quel viaggio.

Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle (cfr. Gen 15,5). In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi. E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra.

Guardiamo il cielo. Contemplando dopo millenni lo stesso cielo, appaiono le medesime stelle. Esse illuminano le notti più scure perché brillano insieme. Il cielo ci dona così un messaggio di unità: l’Altissimo sopra di noi ci invita a non separarci mai dal fratello che sta accanto a noi.

L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo. Noi, discendenza di Abramo e rappresentanti di diverse religioni, sentiamo di avere anzitutto questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo. Tutti ne abbiamo bisogno, perché non bastiamo a noi stessi. L’uomo non è onnipotente…

Alziamo gli occhi al Cielo per elevarci dalle bassezze della vanità; serviamo Dio, per uscire dalla schiavitù dell’io, perché Dio ci spinge ad amare. Ecco la vera religiosità: adorare Dio e amare il prossimo. Nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo o ne offre un’immagine distorta, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità…

Camminiamo sulla terra. Gli occhi al cielo non distolsero, ma incoraggiarono Abramo a camminare sulla terra, a intraprendere un viaggio che, attraverso la sua discendenza, avrebbe toccato ogni secolo e latitudine. Ma tutto cominciò da qui, dal Signore che “lo fece uscire da Ur” (cfr. Gen 15,7). Il suo fu dunque un cammino in uscita, che comportò sacrifici: dovette lasciare terra, casa e parentela. Ma, rinunciando alla sua famiglia, divenne padre di una famiglia di popoli.

Anche a noi succede qualcosa di simile: nel cammino, siamo chiamati a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppi, ci impediscono di accogliere l’amore sconfinato di Dio e di vedere negli altri dei fratelli. Sì, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri. La pandemia ci ha fatto comprendere che «nessuno si salva da solo» (Lett. enc. Fratelli tutti, 54) ».

Dell’unità attraverso le diversità camminando insieme ne parlava già nel III secolo Atanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto [Qui] quando scriveva: «In un coro composto di molti uomini, bambini, donne, vecchi e adolescenti, sotto la direzione di un solo maestro, ciascuno canta secondo la propria costituzione e capacità, l’uomo come uomo, il bambino come bambino, il vecchio come vecchio, l’adolescente come adolescente, tuttavia costituiscono insieme una sola armonia.

Altro esempio. La nostra anima muove nello stesso tempo i sensi secondo le peculiarità di ciascuno di essi, così che, alla presenza di qualche cosa, sono mossi tutti simultaneamente, per cui l’occhio vede, l’orecchio ascolta, la mano tocca, il naso odora, la lingua gusta e spesso anche le altre membra del corpo operano, per esempio i piedi camminano. Se consideriamo il mondo in modo intelligente constateremo che nel mondo avviene la stessa cosa», (PG 25, 83-87).

Anche nella poesia le parole camminano insieme anche se vanno su e giù e di traverso, fuori le righe, note senza spartito; a loro è concessa licenza poetica, quella di mettere tutto sottosopra, come scintille di affetti nascosti portati alla luce al venire della notte.

Così rivado a una poesia di Pedro Casaldáliga [Qui], come un richiamo e un eco consonanti al testo poetico di Luis Borges:

«Galleggiano ombre di me, legni morti.
Ma la stella nasce senza rimprovero
sopra le mani di questo bambino, esperte,
che conquistano le acque e la notte.
Mi basti conoscere
che Tu mi conosci
interamente, prima dei miei giorni».

(Carta de navegar [Por el Tocantins amazónico], in El tiempo y la espera, Santander 1986).

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PRESTO DI MATTINA
la gioia nell’unità

«Gaudium unitate»: la gioia nell’unità, dove il sostantivo unitas è declinato all’ablativo unitate, anziché al genitivo unitatis onde sottolineare, non già una determinazione della gioia che la specifica, la gioia dell’unione, ma per evidenziare ciò che ne è la causa, uno stato in luogo figurato, là dove essa si origina, l’ambito in cui se ne fa esperienza al vivo.

Frutto di quel ‘convenire insieme per vedere, valutare, ed agire insieme’, affinché la gioia del Signore – che è là dove due o tre sono riuniti nel suo nome – sia forza per tutti, gioia di entrare tutti per la stessa soglia, quando si celebra e quando si riflette e si vive insieme.

Ho pensato così che l’espressione In unitate gaudium potrebbe essere un buon titolo di una esortazione di papa Francesco ai cristiani in sinodo, al fine di focalizzare il rapporto fondamentale tra sinodalità e liturgia.

L’invocazione dello spirito nella storia e nella celebrazione liturgica fa si che la celebrazione eucaristica, come lo è la liturgia per l’agire della chiesa, sia fonte e culmine pure del processo sinodale, punto di arrivo, origine e meta del cammino dei cristiani.

La sinodalità non è infatti un metodo, una strategia pastorale come pensano alcuni, ma «l’ordine sinodale è un modo di esprimere il primato dell’amore a livello stesso della Chiesa» (Ghislain Lafont [Qui]), primato dello Spirito di amore così come viene celebrato e vissuto nell’assemblea liturgica che poi deve traboccare nella storia e nelle relazioni tra le persone.

La celebrazione eucaristica costituisce così il paradigma fondamentale dell’evento e del processo sinodale. Come l’eucaristia deve continuare nella vita, così la sinodalità è esercizio permanente, affinché non si abitino solo i luoghi ma le relazioni, non si vivano gli eventi ma i processi.

È lo Spirito Santo che invocato sul pane e sul vino rende presente il Signore Gesù nell’assemblea domenicale, ed è lo stesso Spirito poi che abita le nostre relazioni, suscitando nell’atto del convenire processi che maturano verso il consenso e stili di vita e forme istituzionali più evangelici.

«È il primo attore del sinodo – ricordava il papa al Sinodo amazzonico – per favore, non lo scacciamo; dobbiamo consentire allo Spirito di esprimersi». La sinodalità è così ascolto dello Spirito che parla alle chiese e ai singoli battezzati per attuare convergenze: «Dove lo Spirito è presente, c’è sempre un movimento verso l’unità, ma mai verso l’uniformità», (Ritorniamo a sognare, 75).

In questa prospettiva l’eucaristia diviene atto educativo e performativo: una mistagogia, iniziazione ad un tempo al mistero pasquale e al camminare insieme; essa introduce nel mistero del pane spezzato lungo il cammino condiviso.

Come nella liturgia eucaristica così nel processo sinodale si compie la stessa «dinamica evangelica di un Dio che si avvicina, ascolta, vede e risponde. L’obiettivo di un processo sinodale è annunciare il Vangelo in un dato contesto per andare incontro alle particolari sfide delle persone che vivono in quel luogo. La sinodalità permette alla Chiesa di incarnare ciò che proclama», (Mario Grech [Qui], nuovo segretario generale del Sinodo dei vescovi).

L’ultimo scritto dello storico Giuseppe Alberigo (1926-2007) [Qui], che fu segretario e anima dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna (Fscire) fondato nel 1953 da Giuseppe Dossetti [Qui], è come il suo lascito testamentario alla Chiesa italiana e ai suoi collaboratori. Egli diresse e coordinò l’équipe prevalentemente internazionale dalla quale sono usciti i cinque volumi della Storia del concilio Vaticano II.

«Sinodo come liturgia» è il titolo del suo testo pubblicato su Regno-doc. 13, 2007, 443. L’invito e la consegna dell’allievo di Hubert Jedin e di Delio Cantimori è stato quello di proseguire la ricerca sul rapporto tra momento eucaristico-sacramentale dell’assemblea liturgica e il momento sinodale della vita ecclesiale, al fine di arrivare a dare un autentico carattere assembleare alla chiesa come pure alla celebrazione dell’eucaristia.

Così Alberigo scriveva nell’articolo: «A quasi mezzo secolo dalla conclusione del Vaticano II, occorre riconoscere che la conciliarità ha ottenuto maggiori consensi a livello dottrinale che istituzionale e, tanto meno, ha inciso sulla vita delle comunità. Infatti quasi tutte le forme di organizzazione delle Chiese cristiane provano difficoltà e resistenze a darsi istanze stabili di comunione e di partecipazione generalizzata, alle quali sia riconosciuta anche un’effettiva, operante autorità decisionale.

La tenace resistenza dell’egemonia “clericale”, concentrata nelle rivendicazioni romane, costituisce un ostacolo verso un rinnovamento conciliare, altrettanto quanto la – simmetrica – radicata passività del popolo credente.

È diffusa la convinzione che sia necessario ripensare la concezione della Chiesa a partire dai dati certi ed elementari della fede oggi e che si debba ridisegnare un’ecclesiologia istituzionale coerente. Sembra opportuno un ripensamento tanto fedele alla Tradizione, quanto libero e creativo.

Insistere a ritenere adeguato per la comprensione della Chiesa lo schema centro/periferia pone ormai al di fuori della realtà e costituisce un ostacolo alla realizzazione della comunione. Troppo frequentemente l’esasperazione di un’ecclesiologia insensibile sia alla centralità della comunità eucaristica, sia alle identità culturali delle diverse aree, insiste a esaltare il modello del “capo”.

Ne è frequentemente conseguito l’azzeramento – o quasi – dello spazio e del riferimento all’azione dello Spirito Santo, nonché la marginalizzazione del popolo fedele. Sembra necessario riconoscere che la ricerca – pure legittima – della certezza e della stabilità nelle strutture della Chiesa e nella sua vita concreta esige di essere composta con delicato discernimento col riconoscimento dell’imprevedibile soffio dello Spirito e con la correlativa dinamica dei carismi e, pertanto, richiede nuovi paradigmi» (ivi, 443-444).

«Non soltanto comunità, ma comunità assembleare, comunità tutta gravitante verso il suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea, in un atto assembleare organico», così concludeva Alberigo ed è questo il cammino che papa Francesco ripropone anche oggi alla Chiesa.

Per la settimana mariana, lo scorso ottobre in diocesi, le riflessioni alle messe infrasettimanali tenute dai celebranti hanno inteso fare memoria e ridestare alla coscienza delle persone provenienti delle parrocchie cittadine l’operosità che le nostre comunità hanno mostrato nell’ultimo Sinodo (1985-1992) promosso e guidato dal vescovo Luigi Maverna.

A me era stato affidato il tema: “Eucarestia pane per il cammino”. Si trattava di mediare la riflessione attraverso le letture bibliche del giorno: Giona 4,1-11; e il Padre nostro in Lc 11,1-4.

Pane in cammino è la parola profetica. Essa cammina innanzi, battistrada che apre la strada verso gli altri; è portatrice di perdono, perché animata dallo Spirito, colui che è la remissione stessa dei peccati, parola generatrice di inclusione e di condivisione senza misura: questo ci dice la parabola di Giona profeta.

Egli non fa che tracciare confini, marcare la differenza, attestare la diversità tra lui e i pagani, rifiutarsi di seguire la Parola, escludersi per escludere e invece i marinai nella nave in tempesta fanno di tutto per riconoscere la sua diversità anche religiosa e accettarla, anziché buttarlo a mare per calmare la tempesta.

La parola di Dio tutte le volte lo riporta sulla strada verso l’inclusione; essa rimane aperta in attesa della sua conversione, anche quando lui resta chiuso in se stesso. Pane in cammino è la parola di Dio, non solo per i destinatari di questa parola, gli abitanti di Ninive, ma anche per colui che la porta. Anche per Giona, anche per la chiesa, la parola di Dio, è pane in cammino, pane di conversione che reimmette sulle strade di Dio.

Pane del cammino è la preghiera del Padre nostro. Si chiede il pane quotidiano, per arrivare a nutrirsi del pane della Parola e imparare che non si vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

«Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore», (Dt 8, 3-4).

Il Padre nostro è viatico, pane per il viaggio, nel nostro esodo verso il Padre, che nutre la nostra fraternità in Cristo. Proprio perché posto nel cuore della celebrazione liturgica, il Pater noster pone nel cuore di ogni preghiera il mistero pasquale e diventa così pane per una chiesa in cammino sinodale.

Pane del camminare insieme è allora l’eucaristia. La chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia apre sempre di nuovo il cammino della chiesa. Nel segno del pane condiviso l’eucaristia diventa pane sinodale, per nutrire i fedeli nel consenso della fede e nell’impegno a perseguire la comunione.

La descrizione della Didaché dell’assemblea cristiana convocata alla mensa domenicale può allora essere presa come immagine della sinodalità: «Nel modo in cui questo pane spezzato era dapprima grano sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli», (9, 4).

La gioia nell’unità è simile alla ‘nostalgia del mare’, propria dell’uomo che solca i mari, lontano dalla patria, o di chi migrante rafforza in lui l’istinto di vita, e la nostalgia diventa lotta per il futuro. Chi l’ha sperimentata una volta è sempre pronto a prendere il largo e ripartire.

Soledad-Saudade dicono i brasiliani, un ardente desiderio che è nostalgia di una presenza che spezzi la solitudine, di un incontro che riaccenda la gioia del ritrovarsi insieme; uno stato d’animo non passeggero e non futilmente sentimentale, caratterizzato da ricordo che infonde speranza; un sentire congenito alla solitudine in cerca di solidarietà.

Antoine de Saint-Exupéry [Qui] ci ricorda: «Se vuoi costruire una barca (e la Chiesa è una barca), preoccupati sì di avere il legname, i carpentieri, i fuochisti e i mozzi di bordo, ma più ancora, se vuoi costruire una barca, preoccupati di dare a tutti la nostalgia del mare infinito”: Gaudium unitate.

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PRESTO DI MATTINA
Tempo delle confidenze è l’Avvento

 

Tempo delle confidenze è l’Avvento.

La fede nasce dall’ascolto del cuore, al venire di una parola altra. Essa cresce poi poco a poco nel confidarsi scambievole, che crea uno slargo di ‘mutua interiorità’. Perché la fede è l’avanzare non senza ostacoli di un’intesa, di una comunanza che interpella, provoca e ricrea sempre di nuovo l’ambito della libertà che acconsente all’altro.

E si approfondisce così, nonostante dissonanze e diversità, l’intimità dell’alleanza: ambito di arrivo, di sosta e di ripartenza per nuove convergenze e consonanze imprevedibili e impensate: gaudium amicitiæ, la gioia nell’amicizia.

Nel silenzio dell’assemblea − era la prima a domenica di Avvento, ed anch’io ero in ascolto della Parola − risuonava solo la voce del lettore all’ambone, che intonava il salmo dell’alzarsi confidente in Dio del salmista.

D’improvviso furono gli ultimi due versetti del salmo ad aprimi per la prima volta alla chiara consapevolezza dell’Avvento come il tempo delle confidenze. Fu un’intuizione, un attimo fulmineo così singolare e intenso, quasi che quella scrittura parlasse proprio a me in quel momento preciso; e così di fronte a questa notizia gioiosa mi sono riproposto di vivere questo tempo, aprendomi alle confidenze che Dio ci fa attraverso la sua Parola.

«Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza» (Sal 24/25, 14).
All’udire sobbalzai interiormente ripetendo a me stesso: “Il Signore desidera confidarsi, si confida a chi in lui confida”.

Il termine ebraico sôd, il consiglio segreto, i misteri, indica il riunirsi e mettere a conoscenza i segreti, le confidenze l’uno dell’altro in un rapporto di coalizione e di alleanza. Letteralmente suonerebbe così: “Il segreto dell’Eterno è rivelato a coloro che lo temono”. La confidenza è così una via mistica che rende partecipi e uniti a un mistero di amore.

Occorre notare che con l’espressione ‘timore del Signore’ nei testi sapienziali si intende indicare nella sua globalità e articolazione la relazione della fede; si allude alla fede stessa di fronte al mistero dell’altro, del suo comunicarsi e svelarsi misterioso, imprevedibile, di fronte alla sua libertà, che si lascia interpellare solo da un’altra libertà che si affida.

Così ‘chi lo teme‘ è lo stesso di colui che confida in lui, di chi rischia con lui la propria libertà in un’impresa, amicale, amorosa, sapendo di stare di fronte a un alleato che è con te, ma è diverso da te, nella sua singolarità e libertà non manipolabili.

Così l’esperienza della fede è l’esperienza dell’irriducibilità dell’altro e al tempo stesso di una possibile comunanza: lo si perde se tentiamo di ridurlo alla nostra misura. L’altro non è un oggetto di cui disporre liberamente; non è opera delle mie mani.

Di fronte all’altro mi trovo di fronte al suo mistero e a quella ‘sacralità’, dignità della vita stessa i cui caratteri, direbbe lo storico delle religioni Rudolf Otto [Qui], sono tremendum et fascinas, tanto da intimorirti, fermarti a distanza e attrarti allo stesso tempo con il suo fascino irresistibile.

E tuttavia, colui che è il Totalmente Altro e Totalmente Indeterminabile nella sua libertà, viene a confidarsi e, venendo corrisponde la sua amicizia e apre la sua intimità là dove è accolto.

Il libro dei Salmi è il luogo privilegiato per scoprire e apprendere le confidenze di questa vita nell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Narra i momenti felici e drammatici, le separazioni e i ricongiungimenti, il confidarsi poi delle gioie e dei dolori, le difficili attese, i silenzi interminabili, i soliloqui, i dialoghi, il perdersi e il ritrovarsi, in forma di suppliche o rendimento di grazie o di mute, notturne confidenze. Si ritrovano in essi i lamenti di Giobbe e gli slanci amorosi e l’intimità mistica del Cantico dei cantici, così come quella profetica di Isaia, Geremia, Osea.

Gesù è il sacramento che ci fa incontrare le confidenze di Dio, la sua intimità più nascosta. “Io e il Padre siamo uno; chi vede me vede il Padre; chi ascolta me ascolta il Padre mio; non sia turbato il vostro cuore abbiate confidenza in Dio e anche in me, nella casa del padre mio, vi sono molte dimore per riposarsi e confidarsi”. Con le parabole Gesù narra le storie del confidarsi di Dio all’uomo, nel rivelargli la sua amicizia e il segreto del Regno dei cieli.

Nelle tue mani affido il mio spirito”: ecco le parole che rivelano il cuore della fede di Gesù, la sua massima confidenza nel padre, pur nell’esperienza dell’abbandono.

Salmo 10,14: “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto”.
Salmo 16,5: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.
Salmo 31,16: “I miei giorni sono nelle tue mani. Liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori”.
Salmo 28: “Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio”.
Salmo 63,5: “Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani”.

Riportando un discorso di Paolo VI del Natale del 1971, papa Francesco ricorda che nella natività di Gesù «c’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da Lui pensato, da Lui amato…; da Lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo».

Così ho cercato altre traduzioni del versetto del confidarsi di Dio. Il suo segreto sta nel suo donarsi, nell’offrire l’intimità della sua amicizia: «L’amicizia di Jahweh è per chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza».

Le parole di Gesù ai discepoli nel Vangelo di Giovanni confermano e rilanciano questa prospettiva anche per noi: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi». (15,15).

La traduzione della Vulgata del salmo usa un termine sorprendente, traducendo “segreto” con la parola “firmamento”, il cielo notturno: «firmamentus est Dominus timentibus eum», come a dire che, quando Dio si confida, è la stabilità e la vastità senza misura della sua fedeltà e del suo amore che ci confida, così come sconfinato e stabile è il misterioso firmamento.

L’etimologia della parola deriva dal latino firmare: rendere fermo, stabile. L’idea di firmamento è molto antica e risale a quando si riteneva che il cielo fosse una ferma e solida distesa a sostegno dell’oceano celeste, luogo e casa delle stelle, che orientavano i cammini dell’uomo.

Un monaco medievale, riferendosi al firmamento, immagine della santità ospitale di Dio, cominciò col riprendere il versetto del libro della Genesi dove si legge: «Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra”» (1, 14-15) e commentò così: il firmamento è Cristo.

Al cuore del confidarsi di Dio all’uomo sta dunque il suo Cristo. Egli è l’Unigenito il confidente del Padre: «In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc 6,12).

Al sepolcro di Lazzaro Gesù si rivolge al padre in questi termini: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato», (Gv 11, 41-42).

Nel salmo 19, 2 si dice «i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Sal 19,2). È da leggersi qui l’opera del Cristo, la sua missione. Gli incontri di Gesù, il suo dire e il suo agire con la gente.

Tutta la sua vita narra di questo dispiegarsi del firmamento, che è il confidarsi del Figlio nel confidarci il segreto del Regno dei cieli. Iniziando il suo ministero Gesù dirà nella sinagoga: “lo Spirito del Signore è su di me; egli mi ha mandato a confidare ai poveri il lieto annuncio, a svelare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, proclamare la grazia del Signore, grazia che è il suo confidarsi a noi”.

Tempo della confidenza è stato quello di Gesù nei tre anni della sua predicazione. Annunciando il Regno a tutti, aprì la sua intimità per mostrare quella del Padre suo e così aprire i suoi uditori all’ascolto profondo, fraterno, dell’intimità delle persone.

Un’intimità rubata fu quella della donna che aveva perdite di sangue e che toccando il lembo del suo mantello di nascosto guarì del suo male e scoprì, scoperta da Gesù, la sua fede, tanto da ritrovare la libertà interiore, contro ogni forma di discriminazione religiosa e sociale.

Al pozzo di Giacobbe le confidenze di Gesù alla donna samaritana meravigliarono i discepoli, che si stupirono che parlasse con una donna. Eppure da quell’intimo dialogo sgorgò in lei il dono dell’acqua viva, lo Spirito sorgente stessa di ogni confidenza: quella che libera dai pregiudizi e genera il dono di sé “in spirito e verità”, secondo quel confidarsi proprio del Padre, che vede nel segreto e nel segreto della tua intimità si confiderà anche a te.

Il mattino di Pasqua è bastata un parola soltanto a Gesù per far risorgere in Maria di Magdala la confidenza che credeva perduta, rubatagli, per sempre sotto la croce. Le disse Gesù: “Maria!” e lei “Maestro mio”: «…si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”» (Gv 20, 14-16).

Dall’annunciazione al Natale, il loro avvento, anche per Maria e Giuseppe fu tempo delle confidenze: quella singolarissima del portavoce Gabriele, dell’intimità svelata e gioiosa alla ragazza di Nazareth.

Quella pure dell’altro angelo che, donando a Giuseppe la confidenza di una parola di Dio, dissipa in lui ogni paura di prendere con sé Maria. Ma poi ulteriori confidenze tra loro due sempre in cammino da Nazareth a Betlemme; in fuga da Betlemme in Egitto e da lì di nuovo a Nazareth.

Confidenze ancora, come quando Maria va in fretta a visitare la cugina Elisabetta, anche lei incinta di Giovanni. Entrambe si scambiano le rivelazioni dei lori figli e la gioia nel sussulto di Giovanni nel grembo di Elisabetta e la lode di Maria con il canto del Magnificat, che proclama la gioia, perché Dio non solo guarda ma si confida con i poveri e gli umili e dona loro la sua beatitudine: “Beati, accolti voi poveri, accolti voi che piangete perché il Regno è confidato a voi” come consolazione dirà Gesù sul monte delle Beatitudini.

Sant’Ambrogio nell’Esamerone (I/I,5) raffigurava il respiro che saliva dall’assemblea liturgica della sua chiesa di Milano durante il canto dei salmi, come «il maestoso ondeggiare dei flutti dell’oceano». Ma il firmamento, il confidarsi di Dio nel Figlio per noi non è forse un vastissimo oceano, un mare senza sponde?

Ho pensato così che la confidenza di chi compie l’attraversata del Salterio e delle Scritture nei salmi è come un’andar per mare, confidandosi, nonostante la nostra barca come il vivere a volte sia ‘appruata’ (i.e. ‘immersa a prua’), ripiegata su se stessa e vada a scarroccio, deviando lateralmente dalla rotta per l’azione del vento.

Ciò nondimeno, sebbene l’equipaggio dorma, c’è chi veglia su di lui e nella notte si intrattiene come sul monte Gesù in muta confidenza. La stessa che Mario Luzi [Qui] seppe descrivere nella poesia Per mare:

Si naviga tra Sardegna e Corsica.
C’è un po’ di mare
e la barca appruata scarricchia.
L’equipaggio dorme. Ma due
vegliano nella mezzaluce della plancia.
È passato agosto. Siamo alla rottura dei tempi.
E una notte viva.
Viva più di questa notte,
viva tanto da serrarmi la gola
è la muta confidenza
di quelli che riposano
sicuri in mano d’altri
e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo.

(Tutte le Poesie, Garzanti, Milano 1993, 361)

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PRESTO DI MATTINA
L’arco, la spada e la danza

L’arco, la spada e la danza, ovvero come imparare l’arte della ‘vigilanza spirituale’.

«Le vostre frecce non hanno sufficiente portata, osservò il Maestro, perché non arrivano abbastanza lontano spiritualmente. Voi dovete comportarvi come se la meta fosse infinitamente lontana. A noi maestri d’arco è noto e confermato dalle esperienze quotidiane che un buon arciere con un arco di media potenza tira più lontano di un arciere senza spirito col più forte degli archi. Non dipende dunque dall’arco ma dalla ‘presenza dello spirito’, dallo spirito vivo e vigile con cui tirate»
(Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro dell’arco, Milano, Adelphi,1999).

Daisetz T. Suzuki nell’introduzione al libro di Herrigel [Qui], spiega che l’arte del tiro con l’arco o della spada sono praticate in Giappone primariamente come un ‘tirocinio della coscienza’. Lo scopo è di portarla sempre più vicino alle realtà ultime, all’essere presenti allo spirito, a ciò che di più profondo ci abita.

È ai “confini dell’io” che se ne intuisce sia l’affermazione che la negazione, dove il pieno si svuota e si riempie ciò che è vuoto; quell’attimo di concentrazione e piena attenzione per cui si è tutto nell’altro fuori di sé e l’altro si raccoglie tutto dentro di noi. È il luogo in cui “l’essere è divenire e il divenire è essere”; al contempo presenza e movimento dell’incontro: «così il tiro con l’arco non viene esercitato soltanto per colpire il bersaglio, la spada non s’impugna per abbattere l’avversario, il danzatore non danza soltanto per eseguire certi movimenti ritmici del corpo, ma anzitutto perché la coscienza si accordi armoniosamente all’inconscio», (ivi, 12). Non sono più due, il danzatore e la sua danza divengono senza più contrapposizioni una realtà sola.

È una condizione si potrebbe dire paradossale quella della “vigilanza spirituale”. Tuttavia è quella presenza di attenzione che porta all’azione, o meglio all’itineranza, per raggiungere la meta del sentire e dell’agire. La stessa che troviamo nell’attenzione di amore capace di tenere distinti e uniti insieme gli opposti. «Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell’impossibile – questo stato interamente libero da intenzioni, dall’Io, il Maestro lo chiama propriamente “spirituale”. È infatti saturo di vigilanza spirituale e perciò viene anche chiamato “vera presenza dello spirito», (ivi, 53-54).

Si è presenti spiritualmente all’altro attraverso l’esercizio dell’abbandono, il distacco da sé stessi, come la foglia di bambù – dice il testo – sotto il peso della neve. Si piega, si lascia piegare in giù, sempre di più e, ad un tratto il carico di neve scivola via, senza che la foglia si sia mossa.

Con un’altra immagine viene raffigurato il restare dello spirito, il suo esserci presente pur non perdendo la sua originaria mobilità: «Simile all’acqua che riempie uno stagno ma è sempre pronta a defluirne, lo spirito può ogni volta agire con la sua inesauribile forza, perché è libero, e aprirsi a tutto perché è vuoto. Tale condizione è veramente una condizione originaria e il suo emblema, un cerchio vuoto, non è muto per colui che vi sta dentro», (ivi, 54).

Vigilanza spirituale è richiesta anche per il tirocinio alla preghiera. L’arco, la spada e la danza addestrano alla qualità dell’attenzione e da essa dipende la qualità stessa della preghiera. L’attenzione ne è l’essenza; come nel tiro dell’arco al di là dello scopo immediato, l’intenzione di fondo dell’orante dev’essere diretta unicamente ad aumentare la vigilanza spirituale in vista della preghiera che unisce:

«L’attenzione è uno sforzo, forse il più grande degli sforzi, ma uno sforzo negativo. Di per sé non comporta fatica. L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto, nel mantenersi in prossimità del proprio pensiero, ma a un livello inferiore e senza contatto con esso… il pensiero deve essere vuoto, in attesa; non deve cercare nulla ma essere pronto a ricevere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi»
(Simone Weil, Attesa di Dio, Milano 1972, 75-76).

Molto più in là si spinge la Weil [Qui] riconoscendo che l’attenzione, non essendo legata alla volontà ma al desiderio, o meglio al “consenso”, non diversamente dalla preghiera è creatrice di realtà unificante le diversità: «L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera, Suppone la fede e l’amore. L’attenzione estrema costituisce nell’uomo la facoltà creatrice», (Id., L’ombra e la grazia, Milano 1996, 124-125).

Addestrarsi alla preghiera non è soltanto apprendere una tecnica, compiendo uno sforzo muscolare della volontà. Non è un mirare all’esterno, ma all’interno di se stessi. È una via per raggiungere la meta; come per il tiro con l’arco «è una questione di vita e di morte, in quanto è lotta dell’arciere con se stesso».

È pure un cammino di avvicinamento, di affidamento alla realtà dell’altro, cercando la sua presenza. Come proteso alla sua parola è il mio silenzio, al modo del tendersi dell’arco; come freccia scoccata verso il bersaglio è la mia parola verso il suo silenzio: un accordo dell’uno all’altra al ritmo di una danza.

Come l’arco e la freccia divengono qualcosa di più che semplici strumenti o armi, così è della preghiera: entrambi divengono un tutt’uno con l’arciere/orante. Prega bene, come un buon tiratore d’arco, colui che raggiunge il centro del bersaglio prima della sua freccia, perché non è la freccia che deve trascinare il cuore, ma questo quella. Così è della preghiera: preceduta sempre d’un passo dal cuore desiderante e amante.

I salmi sono allora come la grande Dottrina del tiro dell’arco, una guida, per arrivare a raggiungere la meta: il risveglio della coscienza umana e cosmica, l’illuminazione per e nell’azione, il senso spirituale che rende uno, l’arciere e il suo bersaglio, l’orante e la sua preghiera. I salmi insegnano l’arte della vigilanza spirituale, il tirocinio della fede per vivere e agire nell’alleanza. Anche qui il Maestro interiore «addestra le mie mani alla battaglia, le mie braccia a tendere l’arco di bronzo» (Sal 18, 35); le sue lodi «sulla nostra bocca e la spada a due tagli nelle nostre mani» (Sal 149 6).

Presso i Padri della chiesa il tendersi dell’arco di bronzo è figura dei due testamenti. Il primo è l’asta dell’arco che si flette all’irrompere del nuovo testamento, che è la corda caricata del senso cristologico: il quale, come freccia che colpisce il bersaglio, rilegge le antiche scritture come profezia del Cristo, loro compimento.

Così pure la spada a doppio taglio è la parola di Dio nella sua oralità e nella scrittura; l’uso della spada a doppio taglio nelle mani ‒ entrambi i testamenti ‒ sono per un tirocinio di liberazione contro gli oppressori, ma anche amoroso apprendistato: il doppio taglio si spiega anche con le voci del doppio coro nel Cantico, e con le due posizioni di una figura danzante mentre si canta: «Coro: Ritorna, Sulamite, ritorna; affacciati, vogliamo contemplarti. Amato: Che cosa ammirerete in lei, danzando a doppio coro?» (Ct 7,1-2; 6).

Tutta l’armonia dell’amore. L’accordarsi della bellezza interiore con quella di fuori, la consonanza del corpo con lo spirito, che si manifesta in esso: «Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili… Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo e la chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce, il tuo respiro come profumo di miele».

Per l’autore della Lettera agli Ebrei più dell’arco e della spada è la parola di Dio, viva ed efficace, a squarciare il cuore come uno scandaglio gli abissi del suo sentire e pensare: «È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore», (Eb 4, 12).

Fin dall’infanzia, uno dei tratti fondamentali di Simone Weil (1909-1943) fu la compassione per gli sventurati. L’esperienza della guerra le fece scoprire la miseria e, nel lavoro condiviso con gli operai, sperimentò la sventura, le mahleur della loro condizione lavorativa. Una disgrazia tuttavia mai disgiunta da una scintilla di luce, di grazia che vedeva in ciascuno degli uomini e delle donne con cui, di volta in volta, condivideva la sorte.

Dalla famiglia agnostica non ricevette alcuna formazione religiosa, ma questo non le impedì di incontrare il vangelo. Nel 1938 assistendo alla celebrazione della Settimana santa nell’abbazia benedettina di Solesmes sperimentò la gioia del vangelo che cambiò la sua vita: «Il Cristo è disceso e mi ha presa».

Se non entrò mai a far parte della chiesa ufficiale con il battesimo, lo fece perché vedeva, profeticamente, nel mistero dell’incarnazione ‒ che lei visse con una dedizione inesausta agli sventurati fino ad esserne consumata – vedeva oltre la chiesa che aveva sotto gli occhi, una chiesa più grande veramente cattolica, universale in umanità capace di abbracciare anche gli esclusi.

Dirà, poi, mirabilmente il Concilio: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo» (GS 22).

Fu così anche il movimento del cuore, ne sono convinto, di questa mistica della croce: un abbandonarsi in attesa di Dio: «Spero che questo abbandono, anche se mi inganno, mi condurrà finalmente al buon porto. Quel che io chiamo buon porto, lo sapete, è la croce. Se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data almeno quella del buon ladrone. Fra tutti coloro di cui si parla nel Vangelo, al di fuori di Cristo, il buon ladrone è quello che invidio di più. Essersi trovato al fianco di Cristo, nella sua stessa situazione, durante la crocifissione, mi sembra privilegio molto più invidiabile dell’essergli stato alla destra nella sua gloria» (Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, 20).

Per Simone Weil “portare attenzione” non fu semplicemente un vedere e passare oltre, ma accorgersi, “indirizzare il cuore” come suggerisce l’etimologia. Per lei l’attenzione fu creatrice, trasformatrice della realtà, per indirizzarla diversamente, là dove è la meta del cuore, anche di chi tira con l’arco con spirito orante. Il vero bersaglio è il vuoto dell’umano, come centro il pieno della sua dignità.

Attenzione samaritana è l’attenzione creatrice della Weil. Il suo maestro d’arte fu infatti il Buon Samaritano: «L’amore per il prossimo, essendo costituito di attenzione creatrice, è analogo al genio. L’attenzione creatrice consiste nel fare realmente attenzione a ciò che non esiste. Nella carne anonima che giace inerte all’orlo della strada non c’è umanità. Eppure, il Samaritano che si ferma e guarda; fa attenzione a quella umanità assente, e gli atti che seguono confermano che si tratta di un’attenzione reale», (ivi, 115). Non lo è anche quella del poeta un’attenzione creatrice? Attenzione alle parole che ancora non esistono? E poi attenzione di levatrice alle parole nascenti?

Ricordo di aver letto e riportato il suo commento al Padre nostro per un sussidio diocesano, ma solo da poco tempo sono riuscito a leggere come nacque l’incontro della Weil con questa preghiera, vero tirocinio della coscienza credente.

Una pagina commovente e bellissima:

«L’estate scorsa, quando studiavo greco con T., avevo fatto per lui una traduzione letterale del Padre nostro in greco. Ci eravamo ripromessi di studiarlo a memoria. Credo che lui non l’abbia fatto, e neppure io in quel momento. Ma qualche settimana dopo, sfogliando il Vangelo, mi sono detta che poiché me l’ero ripromesso ed era una buona cosa, dovevo farlo. E l’ho fatto. La dolcezza infinita del testo greco mi prese a tal punto che per alcuni giorni non potei fare a meno di recitarlo fra me continuamente. Una settimana dopo cominciò la vendemmia, ed io recitai il Padre nostro in greco ogni giorno prima del lavoro, e spesso lo ripetevo nella vigna.

Da allora mi sono imposta, come unica pratica, di recitarlo ogni mattina con attenzione totale. Se mentre lo recito la mia attenzione si svia o si assopisce, anche solo un poco, ricomincio daccapo sino a quando non arrivo a un’attenzione assolutamente pura. Mi accade talvolta di ripeterlo una seconda volta per puro piacere, ma lo faccio solo se il desiderio mi spinge.

Il potere di questa pratica è straordinario e ogni volta mi sorprende, poiché, sebbene lo esperimenti tutti i giorni, esso supera ogni volta la mia attesa. Talora già le prime parole rapiscono il pensiero dal mio corpo e lo trasportano in un luogo fuori dello spazio, dove non esiste né prospettiva né punto di vista.

Lo spazio si apre. L’infinità dello spazio ordinario della percezione viene sostituita da un’infinità alla seconda e talvolta alla terza potenza. Nello stesso tempo, questa infinità dell’infinità si riempie, in tutte le sue parti, di silenzio, ma di un silenzio che non è assenza di suono, bensì l’oggetto di una sensazione positiva, più positiva di quella di un suono. I rumori se ve ne sono, mi pervengono solo dopo avere attraversato questo silenzio.

Talvolta anche, mentre recito il Padre nostro oppure in altri momenti, Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più chiara, più colma d’amore della prima volta in cui mi ha presa…

Questa preghiera contiene tutte le richieste possibili: non si può concepire una preghiera che non sia già contenuta in questa. “Essa sta alla preghiera come Cristo all’umanità”. È impossibile pronunciarla una sola volta concentrando su ogni parola tutta la propria attenzione senza che un mutamento reale, sia pure infinitesimale, si produca nell’anima», (ivi, 34-35; 194).

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PRESTO DI MATTINA
Uscì il seminatore a seminare….

 

Uscì il seminatore a seminare… «Ed il seme di un nuovo cielo s’interra nel freddo infinito./ È l’aurora del frutto. Quella che ci dà i fiori/ e ci unge del santo spirito dei mari./ Quella che diffonde vita sulle sementi/ e nell’anima tristezza di qualcosa di vago. È un bacio azzurro che la Terra accoglie.»(Federico García Lorca, Tutte le poesie e tutto il teatro, 366; 101; 1258).

Sono come cento sementi, ho pensato rileggendo le Cento parole di comunione di Carlo Maria Martini [Qui] nel cono di luce delle cinquanta parole García Lorca. Il testo fu scritto da Martini nel settimo anno del suo ingresso come vescovo di Milano il 10 febbraio 1980, ministero episcopale retto fino al 2002. In quella tappa del settimo anno Martini si domandava se non fosse stato possibile scrivere una Carta di comunione di intenti, non più ampia di un biglietto da visita, per dire in cento parole il cammino pastorale che stava facendo con la sua chiesa, lo stile pastorale volto a favorire l’incontro con la gente, il modo della parola di Dio di donarsi agli uomini e le donne del nostro tempo.

Non fu difficile per lui trovare una parabola di cento parole – per la precisione 98 – nel testo greco di Mc 4,3-8: la parabola del prodigo seminatore. Più di qualunque altra essa contiene infatti quello che si potrebbe chiamare un «abbozzo di antropologia pastorale». Quale uomo è incontrato dalla Parola di Dio? Chi è colui che è chiamato alla sua amicizia, a vivere l’alleanza e la comunione racchiusa in quell’invito? Divenendo uditore di quella Parola, l’uomo si scopre capace di una relazione dialogica; non terra desolata, ma capace di ospitare il seme della parola dell’altro. Per la via del linguaggio sente allora di doversi incamminare verso un ‘dove’ che non conosce ancora; chiamato fuori di sé a divenire ciò che segretamente è fin da principio, dimora degli affetti che si genereranno con la pratica dell’ospitalità che costruisce poco a poco comunione. La parola è per l’uomo la sua aurora, come il seme lo è per la terra; ed il “bacio azzurro” di cielo, che la terra riceve dal seme, è promessa di fecondità futura per l’uomo, di commensalità che sarà piena, attorno a una mensa comune, che principia allo spuntare dell’aurora quando “il seme di un nuovo cielo s’interra nel freddo infinito”.

La parabola del seminatore prodigo – letteralmente il gesto del “cacciare in avanti”, di chi “agisce avanzando”, “spinge fuori” e che in Giovanni si fa pastore che fa uscire il suo gregge, chiama ed è seguito perché riconosciuto dalla sua voce – ci interroga sullo stile della Parola che si dona senza sapere prima il suo destino. E ancor più ci chiama a comprendere il senso di uno stile pastorale, quello del Seminatore, che va incontro alla gente senza parsimonia, senza risparmio, senza selezionare prima il terreno su cui gettare il seme e verificare se sia buono oppure no.

E «il terreno – scrive Martini – è l’uomo, è l’umanità, sono i singoli uomini, è ciascuno di noi. Noi siamo terra in attesa del seme, terra ricca di potenzialità e di succhi vitali… La terra significa dunque l’uomo, la nostra gente, pronta a ricevere il seme della parola di Dio, capace di accoglierlo e di fargli produrre frutto. La terra senza seme è brulla e infruttuosa, la terra seminata può diventare un giardino rigoglioso. Accogliere la Parola significa credere. L’uomo si realizza nel credere, così come il terreno si realizza nel ricevere il seme». Noi siamo fatti allora per accogliere la Parola e portiamo frutto nella misura in cui ci rendiamo disponibili all’ascolto, a riceverne il seme. Ma non si può forzare la libertà con mezzi esteriori. Sarebbe vano piegarla con costrizione, perché ciò che viene seminato è un amore, un’amicizia, un’alleanza di comune destino che fruttifica solo nella forma di una libertà che si affida e che acconsente anche all’altro, sempre tramite la sua libertà, di donarsi.

Nel simbolo del seme entra in scena l’altro personaggio della parabola: «Il seme è la parola di Dio (Lc 8,11). Il vero protagonista di tutta la storia del campo è la Parola. La Parola seminata, la Parola calpestata, la Parola soffocata, la Parola dissipata, la Parola accolta e che mette radici nel terreno per poi germinare, fino a produrre il cento per uno. Questa Parola non è semplicemente qualcosa di estrinseco, di aggiunto all’uomo – ricorda ancora Martini – qualcosa di cui l’uomo possa fare anche a meno. Terreno e seme sono stati creati l’uno per l’altro. Non ha senso pensare al seme senza una sua relazione con il terreno. E quest’ultimo senza il seme è deserto inabitabile».

Favorire, sostenere, incoraggiare, difendere pure il rapporto con la Parola è dunque mettersi dalla parte dell’uomo, rispettarne la coscienza, come il terreno più sacro e inviolabile in cui entrare solo se invitati, in punta di pedi, con le scarpe in mano, a piedi nudi come fece Mosè avvicinandosi al Roveto ardente; «difendere semplicemente l’uomo, i suoi spazi di espressività e di relazione autentica, i suoi orizzonti di senso». Essere cristiani significa allora anche «avere riconosciuto il primato e la principalità di questa Parola. Vuol dire riconoscere che essa è attiva fin dalle origini del mondo, e che ci raggiunge e ci interpreta in ogni momento della nostra vicenda umana».

La Parola è schierata per l’uomo, spalla a spalla nella lotta della vita. Si pone in sua difesa, è suo partner, è amica e compagna amorosa nel viaggio che condurrà il seme caduto nel terreno a diventare spiga. Anche per la parola di Dio: «Quanto morir perché la vita nasca», ci ha ricordato Clemente Rebora.

Così tra semente e terreno non solo destini incrociati, ma un unico destino: «La Parola è per il terreno. La sua efficacia si manifesta non in astratto, ma nel suscitare, interpretare, purificare, salvare la vicenda storica della libertà umana. La Parola incontra e incrocia le aspirazioni dell’uomo, i suoi problemi, i suoi peccati, le sue nostalgie di salvezza, le sue realizzazioni nel campo personale e sociale». Un unico destino di umanità e santità lega la Parola a noi.

«Ma chi è questa parola?» – si domanda Martini e la sua risposta: – «è la Parola che si è fatta uomo e ha preso la sua dimora in mezzo a noi. La centralità e l’unicità di Gesù Cristo è infatti anche la “singolarità” di Gesù Cristo: cioè il suo essere non un qualunque ideale religioso, sia pure altissimo, non una personalità profetica generica, ma “questo Gesù, che voi avete ucciso – annuncia Pietro alla folla che lo ascolta nella narrazione degli Atti degli Apostoli – e che è stato risuscitato dai morti». È questa stessa Parola sprofondata nella sterilità del terreno a capovolgerne il destino, a renderlo fecondo, abitabile sino a generare in esso la risurrezione.

Scrive ancora Martini che «il vero protagonista dell’azione pastorale è dunque la Parola: tutta la storia del cammino pastorale di una comunità è la storia, non tanto delle sue realizzazioni esteriori, dei suoi raduni, dei suoi congressi, delle sue processioni o delle sue iniziative; ma quella della semina abbondante e ripetuta della Parola, e della cura affinché questa parola trovi le condizioni per essere accolta»; ed invita a praticare l’interiorità nello stile conciliare: “Tutti i cristiani apprendano la sublime scienza di Gesù Cristo con la frequente lettura delle divine Scritture. L’ignoranza delle Scritture infatti è ignoranza di Cristo” (cf. Dei Verbum, 25).

Se la Parola mette radici nel cuore, nell’intimo, nel luogo delle decisioni più profonde e umane si «inizia un cammino di interiorità e di convinzioni non solo di gesti e di abitudini. I gesti e le abitudini sono utili se nascono da una convinzione interiore, la esprimono, la incarnano e la irradiano. Senza libera convinzione interiore non c’è cristianesimo. L’uomo è fatto per la Parola e trova se stesso nell’ascolto della Parola; l’uomo merita perciò il massimo rispetto e va servito con attenzione e dedizione, sempre, aiutandolo a trovare la verità di se stesso e la sua autenticità; la “contemplazione” è la dimensione ideale e necessaria per l’accoglienza della Parola: togliere sassi le spine, la dissipazione».

Presentando questo testo delle cento sementi di Martini, così scrive il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla: «Credo che tutto il magistero di Martini possa essere riassunto in questo intento: favorire il «meraviglioso scambio» (admirabile commercium) tra la coscienza e la Parola, tra il terreno dell’umano e il seme della Parola. È l’incontro in cui coscienza e Parola, terreno e seme devono perdere qualcosa per arricchirsi reciprocamente: il terreno perché deve essere dissodato e diserbato per accogliere il seme; il seme perché deve morire nel terreno della coscienza per far germogliare in esso lo stelo e il frutto».

Perché così prodigo il seminatore? Perché disperdere e scialacquatore così il buon seme? Perché gli sta a cuore l’uomo più di se stesso e non smette di seminare in lui la parola, al modo del pastore che va in cerca della pecorella smarrita, lasciando le altre novantanove con grande rischio e pericolo nell’ovile. Cento sono le pecore e non si siederà a mensa a fare festa se ne mancherà anche una sola. La risposta di Martini è questa: «La coscienza si sviluppa e si evolve in maniera misteriosa e imprevedibile. Persone su cui avevamo posto fiducia e cure che procurano amare delusioni e, viceversa, altre su cui non avremmo scommesso niente rivelano potenzialità insospettate. È per questo che la parola viene seminata dappertutto, anche sul terreno sassoso, perché qualsiasi terreno, anche il meno adatto, può dare il suo frutto. “Non esiste nessuna persona che per sua natura sia del tutto impenetrabile alla Parola”».

Uscì il seminatore a seminare, camminando sulla seta.
Già si è aperto il fiore dell’aurora …
Che infantile dolcezza
nel mattino quieto!
Gli alberi protendono
le loro braccia a terra.
Un soffio tremulo
ricopre le sementi,
e i ragni distendono
le loro strade di seta
– raggi sul cristallo limpido
dell’aria

(García Lorca, Poesie).

 

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PRESTO DI MATTINA
Aperuit illis sensum: se apri l’occhio del cuore, puoi vedere l’invisibile

ice un proverbio iraniano: «Se apri l’occhio del tuo cuore, potrai veder cose altrimenti invisibili».

Aperuit illis sensum. Come poco prima aveva fatto ad Emmaus apparendo a due di loro, anche a Gerusalemme Gesù risorto aprì il cuore dei discepoli, la loro mente, i loro occhi. Di più: riaprì loro il cammino del vangelo, rinvigorendo quella buona notizia nascosta come un seme nelle scritture sante, «nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». A quei discepoli turbati e dubbiosi nel cuore, ridonò un’esultanza indicibile, tanto che stentavano a credergli proprio per la gioia di quell’incontro. Quella stessa irrefrenabile gioia, che il vangelo riporta, contornava l’agire salvifico del Signore: come quella volta che in terra straniera, nella Galilea delle genti in pieno territorio delle dieci città (Decàpoli), egli guarì un sordomuto. Proprio come allora, sul punto di lasciare loro il suo Spirito, «guardando verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà”», cioè: «Apriti!». E subito anche agli Undici si aprirono loro gli orecchi, si sciolse il nodo della loro lingua perché a Pentecoste potessero comunicare a tutti il buon annuncio della sua passione, morte, risurrezione e del suo ritorno: il vangelo del suo amore.

Venne poi un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni e, nei pochi anni del suo pontificato, aprì il cuore della gente alla gioia, sino a scardinare anche quello della Chiesa, quando aprendo solennemente il Concilio pronunciò il suo discorso dicendo: «Gaudet mater ecclesia, la santa madre chiesa gioisce, poiché, per singolare dono della Provvidenza divina, è sorto il giorno tanto desiderato in cui il concilio ecumenico Vaticano II qui, presso il sepolcro di san Pietro, solennemente si inizia con la protezione della Vergine santissima, nel giorno stesso in cui si celebra la sua divina maternità… Nell’esercizio quotidiano del nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; a noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della chiesa», (11 ottobre 1962).

Fu alcuni anni prima, il 25 gennaio 1959, nella basilica di San Paolo fuori le mura, ricorrendo la festa della vocazione/conversione dell’apostolo, in occasione della quale Giovanni XXIII aveva celebrato anche la messa di chiusura della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” (18-25 gennaio), che il Papa rivelò l’intenzione di indire un concilio. Nello stesso giorno, un breve articolo di stampa diceva che il concilio voleva essere anche un invito alle comunità separate per la ricerca dell’unità. Un concilio, dunque, desiderato soprattutto per promuovere l’unità nella famiglia cristiana e umana, ritenendo come un dovere suo proprio «adoperarsi attivamente, perché si compia il grande mistero di quell’unità».

Aperuit illis sono pure le parole di apertura della lettera apostolica con cui Papa Francesco istituisce nella chiesa la “domenica” della parola di Dio, che cade, non a caso, in prossimità della Giornata di dialogo tra Ebrei e cattolici e della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Una scelta che intende segnare un ulteriore passo nel dialogo ebraico-cristiano ed ecumenico, facendo della Parola di Dio il cuore stesso di questo impegno, il progetto già scritto del cammino verso l’unità.

Scrive papa Francesco: «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture. A quegli uomini impauriti e delusi rivela il senso del mistero pasquale: che cioè, secondo il progetto eterno del Padre, Gesù doveva patire e risuscitare dai morti per offrire la conversione e il perdono dei peccati (cfr Lc 24,26.46-47); e promette lo Spirito Santo che darà loro la forza di essere testimoni di questo Mistero di salvezza (cfr Lc 24,49). La relazione tra il Risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità. Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo».

Il “logo” della giornata è dato dalla raffigurazione di Gesù che si accompagna ai discepoli di Emmaus. È la Parola di Gesù che apre le scritture e traghetta i due discepoli dall’incredulità alla fede, dalla tristezza a un cuore ardente, dal trovarsi accompagnati a uno sconosciuto a un ritrovarsi familiari a lui, discepoli attorno alla sua mensa. Mi piace pensare che in quella celebrazione liturgica itinerante che fu la strada di Emmaus, prima alla mensa della parola e poi a quella del pane, Gesù fu per loro omileta: spiegò e interpretò loro (interpretabatur illis in omnibus scripturis) ciò che lo riguardava nello stile dell’omelia rabbinica, che consiste nell’intrecciare legami non scontati e spesso ancor meno evidenti, tra un testo e l’altro, tra un passo della scrittura ‘vicino’ che si sta leggendo e un altro testo ‘lontano’ ma vivo, che all’improvviso affiora alla memoria. O partendo da un salmo, per arrivare a un passo della Torah, e da questo ai profeti, o ad un altro salmo o dai profeti per arrivare ai salmi. Non è forse accaduto questo lungo la via al termine della quale i discepoli lo riconobbero allo spezzare il pane?

Scrive Alberto di Mello introducendo le letture dal midrash sui salmi: «Molto spesso, anzi di preferenza, poteva accadere che l’omelia sul brano settimanale scelto si aprisse proprio con un versetto dei salmi o degli altri scritti sapienziali. Per meglio dire: il testo dei Salmi “apriva” quello della Torà. L’“apertura”, nell’omelia rabbinica, non è semplicemente l’inizio, l’esordio dell’omelia, ma questa abitudine di illuminare un testo con un altro, un testo povero con un testo ricco, o anche viceversa, fino talora a inanellare tutta una serie di testi, a farne una collana, passando dalla Torà ai Profeti agli Scritti», (Un mondo di Grazia a cura di A Mello http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/un_mondo_di_grazia1.htm).

È la parola di Gesù che apre il senso delle scritture, e le scritture rivelano il senso del suo destino e della sua storia alla comprensione dei discepoli. Le parole della scrittura sono sempre aperte su Gesù e Gesù ne è l’esegeta, l’interprete e chiave di lettura. Esattamente come si canta nelle antifone e nella novena di Natale che ricalcano il testo di Isaia 22,22: «Chiave di Davide, e scettro della casa di Israele, che apri e nessuno chiude, chiudi e nessuno apre: vieni e fa uscire dal carcere il condannato, che siede nelle tenebre, e nell’ombra della morte». Un testo, quello d’Isaia, commentando il quale Antonio da Padova diceva nel sermone di Natale (§ 13): «Dice il Padre, per bocca di Isaia: “Porrò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide”. La chiave è la croce di Cristo, con la quale egli ci ha aperto la porta del cielo».

Sulla stessa linea è il testo particolarmente suggestivo del monaco benedettino Ruperto di Deutz (1075- 1129), in cui egli sovrappone i gesti dello spezzare del pane eucaristico e dello spezzare il pane della Parola di Dio: «Gesù prese il libro e lo aprì, cioè ricevette da Dio tutta la Santa Scrittura per adempierla in se stesso… Il Signore Gesù dunque prese il pane delle Scritture nelle sue mani quando, incarnato secondo le Scritture, subì la passione e risuscitò; allora egli prese il pane nelle sue mani e rese grazie quando, adempiendo le Scritture, offrì se stesso al Padre in sacrificio di grazia e di verità» (In Jo VI). Come a dire che c’è una “presenza reale” di Cristo anche nella Parola di Dio, come del resto sostiene il Concilio nella Sacrosanctum Concilium: «il Cristo è presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura» (§ 7) e più avanti, afferma che attraverso la Bibbia «Dio parla al suo popolo, Cristo annunzia ancora il vangelo» (§ 33). La parola di Dio dona un’energia di grazia, una potenza interiore che è certamente misteriosa ma realissima: perché è il Cristo stesso nel suo Spirito che parla in noi.

Per questo, domani, la domenica della parola di Dio, ricorreremo un a segno per sottolinearne la centralità: l’intronizzazione del vangelo sulla cattedra, sul seggio di colui che presiederà la celebrazione. Il primato, nella celebrazione, spetta al Cristo, unico Signore e maestro della sua comunità convocata tramite la sua Parola.

Nella storia ecclesiastica raccontata da Teodoreto di Cirro, riferendosi alla chiesa di Antiochia degli anni di poco antecedenti al concilio costantinopolitano del 381, che avrebbe riconfermato il concilio niceno circa la questione trinitaria, egli ci riferisce di una chiesa antiochena ancora lacerata da divisioni; non solo per via della crisi ariana, ma per una molteplicità di lacerazioni interne alla stessa comunità ortodossa. Tanto che i vescovi orientali avevano eletto Melezio e quelli occidentali il vescovo Paolino. Vi era contesa e divisione tra le due comunità, pur essendo quella di Paolino molto più ridotta rispetto all’altra, ed entrambe professassero il credo niceno. In questo contesto, per nulla concorde e comunionale, emerge la grande figura di Melezio che incarna nelle sue scelte pastorali lo stile sinodale e rende “al vivo” la prassi del cammino verso l’unità capace di ricomporre le divisioni: «Melezio, il più mite di tutti gli uomini, in modo amabile e insieme benevolo, disse a Paolino: “Poiché il Signore diede anche a me la cura delle sue pecore e tu ti sei dato pensiero delle altre e il nostro pio gregge è in reciproca comunione, uniamo, o caro, le nostre pecore e componiamo le nostre contese per il primato. Pascolando insieme le pecore, diamo loro una comune cura. Se, poi, è la divisione del seggio a generare la contesa, io tenterò di rimuoverla. Io consiglio che, avendo posto su di esso il santo Vangelo, ci sediamo ai lati di esso. Se sarò io ad accogliere per primo la fine della vita, allora tu avrai da solo la guida del gregge; se, invece, sarai tu, allora secondo le mie forze ne avrò la cura io”» (Teodoreto di Cirro, Storia ecclesiastica, Città nuova, Roma 2000, libro V, 3, 13-16).

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PRESTO DI MATTINA
L’arca di Noè e il Natale

Cosa c’entra l’arca di Noè con il Natale?

La domanda mi è affiorata alla mente leggendo l’inno alle lodi mattutine del giorno di Natale: «Maria Vergine Madre porta un segreto arcano nell’ombra dello Spirito». Di qui, immediatamente una prima associazione di idee: segreto arcano, arca, Noè. Ma, si sa, una parola ne attira un’altra simile, sino a generare un riconcorrersi di pensieri, immagini e simboli richiamati alla memoria da affinità e parentele. “Aria di famiglia” direbbe Amadeus ai “Soliti ignoti”, quando si tratta di scoprire il parente misterioso. E così pian piano le parole lontane si scoprono vicine, quelle estranee, sorelle, divenendo così una narrazione: di più una storia di famiglia.

Allo stesso modo sono le parole e i simboli per noi: parenti misteriosi, soliti ignoti. Così al richiamo del versetto dell’inno natalizio si è presentato quello del salmo 131: «Sorgi Signore verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua alleanza». La tradizione invoca Maria con l’appellativo “Arca della nuova Alleanza”: là dove il tesoro custodito in lei non sono più le tavole della Legge, ma la vita del Figlio di Dio, Gesù, accolto come la Parola vivente in una storia di uomini e narrante il segreto arcano della storia di Dio.

Per il vangelo di Giovanni il leitmotiv, il motivo principale della venuta della parola di Dio nella nostra umanità, il Verbo incarnato, è stata quella di raccontare e far conoscere Dio, altrimenti invisibile. Si legge, infatti, alla fine del Prologo: «Dio, nessuno lo ha mai visto; il Figlio Unigenito, che è rivolto verso il Padre, lui lo ha raccontato», “exeghéomai” (Gv 1,18) interpretandolo. Il Gesù di Giovanni è il narratore di Dio Padre. E il quarto Vangelo diventa allora il Vangelo narrante, quello che racconta Gesù narratore di Dio (Valerio Mannucci, Giovanni Vangelo narrante, Bologna 1993).

Parole come simboli, segni che mettono in cammino. Ci viene ricordato che essere uomo, e ancor più credere, significa camminare, avanzare, crescere. Siamo stati creati per la libertà, di cui la strada è il grande simbolo. Ma c’è di più. Gesù ha detto: “lo sono la strada!”. E allora, ciò significa che la vera strada da percorrere non è da tracciare, da costruirsi: esiste già prima di noi ed è essa che ci viene incontro, ci conquista e ci invita a percorrerla. «I “segni” operati da Gesù, per condurre alla fede in lui, hanno bisogno della disponibilità a credere senza pregiudizi in coloro che allora “videro” e in coloro che ora “leggono” – si potrebbe dire che ‒ Gesù Cristo (…) è lui in persona che si offre come la luce, l’acqua viva, il pane di vita, la vite. L’umanità di Gesù Cristo nella sua interezza è il grande simbolo vivente e presente di Dio Padre, la “immagine” riassuntiva del Dio invisibile», (ivi, 125; 95; 100-101). Alla domanda di Filippo: «mostraci il Padre» la risposta di Gesù è: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. (Gv 14,9).

I simboli attingono alla vita, oltre che alla parola, come le metafore. Mettono insieme, confrontano, sono il riscontro tra due realtà corrispondenti: un contrassegno per identificare l’altro che lo comprovi essere l’altra metà a cui il simbolo rimanda.

I simboli «danno da pensare» ‒ dice Paul Ricoeur ‒ perché comportano una relazione con ciò che significano senza appropriarsene, sono epifania dell’invisibile senza rinchiuderlo in una forma, mediatori di alleanze sempre nuove. Essi si aprono così ad una molteplicità di significati, perché nessuna interpretazione può esaurire la pienezza di una esperienza. Il simbolo rimanda dunque all’uomo stesso, come simbolo reale, e al suo mistero come alla sua sorgente inesauribile. Posto fra ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo il simbolo è punto d’incontro tra il finito e l’infinito. Apertura vivente e in atto dell’inesprimibile e dell’impenetrabile, e tuttavia traccia, riverbero arcano della sua presenza. Il pensiero simbolico, come la poesia, rivela e nasconde al contempo ciò che è più profondo nella realtà, ciò che ancora non è venuto alla luce, quella racchiusa nel suo intimo, il suo luminoso e arcano segreto.

In una lettera al fratello Piero che lo sollecitava a tornare a comporre poesia (12 nov. 1950) Clemente Rebora scrive: «… a me è parso avvertire questa mattina, mentre ero nel ringraziamento dopo la S. Messa … che la poesia … è uno scoprire e stabilire convenienze e richiami e concordanze tra il Cielo e la terra e in noi e tra di noi … La poesia … intesa in modo totale, ossia cattolico, è la bellezza che rende palese, come arcano riverbero, la Bontà infinita che ha sì gran braccia … Uscendo da una lettura di poesia (e qui bisognerebbe dire delle altre arti, ciascuna col suo dono sublime, e della musica che nei grandi è quasi donazione di carità) ci si potrebbe sentire incoraggiati al bene e all’eterno», (Le poesie, Milano 1994, 276).

L’arca può allora essere buon simbolo di un nuovo e più promettente inizio, quello di un ricominciare con speranza sempre di nuovo e non solo ad ogni Natale, alla ricerca di quella pace da costruire attraverso le relazioni, posta come arcobaleno, alleanza irreversibile tra Dio e gli uomini: tra la sua umanità ospitale simboleggiata nell’arca che salva dalle acque e la nostra che viene ospitata in lui. Ospitati entrambi l’uno nell’altro ‒ è proprio il caso di dire ‒ sulla stessa barca.

Arca, immagine poetica della vita nascente come luogo di libertà e di promettente e affidabile salvezza nel suo affrontare il diluvio del mondo, nei suoi sprofondi e nei suoi picchi vertiginosi di ondate spaventose. La stessa parola, anche quella incarnata, è guscio di noce nel suo prendere il largo tra le acque oscure e profonde del silenzio, o della stessa scrittura nel suo navigare nel testo che l’ha originata per giungere fino a noi e trovare un approdo credente, un porto ospitale. Interpretare un testo significa infatti farne emergere la contemporaneità che rigioca espressioni della vita fissate per iscritto: il comprendersi dell’io nel tu narrante.

C’è una vita nascosta ‒ “in uscita” direbbe papa Francesco ‒ racchiusa nell’arca come nel testo, parola scritta pure lei, come Noè salvata dalle acque della dimenticanza e dell’oblio del tempo. Perché i nostri Maestri, i grandi commentatori rabbinici, ci hanno insegnato con i loro commenti al Talmud, che l’arca non è un luogo chiuso. Così come la parola dentro ad un libro, entrambe hanno un’apertura: non diversamente dal lucernario che fa da tetto dell’arca anche il rotolo del libro si può srotolare affinché le parole tornino ad illuminare. E la copertina non è forse una porta? Basta aprirla con la mano ed entrando con gli occhi ci s’immerge poi tutto intero nel libro. Come un palazzo, un castello con tante stanze e tante porte, similmente all’arca che era costruita su tre piani.

Suggestive le interpretazioni a commento dei dialoghi durante il cantiere in costruzione dell’arca tra il carpentiere e l’architetto: «Ed ecco come la farai: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza». Disse Dio a Noè: «Farai nell’arca un’apertura e la terminerai, in alto, alla larghezza di un cubito di fianco metterai la porta dell’arca», (Gn 6,15-16). Così commenta Rashi di Troyes (Rabbi Shelomoh ben Yishaq, in Commento alla Genesi, 50): «Un’apertura. Alcuni dicono che era una finestra; altri, che era una pietra preziosa che dava loro luce. La farai a tre piani: uno in basso, un secondo e un terzo – Tre piani, uno sopra all’altro: quello in alto per gli uomini, quello di mezzo come scompartimento per il bestiame e quello in basso per i rifiuti»; un’ecologia sostenibile ante litteram?

Il Commento della Kabbala rivela ulteriori particolari «Doterai l’arca (tévah) di un’apertura luminosa» (Gen 6, 16); ovvero: «“Provvederai che ogni parola (tévah) abbia un’apertura luminosa, affinché brilli come il sole in pieno mattino», (F. Rosenzweig, Il nuovo pensiero, commento di Gershom Scholem, Venezia, 1983, 98).

Ma non è ogni natività una pietra preziosa, apertura luminosa, un venire alla luce appunto in quell’arca che custodisce il mistero nascosto in un corpo, in una vita nascente? Non dovrà, terminato il diluvio, approdare sulla terra ferma per abitare e custodire la terra? E stessa sorte non hanno forse anche le parole? Non dovranno avere anch’esse un’apertura luminosa su quel mistero arcano all’ombra dello spirito celato pure in loro? Per dire un inno alla parola quella che «nei giorni che non avevano tempo, viveva con Dio nel silenzio, fiorita in segreto all’Immesso, in lei era la forza del mondo e la vita… Nascendo poi nella storia del mondo, vedemmo tra noi la sua gloria; nel buio la luce era apparsa in un volto, l’amore ebbe il nome di un uomo. L’accoglie chi il cuore aprirà, credendo che quella Parola è la vita, Iddio per Padre avrà. Vivendo le nostre giornate, ai poveri annuncia il perdono e il suo Regno; e come un seme, per crescere grano, dovrà nella terra morire, così, per dar vita, fu uomo di croce, vivente per Dio ritornò» (Vito Valenti; Rino Farruggio).

L’arca esprime la sapienza di Dio, della sua parola che si prende cura della vita, che non rinuncia ad essa, e giunge in soccorso proprio quando è in pericolo di naufragare, per salvarla dai flutti di morte. Si legge nel libro della Sapienza: «A causa sua (Caino) la terra fu sommersa ma la sapienza di nuovo la salvò pilotando il giusto e per mezzo di un semplice legno», (10, 4)

Non sto a narrarvi però le storie attorno a questo semplice, umile legno: le innumerevoli interpretazioni dell’arca nei commentari dei Padri. Non ne usciremmo più per mesi e mesi da quella biblioteca ‒ 221 volumi ‒ raccolta da Jacques Paul Migne (1800-1875) bibliografo, presbitero ed editore francese, che ha curato l’edizione della Patrologia Latina e della Patrologia Greca, contenente tutti i testi dei Padri della Chiesa. Basti un libro: Hugo Rahner, Simboli della chiesa. Ecclesiologia dei Padri, Milano 1995 ed alcuni testi che come un bracconiere gli ho sottratto.

L’arca viene paragonata al piccolo legno della croce, luogo di salvezza per tutto il genere umano; e l’apertura in quel piccolo legno che, come la porta dell’arca, è il costato di Cristo: «Ancor oggi – scrive il vescovo Vito di Vienne – riconosco tutto ciò in nostro Signore, il quale attraverso la morte di croce giunge al suo riposo, lui e l’arca della sua santificazione, ossia la sua carne. Lo riconosco, dico, sul fianco di quest’arca il nostro ingresso in quel luogo ove la fonte dell’acqua viva si nascose nel corpo del morente. Noè è Cristo. Tu sei il secondo progenitore proveniente dalla stirpe annientata. Per mezzo della tua paternità, dopo il primo progenitore, il mondo viene nuovamente popolato» e Remigio di Auxerre: «Misticamente Noè significa l’uomo giusto e anche, secondo il nome e secondo le opere, il perfetto, il Cristo. “Aprici, o Signore, aprici la porta del tuo costato, ossia della tua arca. Tu sei il vero Noè, l’unico che Dio, tuo Padre, trovò giusto al suo cospetto. Facci penetrare in te attraverso la porta del tuo costato», (ivi, 921-923).

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PRESTO DI MATTINA
L’attesa della stella cometa

Il nascere della parola di Dio nella forma terrosa, dentro la tenda d’argilla della nostra umanità, è simile al risvegliarsi del nostro dire, l’inizio rinascente della parola dopo il silenzio della notte. Parola sorgiva, unica, irripetibile, rispetto a quelle che seguiranno. Così come irripetibile, nel giorno, è il sorgere dell’aurora: quell’istante lunghissimo di puro abbandono, un consegnarsi confidente all’oscurità che continua a ad ergersi di fronte, impenetrabile. Allo stesso modo l’incipiente parola si fa animo rompendo il generale silenzio, come germoglio che apre la terra e subito si dischiude alla parola la luce.

Così come, al momento della sua nascita, il primo balbettio di Gesù viene generato e anticipato da quell’ “eccomi” di smisurata e disarmante fiducia pronunciato dalla Madre, acclamata nella liturgia “mistica aurora della redenzione” ‒ in modo tale che lui pure, il figlio, venendo alla luce ripete, accordandosi con lei, il suo “eccomi”, al quale seguiranno, come da fonte cristallina, tutte le altre parole come una buona notizia, un vangelo ‒ parimenti avviene in noi al risveglio della parola che germina dal silenzio. È nota primigenia, cantus firmus, melodia che permane velata, come base comune in una composizione polifonica. Essa subito si sottrae, nascondendosi tra le linee del pentagramma, lasciando libero lo spartito per le altre note che seguiranno. E tuttavia di lei s’intende sempre come un’eco profonda che lascia in ogni nota la sua impronta e la sua fiducia.

Fiducia, certo: perché ci ricorda Maria Zambrano che al risveglio la parola iniziale non viene mai da sola, ma è sempre accompagnata da una fiducia radicale che per questa filosofa spagnola costituisce la radice stessa della parola nascente: «la parola si desta dentro questa fiducia radicale che si annida nel cuore dell’uomo e senza la quale egli non parlerebbe mai. E si direbbe persino che la fiducia radicale e la radice della parola si confondano tra loro, o si diano in un’unione che permette alla condizione umana di emergere. È di indole docile la parola, lo mostra nel suo destarsi quando comincia a sgorgare indecisa, come un sussurro in parole slegate, in balbettii, appena udibili, come un uccello ignaro che non sa dove andare, ma si dispone ad alzare il suo debole volo. E la parola originaria, ritiratasi in sé, torna al suo silenzioso e nascosto vagare, lasciando l’impronta impercettibile della sua diafanità. Non si perde, però. Come un balbettio, come un sussurro della fiducia inestinguibile, attraverserà la serie delle parole dettate dall’intenzione, liberandole per qualche attimo dalle loro catene. E in questa breve aurora si avverte il germinare lento della parola nel silenzio. Nel debole bagliore della resurrezione la parola finalmente si stacca lasciando intatto il suo germe, annunciato dal pallido albeggiare della libertà, un attimo prima che la realtà irrompesse. E così la realtà rimane sorretta dalla libertà e con la parola avviata a dirsi, a prender corpo. La parola e la libertà precedono la realtà estranea, che irrompe dinanzi all’essere non ancora compiutamente destatosi nell’umano» (Chiari di bosco, Milano 2004, 28-29).

Così sento il Natale del Signore, il venire della sua parola in me, come l’aurora nella mia notte che sprigiona il mio “eccomi”: parola primigenia che si affida. Se ritarda, l’attendo con fiducia, memore delle parole del profeta Abacuc: «se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fiducia» (2,3).

Si raccontano storie e si intonano canti soprattutto quando la fiducia si restringe, quando la si vuole ridestare nel cuore oppresso e appesantito dal sonno per l’attesa in una lunga veglia. Fu in simili circostanze che il vescovo Ambrogio di Milano compose i suoi inni. Era la settimana santa del 386, e Ambrogio si trovava barricato, giorno e notte, con i suoi fedeli all’interno della basilica di Milano, per difendersi dagli assalti degli ariani e delle truppe dell’imperatore. E fu proprio il canto degli inni da lui composti a infondere coraggio, a ridestare la fiducia del suo popolo mantenendo viva in loro la speranza di una riuscita. Da quel momento, grazie ad Ambrogio, nella chiesa latina si iniziarono a cantare inni e salmi secondo l’uso delle chiese orientali. Una prassi diffusa anche da Agostino che apprese da Ambrogio quell’ascoltare “la parola di dentro” che è il canto e non solo la “parola dall’esterno” recitata. Un canto scaturente da un atteggiamento interiore, orante e amante, perché «cantare ‒ egli diceva ‒ è proprio di chi ama».

Sono convinto che valga la stessa cosa per il narrare. Ed è per questo che voglio raccontarvi una storia che scrissi per un Natale di tanti anni fa, sulla necessità di attendere ciò che tarda a venire, fosse anche la Parola di Dio in questo particolare e ristretto Natale.

«Quell’anno la stella cometa giunse in anticipo a Betlemme. Aveva perso un poco della sua luce girando attorno al sole, ma aveva due code, e così era diventata più veloce. La luna era già quasi piena, e lo sarebbe diventata del tutto proprio la notte di Natale. Scese rapidamente su Gerusalemme, attraverso una densa coltre di nubi che copriva la città e si diresse subito a Betlemme.
Ma tutte le luci erano ancora spente, e quando arrivò alla capanna non trovò nessuno, nemmeno il bue e l’asinello o i fuochi dei pastori. Si sentì sola, una piccola luce in mezzo ad una grande oscurità.
Si fece coraggio e si mise ad aspettare. Ma aspetta che ti aspetta, il tempo passava e non si vedeva nessuno. Scoccò la mezzanotte ma niente ancora. Allora la cometa cominciò a dire tra sé: “visto che Erode cerca il bambino per ucciderlo, forse nascerà da un’altra parte! E i magi avranno seguito un’altra stella. Ma che tristezza essere venuta qui per niente”. “Quasi quasi me ne vado ‒ pensò dentro di sé ‒ almeno lassù in cielo avrò la compagnia delle altre stelle e della luna piena”. Aveva già puntato verso il cielo quando vide arrivare un pastore, che subito rivolgendosi alla stella disse: “ma guarda, credevo di essere in ritardo, ma non c’è ancora nessuno se non tu; meno male”.
Dimmi tu invece ‒ rispose la stella al pastore ‒ è proprio qui l’appuntamento?”, “Certo, certo rispose lui, ma non capisco questo ritardo”. Passò un’altra ora e alla stella scappò detto: “ma non verrà più, vedrai”. E continuò: “Qualche anima buona avrà ospitato Maria e Giuseppe nella propria casa”. “Ma nooo! ‒ disse un terzo pastore che nel frattempo era arrivato ‒ gli angeli non si sbagliano, hanno detto di venire proprio qui”.
E aggiunse poi che un profeta aveva scritto: “Lo splendore apparirà alla fine, e non mentirà: se tarda, attendilo, perché certo verrà e non indugerà” (Ab 2,3). “A volte le cose si dicono tanto per dire… io vado”, disse la cometa. “Aspetta” – la interruppe il primo pastore: “con noi, ora non sei più sola”; “aspetta ‒ disse il secondo ‒ le nubi si stanno diradando spinte via dal vento”. “Aspetta, aspetta, aspetta ‒ le disse il terzo ‒ ho visto tumulto a Gerusalemme e partire da essa una carovana di tre re”.
Così la cometa aspettò. E ogni pastore che arrivava le suggeriva di continuare ad aspettare e in quell’attesa, ad uno ad uno, i pastori cominciarono a raccontare le loro storie. Così il tempo passò e la cometa non si accorse nemmeno dell’arrivo dei viandanti di Nazaret. Solo gli altri pastori che vegliavano un poco più lontano il gregge videro arrivare Maria e Giuseppe e Gesù, che era già nato, avvolto in fasce, in braccio a Maria e diedero subito una voce.
Oh…” ‒ dissero ‒ “ma cos’è successo?” ‒ chiesero tutti. Allora Giuseppe raccontò che mentre erano in viaggio sentirono nell’oscurità piangere sommessamente in lontananza; lasciarono il sentiero e si addentrarono nei campi. Il pianto si fece più vicino e forte. Allora si affrettarono e scorsero, al riparo di una grotta, due persone, un uomo e una donna, con un bambino che aveva la febbre alta e le convulsioni. Ma proprio in quel momento giunse per Maria il tempo del parto e diede alla luce il suo figlio Gesù. Appena nato lo adagiò accanto a quel bambino febbricitante e Giuseppe coprì entrambi con il suo mantello. Maria iniziò a cantare un salmo e l’altra madre la seguì nel dolce canto: “Signore non si gonfia il mio cuore, superbia non turba il mio sguardo, non vado in cerca di cose grandi come bambino in braccio a sua madre; tranquillo e sereno mi sento come un bimbo svezzato su di me; è il mio cuore in Dio, speri sempre il suo popolo in lui.”
Allora la stella si riempì di grande splendore, tanto da illuminare quel luogo di una luce così splendente che la videro perfino da Gerusalemme, sino a oscurare la luce della luna piena e attirare a sé tutte le luci del cielo. Era così risplendente che quella notte sembrò un giorno radioso.
Fu allora che la stella disse ai pastori che tutta quella sua luce era tenebra al confronto di quella piccola luce che irradiava dalla famiglia di Nazaret. Maria e Giuseppe con il bambino erano in ritardo all’appuntamento perché, seguendo un’altra stella, quella parola di Dio, dono per ogni uomo che vive in questo mondo, avevano fatto un’altra strada più lunga.»

Una parola che narra di una compassione senza misura si espone per natura al ritardo. La compassione fa cambiare strada ogni volta che sente il pianto di un figlio ed Egli, ogni volta, gli va incontro attraverso il suo Figlio unigenito.
Così all’udire quelle parole i pastori compresero il versetto del salmo che dice: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino».

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PRESTO DI MATTINA
Il richiamo della Parola di Dio: risacca e balbettio di onde

Come bambini che non parlano ancora, sommersi da suoni che non comprendono e tuttavia tentano e ritentano di imitare, così si sta, balbettanti, la domenica dopo l’ascolto del vangelo. Una mareggiata di parole, onda dopo onda, si riversa sull’assemblea, lasciando in ciascuno il suono e, forse, non sempre il senso. Il rintocco pare però sufficiente a risvegliare il desiderio e l’attesa che si manifesti, una volta o l’altra, pure il senso, così da consentire a Colui che nella calca della folla sentì qualcuno toccargli di nascosto il mantello di rivolgere anche a noi le parole dette a una donna da dodici anni malata: «Figlia, la tua fede ti ha salvata, va in pace!» (Luca 8,43-48).

A messa si sta allora fiduciosi come bambini, come infermi che in quel balbettare, rimuginando dentro e fuori, sanno che nascerà la parola, che sgorgherà la sua luce che guarisce. La parola di Dio, il vangelo restano sempre gli stessi, affidabili e compassionevoli come il mare: «Tutto viene a noia, solo a te [mare] non è dato abituarsi, passano i giorni, e gli anni, e mille, mille anni» (Boris Pasternak). Non c’è tempesta che non si calmi, non c’è mare su cui non ritorni la bonaccia per la parola del maestro risvegliato. Non c’è minaccia o guaio nel vangelo che non si muti in un “venite, ritornate a me, affaticati e stanchi, con tutto il cuore”. L’onda invece, direbbe Marina Cvetaeva, non è mai uguale a se stessa e ritorna sempre, ma diversa, quasi fosse la mia onda personale, venuta apposta per me, la parola di qualcuno rivolta solo a me, in intimità, cuore a cuore.

Penso a Pietro e ai suoi amici quella volta che ospitarono il maestro sulla loro barca, come un pulpito di chiesa, un ambone all’aperto sullo sconfinato mare. Parlava a tutti, alla gente sulla spiaggia. Ma poi la parola del maestro si rivolse diretta proprio a Pietro, senza lasciare spazio a una generica risposta. Egli lo chiamò per nome – Simone che poi cambierà in Pietro – fiaccato da una notte di pesca infruttuosa, reti e mani vuote. Ma quel giovane rabbi non si accontentò: voleva lui, e gli chiese di ritornare al mare. Penso che si sentì allora come onda che muore sulla spiaggia. Un uomo venuto dalle alture di Nazaret, falegname per giunta, gli chiedeva di riprendere il largo, di rinascere “onda nuova”. Decise di fidarsi; di affidarsi come al vento le vele in mare a quella parola: «duc in altum», prendi il largo; e avendolo fatto riempì le sue mani e le reti di pesci da non credere. Una sorte identica – ne sono convinto – a quella di coloro che la domenica, divenuti uditori della parola, proveranno a pescare nell’immenso mare del vangelo.

Non ci è dato comprendere del vangelo tutte le parole che ascoltiamo; ma di stare attenti e di intenderne qualcuna almeno, questo sì. Come quando lo sguardo dalla riva vede arrivare le onde e qualcuna più distesa e coraggiosa arriva a bagnarci i piedi. Sentendola tiepida e invitante si fa qualche passo incontro ad essa, aspettandone un’altra e così, onda dopo onda, cresce l’irresistibile richiamo del mare: risacca e balbettio d’onde. All’improvviso un tuffo, e si prende il largo senza sapere chi è abbracciato per primo, tu o l’onda. Così accade con le parole del vangelo.

O come quando da bambino passavo per i campi a giugno, e le spighe indorate e brunite al sole sembravano tutte ugualmente belle, tutte in una, una in tutte, e dopo uno sguardo grato passavo oltre. Poi, una volta, in un ondeggiare di messi alla brezza di terra – quella leggera aria che ritorna durante le ore del giorno fino a sera a sparpagliate un poco i ranghi delle spighe – mi accorsi spuntare tra le cime ondeggianti, sorpresa, i petali scarlatti di un papavero. Allora mi fermai, attendendo che il vento ne scoprisse un altro e poi un altro ancora. Ed insieme a quei piccoli rubini, si palesarono pure intensi lapislazzuli, i fiordalisi, coronati di un blu come il mare nel suo profondo di mistero che non puoi mai dire per intero. Così, allo stesso modo, non allo sguardo ma all’udito, capita talvolta di comprendere l’inesprimibile: il venire a te della Sua parola, inaspettata, ma pure attesa. Bernardo di Chiaravalle cistercense ricorda che il Padre, per farsi comprendere da noi, ha “abbreviato”, ristretto, riavvicinato a noi il suo Verbo (Verbum abbreviatum). Quella medesima Parola, che per la sua estensione riempie il cielo e la terra, nel suo farsi carne, la Parola indicibile del Padre, si è resa dicibile nelle nostre parole e voci umane: Gesù, la Parola “più breve” del Padre.

Come in ogni parola proferita abita lo spirito di colui che l’ha enunciata, così la brezza dello Spirito, la sua rugiada, che dimora tra le pagine del vangelo, trasforma la domenica mattina quelle parole scroscianti, balbettanti, quelle parole imperiture, vaganti per l’assemblea liturgica in una parola rivolta e risuonante in ognuno che ascolta: una parola anche per te.

E scopriamo così che anche Dio balbetta per amore nostro. Lo ricorda Gregorio Magno: «Egli ci viene incontro sempre nelle acque basse e in quelle profonde. Dio si è abbassato per elevarci e la Scrittura non ci innalza se non abbassandosi al nostro umile linguaggio. “La parola di Dio si proporziona alla nostra debolezza; come uno che parla al suo piccino e, per farsi capire, si adatta a balbettare come lui…Si può paragonare la Parola di Dio a un fiume, dalle acque basse e ora profonde: così basse che può attraversarle un agnello, così profonde che vi può nuotare un elefante»  (Commento a Giobbe A Leandro, 4 CCL 143,6). Scrive papa Francesco: «Servono persone che sappiano far emergere dagli sgrammaticati cuori odierni l’umile balbettare: «Parla, Signore» (1 Sam 3,9). Servono ancora di più coloro che sanno favorire il silenzio che rende questa parola ascoltabile» (Discorso, 16 settembre 2016).

E così anche tu, la domenica, ricominci a custodire il silenzio. E poi a balbettare quella parola ineffabile; parola inesprimibile, farfugliata, come quella dei bambini quando continuano a tartagliare cose incomprensibili, suoni indecifrabili, un “non so che”, e proseguono determinati e indefessi perché hanno intuito che in quel groviglio, nella inafferrabilità di quei suoni vi è una parola rivolta a loro, un seme di parola nascosto, una lontanissima e ancora invisibile stella, luce ancora in viaggio nello spazio siderale, che verrà presto come luce aurorale nella notte di Babele.

La notte non è vuota. Contiene il nostro desiderio che le parole vengano alla luce. Così la fede è quel balbettare notturno, in ascolto fiducioso del germinare della parola e del suo battito balbettante, del senso raccolto in essa: «nella notte del senso germina l’Aurora della parola» (Maria Zambrano). Prima della proclamazione del vangelo – che va ascoltata e non letta nel foglietto – mi rammento della preghiera di Anselmo di Aosta nel suo Proslogion (Colloquio): «Orsù dunque, Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove cercherò te assente? Se poi sei dappertutto, perché mai non ti vedo presente? Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti».

Poeti e mistici. Maria Zambrano si interroga sul balbettio: «Cos’è che chiamiamo balbettare? Cosa si intende per balbettio? Qualcosa che non arriva a dire nulla per insufficienza della parola, o qualcosa che dice tutto per l’immensità dell’amore e del timore, per la prossimità della presenza anche solo intravista? Ed esiste anche il balbettio che sbarra il passo al pianto, che ne interdice la nascita, che annuncia il pianto reprimendolo: allora è il singhiozzo. Il singhiozzo, il più profondo e ampio tra gli umani dire, quello che, nel migliore dei casi, li abbraccia tutti. Nell’interiorità più profonda del regno del singhiozzo, e del pianto, e del gemito, abita talvolta il nucleo, il seme indissolubile, della parola stessa… Il balbettio dell’appena nato si sofferma alla vista di questo che presentito già nello stato nascente, dentro lo stesso balbettare. Quel “un no se qué que quedan balbuciendo” (Giovanni della Croce). Quel “non so che” che resta sospeso, che si sprigiona tanto dai gemiti più profondi come dalle parole più nitide e trasparenti… L’Aurora stessa balbetta, come tutte le creature, un regno di luce e colore, di spazi non esistiti, di tempi popolati da non si sa cosa», (Dell’Aurora, 90-92).

Giovanni della Croce modulando il suo Cantico spirituale sul Cantico dei cantici pure lui allude a un «non so che», a un «balbettio». Sono le parole di coloro che parlano dell’Amato all’amata che lo cerca invano: «Dove ti sei nascosto, Amato? Sola qui, gemente, mi hai lasciata!». Ma queste parole risuonano come un presagio che accresce il suo soffrire; è un parlare che non fa capire: fa solo presentire e desiderare: «E quanti intorno a te vagando, di te infinite grazie raccontando, ravvivan così le mie ferite, e me spenta lascia non so cosa, ch’essi vanno appena balbettando», (strofa 7,9-10). L’amore resta così impaziente, desiderante e ferito per qualcosa che non c’è ancora. E non bastano certo quei frammenti incerti di parole per acquietare il cuore. È un “dire” che non è ancora un “dirsi”, faccia a faccia. Nel disvelarsi degli occhi e nell’udire il dischiudersi lieve delle labbra, solo allora sarà sanata la ferita dell’amata come da «fiamma che consuma, ma non da pena» (Strofa 38).

Di balbettio infine racconta pure Martin Buber in una storia: «Rabbi Levi Isacco arrivò un giorno a una locanda dove alloggiavano molti mercanti che andavano a un mercato. Il luogo era lontano da Berditschew e così nessuno conosceva lo zaddik. La mattina presto gli ospiti vollero pregare; ma poiché in tutta la casa si trovò un unico paio di tefillin, l’uno dopo l’altro se li cinsero e dissero in fretta la preghiera per passarli a un altro. Quando tutti ebbero finito, il Rabbi chiamò a sé due giovani; voleva chiedere loro qualcosa. Essi si avvicinarono, egli li guardò serio negli occhi e disse: “Ma, ma, ma, va, va, va”. “Che volete?” esclamarono i giovani, ma non ebbero altra risposta che i medesimi suoni confusi. Lo presero allora per un pazzo. Ma egli parlò loro: “Come, non capite questa lingua? Eppure poco fa avete parlato a Dio così”. Per un momento i giovani tacquero, turbati, poi uno disse: “Non avete visto un bambino nella culla, che ancora non sa articolare la voce? Non avete sentito come fa ogni genere di rumori con la bocca: Ma, ma, ma, va, va, va? Tutti i saggi e i dotti del mondo non lo possono comprendere. Ma quando arriva la sua mamma, essa sa subito che cosa vuoi dire”. Quando il Rabbi di Berditschew sentì questa risposa si mise a danzare dalla gioia. E quando negli anni seguenti, nei «Giorni terribili», in mezzo alla preghiera s’intratteneva, come era suo uso, con Dio, soleva raccontargli questa risposta» (I racconti dei Hassidim, 191 192).

 

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PRESTO DI MATTINA
Credo, l’aurora…

Credo l’aurora: la veniente dalle tenebre, l’avvolta dal silenzio, sentiero che porta alla luce e ridona spazio e chiarore alle cose, luminosità al volto dell’uomo.

Credo l’aurora: soffio perenne e spirazione del vento di Dio sull’oscurità di caotiche acque, che apre una via tracciando orme invisibili nella notte, ampio respiro dopo l’indescrivibile affanno che serrava la gola.

Credo l’aurora: nata dal cuore di Dio e, per questo, luogo di cominciamento; momento di risveglio e plasmazione, che rialza e fa ripartire di nuovo ogni giorno finché non sia compiuta l’opera dei giorni. È come una madre che rimette in piedi il figlio caduto dopo i primi passi. Come il vasaio di Geremia che ricomincia da capo quando l’opera non prende la forma voluta: «Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del Signore: “Prendi e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola”… ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che egli stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto» (Ger 18, 1-4).

Credo l’aurora: risveglio della creazione nel quotidiano; annuncio della nuova creazione nel mattino di Pasqua, fenditura sempre aperta da cui transitò e continua a irradiarsi la luce del Risorto. «Allora – dice Isaia – la tua luce sorgerà come l’aurora» (Is 58, 8)

Tensione verso la luce è, dunque, l’aurora, perché attesa e al contempo rivelazione della parola per cui tutte le cose sono fatte e ricreate in un processo generativo continuo. È sosta e scoperta pure del Verbo venuto ad abitare la nostra storia legando il suo destino al nostro, per sempre. Verbo che muta le sorti; che fa risorgere dall’oscurità e ripartire verso un cammino sconosciuto qual è, all’aurora, l’aprirsi di un nuovo giorno. È lei che dice all’homo viator con le parole di un poeta: «Viandante, sono le tue impronte/ il cammino, e niente più,/ viandante, non c’è cammino,/ il cammino si fa andando./ Andando si fa il cammino,/ e nel rivolger lo sguardo/ ecco il sentiero che mai/ si tornerà a rifare./ Viandante, non c’è cammino,/ soltanto scie sul mare» (Antonio Machado).

Crede all’aurora anche il poeta del salmo 129 e pure quello del salmo 63. Il primo, nell’oscurità della notte, attende l’aurora più delle sentinelle di guardia alla città: «Sono rivolto al Signore e attendo la sua parola più che le sentinelle all’aurora». Il mistico del secondo salmo, cercatore di Dio, la brama dopo una notte di turbolenta attesa: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. Sul mio giaciglio penso a te nelle veglie notturne…  A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene». E come non pensare alla notte nella quale Giacobbe lottò con l’angelo di Dio sino al sorgere dell’aurora, in cui lo scontro si mutò in benedizione: alba di un nome nuovo.

Credo nell’aurora: e non sembri eccessivo e indelicato dirlo, pensando al ‘credo’ proclamato nella messa, al termine dell’omelia, quale sintesi e conferma della fede degli apostoli, simbolo, trasmissione di una comune attesa che diviene risposta orante dell’assemblea dopo la proclamazione della Parola di Dio.

Si dichiara di fronte a tutti ciò in cui crediamo, ciò che ci fa vivere, per aderire con l’intero vissuto della nostra testimonianza alla fede apostolica passata di generazione in generazione, di chiesa in chiesa, sino a noi. È lo stesso sì, il credo confessato con il martirio dagli apostoli e poi trasmesso ai loro successori. Una risposta custodita con fedeltà e creatività al Cristo proclamato nel vangelo appena udito. Il credo è l’adesione alla Parola ri-pronunciata anche oggi, vincolo sostanziale tra i credenti, abitato dallo Spirito che attualizza la Tradizione antica, trasmessa dai, Padri nella professione dell’unica fede con una rinnovata epiclesi, una nuova ‘invocazione dello spirito’ nell’atto della celebrazione e nella storia che ricompagina la compagnia della fede di oggi con quella delle origini.

La professione della fede non è appena un pronunciamento dottrinale: è un credere a quello che crede Dio, la famiglia umana, la sua famiglia e noi figli nel Figlio. Risveglia così la coscienza a una responsabilità e prassi interna ed esterna all’ekklesia: l’impegno a una conversione totale del vivere cristiano nel servizio dell’uomo e del vangelo.

Una volta, distraendomi nella recita del credo, mi sorprese un pensiero impertinente, e mi domandai: «Ma Dio crede? Che cosa crede?». Rimasi senza risposta quella volta. Ma una fredda mattina d’inverno, era domenica dopo una nevicata, andai a vedere il sorgere del sole dalle parti di Cona, sulla via della Ginestra. È bello, sapete, vedere rinascere gli alberi, le case, la strada; il loro passare lentamente dall’oscurità alla luce, dalla morte alla vita. Raggiunsi così un piccolo lago nei pressi che era tutto gelato, come del reso lo era anche la strada, e lì attesi l’aurora. Quella volta vidi il sole sorgere per ben tre volte all’orizzonte: tra gli alberi spogli sulle sponde del laghetto, riflesso sulla superfice ghiacciata dell’acqua e infine, facendo alcuni passi indietro, lo vidi di nuovo specchiarsi, e risorgere, dalla strada gelata. Fu allora che arrivò la risposta a quella domanda che si era perduta.

Dio crede l’aurora! Perché egli viene a noi come l’aurora, e come l’aurora la sua venuta è sicura (Os 6,3). Ma non è forse vero che le sue storie e quelle del figlio, iniziano all’aurora? “Uscì il seminatore a seminare…; il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna… Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba… E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”

Dio crede nell’aurora perché crede nel Figlio, l’amato, è detto nel salmo 110, 3: «dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato». Ma il suo credo l’aurora, Dio lo dice pure con le parole del Cantico dei Canti: «chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole,/ terribile come schiere a vessilli spiegati?». Non è forse costei l’umanità in cammino verso il suo compimento in Dio? Per Gregorio Magno è la stessa assemblea dei credenti, l’ekklesia, che come sposa va incontro al suo sposo: «Il primo albore o aurora fa passare dalle tenebre alla luce; per questo non senza ragione con il nome di alba o aurora è designata tutta la Chiesa degli eletti» (Commento a Giobbe).

Credo nell’aurora – dice Dio – questa mia figlia dello stato nascente, che attraversa la soglia del nulla e fa passare dal buio alla luce, dalla morte alla vita. Essa precede sempre, cammina innanzi a me e ai miei figli e il pensiero di lei risveglia a entrambi il cuore come è detto nel salmo: «svégliati, mio cuore, svegliatevi, arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (Sal 57,9).

In questi giorni, ascoltando per caso una canzone di Marco Mengoni dal titolo Essere umani, mi è tornata alla mente la domanda: «Dio crede?». E la risposta è stata quasi immediata, ricalcata dalle strofe di quella canzone («Credo negli esseri umani,/ Che hanno coraggio/ Coraggio di essere umani»). Sì, Dio crede negli uomini resi fratelli da suo figlio; egli si affida così nelle mani di coloro che spezzano il pane con l’affamato, accolgono in casa i senzatetto e vestono coloro che sono spogliati della loro dignità. Così mi piace pensare che quando Dio creò la donna, dopo aver addormentato l’uomo, le consegnò le parole da sussurrare al cuore di ogni uomo che viene in questo mondo al sorgere dell’aurora, parole simili a questa canzone: «Ma che splendore che sei/ Nella tua fragilità/ E ti ricordo che non siamo soli/ A combattere questa realtà». Allo stesso modo, il mattino di Pasqua, il Risorto parlò al cuore impaurito delle donne, parole da riferire poi ai discepoli e penso assomigliassero a queste: «Prendi la mano e rialzati/ Tu puoi fidarti di me/ Io sono uno qualunque. Uno dei tanti, uguale a te».

La Lettera agli Ebrei ci chiede di tenere ferma la professione della nostra fede in colui che ha attraversato i cieli, Gesù Cristo, il figlio di Dio. Colui che, salvo nel peccato, ha saputo prendere parte alle nostre debolezze, condividere ogni prova, incluso la sofferenza più atroce e la morte, che attende l’uomo. L’invito è allora quello di avvicinarci con piena fiducia a questa «notte calma molto vicina al sorgere dell’aurora», come canta Giovanni della Croce pensando all’umanità di Dio nascosta in Gesù: «Dove ti nascondi? … L’amato è le montagne, le valli solitarie e ricche d’ombra, le isole remote, le acque rumorose, il sibilo dell’ aure amorose. È come notte calma molto vicina al sorger dell’aurora, musica silenziosa, solitudine sonora, è cena che ristora e che innamora», (CA 13-14). Il Concilio Vaticano IItantum aurora est, “è appena l’aurora” disse papa Giovanni XXIII – ha recepito questa mystica lectio in dialogo con il mondo di oggi quando afferma che «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. [Egli] ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi… ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte acquistano nuovo significato… perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!», (Gaudium et spes, 22).

PRESTO DI MATTINA
Quel Libro Vivente nascosto dentro di noi

Il cammino arduo e travagliato percorso dal movimento biblico nel XX secolo è stato animato, per lo meno, da un duplice impegno: rendere viva ed efficace la parola di Dio per tutti i cristiani di nuovo convocati come uditori della Parola, e riconsegnare nelle loro mani le sante Scritture affinché divenissero l’anima della vita spirituale, liturgica e pastorale delle comunità ecclesiali. Di qui, unitamente al movimento ecumenico, liturgico e patristico, questi percorsi di studio e di vita finirono per generare e alimentare, come affluenti carsici, quel fiume in piena che si è poi riversato nel Concilio vaticano II. Fu un dono per la Chiesa, cui corrispose il compito di comprendere sé stessa nel cono di luce della storia del proprio tempo, scevra da ogni contrapposizione, per avviare il confronto con la modernità.

In quell’evento la Chiesa ritrovò la sua forza profetica: la realtà della sua stessa vita e la sua missione, che è la capacità di comunicare la Parola fatta carne, di esserne segno e strumento intelligibile sia al cuore che alla mente. Al Concilio la Chiesa ricominciava così a rivolgersi al mondo con stile pastorale, riunendo insieme i contenuti della propria fede, ciò che la faceva vivere: il suo credo con la stessa esperienza del credere. Ma al contempo essa seppe coniugare la fede con la libertà dell’uomo: la libertà di affidarsi all’altro e, quale sua massima espressione, di abbandonarsi tutt’intero e liberamente al Dio che si rivela nella sua parola. È ciò che il Concilio chiama “obbedienza della fede” – dal verbo ob-audire – per riferirsi all’ascolto profondo, pieno di attenzione, quasi orante dell’altro mentre svela la sua intimità più nascosta. Obbedienza, in breve, come “condiscendenza” al modo di una sequela che seduce, attira e stupisce al suo manifestarsi concretizzandosi in una alleanza di vita (Dei verbum, 5).

A tal proposito, il vescovo Luigi Bettazzi ricorda: “Quando entrammo nel Concilio avevamo ancora un certo timore della parola di Dio. Pensavamo che fosse riservata alla gerarchia, e in effetti le cose andavano così. Abbiamo forse dimenticato che la gente imparava il catechismo a memoria, senza coinvolgimento personale? La grande scoperta fu proprio quella del valore della parola di Dio: scopriamo che il cristianesimo, o meglio l’essere cristiani, non equivale semplicemente a sapere la verità, ma è un trovarsi a tu per tu con Dio che ti parla, che la fede è dire di sì a Dio che ti parla, e che, se le cose stanno così, per capire chi è Dio devi avere familiarità con la sua parola e non timore”, (L. Bettazzi, A.M. Valli, Difendere il Concilio, Cinisello Balsamo 2008, 85).

Dei verbum religiose audiens et fidenter proclamans”: così l’incipit del testo conciliare sulla rivelazione di Dio che ha visto i padri conciliari mettersi “in religioso ascolto della parola di Dio per proclamarla con ferma fiducia” (Dei verbum, 1). Del resto, tutto il documento, ponendo di nuovo al centro la rivelazione del Dio di Gesù di Nazaret manifestatosi nella storia, ha in un certo qual modo fatto riscoprire una prossimità e familiarità con Dio che era restata come in secondo piano, ma ancora vivissima nell’esperienza mistica. Fu la risposta più fedele a quel desiderio di dialogo confidenziale e amicale a cui il Dio del Deuteronomio invita: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?“. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?” Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (30,11-14). Così è stato per Abramo: “Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio”. (Gc 2, 23) e per Mosè: “egli è l’uomo di fiducia in tutta la mia casa. Bocca a bocca parlo con lui” (Nm 12,8). Perché allora non anche per noi?

Non v’è così da sorprendersi se lo spirito del Concilio e la grazia di quell’evento continuano ancora oggi, nonostante le acque che ne sgorgarono abbiano avuto un percorso tortuoso – persino carsico – e a dispetto dei molti argini che gli stessi uomini di chiesa hanno frapposto. Malgrado tutto, il grande fiume è riemerso nuovamente, anche grazie a un papa venuto bensì “dalla fine del mondo”, ma, in realtà, da comunità cristiane come quelle dell’America latina, che hanno saputo non solo leggere e custodire i documenti conciliari, non riponendoli poi negli scaffali come abbiamo fatto noi, ma li hanno traghettati e incarnati nella vita della gente, restituendo al popolo il bene della “Parola”, non solo quella di Dio; la “presa della parola” nelle comunità cristiane e nella società civile avviò così un processo di conscientizzazione e di liberazione dolorosi e martiriali, per chi conosce un poco la storia delle chiese in America Latina, che attualizzava in nuove forme l’Esodo biblico, il passaggio dalla schiavitù dei faraoni, gli antichi dittatori alla terra promessa.

Uno dei frutti di questa esperienza è stata ed è la “lettura popolare” o contestualizzata della Bibbia, il cui punto di partenza è sempre la realtà concreta, perché la parola di Dio è chiamata a illuminare la vita reale con le sue gioie e tristezze. È da qui, infatti, che originano le domande, i dubbi, i problemi di coloro che si avvicinano alla Scrittura per ricevere una luce sul proprio cammino.

Ma l’importanza della Dei verbum va ancora oltre. Non consiste, infatti, solo nell’aver riaffermato la sovranità della Parola di Dio, tanto nella Chiesa quale centro di irradiazione della sua stessa vita, quanto per lo stesso magistero, che, ponendosi al suo servizio e non certo al di sopra di essa, è chiamato “piamente” ad ascoltare, “santamente” custodire, “fedelmente” esporre la sacra Scrittura (Cfr. Dei verbum 10). Altrettanto rilevante è lo sforzo compiuto da questo fondamentale documento conciliare per riaccostare i cristiani al testo biblico: e non già in modo “antologico”, ma integrale, autonomo e diretto, giacché – come affermava san Girolamo – “l’ignoranza delle Scritture, è ignoranza di Cristo”. Per questo la Dei verbum si conclude affermando che il vangelo è stato affidato alla Chiesa per riempire il cuore degli uomini, affinché, non diversamente da quanto l’eucaristia fa con la Chiesa, parimenti la Scrittura cresca con chi la legge, sino a che, con la lettura e lo studio, “la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata” (2 Ts 3,1) (ivi 26).

Sotto questo profilo, si rivela dunque quanto mai felice il paragone biblico della Parola di Dio con un martello: “La mia parola non è forse come il fuoco e come un martello che spacca la roccia” (Ger 23,29). Il Signore batte con il martello della sua Parola sull’incudine di ferro, che è il cuore dell’umanità da cui si sprigionano innumerevoli scintille: rappresentano gli inesauribili significati della sua Parola per chi la legge; tramite questo incessante moltiplicarsi dei significati, si accresce così, per l’umanità, la conoscenza della rivelazione di Dio al modo, appunto, dell’irradiarsi delle scintille.

Di recente, grazie alla lettura dei mistici carmelitani ho incontrato un pensiero che mi ha reso gioioso nell’intimo. Leggendo una poesia contenuta nel Cantico spirituale di Giovanni della Croce, ho compreso che anche “il Vangelo ha occhi”. Ero rimasto dell’idea che quando si legge un libro sono in gioco solo due occhi, i tuoi; ed invece questo umile e piccolo frate mi ha fatto intuire la reciprocità di sguardi insita nella lettura del vangelo, i suoi occhi ci guardano questionanti dentro ad ogni verso. «Giovanni era ben più di un vulcano: roccioso all’aspetto, ma all’interno infiammato di passione. Quando lo incontrò, Teresa riconobbe in quel piccolo frate un qualcuno che partecipava del suo stesso spirito. “Vostra Reverenza dovrebbe parlare con quest’uomo” – si precipitò a scrivere ad un amico – “Anche se piccolo [chico], capisco che deve essere grande agli occhi di Dio”. E lo invitò ad unirsi alla sua riforma carmelitana» (Iain Mattew, L’impatto con Dio, Città di Castello, 2005, 21 e 53).

Occhi desiati sono quelli del vangelo per chi lo legge. Ne nasce un intreccio di sguardi che si cercano, in un dialogo tra l’anima innamorata e il Cristo che ricorda quando l’amata del Cantico dei Cantici incrocia lo sguardo dell’amato così a lungo cercato “che le sembra stia sempre a guardarla”. È il momento in cui si sente osservata e scopre di essere importante nella vita e nel cuore dell’amato: “Estingui i miei affanni, ché nessuno vale ad annientarli, ti vedan i miei occhi, perché ne sei la luce, per te solo desidero serbarli! O fonte cristallina, se in questi tuoi riflessi inargentati formassi all’improvviso quegli occhi tuoi desiderati, che porto nel mio intimo abbozzati!” (Cantico spirituale A, 10-11).

Un’analoga esperienza ci attende. C’è un vangelo ‒ lo ripeto spesso a messa ‒ che è presente ma nascosto in noi, si sta formando nell’intimo e ci guarda, e desidera pure lui di essere visto con occhi che amano. Per questo, durante questi miei anni di ministero pastorale, ho sempre cercato di scoprilo tra la gente, ascoltando le loro storie e provando a rendere consapevoli le persone di questo tesoro che portano dentro. E il vangelo che essi scoprono in loro lo diventa anche per me: un vangelo scritto con la loro vita, che le loro parole e i loro occhi mi rendono manifesto.

Ha scritto padre Henri de Lubac che “una persona è illuminata” non “quando gli viene un’idea”, ma “quando qualcuno la osserva”. Una persona rinasce e viene alla luce ogni volta che un altro la ama. Gli occhi che amano fanno aprire occhi, orecchi cuore, riportano all’ascolto, alla visione, al sentire di nuovo amore. Lo stesso fanno su di noi gli occhi del vangelo, guardano il cuore e attendono altri occhi che lo aprano per iniziare una danza di parole che si intrecciano e si scambiano, che si lasciano e si abbracciano di nuovo in un dialogo amoroso che ricrea la vita.

Quante volte gli occhi di chi soffre hanno incrociato i nostri occhi. In una di quelle occasioni, la lettura di un detto di Rabbi Mendel sulla Parola di Dio mi suggerì questo testo:

«Era d’inverno e alla scuola di Rabbi Mendel, quel mattino, non tutti gli alunni erano entrati. Nonostante il freddo molto intenso e la neve appena caduta, un discepolo del Rabbi si era diretto nell’orto accanto alla scuola andando a sedersi accanto a un gelsomino così scheletrito e scuro da somigliare a un groviglio di filo spinato. E lasciava che tutta quella gelida tristezza lo inondasse. Il Rabbi gli si sedette accanto, e non appena il discepolo si alzò per rientrare alla scuola, Rabbi Mendel gli domandò: “Che cosa hai imparato dal gelsomino scarnito? Che cosa ti ha detto?” Ed egli rispose: “Il vento scuotendo i suoi rami gelati li ha fatti vibrare è udii come tenue lamento, che sembrava ripetere: È bene aspettare in silenzio la fine dell’inverno”. Mi ricordai allora della parola del profeta Isaia che dice: “Sono rimasto lontano dalla pace, ho dimenticato il benessere. E dico: È scomparsa la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore? È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore (Lam. 3, 17-26). Allora Rabbi Mendel disse al discepolo: “È scritto: queste parole che oggi ti do ti saranno sul tuo cuore”. Gli chiese allora il discepolo: “Perché, maestro è detto che dovranno stare sul cuore e non è detto dentro al cuore?”. “Perché ‒ rispose il Rabbi ‒ talora il cuore per il gelo della vita resta chiuso e silenzioso. Ma le parole stanno ugualmente su di esso, e in quei momenti in cui si allenta il gelo e si apre un poco esse vi cadono dentro e lo riscaldano».

PRESTO DI MATTINA
L’amore che sparge il buon profumo tra la gente

Cosa si ha davanti agli occhi quando si contempla la liturgia? Credo di poter dire una bellezza che oltrepassa il gusto estetico: una bellezza generativa di un incontro che ravviva il cuore e lo fa ‘estroverso’, perché in grado di avvicinarci a quella realtà di dono e di dedizione senza misura da cui ininterrottamente essa viene generata.

Mi riferisco a quel concetto di ‘bello’ colto da san Tommaso d’Aquino, indagando le qualità che accomunano ogni dato di realtà e al tempo stesso la trascendono; i c.d. ‘trascendentali’ propri della filosofia scolastica, in cui l’Aquinate annovera l’ ‘uno’ (unum), il ‘vero(verum), il ‘buono’ (bonum), e per l’appunto il ‘bello’ (pulchrum), inteso anche come ‘proporzione’, ‘perfezione’, ‘armonia’ generativa di uno stupore contemplativo e di gioia per il dono che irresistibilmente ti fa ripartire per dirlo agli altri.

Un concetto che non è poi così distante da quello espresso da Cristina Campo quando scrive che “più si conosce la poesia, più ci si accorge ch’essa è figlia della liturgia, la quale è il suo archetipo” (Sotto falso nome, Milano 2002, 21). Per lei la bellezza è “una virtù teologale, la quarta, la segreta, quella che fluisce dall’una e dall’altra delle tre palesi. Ciò è evidente nel rito, appunto, dove Fede, Speranza e Carità sono ininterrottamente intessute e significate dalla Bellezza”.

Ma rapportata alla liturgia, la riflessione di san Tommaso sul bello ci aiuta anche a comprendere come essa non si riduca a oggetto di contemplazione, poiché essa comporta di conseguenza un gesto comunicativo, un insieme comunitario che apre alla partecipazione e al dialogo della salvezza. Lungi infatti da suscitare una solitaria estasi estetica, la liturgia è contemplazione in atto, incontro; un’esperienza plurale di amore che si comunica e si riceve. Nella liturgia la contemplazione diventa infatti actuosa partecipatio, per realizzare la quale “la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (Sacrosanctum concilum 48).

Del resto, se chiedessimo a san Tommaso se vi sia qualcosa di più grande della contemplazione della verità, penso che risponderebbe senza esitazione “Contemplata aliis tradere”, precisando che così “come illuminare è più che risplendere soltanto, del pari comunicare agli altri le verità contemplate è più del solo contemplare” (Somma Teologica, IIa IIae q.188, a 6).

A ben vedere, allora, la liturgia e la sua bellezza non sono esattamente da contemplare, ma la verità del mistero è contemplata e proposta alla vita del popolo di Dio. Questa è l’intentio profundior, lo spirito più profondo della riforma liturgica; che risulta così come luogo di equilibro, di convergenza, di congiunzione tra la via contemplativa (contemplatio) e quella pastorale (actio).

Va detto anche che la riforma liturgica del Concilio vaticano II aveva suscitato grande contrarietà, se non aperta disapprovazione da parte di Cristina Campo. In lei prevaleva il timore di perdere quella dimensione mistica e contemplativa insita nella celebrazione dei misteri della fede. Senza tacere la convinzione che si sarebbe dispersa tutta la ricchezza poetica, musicale, linguistica della liturgia pre-riforma. Per questo ancora oggi qualcuno ideologicamente la ripropone come antagonista della riforma conciliare.

Ciò non m’impedisce tuttavia di considerare Cristina Campo come sorella spirituale di poesia e di contemplazione; non solo asceta nella scrittura poetica, ma nella vita, la sua, tutta nascosta e raccolta in quel silenzio, che è cosa viva. Non diversa dall’esperienza vissuta da quelle Madri del Deserto, dette Ammas, ascete cristiane presenti in Egitto, in Siria tra il IV e il V secolo in forme comunitarie o eremitiche.

Ma la comunanza che avverto per Cristina Campo, non m’impedisce nemmeno di considerare infondati i timori di un impoverimento della liturgia riformata. Ritengo anzi che essa costituisca uno dei frutti più preziosi di quel “gioco misterioso e amoroso della Provvidenza in dialogo con la storia al fine di risvegliare in noi quello spirito di profezia proprio della chiesa di Dio” che fu il Concilio secondo il futuro Papa Paolo VI (Lettera pastorale all’arcidiocesi ambrosiana per la Quaresima 1962). Lo stesso che si chiedeva che cosa si sarebbe dovuto rispondere a coloro che, nel tempo a venire, si domanderanno che cosa faceva la chiesa cattolica in quel momento? “Amava – egli suggeriva – sarà la risposta; amava con cuore pastorale. Anzi è stato un triplice e grande atto di amore: verso Dio, verso la chiesa, verso l’umanità” (Discorso di inizio IV sessione del Concilio, 14 settembre 1965).

Il Concilio, per il vero, non ha dato una definizione di liturgia, ma ha preferito soffermarsi su quanto essa opera: far vivere l’esperienza dell’amore cristiano, ri-attuando ogni volta, qui e ora “l’opera della nostra redenzione” (SC 2). Un’opera singolarmente amorosa, quella dell’agape, nella quale ci è dato contemplare e vivere quell’amore più grande che è il dare la vita nella forma del Crocifisso risorto. Un amore così potente da vincere la morte, che costituisce il fine ultimo della liturgia come «culmine e fonte» della vita cristiana, da perseguire non solo annunciando la buona notizia di Colui che, per amore è morto, è risorto e viene, ma attuandolo e partecipandolo a tutti, tanto nella liturgia della Parola di Dio, quanto e ancor più nella liturgia eucaristica, in cui avviene quel meraviglioso e admirabile commercium tra la nostra umanità e quella del Figlio amato (agapētós), umanità di Dio per noi.

La liturgia – più precisamente – parla di Dio raccontando e praticando il suo amore, in una triplice espressione: l’amore che è venuto, l’amore che viene e l’amore di nuovo veniente. Essa è, dunque, al contempo, memoria di una storia di amore, rappresentazione attuativa di questo amore e apertura prognostica e attesa di quello che verrà dal futuro.
Dice il concilio: “Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa… è presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20)”, (SC 7).

Vivere la liturgia comporta allora il lasciarsi prendere da quest’amore e divenirne il buon profumo tra la gente. Per questo la messa non finisce con la celebrazione del rito, ma deve compiersi nella vita. Non diversamente dalla fede che – come ci ricorda ancora Tommaso – non si può fermare all’enunciato, e tanto meno alla professione del Credo la domenica, ma si compie solo rendendo vive e presenti nella propria quotidianità le espressioni della confessione di fede (S.Th 1,1,2).

Sotto questo profilo, il Concilio si è rivelato un enorme progresso nel processo di autocoscienza della chiesa. Scoprendosi relativa come la luna in rapporto a quel sole che è il Cristo, essa ha ritrovato il bene spirituale della sua esistenza missionaria: ‘vangelo tra la gente’, vedendo così oltre l’orizzonte ristretto di una dimensione ecclesiocentrica ed eurocentrica per assumere una visione planetaria ed estroversa. Così l’altro bene spirituale messo in campo dal Concilio è stato la prossimità della chiesa al mondo, per donare al mondo ma pure per ricevere da esso (Cfr. Guadium et spes 44), in quella forma di santità ospitale significata nella parabola del samaritano.

“La liturgia cristiana – ci ricorda ancora Cristina Campo – ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi … sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me, ma (il Maestro) addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira”. (ivi 132).

Ancora una volta si dirà: cosa fa la liturgia? E la risposta sarà sempre la stessa: essa ama, al modo della Maddalena che lava i piedi a Gesù e dello stesso Gesù che lava i piedi ai suoi, essa continua ad amare attualizzando questo amore perennemente sorgivo di nuova umanità, attraverso la reciprocità del servizio: “come ho fatto io così fate anche voi, gli uni gli altri” (Gv 13,15); la liturgia ci fa come Cristo, ci fa sua famiglia. Come lui dunque inviati: non per essere serviti ma per servire e donare agli altri Colui che si è ricevuto in dono (Cfr. Mc 10,45).

A questa ‘visione amante’ della liturgia faccio corrispondere le ‘visioni ardenti’ di un mistico e poeta che fu anche scienziato e paleontologo, il gesuita padre Pierre Teilhard de Chardin ne La messa sul mondo, la sua liturgia cosmica: “Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne (Fronte francese della I Guerra mondiale), ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo. Lì in fondo, il sole appena incomincia ad illuminare l’estremo lembo del primo Oriente. Ancora una volta, sotto l’onda delle sue fiamme, la superficie vivente della Terra si desta, vibra e riprende il suo formidabile travaglio. Sulla mia patena, porrò, o Signore, la mèsse attesa da questa nuova fatica e, nel mio calice, verserò il succo di tutti i frutti che oggi saranno spremuti. … Ricevi, o Signore, questa Ostia totale che la Creazione, mossa dalla Tua attrazione, presenta a Te nell’alba nuova. Questo pane, il nostro sforzo, so bene che, di per sé, è solo una disgregazione immensa. Questo vino, la nostra sofferenza, non è purtroppo, sinora, che una bevanda dissolvente. Ma, in seno a questa massa informe, hai messo – ne sono sicuro perché lo sento – un’irresistibile e santificante aspirazione che, dall’empio al fedele, ci fa tutti esclamare: O Signore, rendici uno!”, (Inno dell’universo. La messa sul mondo, Brescia 1992, 9 e 10).

PRESTO DI MATTINA:
un sogno, una domanda e un “esercizio spirituale”

Buongiorno. Anche in questo sabato di silenzio che conclude una settimana di silenzi. Silenzi vivi però. Quasi a voler anticipare il Sabato Santo: il grande silenzio che avvolge tutta la terra nel giorno in cui il Signore riposa dopo la lotta vittoriosa contro il dragone.

Ho una cosa da chiedervi, anche se so già che molti già la fanno. Pregare penserete voi. Sì anche pregare, perché è importante, importantissimo farlo in questi giorni.  E ricevo numerosi messaggi di persone che m’invitano a ricordare nella preghiera le persone ammalate, quelle sole, i medici, gli infermieri, gli agenti e tutti coloro che lavorano per noi. Ed io rispondo che lo faccio sempre; e alla sera prima di entrare in parrocchia, vado fin sulla porta e sotto le finestre della comunità La luna, vi giro attorno e mentre dico il Pater tocco le pietre del muro una ad una come fossero persone.

Ho sentito anche al telefono il mio medico, che mi ha raccontato che fa il possibile, assieme ad altri suoi colleghi del gruppo medicina, per essere di aiuto a chi chiede loro assistenza. Ma ha aggiunto che i veri eroi sono i medici ospedalieri direttamente a contatto con i malati di Covid. Salutandolo gli ho detto che pregavo per loro e lui di rimando mi ha detto: “Grazie di cuore. Ne abbiamo assoluto bisogno.”.

Ma vi è un’altra cosa di cui c’è bisogno, e non è meno importante del pregare, vale  a dire mettere in pratica la Parola. Sostiene Michel de Certeau che vi è un credere originario, insito nell’umano, nella forma esistenziale: e questo credere è “praticare l’alterità, l’altro”. Quindi vi chiedo – lo chiederei anche i ragazzi del lunedì – di avviare questo esercizio spirituale, per così dire, perché in realtà l’esercizio che vi chiedo coinvolge anche il corpo: ovvero passa dal cuore, arriva allo spirito e solo alla fine affiora sulle labbra, come una risposta a chi hai di fronte.

Ricorderete che nella ricerca del santo Graal, l’unico che lo trova è Parsifal. E questo perché, in ragione della sua ‘trasparenza d’animo’, egli vede con gli occhi del cuore, sa porre la domanda giusta al guardiano che non lascia passare nessuno: e la password che gli permette l’accesso di fronte al guardino anziano e soffrente è “Che cosa ti affligge, qual è la tua sofferenza?”.

Mi ha telefonato anche il papà di Marco, per aggiornarmi sulla situazione in via Assiderato. E – sorpresa! – mi ha riferito che hanno creato una chat per quelli della via, in modo da aiutarsi l’un l’altro tra vicini; si passano le notizie e uno provvede a fare la spesa per tutti. Ecco gli esercizi, le buone pratiche di solidarietà verso coloro che sapete essere soli in casa, scoraggiati o in difficoltà, perché hanno perso il ritmo di prima, anche i giovani ne risentono. Ecco l’opportunità. Pensate a un amico. Pensate ad un vicino. Attivate l’inventiva del quotidiano; e se le strade non sono agibili, escogitate percorsi alternativi nel rispetto del bene comune che è la vita di tutti.

Vi voglio raccontare un’esperienza di tanti, tanti anni fa. Un’esperienza per me così forte che la scrissi nel mio taccuino nel lontano 2000 e poi non dissi a nessuno. Era il primo dicembre, ed ebbi un sogno suscitato da un incontro reale: un sogno che operò in me come un ‘accrescimento di coscienza e di responsabilità’.

Ve lo racconto così come l’ho appuntato.

L’altra notte – scrivevo – ho sognato di essere in un luogo indefinito, un camerone con tanta gente seduta a tavoli piccoli, che non potevi evitare di urtare mentre vi passavi in mezzo, e voltandomi mi accorsi che ad uno di essi era seduto Papa Wojtyła. Con il dito mi fece segno di fermarmi. Quindi mi mostrò un biglietto natalizio con dei lustrini luccicanti, chiedendomi cosa fosse. “Che strana domanda mi fa?”, pensai. “Perché non comprende che è un biglietto natalizio?”. Tenni tuttavia quel pensiero per me e mi fermai per spiegargli cosa fosse. Passò un attimo lunghissimo, e poi sentii come di dovergli chiedere qualcosa: una domanda che porto sempre dentro di me, anche quando dormo o non affiora alla coscienza. Ma diviene martellante, ogni volta che incontro persone imprigionate e scosse dal dolore, dalla malattia, quando ascolto il telegiornale, quando cammino in ospedale o faccio mentalmente l’elenco degli ammalati e delle persone sofferenti della parrocchia. E così chiesi al Papa con un profondo slancio interiore, quasi a voler esigere a tutti i costi una risposta, sicuro che mi sarebbe stata data, come a volermi alleggerire un poco da quella domanda, che a volte è pesante come un macigno, e chiesi – ripetendolo però più volte – “perché tanta sofferenza nel mondo? perché? perché?”. Mi veniva da piangere. Lui però non rispose. Mi alzò in piedi, prese la mia testa tra le mani e l’avvicinò alla sua in modo che le nostre fronti si toccassero. Restammo così un poco, senza guardarci, con gli occhi chini, fronte a fronte. E infine mi svegliai.

Per tutta la giornata pensai al sogno, chiedendomi cosa potesse averlo fatto nascere. Ma niente; non mi veniva una spiegazione. Anche quella sera andando a trovare la nonna di Maria Grazia, lo facevo spesso, che non parlava più a causa di una malattia che l’aveva lentamente paralizzata – tanto che rischiava ogni momento di soffocare, per via della saliva che si fermava nell’esofago oramai immobile e non andava né su né giù – le raccontai il sogno, e dopo avere riferito anche altre cose, ritornai a casa. Il giorno dopo, mentre ero sovrappensiero, ricordai però un gesto a cui non avevo fatto caso la sera prima, né le volte precedenti. E allora compresi. Quando quella signora stava male, fino a soffocare, la figlia o la nuora la sollevavano dalla poltrona mettendola in piedi: poi l’avvicinavano a loro, e fronte a fronte con la mano l’aiutavano a calmarsi e a riprendere il respiro. Ecco da dove veniva il mio sogno. Allora mi sembrò di risentire la domanda: “quanta sofferenza?” e la risposta non c’era, o meglio non era in parole, ma in un gesto piccolo piccolo, che univa due persone nella solidarietà dell’amore: fronte contro fronte, gli occhi chini finché il respiro non ritornava.

Quando morì Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005, mi ritornò vagamente alla memoria del sogno. A farmelo ricordare fu la grande fotografia posta sul sagrato della cattedrale. La foto che lo ritrae con la fronte appoggiata al crocifisso del suo pastorale. Fronte a fronte con il Signore.

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