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Poveri, ma belli. O forse soprattutto belli, in contesti fascinosamente poveri. Come succede con lei – giovane, sexy, elegante – davanti a un banco di frutta al mercato. Oppure un’altra fanciulla carina e flessuosa, in abito nero accanto a una donna siciliana in abiti scuri tradizionali. O ancora un’altra donna, bella e intensa, che passa davanti a un gruppo di uomini con le catenine del rosario al collo come ciondoli.

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Marpessa in un’immagine di moda di fine anni ’80 fatta da Scianna per Dolce e Gabbana
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Marpessa in un’altra immagine scattata da Scianna a Modica per gli stilisti Dolce e Gabbana

Basta vedere una di queste immagini evocative, immortalate nella luce pietrosa della Sicilia, per pensare subito alla moda di Dolce e Gabbana. Scene che rappresentano un’anima di autenticità forse un po’ rubata al diavolo, ma con quel respiro esclusivo che solo una foto d’autore come quella di Ferdinando Scianna può dare. O quella di altri professionisti di scatti e pubblicità, come Oliviero Toscani per Benetton e Tony Richardson per Tom Ford. Le modelle meravigliosamente siciliane di Scianna, negli anni, si sono via via succedute, accomunate comunque da un’equivalente bellezza corvina e mediterranea all’ombra di carretti colorati e fichi d’india: Marpessa (che, però, è olandese), Maria Grazia Cucinotta (messinese doc), Monica Bellucci (perugina), Bianca Balti (lombarda). Alla fine sono arrivati attori come Giuseppe Fiorello e Francesco Scianna, che in Sicilia ci sono nati. Con set che potrebbero essere la ricostruzione di film di Giuseppe Tornatore, in posa glamour dietro all’obiettivo di Giampaolo Sgura. Ritratti, foto di gruppo, scene di famiglia che tutte le volte comunque ti incantano. Le guardi e ti ipnotizza quell’idea di bellezza d’insieme che emana e pensi che una volta ti piacerebbe avere una foto così, mettere in posa in quel modo i tuoi amici, la tua famiglia, magari anche cani, gatti e colombe (che neanche hai, ma vorresti).

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Monica Bellucci e Bianca Balti in posa per Giampaolo Sgura nella campagna Dolce e Gabbana 2012-2013
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Ancora ambientazione siciliana per la pubblicità di moda firmata Giampaolo Sgura della stagione 2012-2013

Un amico appassionato di fotografia di recente ha citato una frase di Richard Avedon, che in questo senso è illuminante. Il grande fotografo di moda rivela: “Da piccolo, la mia famiglia dedicava molta cura alle nostre foto. Le pianificavamo nei minimi dettagli. Creavamo vere composizioni. Indossavamo i vestiti della festa. Ci mettevamo in posa davanti ad automobili costose che non erano nostre, a case che non erano nostre. Ci facevamo prestare dei cani. In quasi tutte le foto di famiglia di quand’ero giovane compare un cane diverso. Mostrare che gli Avedon avessero dei cani, sembrava una finzione necessaria. Quando, di recente, ho riguardato queste foto, ho contato undici cani diversi in un solo anno. Eravamo lì, perennemente sorridenti, davanti a gazebo e automobili Packard con cani presi in prestito. Tutte le foto del nostro album di famiglia sono state costruite su una qualche menzogna riguardo a chi eravamo, e rivelavano la verità su chi volevamo essere“, (“Borrowed Dogs: Portraiture as performance”, 1986)

Di questo tipo di foto pubblicitarie qua e di altre del genere parlerà oggi, in biblioteca, Roberto Roda, studioso di usi e costumi e di antropologia culturale del Centro etnografico ferrarese.

L’appuntamento fa parte delle conversazioni del ciclo ‘Il presente remoto’ e vuole riflettere sul ruolo della fotografia pubblicitaria. In passato immagine ideata per rappresentare un prodotto da vendere, ma da circa trent’anni qualcosa di un po’ più complesso. “Oggi la pubblicità – si legge nella scheda di presentazione – può evitare di concentrarsi sulla raffigurazione del prodotto e attuare forme comunicative in cui il marchio produttore celebra se stesso. Lo stile di un fotografo può essere così importante da diventare il simbolo del brand, la sua anima. Oliviero Toscani per Benetton, Ferdinando Scianna per Dolce e Gabbana, Tony Richardson per Tom Ford e Sisley sono solo alcuni degli esempi più eclatanti che verranno analizzati durante la conversazione”.

“Fotografia, pubblicità, comunicazione. Quando lo stile del fotografo diventa lo stile del brand” è il titolo dell’incontro in programma oggi, venerdì 16 ottobre, alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea, via Scienze 17, a Ferrara. Ingresso libero.

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Giorgia Mazzotti

Da sempre attenta al rapporto tra parola e immagine, è giornalista professionista. Laurea in Lettere e filosofia e Accademia di belle arti, è autrice di “Breviario della coppia” (Corraini, Mantova 1996), “Tazio Nuvolari. Luoghi e dimore del mantovano volante” (Ogni Uomo è Tutti Gli Uomini, Bologna 2012) e del contributo su “La comunicazione, la stampa e l’editoria” in “Arte contemporanea a Ferrara” dedicato all’attività espositiva di Palazzo dei Diamanti 1963-1993 (collana Studi Umanistici Università di Ferrara, Mimesis, Milano 2017).

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

Periscopio è  proprietà di un azionariato diffuso e partecipato, garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano. Si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

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Francesco Monini
direttore responsabile


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