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No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa
(un racconto)

No, quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa
(un racconto)

Parte del viaggio lo aveva fatto in treno. Era sceso dal nord in un vagone semivuoto tra fogli sgualciti di giornali abbandonati e volti straniti di viaggiatori stanchi. La linea ferroviaria in un tratto correva parallela al mare ed alla spiaggia. Gli era parso che la sabbia fosse umida come dopo la pioggia e gli ombrelloni nelle loro ordinate file erano tutti chiusi. La schiuma delle onde era giallastra. Ad un certo punto aveva deciso di scendere. Attraversò un sottopasso: le indicazioni erano a destra per il mare e a sinistra per la Stazione. Svoltò a sinistra. I suoi passi risuonarono pesanti sulle tavole di legno del cantiere. Dall’alto filtrava la luce del sole illuminando la polvere sollevata dai suoi movimenti. Sbucò di fronte ad un bar: ad un avventore chiese dove avrebbe potuto trovare un auto. Gli venne detto che un oste noleggiava vetture in buono stato ai turisti. Scelse un’auto grigia. Tedesca. Veloce ed affidabile. Proseguì verso sud prima costeggiando il mare, poi inoltrandosi verso i brulli monti all’interno. Senza conoscere la sua meta attraversò gallerie e viadotti. Era un po’ stanco. Gli occhi bruciavano. Li stropicciò e la cosa non fece bene. Aveva sete, ma intorno non c’era nulla, se non capannoni industriali e supermercati abbandonati. In alcuni momenti si chiedeva chi abitasse in quei piccoli paesi abbarbicati sulle pendici dei monti. Oppure la sua mente si perdeva a chiedersi le origini di quei nomi stravaganti: Borgorose, Scurcola, Fiamignano. La sua curiosità fu attirata dal cartello del “Lago del Salto”. Accostò la vettura, diminuendo il volume della radio, dalla quale usciva una piacevole musica brasiliana. Controllò la carta stradale: si, svoltando a destra avrebbe imboccato la strada che conduceva al Lago. Rimise in moto. Al termine di una breve salita il cartello stradale indicava “Fiumata”. Svoltò.

Davanti alla prima casa, una modesta villetta a due piani, vide accanto a due anziani una donna dal fisico robusto. Teneva in mano una borsa ed un sacchetto di una boutique; gli anziani si sbracciarono per cercare di attirare la sua attenzione e farlo fermare. Sembravano brava gente in cerca di aiuto. Per un attimo pensò che volessero avvertirlo che la strada era interrotta e che non poteva proseguire oltre. Si arrestò. Abbassò i vetri dei finestrini; non conoscendo l’auto si accorse che aveva abbassato prima quello posteriore per cui l’uomo anziano si era sporto da dietro, mentre la donna -la moglie?- lo guardava con aria incerta davanti al finestrino anteriore chiuso. Gli chiesero dove andasse. Se, per caso, stava andando a Fiumata.

“Veramente non ho una meta. Faccio un giro. Vorrei vedere il lago.”

Quel giorno, in fondo, era quello il suo unico, minimo, desiderio.

Gli risposero che il Lago lo  avrebbe visto proprio bene da Fiumata e ancora meglio da Vallececa. “Era proprio il cielo che lo aveva mandato lì.”

La signora, dissero indicando la donna al loro fianco, aveva sbagliato autobus e, insomma, aveva bisogno di un passaggio per tornare a casa.

“Se il signore era così gentile….”

Acconsentì.

In realtà la signora non tornava alla “sua” casa, ma a quella dove lavorava. Dove badava a Guido. Che ora sarebbe stato arrabbiato, perché lei non tornava ancora. Perché non aveva mangiato. Intuito l’accento straniero l’uomo le chiese da dove venisse.

“Romania”.

Dalla città di Cluj. La donna rise, dicendo che la loro squadra di calcio “anno scorso battuto Roma”.

Lui annuì. Lo ricordava. L’allenatore era italiano….un ex calciatore. Lei disse che era andata in città a comprare il biglietto aereo per volare in patria. A casa sua, quella vera. Dove suo marito non stava più, ma dove la aspettava suo figlio. Il suo “bimbo” di 18 anni. Quindi, lei sapeva dove voleva andare, mentre lui quel giorno vagava.

La donna era trafelata. Disse che, tutto sommato, si poteva ritenere fortunata di avere trovato qualcuno di buon cuore che la riportava da Guido. Nel paese di Vallececa. La strada saliva ripida, per poi scendere vertiginosamente. Le curve erano strette ed il bosco fitto.

Lavorava da qualche mese, più o meno quattro.

Per trent’anni aveva lavorato all’Ufficio Pubbliche Relazioni di un’azienda telefonica. Non ne poteva più di rapporti con la gente. Lì in mezzo ai boschi, in un paese con cinque o sei anziani in tutto, aveva vissuto in vero relax.

“Conosco relax in inglese. Non so dire in italiano.”

Ma ora era stufa. O “stufata?”. Va bene, comunque, disse lui guidando più  veloce. La donna voleva vedere suo figlio e la voce le tremò per un brevissimo istante. Erano giunti al Lago. Uno specchio verde che rifletteva le chiome degli alberi sovrastanti. Lei indicò il paese.

“Quale? Quello lassù?” disse lui.

“No, quello in basso. Quello in alto è Girgenti. Io andare a Vallececa.”

Il paese era indicato a 1,5 chilometri.

Attraversarono un ponte. La macchina rombò nell’oscurità del bosco, salendo un ultimo tornante.

Guido aspettava impaziente sulla strada.

“Quanto devo?” disse la donna…..

Titolo originale del racconto: “Uno strano appuntamento”

In copertina: Veduta del Lago del Salto da Girgenti, frazione del comune di Pescorocchiano (RI), nel Lazio – foto Wikimedia Commons

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Davide Cristofori

Sono nato all’ombra del Castello Estense nel 1959. Ho frequentato il Liceo Scientifico Roiti, sposando una mia compagna di classe. Dalla fine degli anni ‘70 ho lavorato per un Ente Pubblico, svolgendo, più o meno, le stesse mansioni lavorative di F. Kafka in Boemia: una parte importante del mio lavoro richiedeva che scrivessi “testi”. Ora, da nonno pensionato, continuo a scrivere, con umiltà e senza ambizioni particolari. In ogni caso, poesia o prosa che sia, scrivo quello che sento, mi ispiro a ciò che vedo, lasciando che siano il cuore o l’irrazionalità più pura a mettere insieme le parole sulla carta.

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