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Muto confronto
(un racconto)

Muto confronto

(Un racconto)

Un giorno, non so dire quando, nel sottopasso era comparsa una sedia: lo schienale alto, in legno, con la seduta ricoperta di velluto verde, un poco sdrucito. Stava sul marciapiede che collega le due piccole scale e le rampe per il passaggio delle biciclette, sotto i binari di quella ferrovia di campagna. Non so dire neppure chi la portò, se di giorno – non credo – o di notte, né so se qualcuno vi si era mai seduto dopo averla portata oppure se un vecchio, affaticato dal passaggio sotterraneo, l’avesse usata per riposare. Poi, un giorno o una notte – ancora non so – ne comparve un’altra. Identica. Contrapposta. In realtà non poteva essere identica, perché era un’altra.

Al bar vicino sentii dire che la seconda, forse, l’avevano portata due ragazzi in fuga dalla pioggia. E la prima? Nessuno lo sapeva. Chiesi alla barista, con gli occhi a mandorla, la piccola coda di cavallo e gli occhiali da miope, se l’avesse portata il Tempo stesso, che, ogni tanto, ha bisogno di appoggiare il peso dei giorni; lo dissi mentre lei preparava l’ennesimo spritz alle undici del mattino, tra il disinteresse dei clienti. Lei mi guardò, distratta, allungandomi lo scontrino senza proferire parola.

Ogni giorno, passeggiando, andavo a controllare se le sedie, identiche, ma diverse, fossero sempre al loro posto, fossero sempre lì a confrontarsi silenziose. La primavera avanzava rapidamente verso il solstizio d’estate, quando, scendendo i pochi gradini senza far rumore, rimasi abbagliato dai raggi del sole che filtravano bassi, come se anch’essi fossero un visitatore esitante. Mi fermai, interdetto: su una sedia sedeva una donna, sull’altra un uomo; si guardavano l’uno con l’altra con gli occhi socchiusi. Parlavano piano, con l’accento del luogo; la donna diceva, mi pare, che lei aveva imparato a partire, mentre l’uomo rispondeva che lui non aveva mai imparato a restare.

Le loro parole, come farfalle, si posavano sui muri coperti di graffiti, per poi svolazzare intorno a me, deformate, così che le brevi frasi dei due mi arrivarono alle orecchie avendo perso qualsiasi significato.

Camminai all’indietro risalendo i gradini e me ne andai, turbato. Non avevo mai visto quelle due persone nella zona: mi chiesi se fossero profughi o soltanto fuggiaschi. Oppure extraterrestri entrati nel sottopasso da una misteriosa ed invisibile porta di accesso di un Universo parallelo?

Il giorno seguente i due erano ancora lì, nell’ora che precede il tramonto, ma stavano in silenzio.

Li spiai: lei osservava i gradini, mentre lui scrutava l’uscita dalla parte opposta. I loro occhi non si guardavano, mentre i miei guardavano loro. Presi coraggio e, deglutendo la saliva, dissi: “Che fate qui? Avete bisogno di qualcosa?”

Ci fu un attimo – interminabile – in cui il silenzio divenne solido, palpabile, nel caldo che iniziava a farsi sentire là sotto.

“Vogliamo attraversare la vita senza sentirci incompleti!”.

Non seppi che significato attribuire a quella frase e rimasi sopraffatto dal silenzio che ne era seguito. Quella notte non riuscii a dormire, perché l’emozione delle parole pronunciate all’unisono, con voci metalliche, mi faceva battere il cuore, impedendo al sonno di portarmi lontano.

Il pomeriggio successivo tornai al sottopasso: le sedie c’erano, ma vuote.

Così anche il giorno dopo.

Ed i giorni a venire.

Le sedie vuote rimanevano una di fronte all’altra, mute.

L’estate passò, bollente e lunga, e tutti coloro che usavano il passaggio sotto la ferrovia notavano soltanto due posti a sedere abbandonati.

Solo io sapevo che qualcuno si era seduto su quelle due sedie, portate da ragazzi che fuggivano dalla pioggia o dal Tempo stanco di avanzare senza riposo: quando passavo sentivo le “assenze” sedute al posto dei corpi.

La Nostalgia di ciò che era stato occupava una sedia, mentre l’Attesa occupava l’altra.

Sono passati gli anni e i miei capelli sono diventati grigi, il mio passo incerto e i miei sensi meno attenti; tuttavia, quando attraverso quel piccolo corridoio di cemento ho l’impressione che coloro che avevo “visto” stiano ancora conversando, come due anime che non sono mai riuscite a incontrarsi davvero e che continuano a cercarsi da lati opposti dello stesso passaggio.


Cover: immagine utilizzabile gratis secondo la Licenza per i contenuti di Pixabay

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Davide Cristofori

Sono nato all’ombra del Castello Estense nel 1959. Ho frequentato il Liceo Scientifico Roiti, sposando una mia compagna di classe. Dalla fine degli anni ‘70 ho lavorato per un Ente Pubblico, svolgendo, più o meno, le stesse mansioni lavorative di F. Kafka in Boemia: una parte importante del mio lavoro richiedeva che scrivessi “testi”. Ora, da nonno pensionato, continuo a scrivere, con umiltà e senza ambizioni particolari. In ogni caso, poesia o prosa che sia, scrivo quello che sento, mi ispiro a ciò che vedo, lasciando che siano il cuore o l’irrazionalità più pura a mettere insieme le parole sulla carta.

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