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DIARIO IN PUBBLICO
Cosa farò da grande?

 

Il continuum di pensieri non seguiti dall’azione (o tempora…) producono notevoli quantità di libri sul tavolone da lavoro. Sfilano, Morante, Bassani, Canova, Cicognara tra affannati consulti, problemi (guai a chi osa scandire anche solo nel pensiero l’orrido ‘problematiche’!) esecutivi, scansioni temporali.

Invano chiedo conforto alle idiozie televisive, che mi rimandano l’immagine di un’Italietta ormai irrecuperabile. Pochi conforti (per citare ancora una volta l’Amatissima, ovvero Elsa) splendono nel buio della notte, tra i quali la certezza di avere dato casa dignitosa ai miei ‘bambini’ siano essi libri o dischi.

Ora il distacco più triste, ma più necessario: quello per cui affiderò alla Biblioteca Ariostea i libri più amati e importanti della storia del giardino, che ancora occhieggiano qui vicini al computer, atteso che, unici in Emilia, possediamo – da me voluta e avviata – la raccolta più specializzata in questa disciplina. Ovviamente attraverso l’aiuto e l’appoggio del Garden Club di cui un tempo ho fatto parte.

Ed ora è tempo di scalare la montagna. A Parigi trionfa al Petit Palais la mostra su Giovanni Boldini [Qui] organizzata dalla bravissima Barbara Guidi, amica che, in quel di Bassano, sapientemente conduce la direzione del Museo-Biblioteca.

A breve l’Edizione Nazionale delle opere di Antonio Canova [Qui], di cui mi pregio essere presidente, organizzerà con il Comune di Bassano un grande Convegno dedicato al bicentenario della morte dell’autore, e la presentazione del volume – primo della serie delle lettere di Canova – nei luoghi da lui frequentati: da Bassano, a Roma, Venezia, Firenze.

Ma ciò che rappresenta l’omaggio ‘ferrarese’ più importante sarà un convegno internazionale su Leopoldo Cicognara [Qui], che si terrà nella Biblioteca Ariostea. Almeno spero!

Ma ora l’impegno più pressante e certamente il più difficile sarà quello che dovrò sviluppare sui rapporti tra Proust [Qui] che ‘racconta’ l’arte e i suoi referenti, i pittori, tra cui in primo piano è ovviamente Boldini.

Un impegno che non so se riuscirò a portare a termine, ma che già avevo cominciato a scandagliare studiando di Proust l’amico Robert de Montesquiou [Qui] e l’omonimo parigino di Boldini, Paul César Helleu [Qui]. Nel frattempo, l’amica e collega Anna Dolfi annuncia l’uscita di un volume proustiano dove, se le forze reggeranno, scriverò il saggio sul tema qui annunciato. Basterà a confermare cosa farò da grande?

Tra uno scroscio di pioggia e un timido raggio di sole, che esalta la fioritura straordinaria di camelie, giacinti e tromboncini del giardino, ancora una volta la mente è oppressa dalla tristezza della malvagia guerra in Ucraina condotta dall’orrido dittatore russo.

Ma il pensiero, per non condannare una storia così necessaria al progresso della civiltà occidentale e mondiale, va ai meravigliosi luoghi dell’arte russa, che con diversi toni si declina anche tra Russia e Ucraina. E bene ha fatto il ministro Franceschini a convalidare l’impegno di ricostruire il teatro di Mariupol, come si evince da un suo twitter.

Come è possibile dimenticare l’influsso dell’arte russa nel mondo? Ancora una volta mi vengono in mente i viaggi a Mosca, San Pietroburgo e nel territorio russo, fatti con entusiasmo e impegno ed organizzati dalla CGL ferrarese forse ‘un milione di anni fa’! Eravamo giovani e bambini. Ora da grande il ricordo di quei luoghi conforta e riscalda.

Mai ne potremo fare a meno!

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

VITE DI CARTA /
Sul rileggere i libri e di altre cose preziose

Mi trovo nella felice condizione di preparare l’incontro con la scrittrice Donatella di Pietrantonio [Qui] che avverrà il 23 novembre prossimo alla Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea [Qui]. Lavoro alla rilettura dei suoi romanzi insieme alla amica e collega di sempre, Maria Calabrese. Ci diciamo dubbi e apprezzamenti, ci emozioniamo insieme davanti alla scrittura così intima e vibrante degli ultimi due romanzi che l’autrice ha pubblicato: L’Arminuta nel 2017 e Borgo Sud nel 2020.

arminutaLa qualità di L’Arminuta si è già sedimentata nel panorama letterario italiano degli ultimi anni: nello stesso 2017 ha vinto tra gli altri il Premio Campiello e il 21 ottobre scorso è uscito il film omonimo, diretto da Giuseppe Bonito e apprezzato in primis dalla scrittrice che ha partecipato alla sceneggiatura. Siamo andate a vederlo e ci è sembrato un film intenso, pieno di sensibilità e verità interiore come certe poesie dai tratti prosastici, armoniose e scabre al tempo stesso.
Ci è servito per procedere a quella lettura di scavo dentro ai testi che rappresenta il nostro ideale di lettura.

 

borgo sudOra siamo intente a ripercorrere Borgo Sud e lo scavo si fa pieno di gallerie e cunicoli affondati nel passato della narratrice, la stessa di L’Arminuta, che anche qui non dice il proprio nome e che in ogni capitolo parte dal presente ma presto si lascia prendere dai ricordi.
Il presente è un tempo doloroso: è arrivata da Grenoble per assistere la sorella che ha subito un grave incidente domestico. Occorrono due settimane perché Adriana possa uscire dal coma e nei giorni e soprattutto nelle notti dell’attesa la narratrice ripercorre le fasi del loro passato in famiglia e del suo, con l’esito di restituirsi a se stessa, di mettere alla prova le proprie scelte e corroborarne la validità. Anche Adriana del resto viene ripensata alla luce della propria indole e della vita arruffata che ha condotto.

Abbiamo riletto per intero Borgo sud, abbiamo riempito le pagine del libro e alcuni nostri foglietti di note scritte a matita, di richiami tra pagine ora lontane ora vicine. Ci sono venute in mente ipotesi a cui non avevamo pensato durante la prima lettura, che pure risale solo a pochi mesi fa.

Ce lo siamo ripetute di frequente: “Guarda, in questo passaggio sembra che la madre di Piero sapesse già…”; oppure “Controlla in quale tempo è avvenuto ciò che la narratrice sta ricordando. E’ prima del 1992, l’anno del destino per le due sorelle?”; “Qui viene detto il nome della madre, e qui si dice quanta stima avessero per lei i paesani. E’ importante per la sua figura complessiva”.

Abbiamo ricostruito la fabula del romanzo, dunque abbiamo messo in fila i fatti secondo l’ordine temporale, scoprendo una volta di più la cura con cui l’autrice ha progettato la sua scrittura, in alcuni capitoli i flash back sono uno dentro l’altro come nelle bamboline russe. Con naturalezza. Una complessità strutturale così passa quasi inosservata alla prima lettura. Si nota soprattutto lo stato di necessità emotiva che spinge la narratrice a ripensare a ciò che è stato e a farlo in modo ricorsivo. Puntando ai gangli vitali del vissuto e ritornandoci più volte.

Con quale piacere abbiamo fatto emergere dal testo la sua ossatura: le parti messe in luce hanno evidenziato una totale plausibilità, come pezzi di vita riprodotti così bene da poter essere nostri e di tutti. Dalle parti in ombra sono emerse delle nuove suggestioni, come speso accade con ciò che è lasciato implicito. In un romanzo dai toni così intimi sotto c’è la rete leggera ma resistentissima di un meccanismo ben congegnato, con le rotelle che si muovono in sincronia.

Ho trovato anche un mio errore di lettura, un errore che ho riportato nell’articolo scritto nel gennaio scorso per questa rubrica. Me ne sono proprio dispiaciuta, anche se so che può capitare a ogni lettore nel suo primo incontro con un testo.

Una ragione di più per rileggere un libro, rivedere un film, ascoltare una persona che non vedevamo più da tempo o rovistare tra le vecchie foto per trovare quella che ci illumina per bene una fetta di passato. Una ragione di più per rimanere sulle cose, per attraversarne lo spessore.

Credo che Maria abbia ripensato come me a quante volte da insegnanti abbiamo guidato i ragazzi alla scoperta dei testi, cercando di mantenere in equilibrio la conoscenza della loro struttura con il piacere di leggerli. Convinte, sempre, che dei libi non dovesse bastarci una lettura di superficie.

So che Maria, come me, ha cercato di trasmettere non tanto una tecnica di lettura ma una visione del mondo, un’idea di impegno in quello che si fa, il cui esito finale è la comprensione del sistema su cui ogni libro è costruito. Un premio. La messa in moto di un raffronto con noi stessi e con lo scrittore che assegna peso a entrambi, che fa crescere.

Lo rifaremmo da capo. Dando l’esempio del nostro collaborare. Battendoci contro la superficialità, come modalità di approccio alla conoscenza, contro un’idea pericolosa di ‘scuola-usa-e-getta’, che pure si affaccia dall’esterno e tende a insinuarsi dentro le aule. Io studente ti ascolto come se fossi davanti alla tv: ti ascolto finché mi va, intanto tu parla pure, esponi i tuoi autori e le tue nozioni. Tra poco suonerà la campanella e la tua trasmissione avrà fine.

Invece no. Maria e io abbiamo proposto percorsi di conoscenze da condividere, con un obiettivo in fondo da raggiungere, con regole da rispettare ognuno nel proprio ruolo. Con una relazione professionale e umana da curare un giorno dopo l’altro.

Stiamo ripercorrendo Borgo sud come lettrici, lo assaporiamo per noi stesse e per trasmetterne la bellezza al pubblico adulto, che vorrà esserci il prossimo 23. Dentro di noi, tuttavia, come in un’altra bambola russa, c’è l’insegnante che ognuna di noi è stata, un pezzo della nostra identità.

Con tutte queste bambole, una contenuta nell’altra, il processo della lettura, come vedete, viene a complicarsi. Il gioco è un gioco degli specchi fra autore, personaggi, lettori. Insieme a Maria ribadisco, però, che è il bello che c’è nell’atto di leggere.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

TEATRO. Quel che le parole non dicono:
Paradiso XXXIII di Elio Germano al Comunale di Ferrara

Solo un attore come Elio Germano, protagonista di film concreti, attuali e travolgenti come “Romanzo criminale”, “Suburra”, “Mio fratello è figlio unico” poteva avere il coraggio di mettere in scena il più ostico dei testi letterari andandosi a cercarne la parte più difficile, aerea, mistica e attenendosi al linguaggio originale, poetico e arcaico da studi di lettere antiche.

Elio Germano in una scena di “Paradiso XXXIII” (foto Zani-Casadio)

Raccontare l’indicibile, mostrare l’inimmaginabile: è questo che uno dei giovani attori italiani più amati e credibili fa trasformando in spettacolo l’ultimo canto del Paradiso di Dante, il trentatreesimo, in scena ieri sera (venerdì 15 ottobre), stasera (sabato 16 ottobre, ore 20.30) e domani (domenica 17 ottobre, ore 16) al Teatro Comunale di Ferrara. Le terzine che concludono la Divina Commedia dantesca sono sceneggiatura della messa in scena di “Paradiso XXXIII” affidata all’interpretazione e alla drammaturgia di Germano insieme alla parte sonora appositamente pensata ed eseguita dal vivo da Teho Teardo con strumenti di vario tipo e svariate epoche e con una scenografia di luci strobiscopiche che incanalano l’ultima ed empirea tappa dantesca in suggestioni visive che evocano le trame delle incisioni di Gustavo Doré, le vibrazioni sonore, i palpito di un’ecografia neonatale, i videogiochi, l’iconografia sacra e l’attualità metropolitana.

Paradiso 33 al Teatro Comunale di Ferrara (foto Marco Caselli Nirmal)

Tante scene dantesche sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità descrittiva così potente dell’Inferno: l’attrazione travolgente di Paolo e Francesca che ancora ci fa dire che un certo posto o lettura o incontro è stato “galeotto” come quel libro che aveva fatto stare così vicini i due giovani, fino a lasciarli sopraffatti dalla passione (e condannati a un’incessante fusione); il concetto di bolgia infernale che evochiamo davanti a situazioni di caotici assembramenti; la figura del traghettatore Caronte come trasportatore di anime in pena.

Paolo e Francesca tratteggiati da Manfredo Manfredini, artista in mostra in Municipio a Ferrara (foto ML)

Anche il Purgatorio dantesco ha lasciato in eredità immagini potenti: la figura angelicata di Beatrice così come il riferimento forte e dannato a “Sodoma e Gomorra” che viene fatto dalle schiere dei lussuriosi e che ancora echeggia in commenti attuali, titoli e persino nelle più recenti serie tv.

Teho Teardo ed Elio Germano in una scena di “Paradiso XXXIII” (foto ©Zani-Casadio)

Diverso, però, è l’immaginario legato al Paradiso dantesco. Lontane anni luce dalle citazioni comiche delle pubblicità ambientate sopra le nuvole, le rappresentazioni presenti nella terza delle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia sono eteree, complesse e cerebrali. In Paradiso, la luce prevale e inonda figure e sensazioni sovraesponendole fino a rendere i loro contorni indefiniti, le sagome impercettibili, i tratti vaghi. L’effetto è quello che avviene, appunto, nelle immagini fotografiche inondate da eccessiva luminosità o al nostro sguardo dopo che si è posato sul sole o su una fonte di luce forte, che definiamo infatti accecante.

Proprio questa è la sfida dello spettacolo “Paradiso XXXIII”: mostrare l’invisibile, trasmettere non storie ma pensieri spiritual-filosofici, fare sentire l’ineffabilità, la carica emotiva e la forza poetica della visione paradisiaca.

Elio Germano interprete di Paradiso XXXIII (foto ©Zani-Casadio)

Poche ore prima che al Teatro Comunale di Ferrara andasse in scena lo spettacolo, nel pomeriggio di venerdì 15 ottobre in Biblioteca Ariostea lo stesso tema della narrazione paradisiaca in Dante lo ha affrontato Gianni Venturi, già docente di Letteratura italiana all’Università di Firenze nonché redattore di tanti interventi sagaci e brillanti sulle pagine di questo quotidiano online “Ferraraitalia”. Secondo Venturi nel terzo libro della Commedia “il supremo paradosso della ricerca dantesca è quello affidato a una memoria che per salti, barlumi, silenzi, si erge a raccontare l’indicibile e, quindi, a vederlo”. Venturi dice: “Figurare il Paradiso significa prendere atto della impotenza dell’impresa che tuttavia va affrontata attraverso un racconto metaforico che, mentre si rende conto dell’impotenza della parola poetica, si rinsalda proprio nella denuncia di questa impossibilità che la memoria affida allo strumento umbratile della poesia”.

La messa in scena dell’opera teatrale dedicata al 33.o canto del Paradiso (foto ©Zani-Casadio)

Elio Germano e Teho Teardo quest’impresa l’hanno compiuta, riuscendo a trasformare la poesia in uno spettacolo di prosa e di intrattenimento visivo-sensoriale. E dalla sala ovattata di corso Martiri della Libertà, a Ferrara, il pubblico è uscito sentendosi stordito e un po’ trasfigurato, alla maniera di quei personaggi che l’autore italiano più universalmente conosciuto ha tratteggiato settecento anni fa sulle pagine della sua “Comedia”.

DIARIO IN PUBBLICO
Vedere l’attualità e spiegare l’ineffabile

 

Con preoccupazione e orgoglio, mi calo nell’argomento che sarà centro della mia conferenza, quello cioè di commentare la posizione di Dante nel vertiginoso compito che si era dato, cioè quello di dimostrare l’indimostrabile, di rendere parola ciò che è ineffabile, di rendere visibile attraverso la metafora poetica ciò che non può essere visto.

La conferenza avrà luogo in presenza venerdì 15 ottobre 2021 [Qui]alle ore 17.00, presso la sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara, secondo le nuove disposizioni che la rendono totalmente fruibile, naturalmente rispettando le norme in vigore. Per congiunzioni astrali (!) in concomitanza con lo spettacolo teatrale che Elio Germano [Qui] condurrà per tre giorni al teatro Abbado sul canto XXXIII del Paradiso.

Tuttavia, mi lascio tentare dai programmi televisivi che si attaccano al presente e ferocemente lottano per la supremazia televisiva. Vedo la bella Lilli Gruber presentare il suo ultimo libro in una popolare trasmissione su Rai1.

Poi viene annunciata la presenza di Martina, una carabiniera che ha salvato la vita a una madre decisa di farla finita in bilico su un ponte.
Così riferisce La Repubblica riportando l’episodio:
“Dopo tre ore di stallo l’ho guardata e ho pensato a mia mamma. Cosa le direi se fosse in una situazione simile? Ho seguito il cuore e, di lì a poco, ci siamo prese per mano”.

I sentimenti di una figlia emergono con tutta la loro forza, oltre la divisa, oltre gli alamari, oltre il rigore militare. E alla fine è l’amore, più della dotazione tecnica, a restituire salva la vita a una donna di 50 anni che voleva uccidersi buttandosi su un canalone montano da 80 metri d’altezza. “Ci siamo abbracciate, lei si è messa a piangere e anche io. Non ho mai provato una simile empatia nei confronti di una persona. Il suo dolore era il mio. Il mio sollievo era il suo”.

Nella trasmissione televisiva che commentava l’impresa Martina Pigliapoco – così si chiama l’eroina – correttamente in divisa, i capelli tenuti fermi in uno chignon, miti occhi dietro un paio di occhiali da vista, sembra frastornata da quella notorietà che lei attribuisce al suo dovere; compirà 26 anni il prossimo dicembre, marchigiana di Osimo, carabiniera semplice in servizio a San Vito di Cadore. È rimasta per quattro ore a parlare, a cercare un punto di contatto e alla fine l’ha trovato.

Così spiega la sua inflessibile volontà di salvare la donna:
“In realtà non era un dialogo, per lungo tempo è stato un monologo. Rispondeva a monosillabi, si agitava. Il mio unico compito era stare lì e assecondarla, non perdere il contatto. […] le ho raccontato di me, della mia vita, del fatto che per lavoro aiuto la gente e che ero lì per fare lo stesso con lei Non voleva che mi avvicinassi, ho cercato di farle capire anche con il linguaggio del corpo che ero lì per aiutarla.”

Qui non si tratta dei soliti ‘commoventi’ ritratti che la tv usa per sfruttare le emozioni; ma una vera, imperdibile tranche de vie. Una donna matura e disperata salvata da una ragazza che crede ai valori della vita e dell’impegno che si è preso.

Poi di nuovo a sorbettarmi i risultati delle elezioni, osservando la boccuccia a cul de poule dei commentatori e dei vincitori e vinti. Povera Italia di c…te ostello!

Sto leggendo un libro fantastico sul mito della Rive gauche a Parigi dopo la guerra e il ruolo dei filosofi e intellettuali che la resero la capitale mondiale della cultura. Un particolare mi ha colpito quella che fa scegliere ai miti parigini Sartre [Qui] e de Beauvoir [Qui] nel contrasto tra comunismo ed esistenzialismo la soluzione italiana che non passa attraverso lo stalinismo.

Termino l’intensa settimana recandomi al convegno organizzato da MENS-A sul tema del Nuovo Umanesimo. Hanno parlato Pietrangelo Buttafuoco, Roberto Celada Ballanti e l’amico di una vita Franco Cardini [Qui].

Con lui abbiamo ricordato i nostri esordi – lui diciassettenne io diciannovenne – che svolgevamo piccoli incarichi per il famoso architetto dei giardini che operava a Firenze. E, nel tempo, l’invito che mi fece per studiare il periodo medievale delle mura di Gerusalemme, che helas! rifiutai perché si doveva dormire in tenda. Ancora oggi attendo di vedere Gerusalemme.

Sembra allora che la bella addormentata, Ferara, stia risvegliandosi.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

L’incredibile e un po’ ignobile vicenda del taccuino Ghedini.
Alcune osservazioni alla risposta dell’assessore Gulinelli

Di cosa Parliamo:

Il pittore Giuseppe Ghedini lascia, alla sua morte nel 1791, alla Biblioteca, oggi Ariostea, un taccuino contenente 31 disegni eseguiti per l’edizione veneziana del Ricciardetto. Il taccuino scompare e riappare nel 2020 sul mercato antiquario.

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Un disegno del taccuino Ghedini

Alcune associazioni culturali cittadine chiedono alla Amministrazione di farsi carico del suo recupero. L’Assessore alla Cultura, geometra Marco Gulinelli, dichiara il proprio impegno, ma intanto segnala la presenza dei disegni alla Fondazione Cavallini Sgarbi che li acquista.

In data 19 maggio 2021 le consigliere comunali Ilaria Baraldi (dem) e Roberta Fusari (Azione Civica) depositano una interrogazione nella quale chiedono perché l’Assessore ha favorito una Fondazione privata invece di operare perché il taccuino ritorni nella sede destinata.

Per regolamento la risposta è pubblica, merita di essere conosciuta (ci scusiamo per la lettura difficoltosa del pdf ndr,)

 

Alcune osservazioni alla risposta dell’Assessore Gulinelli:

Già la Consigliera Comunale Ilaria Baraldi ha puntualmente ricordato alcune delle carenze della risposta dell’Assessore Gulinelli.

La Consigliera osserva che l’Assessore non spiega perché non ha immediatamente avvertito gli organi della tutela affinché un bene pubblico, illecitamente trafugato, fosse restituito all’ente proprietario. Gulinelli mente alle interpellanti parlando di un autonomo interesse della Fondazione Cavallini Sgarbi. Il Presidente della Fondazione, Vittorio Sgarbi, ha pubblicamente dichiarato che è stato l’Assessore a chiedergli di intervenire: “Gulinelli mi ha fatto una richiesta”.

La Baraldi nota infine: “Che un bene pubblico (lo era, doveva tornare a esserlo) finisca ad arricchire una collezione privata anziché tornare al suo legittimo proprietario (il Comune e la Biblioteca Ariostea) proprio grazie all’azione di un assessore non credo sia solo sconveniente”. Opinione che implicitamente ipotizza la necessità di verificare anche responsabilità più gravi.

Vorrei aggiungere che la Fondazione Cavallini Sgarbi non raccoglie solo opere per volontà di collezione ma ne fa anche mercato. Lecitamente perché autorizzata dall’art. 3 comma i del proprio statuto. Sorprende che l’Assessore neghi la possibilità di acquisire in antiquariato, dimenticando che l’Amministrazione lo ha fatto in passato, e favorisca chi a quel mercato partecipa.

L’Assessore dimentica di avere scritto che la Fondazione avrebbe “donato” il taccuino alla Biblioteca. Lo smentisce il Presidente della Fondazione il quale, del tutto legittimamente, dichiara che i disegni seguiranno le sorti della raccolta; non saranno donati ma potranno essere esposti al pubblico, temporaneamente, nella sede di Palazzo Schifanoia.

Visto che non vi è alcun rapporto con il palazzo e le sue raccolte è lecito chiedersi cosa ne pensa la direzione di quel museo; come, formalmente, si giustifica l’intervento di una istituzione esterna alla amministrazione.

L’assessore parla della necessità di rivolgersi a esperti ‘terzi’ per una valutazione. Evidentemente non ha fiducia nelle competenze presenti negli uffici municipali; evidentemente ignora che gli uffici di Soprintendenza svolgono anche questo compito.

L’assessore non conosce o vuole ignorare la legislazione afferente, in particolare quanto prescrive il Codice dei Beni Culturali. L’assessore ignora, o finge di ignorare, il tema del rapporto pubblico-privato: non sa come costruirlo, o non vuole.

Molto altro si potrebbe aggiungere. Resta che la risposta dell’Assessore testimonia la volontà di elusione del problema o la sua incapacità ad affrontarlo. Tutta la gestione della vicenda toglie credibilità e affidabilità ad ogni azione che l’Assessore porrà in essere.

FERRARA, IL TESORO DELLE BIBLIOTECHE:
rilanciare il servizio di Lettura e riprendere la Ricerca

 

Per vari impedimenti non ho potuto partecipare alla manifestazione che si è tenuta, nella mattinata del 22 scorso, per dare visivamente il senso e l’impegno di una parte dei cittadini per la difesa, lo sviluppo, il progetto e l’organizzazione di un rinnovato sistema bibliotecario, per il ruolo e il senso delle biblioteche decentrate.
Condivido le argomentazioni che il successivo documento ha raccolto e inviato alla Amministrazione Comunale. Non vi è bisogno che le ripeta.
Aggiungo un tema che non vorrei venisse sottovalutato e meno considerato; del quale poco si è parlato nel corso di questo dibattito. Non è apparso nemmeno fra gli oggetti della riunione della II commissione consigliare dell’11 maggio.
Credo non vada dimenticato che le biblioteche oltre ad essere luogo di incontro e occasione di socialità sono anche luoghi di studio e di ricerca. Questo vale non solo per la Biblioteca Ariostea ma anche per quelle decentrate. I due momenti non sono in contrapposizione ma debbono integrarsi e rendersi specifici a seconda del rapporto che le strutture hanno con la rete sociale di riferimento.
Le biblioteche decentrate dovranno saper essere anche momento di raccolta e conservazione degli avvenimenti, non solo del passato ma contemporanei, che avvengono nel territorio. Dovranno essere in grado di fornire gli strumenti di conoscenza per capire la contemporaneità e divenirne archivio.
Tutto questo non solo in collegamento con le istituzioni scolastiche ma con la realtà articolata e plurale del mondo associativo, con le varie comunità, con le espressioni della religiosità e le manifestazioni della vita quotidiana. Una occasione di integrazione nella società civile della quale la biblioteca può essere parte costruttrice, testimone e conservatrice per il futuro. Non ci si può limitare alla pure essenziale ‘pubblica lettura’.
Il ruolo della Biblioteca Ariostea non può essere solo quello di coordinamento e di indicazione. La Ariostea è anche una grande biblioteca di conservazione; raccoglie largamente testimonianze della vita passata della città, ne custodisce parte consistente della memoria: ha l’obbligo, complesso ed oneroso, della custodia e della tutela delle opere conservate ma ha anche quello di fornire strumenti per agevolare la ricerca, costruire progetti e realizzarli insieme con altri attori, in primo luogo con l’Università e l’associazionismo culturale: penso alla meritoria attività della associazione ‘Amici della Biblioteca Ariostea’ e della ‘Deputazione di Storia Patria’.

Faccio qualche esempio: guardando in SBN non si trova mai digitalizzato un volume della Ariostea; ancora molto modesto è il trasferimento delle schede Staderini; pochissime sono le scannerizzazioni. Tutto questo limita pesantemente la conoscenza del patrimonio librario conservato e l’accesso degli studiosi.
Fra i progetti credo molto interessante quello proposto da una funzionaria per il catalogo e la edizione dei Nuptialia: fornirebbe per il ‘600 e il ‘700 uno spaccato della società ferrarese che ancora manca. Importante sarebbe l’organizzazione di una collana per l’edizione di almeno parte dei manoscritti: penso ad esempio alle varie cronache, al catalogo degli Accademici Intrepidi, ai molti testi letterari e a quelli scientifici; al catalogo dei codici miniati; agli annali, libro in mano, degli editori ferraresi. E molto altro ancora si potrebbe indicare.

Egualmente si può per l’Archivio Storico Comunale principiando dalla Raccolta dei Bandi, dal Censimento del 1816 e dalle Carte Migliori.
Tutto questo in passato è avvenuto; basti ricordare la, ahimè troppo breve, presenza del Bollettino di notizie e ricerche da Archivi e Biblioteche, la pubblicazione del catalogo degli Statuti; i molti lavori che autonomamente i funzionari dell’istituto hanno fatto apparire e quelli di ricercatori che alla Ariostea fanno riferimento.
Bisogna augurarsi che la Amministrazione Comunale si renda conto del patrimonio, umano e di opere, che a lei fa riferimento, che lo riconosca con investimenti e impegno.
Questo intervento sarebbe manchevole se non ricordassi la competenza specifica e la professionalità dei funzionari della Biblioteca Ariostea; la cortesia e la pazienza di tutti gli addetti. Non posso non unirmi ai molti che auspicano l’integrazione dei ruoli attraverso una selezione che garantisca capacità e preparazione precisa: in biblioteconomia, come in ogni altra professione, non sono ammesse improvvisazioni.

biblioteca-ariostea

BIBLIOTECHE SENZA FUTURO?
La confusione e le inadempienze del Comune di Ferrara

 

Ricordiamo che, dopo aver raccolto parecchie centinaia di firme sull’Appello per il rilancio delle Biblioteche Comunali [Vedi qui], un folto Gruppo di Cittadine e Cittadini ferraresi ha indetto una manifestazione a difesa delle biblioteche, sabato 22 maggio alle ore 10,00 in Piazza Castello. (La Redazione)

A Ferrara è, da tempo, aperto un problema biblioteche, ancora non risolto. Nel 2019 ho convintamente firmato un documento promosso dai lavoratori della Biblioteca Ariostea; ho firmato qualche giorno fa quello presentato da un ‘Gruppo di Cittadine e Cittadini a difesa delle biblioteche’.

L’11 maggio 2021 si è riunita, su richiesta di una parte dei consiglieri, la II Commissione con all’ordine del giornoInformativa della amministrazione comunale di Ferrara sulle prospettive del servizio biblioteche’. Relatori l’Assessore alla Cultura, geometra Marco Gulinelli, il direttore del Servizio Biblioteche ed archivi, dottor Andreotti, la funzionaria dirigente del settore cultura, dottoressa Guidi, il direttore generale del Comune di Ferrara, dottor Mazzatorta. La seduta era pubblica e, come pochi altri cittadini, ho assistito da remoto.
È possibile rivederla nel sito della amministrazione comunale. [Vedi qui] Forse troppo ottimisticamente, mi aspettavo una esauriente informazione sullo stato della questione, con attenzione particolare verso le biblioteche decentrate, e la precisa indicazione del progetto che l’Amministrazione ha costruito e intende mettere in opera per una nuova organizzazione del sistema bibliotecario cittadino. Nulla di tutto questo: non un dato, non un numero, non una indicazione operativa, non una indicazione di soluzione per le molte criticità esistenti.
Gli unici dati concreti sono venuti dal direttore generale dottor Mazzatorta che ha illustrato le soluzioni poste in atto nei comuni di Parma, Modena, Reggio Emilia ed ha, correttamente, rimandato all’organo politico le scelte. Non posso pensare che per i ruoli ricoperti venissero meno ai relatori conoscenza e competenza; l’impressione è che, a partire dall’Assessore, i tre responsabili, politici e amministrativi, volutamente evitassero di fornire, come era richiesto, materiale per il confronto. La stessa scelta, data per già assunta, della esternalizzazione per alcune biblioteche decentrate non era accompagnata da alcuna indicazione su modi e forme.

Non si è detto se vi sarà cogestione, se sarà tutto affidato agli assegnatari, quanto e quale personale sarà addetto, se coesisteranno dipendenti pubblici e privati, i costi della operazione, gli spazi destinati, le attività previste, le forme di tutela e di formazione dei lavoratori, i programmi operativi, le acquisizioni, le disponibilità di bilancio.
Non si è detto come sarà il nuovo sistema. Sarà la Biblioteca Ariostea capofila e coordinatrice o invece sarà lasciata piena e completa autonomia alle biblioteche decentrate?
Non si è, a questo punto mi viene da dire ‘naturalmente’, parlato del ruolo della Ariostea che è, insieme, biblioteca di conservazione e di pubblica lettura, non si è fatto alcun cenno agli archivi che pure fanno parte del sistema.
Nulla sugli acquisti e l’aggiornamento della dotazione libraria. Non si è detto del rapporto con il volontariato, con l’associazionismo, con le scuole e l’Università; come, a partire dal libro, si debba organizzare il rapporto con i quartieri.

Viene da chiedersi se esista ancora un sistema o se invece lo si voglia, coscientemente e consapevolmente, smantellare: per sostituirlo con cosa? Fiduciosamente la maggior parte dei consiglieri intervenuti ha tentato di forare il muro di gomma costruito da luoghi comuni, da affermazioni bizzarre, da divagazioni non pertinenti: invano.
Ho avuto la tentazione di sottolineare qui alcuni dei problemi che, insieme a molti altri utenti della Ariostea, incontro nella sua frequentazione: mi chiedo a cosa servirebbe, di fronte alla opacità pervicace dei responsabili del settore, e tralascio.
Suggerisco a coloro che sono interessati a questo tema di andare a vedere la registrazione: è una rappresentazione istruttiva e chiarificatrice.

Cover: Ferrara, la Biblioteca Ariostea (foto Camera 24)

Al cantón fraréś
inizia su Ferraraitalia una nuova rubrica sul dialetto

Comincia oggi su Ferraraitalia una rubrica, e una collaborazione, a cui molto tenevo e che, credo, molto sarà apprezzata dai lettori: dai  ferraresi ma anche dai parlanti un altro dialetto, o da chi non parla e non capisce alcun dialetto. Il dialetto, ormai dovemmo averlo imparato, non è una ‘cultura minore’ – anzi per questo giornale le culture, le letterature, i generi  ‘minori’, non esistono proprio. Quel che conta è la qualità della scrittura e di quello che scrivi. Grazie dunque a Ciarìn che ha accettato di curare questa rubrica.
(Effe Emme)

Da bambino, negli anni ’50, non parlavo dialetto ma lo sentivo intorno a me: lo usavano i più grandicelli, gli adulti, i nonni. Era normale al mercato, in bottega, in piazza.
I miei lo parlavano fra di loro, come pure le famiglie intorno. Impossibile non assorbirlo.
Io non potevo. Se mi scappava una parola ricevevo una cépa… si doveva usare l’italiano in casa come a scuola.

Un giorno, imparando a pedalare in biciclino senza ruotine, mio padre mi lasciò andare. Quando mi accorsi che ero solo, gridai: “Faccio la voltata?”, e lui: “An as diś briśa voltata, as diś curva!” Patapùm, per terra. Ma avevo imparato una nuova parola in lingua. E sei parole in dialetto, da tenere in serbo!

Andando d’estate ‘in parenti’, nel bar/latteria di Gualdo ero al zitadìn (al fiòl ad Mario) che i grandi prendevano in giro: “El vera che a Frara agh è i tram col tiràch?” e ridevano, perché io non sapevo rispondere. Però invidiavo la libertà dei miei coetanei: si esprimevano in dialetto, giravano scalzi, pescavano i noni con un buslòt.

Quando si andava con i genitori nei vari campsànt, poi si faceva una visita a zii e cugini nella campagna copparese, a la Bera o a Ughiéra. Avvertivo nelle loro parlate sfumature e accenti differenti.
Un giorno avrei saputo che si trattava di varianti dialettali.

Successe, nel 1995 circa, quando nella biblioteca dove lavoravo conobbi Melanie Hinds, studentessa gallese dell’Università di Reading nei pressi di Londra a cui Giulio Lepschy, linguista di fama internazionale, aveva proposto una tesi proprio sul dialetto ferrarese. Per aiutarla, con la collega Arianna Chendi, iniziammo una ricerca di documenti storici, letterari, saggistici, sul nostro vernacolo. L’iniziativa sfociò in una corposa sezione bibliografica: poesie, commedie, manoscritti, studi, almanacchi, periodici. Inoltre compilammo l’elenco di tutte le compagnie teatrali del territorio.
Ora tutti i materiali, con ulteriori arricchimenti, sono consultabili nelle biblioteche comunali Ariostea e Bassani.

Il lavoro è diventato anche un mio interesse personale. Ho potuto conoscere autori, frequentare manifestazioni dialettali, ascoltare le storie di un tempo, partecipare in giuria ai concorsi di lingue locali, leggere poesie di ieri e oggi.
In sostanza, cogliere con passione il valore del dialetto ferrarese, della parlata dei miei genitori, della voce dei ricordi.

Iniziamo questa rubrica con l’autore Mendes Bertoni che ci porge, in versi, la sua visione del dialetto.

Dialèt fraréś

Fra i tant dialèt ch’as ciàcara in Italia
agh n’è, aη so quanti, ch’is fà dar dal sgnór;
al squaquarot, pr’esempi, nisùη l’uguaglia
tant l’è pin d’festa, ciàr, ricamadór.

L’ardent napulitàη, ch’al mónd l’incanta
coη chi sò tòη varià, pin ad calór;
e quel ad Meli, ad Porta, chi jè na canta,
e quel d’Trilussa ch’al va drit al cuór.

Ma agh’è anch quel ch’as ciàcara chi a Frara
che l’è al più sćet ad tut i sò fradié.
L’è crud, murdént e dur… na perla rara,

senza bliη bliη, né fróηzul, né pretesa.
D’na graη zinzerità ch’fà maravié,
al spècia pròpia l’anima fraréśa.

Mendes Bertoni

Dialetto ferrarese
Fra i tanti dialetti che si parlano in Italia / ce n’è, non so quanti, che si fanno dare del signore; / il veneziano, ad esempio, nessuno l’uguaglia / tanto è pieno di festa, chiaro, ricamatore. / L’ardente napoletano, che il mondo incanta / con quei suoi toni variati, pieni di calore; / e quello di Melli, di Porta, che sono un canto, / quello di Trilussa che va dritto al cuore. / Ma c’è anche quello che si parla qui a Ferrara / che è il più schietto di tutti i suoi fratelli. / È crudo, mordace e duro… una perla rara, / senza moine, né fronzoli, né pretese. / Di grande sincerità che fa meraviglia, / rispecchia proprio l’anima ferrarese.
[Tratto da: Antologia della Divina commedia (Inferno) ; e In zzà e in là : composizioni in vernacolo ferrarese / Mendes Bertoni ; tavole fuori testo di Attilio Orlandini. – Ferrara [s.n], 1986]

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Mendes Bertoni (Ferrara 1905 – 1987)
Socio fondatore del Tréb dal tridèl, cenacolo di cultura dialettale ferrarese. Autore di poesie e commedie dialettali fra le quali La sbragunzona e Tut a l’arversa in tre atti, molto rappresentate. Si è cimentato con divertente risultato nella traduzione in ferrarese di alcuni canti della Divina Commedia.

“Chi l’ha letto?”: un incontro per parlare de “L’amica geniale” tra lettori/spettatori

Di solito gli incontri organizzati nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea sono fatti per presentare un libro, per dare voce a un autore, per parlare di un nuovo volume. L’idea di Fausto Natali, responsabile delle attività culturali della biblioteca, è quella di proporre anche appuntamenti per chi un libro l’ha già letto, per chi un autore lo conosce e può avere voglia di condividere con altri lettori le sue sensazioni ed emozioni, le sue opinioni, le sue perplessità. L’avvio del ciclo intitolato appunto “Chi l’ha visto?” è domani (venerdì 1 febbraio alle 17 in sala Agnelli dell’Ariostea, via Scienze 17, Ferrara) con un’opera sicuramente conosciuta da tanti grazie alla trasposizione in serie tv partita da poco con il primo dei quattro volumi: “L’amica geniale” di Elena Ferrante.

Quadrilogia de “L’Amica geniale” di Elena Ferrante

Ecco dunque un incontro per chi ha letto il libro e lo amato e per chi invece ne è rimasto disturbato; per chi ha visto il film e si è  appassionato e per quelli che preferiscono qualcosa di più lieto e meno torbido; per chi pensa che l’amica geniale sia Lila e per chi invece la trova in Lenù; per chi ha ancora dentro quella voce che racconta e vorrebbe sapere chi c’è dietro; per chi esclude sia fantasia e per chi invece non pensa possano essere persone e cose reali.

Serie tv con Lila e Lenù bambine che leggono “Piccole donne”

Un’occasione per parlare insieme di tutti questi pensieri da lettori o telespettatori stufi o contenti, per condividerli fuori dal proprio divano in una sala di biblioteca. Con un piccolo approfondimento che sarà dedicato alla scelta dell’autrice (o autore che sia) di rimanere nell’anonimato. Cosa ci sta dietro a questo nome? Elena Ferrante per assonanza con la scrittrice Elsa Morante? O – come ha avrebbe fatto sapere  lei – per un omaggio alla nonna? Per ogni ipotesi vale una citazione che l’autrice stessa fa ne “La frantumaglia”, il libro che raccoglie scambi di lettere e riflessioni sulla sua scrittura indirizzate ai suoi editori, a giornalisti che vorrebbero intervistarla, al regista Mario Martone. Scrive infatti la Ferrante: “Italo Calvino, convinto che di un autore contano solo le opere, nel 1964 scriveva a una studiosa dei suoi libri: ‘…dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere e glielo dirò, ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura’. Questo passo mi è sempre piaciuto e almeno parzialmente l’ho fatto mio”.

    L’articolo con fotoreportage di Giuseppe Di Vaio uscito in Usa su “The Guardian”

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Terra e acqua in una piastrella: a Ferrara il pavimento di Gaudì

Questa è la storia a lieto fine di una piastrella. Una piastrella con mescolate dentro terra e acqua. L’idea di quest’opera ce l’ha avuta un genio come l’architetto Antoni Gaudì e poi è approdata a Ferrara, che del connubio di terra e di acqua ha fatto il segno distintivo del suo territorio. Qualche anno fa il progetto di un’arte al servizio del quotidiano si è materializzato in forma di mattonella esagonale, in occasione della mostra di Palazzo dei Diamanti dedicata al rinnovamento architettonico e sociale del movimento modernista catalano: ‘La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudì’ (Ferrara 19 aprile–19 luglio 2015).

La sala di Palazzo dei Diamanti di Ferrara allestita con le piastrelle di Gaudì – Ferrara Arte, 2015

Nella prima grande sala di Palazzo dei Diamanti il visitatore si trovava a camminare su un pavimento inedito, un’intera stanza lastricata con le piastrelle ideate da Gaudì: ognuna a forma di esagono con dentro uno spicchio di conchiglia, un’alga tentacolare come una medusa e un paio di punte di stella marina.

Mattonelle ideate da Antoni Gaudi nel 1904

Solo accostando una piastrella all’altra, le immagini delle creature naturali prendevano la forma completa, come in un puzzle che, pezzo dopo pezzo, ne moltiplica la composizione potenzialmente all’infinito. La cosa sembrava finita lì. Un piccolo sogno arrivato da uno degli artisti che più hanno segnato un’epoca con un concetto di trasformazione del mondo, riplasmato nelle sue opere secondo una visione personale, sempre basata sulla naturalità delle forme e sulla genialità creativa della Natura. La bellezza di quel progetto sembrava conclusa insieme con l’allestimento della mostra, ma le piastrelle erano rimaste a Ferrara, custodite in tanti scatoloni, chiuse lì insieme con il loro messaggio di forza costruttiva basata sulla struttura di animali e piante.

Ora, a sorpresa, le piastrelle sono ricomparse. La settimana scorsa (venerdì 7 dicembre 2018) è stata presentata la fine dei lavori di Casa Niccolini, sede della futura biblioteca dei ragazzi che verrà aperta la prossima primavera nel cuore di Ferrara, in via Romiti 13, con possibilità d’ingresso anche dal giardino della Biblioteca Ariostea in via Scienze 17. E le belle mattonelle immaginate da Gaudì sono ricomparse, forgiate nel cemento e riportate alla loro funzione a pavimentare il pezzo di cortile di Casa Niccolini che si affaccia su via Romiti.

Pavimento del cortile di Casa Niccolini in via Romiti a Ferrara (foto Cronacacomune)

Un piccolo pezzo di arte pensato per migliorare la vita dei ragazzi che ci correranno sopra; piastrelle che – dopo oltre un secolo dalla loro ideazione – possono lanciare una scintilla di creatività nelle menti dei futuri frequentatori della biblioteca. Chi si troverà lì ad abbassare lo sguardo, potrà ritrovarsi in testa le immagini naturalistiche che raccontano l’armonia curvilinea e potente della natura: spirali di conchiglie, fluide meduse e stelle marine. Un sogno di trasformazione del mondo che esce dalla sede di un museo e prende vita in un luogo aperto a tutte le persone.

Per saperne di più sui lavori di riqualificazione di Casa Niccolini a Ferrara si può leggere anche il resoconto sul quotidiano online Cronacacomune del 7 dicembre 2018 [cliccare sul nome della testata per accedere al link]

Una canzone sul tema: ‘Stelle Marine‘ di Le luci della centrale elettrica che sarà in concerto al Teatro Comunale di Ferrara domenica 16 dicembre 2018.

Ferrara merita una grande biblioteca dedicata all’arte

di Ranieri Varese

Francesco Monini nel suo intervento del 25 agosto ha, con lucidità, indicato il senso e il ruolo, o almeno uno dei sensi e ruoli, del servizio di pubblica lettura. Mi riconosco nelle sue proposte e, in particolare, in quella della istituzione di una Biblioteca Gad che è certamente uno dei modi, non il solo, penso all’integrazione attraverso il lavoro, per affrontare una situazione che la città vive con grande sofferenza e per la cui soluzione ancora non sono state individuate linee di comportamento realmente efficaci.
Sono egualmente profondamente convinto che una generale meditazione, la quale coinvolga istituzioni, specialisti e cittadini, sulla presenza organizzata e programmata delle biblioteche nel territorio sia una necessità non rimandabile. Ricordo che le associazioni ferraresi organizzarono, nel novembre 2011, una iniziativa simile dedicata ai musei ferraresi. Le proposte non furono nemmeno materia di confronto da parte delle amministrazioni. Mi auguro maggiore attenzione.
Mi sia consentito di partecipare al confronto che la proposta di Monini ha saputo suscitare e che sicuramente avrà sviluppi e arricchimenti, con un’osservazione e una proposta.
Credo sia ingeneroso il giudizio sulla appena terminata direzione del sistema bibliotecario del comune di Ferrara. In una situazione economicamente difficile l’amministrazione civica non ha sentito come prioritario il problema biblioteche, lo stesso è successo per i musei, e ha lasciato declinare strutture che sono essenziali per una città che si autoproclama, con qualche presunzione, ‘di arte e di cultura’. Il puntare quasi tutto su momenti contingenti e di immediata ricaduta e non sulle istituzioni di educazione permanente ha concorso a quell’abbassamento di qualità che molti, giustamente, avvertono e denunciano.
Questo detto ricordo che la ‘Biblioteca ragazzi’ presso Casa Niccolini e il progetto della ‘nuova Rodari’ sono felice frutto della passata direzione e non di quella appena insediata; così come il supporto alle iniziative ariostesche e il mantenimento, dovere istituzionale non facile, della conservazione di un patrimonio che qualifica Ferrara.
La biblioteca deve essere ‘una piazza’: non può essere solo una piazza. La ‘Ariostea’ è anche biblioteca storica e di conservazione: uno dei suoi compiti è quello di agevolare e promuovere la conoscenza, di esserne uno dei necessari strumenti presenti in città.
Vengo alla proposta.
È paradossale, ma noto, che non esista in Ferrara una biblioteca complessivamente dedicata, in termini lati, alla storia dell’arte: né a livello universitario, né presso altre istituzioni. È, naturalmente, sbagliato pensare che non vi siano, nelle biblioteche cittadine, nuclei, anche importanti, dedicati agli articolati settori nei quali si divide la disciplina; manca però un progetto ed una continuità di acquisizioni organiche; sono assenti molti degli strumenti di riferimento a cominciare dal Thieme-Becker, del quale esiste solo una vecchia edizione (presso i Musei Civici) e non quella rinnovata ed aggiornata; lo stesso discorso vale per il Bartsch e per molti altri primari testi di consultazione. Gli studenti e chi deve compiere ricerche, anche di primo livello, è costretto a spostarsi a Bologna o a Padova; per momenti più specialistici a Venezia, Firenze, Roma.
La biblioteca della ex Facoltà di Lettere ha una ricca consistenza di volumi dedicati, nata dalle richieste formulate dai singoli docenti ma è carente nel settore periodici ed è assente una strategia generale.
La Civica Biblioteca Ariostea ha ricchissimi e fondamentali fondi dedicati alla storia cittadina, ma si riscontra una modesta percentuale di nuove acquisizioni sia per quanto riguarda i periodici che gli aggiornamenti di settore. Due, importanti, sezioni collegate sono quella dell’Istituto di Studi Rinascimentali e quella collocata presso i Musei Civici di Arte Antica.
Entrambe, da tempo, prive di aggiornamenti e, attualmente, chiuse alla consultazione. Quella presso i Musei è priva di personale adeguato e competente come dimostra la relazione pubblicata nel periodico online ‘Museoinvita’.
Un nucleo interessante è presso la ex Nuova Cassa di Risparmio ora Bper: custodito presso la chiesa dei SS. Simone e Giuda non è consultabile. È composto, per quel che ci interessa, di volumi dedicati alla storia della città e di storia dell’arte.
La Biblioteca della Accademia delle Scienze, depositata presso una sede universitaria, non possiede materiali legati alla materia.
La Biblioteca della Deputazione di Storia Patria ha acquisito, per lascito testamentario, la biblioteca di storia dell’arte, modesta per consistenza, di Giorgio Padovani; possiede un ricco fondo, in accrescimento, per scambio con istituti analoghi.
La Biblioteca del Seminario, dell’Istituto di Storia Contemporanea, della Camera di Commercio e degli istituti scolastici cittadini hanno scarse testimonianze legate al settore.
Non si può non rilevare che si tratta di una situazione anomala per una città che si dichiara ‘d’arte e di cultura’ e per uno Studio che ha un Dipartimento di Studi Umanistici ricco di proposte, frequentato da un elevato numero di studenti.
Una situazione che penalizza fortemente la città che, allo stato attuale, non può essere sede di ricerca per la assenza di strutture che la consentano. Non mancano i materiali, manca una sede ed un progetto organico che li riunisca e li renda effettivamente fruibili, colmi le lacune e organizzi la gestione e la attività. Manca ancora la possibile ricaduta su Ferrara la quale potrebbe essere resa possibile dall’esistenza di un luogo di ricerca ove sia possibile indagarne la storia, i monumenti e le opere.
L’Università ha indicato una via per superare tale stato delle cose con l’acquisizione, per onerosa donazione, della biblioteca di Eugenio Battisti ricca di circa venticinquemila volumi; tutti trasferiti ma ancora in attesa di sistemazione e di un progetto che ne organizzi al meglio l’utilizzo.
Una conseguente proposta potrebbe essere quella di riunire i fondi sparsi e non collegati, molti nemmeno raggiungibili in Sbn, costruendo un unico servizio che raccolga le molte migliaia di volumi presenti e li ponga a disposizione di studenti e studiosi.
Tale organismo potrebbe essere volano per l’acquisizione di biblioteche private i cui proprietari non hanno un referente per possibili donazioni e rischiano di disperdere le loro raccolte senza beneficio né personale né per la città.
Il Consorzio potrebbe riunire tutti gli enti proprietari dei singoli fondi librari i quali dovrebbero compartecipare, proporzionalmente, alle spese sia di catalogazione che di aggiornamento e di personale.
L’Università, che si è fatta carico dell’acquisizione del fondo Battisti, potrebbe essere capofila per aprire un tavolo di confronto e di discussione per verificare la concreta possibilità di realizzazione di tale progetto.
Alcuni possibili punti fermi sono il mantenimento delle proprietà, l’indicazione di una direzione, di una sede, di un comitato di gestione rappresentativo, di un progetto e di un programma, l’individuazione di una dotazione finanziaria.
Una possibile opzione è quella di accesso selezionato e la sistemazione a scaffale aperto.
Nel giro di pochi anni la città potrebbe aprire al pubblico una biblioteca specialistica di storia dell’arte ricca di oltre centomila volumi intorno alla quale si potrebbero aggregare progetti di ricerca e di formazione.
Sarebbe logica l’aggregazione dei diversi nuclei di Fototeca sparsi presso le singole amministrazioni e i musei cittadini.
Credo valga la pena discuterne e sollecitare l’assunzione di responsabilità delle istituzioni.
Una ultima osservazione. Leggo sempre, e sempre sono costretto a pensare, gli interventi di Francesco Monini. E’ un modo di affrontare i problemi che vorrei fosse anche dei nostri politici, di maggioranza e di opposizione. Sapere collegare principi generali e situazioni particolari è una qualità che dovrebbero avere gli amministratori. Francesco Monini la possiede.

DIARIO IN PUBBLICO
Il ciuco e il poeta

Una settimana strepitosa divisa, o meglio dilaniata, tra esperienze socio-politiche indegne e straordinari momenti culturali.
Tra le prime il tentativo di formare un governo attraverso inciuci che diventano ‘inciucci’ cioè banali e quasi disgustosi tentativi di inciuciarsi che sono condotti da in-ciucci. Tutti sanno nel linguaggio popolare chi sono i ciucci cioè i ciuchi. Quindi un significato da applicarsi al termine è: ‘sostantivo maschile Asino (anche come simbolo dell’ignoranza). Voce imitativa, vedi ciuco. metà sec. XVIII’.
Così i ciuchi per inciuciarsi e lappare in questo modo il latte democratico ottengono una vittoria strepitosa quando esce la sentenza del complotto mafia-stato e viene ribadita la condanna a Dell’Utri, vale a dire allo stesso B. Figurarsi il buon Salvini che fino allora difendeva la verità dei ciuchi e che ora si trova con le mani libere, ma in completa balìa del M5stelle. Così ridendo e scherzando passano sotto gli occhi le nefandezze provocate dalla ‘inciuccità’ a cui ormai tutti sono fatalmente asserviti come un basto addosso ai ciuchi.

Insegnanti dileggiati e asserviti da una violenza giovanile così profondamente radicata da avere solo una spiegazione: l’ignoranza non solo loro, ma dei genitori e anche delle deboli difese che la scuola, un altro e fondamentale basto dei ciuchi, non sa più opporre in maniera decente alla schifezza in cui razzola e s’imputridisce l’universo giovanile. Perfino il buon Michele Serra, stimato compagno di idee, si lascia sfuggire strafalcioni tra scuole per classi sociali alte e scuole da poveri in una sua ‘Amaca’ tutta da dimenticare.
E in città il bullismo colpisce la così detta scuola bene. Una bambina deve trasferirsi per le offese subite, si gettano nei cessi i giubbotti dei compagni tra il colpevolissimo stupore dei genitori.

Sui giornali si legge che a Monfalcone retto da una amministrazione leghista gli operai del cantiere che permette alla città un alto tenore di vita invadono il centro con le tute e siccome tra loro ci sono molti ‘negri’ costoro puzzano. Perché non si fanno la doccia in cantiere? Ci si domanda. Perché la doccia costa, a farla in cantiere, un euro, per cui si va a raggiungere la famiglia in centro con ancora addosso la tuta da lavoro sporca. Per contrapasso si toglie la pedonalizzazione alla via ‘elegante’, si tolgono le panchine per evitare soste indesiderate, non si fa più il parco in centro in cui – non sia mai! – potrebbero giocare i figli di un troppo indesiderato melting people.
Traggo le informazioni da ‘La repubblica’, che non sembra sia stata finora querelata dall’amministrazione della città.

Eppure in questo mondo ignorante la nostra città sforna eventi di altissima qualità che, come al solito, s’infoltiscono in un precipitare di perle culturali che tolgono il fiato e non lasciano tempo alla riflessione. Non c’è tempo per degustare le mirabilia: sotto un altro. E tra raffinatissimi ‘eventi’ degni di capitali nordiche ecco la sagra della birra acida (chissà cosa vuol dire), le vulandre, i banchetti e i palchetti e l’apertura di un altro segmento del parco dedicato ad Abbado a cui veramente mi è dispiaciuto, causa Ariosto, rinunciare ad assistere.
Una vera joie de vivre.
Arriva in città ospite del Meis e della sua solerte direttrice Simonetta della Seta nonché del presidente Dario Disegni il grande regista israeliano Amos Gitai onusto di premi. Dal suo profilo si apprende che: “Il padre di Amos Gitai era un ebreo tedesco, architetto del Bauhaus, fuggito dalla Germania nazista nel 1934; sua madre era nata nella Palestina britannica da genitori di origine russa immigrati all’inizio del secolo. Gitai partecipa come riservista alla guerra del Kippur del 1973, nel corso della quale sopravvive all’abbattimento dell’elicottero su cui viaggiava. Proprio durante i voli in elicottero perfeziona la qualità delle sue riprese con la Super 8”.

Il suo atteggiamento critico verso la politica israeliana gli procura una dura contestazione che lo induce a trasferirsi a Parigi per poi recentemente far ritorno in Israele. La complessità del suo lavoro, anzi dei suoi molteplici interessi, tra cui spiccano quello di regista e architetto, lo induce a interessarsi a un progetto che gli sottopone la grande attrice Isabelle Huppert: quello che si riferisce alla possibile realizzazione di un film su di una straordinaria personalità quale Doña Gracia Nasi, la donna d’affari rinascimentale che scelse la città estense per tornare alla propria cultura madre, l’ebraismo. Sarebbe troppo lungo ripercorrerne la vita. Basti qui ricordare come la sua qualità di banchiere del duca Ercole venne ricompensata con il dono di palazzo Magnanini ora Roverella, ultima opera di Biagio Rossetti. Poi la potenza della signora si estese all’area mediterranea fino a diventare banchiere di Solimano il magnifico a Istanbul e concludersi con il suo trasferimento finale sul Lago di Tiberiade nella terra promessa. Il caso e le pieghe della storia hanno voluto che la vita di Gracia Nasi venisse raccontata in un libro fondamentale pubblicato da Olschki, ‘La nazione ebraica spagnola e portoghese di Ferrara’ di Aron di Leone Leoni, a cui demmo rilievo e pubblicità l’amico carissimo Paolo Ravenna e chi scrive, allora presidente dell’Istituto di Studi Rinascimentali, L’incontro con il regista e la possibilità che, attraverso l’illustrazione dei luoghi deputati di Ferrara, possa concludersi in molte riprese nella città e non solo nello studio di Cinecittà si è concluso con la proiezione di un magnifico film di Gitai, ‘Tsili’, tratto da un racconto di Appenfeld, il grandissimo scrittore israeliano a cui si riferiscono i protagonisti di questa storia ebrea e ferrarese, Amos Gitai e il suo amico Alain Elkann.

Non passano 24 ore ed ecco che sono chiamato a testimoniare sulla conoscenza del nostro Leopoldo Cicognara del filosofo Kant e della sua idea di sublime. Dici niente! Approdo a Venezia in una giornata a dir poco memorabile e lì incontro all’Accademia amici e colleghi tra cui Sergio Givone il grande estetologo che tiene una conferenza sul concetto d’infinito in Leopardi e nel pittore Friederich. Appare in luce nuova la qualità di conoscitore del conte ferrarese Cicognara negli anni neoclassici primo presidente dell’Accademia di Venezia.

Grande attesa poi per la rappresentazione teatrale di uno dei capolavori della musica barocca al Tetro comunale, ‘Esther’ di Georg Friederich Haendel. Una lotta con un gigante e con uno dei testi più difficili da eseguire. Eppure la sfida è stata vinta in quanto dopo un primo tempo un po’ deboluccio nella seconda parte si è assistito a una straordinaria performance attribuibile soprattutto a Marco Bellussi – regista – e al coro dell’Accademia dello Spirito Santo di Ferrara diretto da Francesco Pinamonti. Ancora una battaglia vinta e dalla politica del Teatro comunale Abbado e dalle nostre forze culturali

Infine ieri l’apertura della mostra dei cimeli ariosteschi alla Biblioteca Ariostea alla presenza della presidente delle celebrazioni per il centenario Lina Bolzoni della Scuola Normale di Pisa, organizzata dal valentissimo direttore (purtroppo ancora per poco) Spinelli e dalla sua bravissima collaboratrice Mirna Bonazza. La sala era al completo e non a caso il titolo della mostra dava ragione all’eternità nella storia, direbbe Foscolo! Quel che mi ha impressionato era la gente, tanta, e una bambina, Anna, di 5 anni, figlia di un relatore a suo agio con l’Ariosto, che ha resistito per due ore ai discorsi dei relatori. Alla fine le ho fatto un sacco di ‘facce’ per premiarla della sua costanza. E Ariosto+bimba è stato un mix meraviglioso.
Così il titolo della mostra ‘Ariosto per sempre Ariosto’ era ed è indicatissimo soprattutto nell’asserzione mediana: per sempre.

“Amica geniale”-mania: a Ferrara sulle tracce di Elena Ferrante

La città di Ferrara fa capolino tra le pagine di uno dei libri più coinvolgenti di questi anni. In ‘Storia della bambina perduta’ – quarto e ultimo volume della quadrilogia de ‘L’amica geniale’ di Elena Ferrante – a un certo punto la protagonista Elena-Lenù fa riferimento al suo viaggio nella città emiliana per presentare un libro. L’episodio è raccontato nella parte iniziale del romanzo che conclude la serie di quattro.

Presentazione libro nella sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, Palazzo Paradiso di Ferrara

Al pagina 77 di ‘Storia della bambina perduta’ si legge: “I tempi avevano quell’andamento. Andò male anche a me, una sera, a Ferrara. Il cadavere di Moro era stato ritrovato da poco più di un mese quando mi scappò di definire assassini i suoi sequestratori. Con le parole era difficile sempre, il mio pubblico esigeva che sapessi calibrarle secondo gli usi correnti della sinistra estrema, e io stavo attentissima. Ma spesso finivo per accendermi e allora pronunciavo frasi senza filtro. Assassini non andò bene a nessuno dei presenti – assassini sono i fascisti – e fui attaccata, criticata, sbeffeggiata. Ammutolii. Quanto soffrivo nei casi in cui all’improvviso mi veniva tolto il consenso. […] Se si ammazza qualcuno, non si è assassini? La serata finì male, Nino fu sul punto di fare a botte con un tale in fondo alla saletta. Ma anche in quel caso contò solo tornare a noi due”.

La misteriosa Ferrante ha quindi probabilmente messo piede a Ferrara, ha avuto modo in quegli anni di frequentarne almeno un po’ le strade, i luoghi d’incontro. Non ci sarebbe stato motivo di citare Ferrara al posto di un’altra città, se non forse per la sua collocazione ideologica ben schierata a sinistra, significativa in effetti per descrivere l’atmosfera che si respirava negli anni di piombo. Il momento storico, nel romanzo, è identificato e circoscritto in modo preciso. Aldo Moro fu sequestrato il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, e il suo corpo senza vita fu ritrovato il 9 maggio successivo in via Caetani. Quindi la visita ferrarese raccontata nel romanzo va collocata intorno alla metà di giugno del 1978. Ma se davvero c’è venuta, in quale veste si è presentata a Ferrara l’autrice che con tanta cura ha sempre tenuto nascosta la sua vera identità? All’epoca poteva avere sui 25 anni, neo laureata, forse scriveva articoli, saggi, o poteva essere impegnata per qualche ricerca. Non può certo esserci stata per presentare un libro firmato come Elena Ferrante, perché questo non l’ha mai fatto, di mostrare il volto associato a quel nome. E, inoltre, il primo libro firmato così risale ad anni molto successivi: è ‘L’amore molesto’ che esce nel 1992.

Articolo del “Sole 24Ore” su Elena Ferrante, 2 ottobre 2016

Le ricerche fatte dal ‘Sole 24Ore’ per dare un’identità reale all’autrice hanno portato a identificarla nella traduttrice dal tedesco all’italiano della casa editrice E/O, che è poi l’editore che ha anche pubblicato tutti i volumi firmati Ferrante dal 1992 a oggi. Così infatti emerge dall’articolo “Ecco la vera identità di Elena Ferrante” di Claudio Gatti uscito sul quotidiano economico-finanziario italiano del 2 ottobre 2016 , che attraverso un’indagine sui flussi di denaro tra chi pubblica e chi scrive attribuisce ad Anita Raja, traduttrice dal tedesco di molte opere in catalogo, la paternità (ma in questo caso sarebbe meglio dire maternità) de ‘L’amica geniale’ e di tutto ciò che è stato stampato a nome di Elena Ferrante. Il primo indizio è comunque una conferma: la casa editrice E/O, così strettamente legata all’autrice, nasce proprio a cavallo di quegli anni di grande tensione del Paese, fondata a Roma nel 1979 dall’ex militante di Lotta continua Sandro Ferri insieme alla moglie Sandra Ozzola, esperta di letteratura russa. A tracciare un identikit di Anita Raja ci pensa invece, senza malizia e prima che vengano fatti questi collegamenti-scoop, l’organizzazione del Festivaletteratura di Mantova, che invita la traduttrice all’edizione del 2014 della manifestazione letteraria e la inserisce tra le schede degli ospiti come “Nata a Napoli nel 1953, si è laureata in Lettere e vive a Roma. Ha tradotto dal tedesco gran parte dell’opera di Christa Wolf. […] Ha altresì tradotto per antologie e riviste testi di Ingeborg Bachmann, Hermann Hesse, Ilse Aichinger, Irmtraud Morgner, Sarah Kirsch, Christoph Hein, Hanz Magnus Enzensberger, Veit Heinechen e Bertolt Brecht, sia di prosa che di poesia. Ha pubblicato innumerevoli articoli e saggi sulla letteratura italiana e tedesca e sui problemi relativi alla traduzione”. Presentandola al pubblico in un incontro del 6 settembre 2014, una delle organizzatrici del festival Annarosa Buttarelli la definisce come “direttrice della biblioteca europea di Roma” nonché “traduttrice senza tradimento della vita di una scrittrice famosa come Christa Wolf”. E la Raja – nell’incontro registrato nell’archivio del sito di Festivaletteratura – parla della traduzione come di una pratica basata su “una forte empatia”, sul “rapporto non tra due persone ma tra due lingue, dove chi traduce deve lasciarsi invadere e pervadere dalla lingua dell’altra, un atto che espande la tua lingua” e che poi nel caso di lei e della Wolf è diventata anche “un’esperienza unica e irripetibile” basata su un rapporto personale, con la frequenza della sua casa di Berlino e di quella natale del Magdeburgo, vedendola “nella sua normalità, vedendo come preparava una torta o come stendeva i panni, così come sbrigava la corrispondenza o lavorava nel suo studio”.  “Christa Wolf – dice la Raja – vuole raccontare il versante quotidiano della storia, anche quando ha scritto i suoi romanzi di argomento mitico, come Cassandra e Medea, c’è un forte legame con l’esperienza biografica”, “ha sviluppato un’ossessione per il racconto della quotidianità, per fermare la vita quotidiana, usando una forte alternanza tra discorso alto e basso, citazioni letterarie molto colte e tanto linguaggio orale e modi di dire” con “un’estrema attenzione per il sessismo della lingua”.

Anita Raja prima a sinistra a Festivaletteratura di Mantova (foto Gazzetta di Mantova, 7 settembre 2014)

Potrebbe essere in veste di collaboratrice della casa editrice E/O che la Ferrante è venuta a Ferrara alla fine degli anni Settanta? Improbabile: il nome della Raja compare per la prima volta su opere del catalogo E/O solo quattro anni dopo il rapimento Moro, nel 1982, nel ruolo di autrice 29enne della traduzione dal tedesco e delle note a corredo della pubblicazione di ‘Nozze a Costantinopoli’ di Irmtraud Morgner, poi nel 1984 per la prima traduzione di opere di Christa Wolf (‘Cassandra’ e ‘Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto’). Da lì in poi è lei che firma tutta la versione italiana dell’opera della Wolf, fatta conoscere qui proprio grazie a questa casa editrice e alle sue traduzioni.

Nel frattempo, però, nel catalogo della casa editrice fa la sua comparsa pure il nome dell’autrice Elena Ferrante, al debutto nel 1992 con ‘L’amore molesto’. La pubblicazione coincide con l’avvio della collana di ‘narrativa italiana’ all’interno di un catalogo fondato inizialmente con l’obiettivo di “far conoscere la letteratura contemporanea dei paesi dell’Est”, e allargato in seguito – come spiegano gli stessi editori nella presentazione online – ad altre letterature. Il nome della Ferrante riappare in catalogo nel 1996 per la seconda edizione de ‘L’amore molesto’ ridato alle stampe dopo l’uscita del film di Mario Martone nel 1995. Del 2002 ‘I giorni dell’abbandono’, seconda opera letteraria firmata Ferrante, poi nel 2003 ‘La frantumaglia’ che è invece un resoconto della sua esperienza di scrittrice, nel 2005 la versione inglese del secondo romanzo intitolato ‘The Days of Abandonment’ per i tipi di Europa Editions (consorella americana fondata dagli stessi proprietari della E/O, ma con sede a New York), nel 2006 il romanzo ‘La figlia oscura’, nel 2007 il racconto per bambini ‘La spiaggia di notte’, nel 2011 il primo capitolo de ‘L’Amica geniale’, seguito nel 2012 dal secondo ‘Storia del nuovo cognome’, nel 2013 dal terzo ‘Storia di chi fugge e di chi resta’ e nel 2014 dal quarto e ultimo ‘Storia della bambina perduta’.

Ormai entrata nel turbine del coinvolgimento, la possibilità di un passaggio a Ferrara della Ferrante riesce ad accalorare me, così come accalora l’amica di letture con cui ho percorso uno dopo l’altro i suoi romanzi in una rete di collaborazione che ci ha fatto mettere insieme i quattro volumi tra regali, acquisti e prestiti.

I quattro volumi della serie ‘L’Amica geniale’ (foto Giorgia Mazzotti)

Quello sperimentato in prima persona da chi è rimasto conquistato dalle vicende de ‘L’Amica geniale’ è l’effetto a cui gli americani hanno dato il nome di ‘Ferrante fever’, una sorta di slogan e hashtag lanciato da una piccola libreria degli Stati Uniti e poi reso ufficiale con la produzione del film-documentario che ha questo stesso titolo, diretto da Giacomo Durzi, uscito nelle sale nell’autunno 2017 e ancora visibile sui canali di Sky. Il film dà voce alle testimonianze entusiastiche raccolte soprattutto negli Stati Uniti anche da parte di noti scrittori americani e fa sentire meno soli nel proprio entusiasmo che invece qui – nella ristretta cerchia delle persone che frequento – ha finora avuto esiti alterni. Tra i sei amici e familiari che conosco che hanno letto ‘L’amica geniale’ sono solo tre (inclusa me) e l’hanno amata così tanto, mentre altrettanti (inclusa mia madre) ne sono stati quasi urtati, trovandola troppo avvezza a rovistare nel torbido dei sentimenti interiori e nella realtà cruda che circonda i personaggi di una Napoli piena di ombre dal sapore neo realista.

Una delle foto di Giuseppe Di Vaio su The Guardian sulle tracce dei luoghi de ‘L’Amica geniale’ di Elena Ferrante

Diventa allora quasi commovente scoprire quanto si siano appassionati i nostri compagni di lettura statunitensi. Un interesse testimoniato anche attraverso le recensioni pubblicate da autorevoli testate giornalistiche. Su ‘The Guardian’ la rubrica ‘The Little Library café’ firmata da Kate Young si è adoperata persino per rintracciare e realizzare le ricette di alcuni dolci citati nel primo e nel terzo volume della serie (i dolci napoletani al pistacchio nell’articolo pubblicato il 22 ottobre 2015 e le frittelle fiorentine in quello del 21 gennaio 2016). Per non dire dell’interesse turistico-geografico con una sorta di guida ai luoghi in cui la storia è ambientata. Il New York Times prima (14 gennaio 2016) e lo stesso The Guardian poi (7 novembre 2017) si prendono la briga di dar corpo alle immagini napoletane evocate nei libri con tanto di mappa geografica del rione e delle vie della città frequentate dai personaggi romanzeschi. The Guardian affida al fotografo partenopeo Giuseppe Di Vaio un intero reportage in giro per i quartieri di Napoli a immortalare i luoghi che possono corrispondere a quelli narrati: il tanto nominato “stradone” del rione Luzzati, la scuola elementare che potrebbe essere quella frequentata da Lila e Lenù, una pasticceria e un bar che danno forma e colore a quelli descritti sulle pagine, persino il famigerato tunnel di via Gianturco che le due amiche nel primo romanzo imboccano di nascosto da sole per andare nel centro di Napoli.

‘The Guardian’: la ricetta delle frittelle ispirata da ‘L’Amica geniale’, 21 gennaio 2016

A Ferrara che mappa di ipotetico passaggio potremmo tracciare? Tra gli anni Ottanta e Novanta c’erano Spazio Libri come libreria impegnata, il Centro documentazione donna-Cdd tra i centri donna italiani di più lunga tradizione (nato nel 1980 e ancora più che mai attivo), le sale delle biblioteche comunali, Feltrinelli che però apre la libreria ferrarese soltanto nel 1994, e poi diversi circoli. Potrebbe essere venuta in uno di questi posti l’autrice ancora sconosciuta per parlare dei libri che traduceva?

Il più accreditato potrebbe essere il Centro documentazione donna, da sempre attento a scrittrici di nicchia e sicuramente in linea con i temi e l’approccio letterario di un’autrice come la Wolf. La pista, però, va esclusa. La presidente del Cdd ferrarese Luciana Tufani racconta: “Gli editori della E/O hanno partecipato a nostre iniziative, ma non abbiamo mai avuto ospite Christa Wolf o la sua traduttrice, mentre ebbi occasione di incontrarle entrambe andando appositamente a Torino in occasione del Salone del libro (nel 1997, ndr)”. La sala Agnelli della Biblioteca Ariostea, in via Scienze 17 a Ferrara, potrebbe invece essere benissimo la famosa “saletta” a cui si fa riferimento nel romanzo, luogo possibile di presentazione e dibattito riservato perlopiù a incontri con gli autori e le autrici; ma non risulta che siano passate di qui Wolf o Raja. Durante il festival Internazionale a Ferrara (organizzato in anni recenti, dal 2007 ad oggi) la sala di Palazzo Paradiso è stata più volte riservata a momenti di riflessione sul tema della traduzione dei testi. Raja-Ferrante potrebbe esserci venuta anche solo come partecipante, professionalmente interessata all’argomento, e – al momento di scrivere il romanzo – la visita può averle dato lo spunto per citare il passaggio ferrarese, ambientandolo a quel punto in tutt’altra epoca. Il mistero rimane. Ma a ben vedere è il ventaglio di possibilità che intriga il lettore, già conquistato dai testi coinvolgenti, introspettivi e impudicamente intimi di questa scrittrice. E l’incognita – come è accaduto per l’identità misteriosa dell’autore – facilita l’elucubrazione, induce a far spaziare a tutto campo la mente in virtù di quell’intimità così forte che si crea nel corso delle oltre 1.700 pagine de ‘L’Amica geniale’.

castello-fuochi

DIARIO IN PUBBLICO
L’ultimo giorno del 2017

E finalmente l’ultimo giorno è arrivato.
Di un anno che, nel definirlo strano, suona perlomeno eufemistico.
Lo ammetto. Son superstizioso nei numeri e quello che è appena terminato è, da sempre, da me riconosciuto foriero, se non di disgrazie, di spiacevolezze. Ho tentato perfino di adeguarmi alla numerazione civica che inesorabilmente lo marchiava a lettere di fuoco nella mia casa di Firenze: alla fine mi son deciso a vendere l’appartamento. Poco intelligente? Potrebbe darsi, ma visceralmente ineludibile.

Ma cominciamo dagli eventi o meglio avvenimenti (che noia la sacralità dell’ ‘evento’!) che hanno siglato Ferrara e i suoi abitanti.
Certamente l’avvio dell’attività del Meis, il museo dell’ebraismo italiano, con la bellissima mostra sui primi mille anni della presenza ebraica in Y–tal-ya, l’isola della rugiada divina, o l’interessante mostra su Carlo Bononi al palazzo dei Diamanti, un pittore minore che ha il merito di saper raccontare i rapporti strettissimi tra le diverse soluzioni pittoriche del primo Seicento. Una mostra didattica, che se non esplode nei numeri secondo la nuova necessità delle esposizioni e del museo, raccoglie l’invito non a confinarsi nell’evento, ma a far ragionare sul concetto di Storia che dovrebbe essere la prima necessità del ruolo delle istituzioni culturali.
Si è dignitosamente provveduto a svolgere con rigore scientifico le celebrazioni per i centenari di Ariosto e di Bassani. Si è provveduto con inusuale tempismo a sanare le ferite inferte al Centro studi bassaniani, colpito dalle infiltrazioni di umidità che minacciavano di deturpare oggetti, stampe e quadri esposti, tanto da permettere una ri-apertura finalmente sicura nel gennaio del 2018. Procedono alacremente i lavori di restauro di monumenti e chiese colpiti dal terremoto. Le associazioni culturali pur riscontrando un calo significativo tra gli iscritti (non è un mistero che l’associazionismo culturale fa leva soprattutto sulla fascia di iscritti d’età matura o vecchia, mentre sempre più difficile diventa il reclutamento in quella giovanile) svolgono con dignità il loro compito. Nascono nuove e lodevoli iniziative legate al teatro, alla cultura, alla musica. E’ ormai assodato che le punte di Diamante (tanto per usare immagini ferraresi…) della nostra cultura risiedono in due istituzioni di altissima qualità: il Teatro Comunale Claudio Abbado e la Biblioteca Ariostea. Entrambi presieduti e diretti con oculatezza e lungimiranza. E occorre qui dare il benvenuto al nuovo direttore artistico di Ferrara Musica Dario Favretti che tanto in questi anni si è adoperato per tener fede a un concetto di alta levatura culturale da affidarsi alla nostra maggior realtà musicale. Quanto alla funzione operata in città della Biblioteca Ariostea dobbiamo essere grati al dottor Enrico Spinelli, che in questi ultimi anni con un piglio da ‘burbero benefico’ è riuscito a mantenere l’altissimo ruolo della maggior istituzione culturale ferrarese. E sarà veramente una perdita se le istituzioni non penseranno a un recupero di questa esperienza dopo la sua imminente andata in pensione. E’ notizia delle ultime ore il debutto nel concerto viennese di capodanno diretto da Riccardo Muti della giovanissima danzatrice Adele Fiocchi, ferraresissima e figlia del caro amico Fabrizio, vice preside (uso una terminologia antica) del Liceo Classico Ariosto.
Poi la Spal. Ma lì non oso metter bocca e parole vista la mia incompetenza a riconoscer gli eroi della domenica.

Mi accorgo, comunque, nell’elencare le virtù cittadine come siano cambiati, giustamente, clima e motivazioni.
Ferrara è stata colpita da inusitate tragedie a cominciare dalla vicenda della banca Carife, segno di una (posso dirlo?) stupida presunzione e di falsa fiducia sull’economia che tutto può. Nell tragedia è mancata perfino la grandeur di altre disastrose vicende che hanno alimentato rotocalchi di bassa lega e importanti analisi tecnico-scientifiche. Tra gli errori commessi perfino quello di ‘piccole’ soluzioni forse dettate da ciò che da sempre hanno governato la nostra ‘ferraresità’: rancorosità e stizza senza differenza tra una parte o l’altra della distribuzione politica.
Poi le buone cose nel recupero di monumenti e ambienti lasciati in abbandono e recuperati sotto l’urgenza del scisma e un programma poliennale che dovrebbe premere l’acceleratore sul nostro patrimonio culturale, vero e necessario volano delle promesse future del nostro territorio.

Lentamente mi appresto a ritirarmi dai troppi impegni che giovanilmente ( helas!) ho voluto mi accompagnassero in questi anni. Alcuni resteranno immutabili e imprescindibili, in quanto per me fare l’‘umarel’ che osserva e commenta non basta. Ma come insegnava la scuola medica salernitana cercherò di affrontare i problemi culturali ‘lento pede’. Frattanto buone feste anche se per me funestate dall’Incendio del castello che NON capirò mai; ma ‘de gustibus non est disputandum”.
Il maestrino stavolta senza penna…
Gianni Venturi

Ferrara ebraica tra memoria e presente: da Bassani al Meis pensando al futuro

Tutto pronto per l’inaugurazione. Attentamente controllate le mail con i ‘consigli’ scrupolosamente inviatici per accedere al Meis, estratto dall’armadio il cappotto blu di cachemire triplo, di solito indossato per qualche prima alla Scala, esumato il Borsalino (quello piccolo, più serio di quello a larghe tese), cravatta Hermès d’antan, giacchetta blu ovviamente quella di cachemire e il fazzoletto di seta grigia, che ha ormai due secoli e ho indossato sempre in occasioni speciali, quali quelle di testimone ai matrimoni dei nipoti.
Il taxi l’avevo prenotato il giorno prima, ma una telefonatina di conferma scatta lo stesso. Passo a prendere la mia collega, la professoressa Portia Prebys, curatrice del Centro studi bassaniani, da lei donato alla città di Ferrara. Eroicamente, dopo aver assunto le medicine che le permettono di fare qualche passo senza soffrire troppo, sbarchiamo davanti alle ex-carceri, ora sede del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah e ci mettiamo in fila, mentre ragazzine saputelle, ma consce del loro compito, scrupolosamente controllano una serie di nomi che sembra non finiscano più. Ma non ci era stato detto che saremmo stati un centinaio al massimo? Al controllo, dopo aver depositato tutto il metallo che possedevamo siamo scrupolosamente palpati. Sto per passare quando fulmineamente mi ricordo d’aver le bretelle con i ganci in ferro. Lancio un urletto e avverto il palpatore. Mi guarda come fossi uno scemo, dice che quelle non contano, mentre febbrilmente penso alle solite truffe dei cinesi che ti vendono ganci di ferro mentre si tratta (forse) di pane masticato e tinto color acciaio.
Nella fila parallela s’accende una diatriba imponente. La voce la conosco: per forza è uno delle archistar fiorentine, che tra l’altro svolge anche il ruolo di rabbino e mio caro amico. Sta sgridando un pezzo grosso dell’organizzazione che non vuol far passare la figlia di Bassani. Alla fine entriamo e siamo di nuovo affidati alle cure di una gentil giovanetta, che indaffaratissima a passo svelto ci fa traversare il giardino. In una specie di recinto riconosco gli amici giornalisti e i fotografi in preda a orgasmo da scatto. Miro e siam mirati mentre la giovane affretta il passo. Afferro la pochette di Portia, le do il braccio e ansimanti arriviamo a una scala. Un secco invito: “terzo piano, salite le scale”. Imploro un ascensore mi si risponde falsamente che non c’è; e infine approdiamo sudaticci e doloranti al loco del desire. Sono le ex celle maschili dove s’aggirano animule vagule e per nulla blandule, sorvegliate dagli occhi di ghiaccio di immusoniti camerieri che servono frittelle fredde – mi pare – e spumantino nelle classiche flûtes di plastica. Uno schermo televisivo sovrasta il tutto.
Portia sfinita s’appoggia al muro; chiedo una seggiola, mi si risponde quasi in un sibilo che non ce ne sono. Domando che la vadano a prendere. Mi guardano con disprezzo. Afferriamo al volo la solita giovanetta chiedendole di portarci di sotto e controllare se, forse, per caso, accidentalmente, non si fossero sbagliati nell’assegnarci la postazione. In fondo la professoressa Prebys è sicuramente una grande benefattrice della cultura ferrarese ed ebraica. Discendiamo le scale che tanto fiduciosamente avevamo salite poi la donzelletta sparisce e ci appare una dama sontuosamente pittata che ha una grossa cartella di fogli misteriosi. Consulto febbrile, conferma che il nostro posto era la piccionaia. Saluta frettolosamente con un ancor più frettoloso ‘scusatemi’ e se ne va. Vediamo allora una importante rappresentante della cultura ferrarese che rivela l’inganno. Non solo gli ascensori ci sono, ma lei stessa l’aveva preso il mattino per la conferenza stampa e non si dà pace della bugia. Ma è ragione di sicurezza!! Sì, penso, va bene però in qualsiasi luogo pubblico, anche d’interesse minore, si debbono predisporre soccorsi per i non abilissimi a sopportare tre ore in piedi, non a dispetto ma proprio in favore della sicurezza. E se qualcuno si fosse sentito male?
Mestamente ripercorriamo il giardino per uscire inseguiti dai flash dei fotografi che ci chiedono ragione della ritirata. Proseguiamo incuranti dei richiami, mentre la fila dei perdenti che s’ingrossa sempre più come a Waterloo s’avvia all’uscita. Incrocio il Sindaco in compagnia del vescovo, che mi guarda con occhio interrogativo. Gli sussurro “lo saprai”. All’uscita l’archistar s’avvia a prendere il treno per Firenze, le signore sconfitte salgono su grandi macchine e noi siamo soccorsi da un autista che ben conosciamo, che affettuosamente ci riaccompagna a casa. Sono le 17.14.
Il presidente Mattarella sta per arrivare: silenziosamente.
La sera si scatena l’inferno. Mi chiamano i giornali cittadini chiedendo conto della ritirata, insinuando motivi volgarotti e banali. Se la prendono con i dirigenti del Meis, che ovviamente non hanno colpa se le direttive – come è assodato – provengono dall’ufficio di sicurezza del Quirinale. Devo promettere smentite feroci per le illazioni. Prebys e io collaboreremo sempre con il Meis, non ce l’abbiamo con loro anzi! Se perfino il rav di Ferrara non può sedere tra gli immortali 70!
Per fortuna la sera rivedo un film di Woody Allen, ‘Tutti dicono i love you’, con le riprese dei miei luoghi dell’anima: Venezia e Parigi. E ancora una volta mi domando: “Ma che ci faccio a ‘Ferara’?” Poi penso: “Va beh! È sempre la mia città”. Soffocando dentro il commento finale che detto in francese suona più fico: “Helas! (Ahimè!)”.

Il giorno dopo ci aspetta una importantissima cerimonia. Per non essere sconfitti ancora e almeno assicurarci una seggiola, un panchetto, un gradino, arriviamo quasi un’ora prima. Tutto è impeccabile. I nostri nomi a lettere di fuoco son stampati sui seggi che ci appartengono e rilassato posso alfine dedicarmi ai cari amici Foscari che avevo incontrato la sera prima anche loro diretti in piccionaia.
Il premio ‘Città di Ferrara’ viene assegnato quest’anno a Ferigo Foscari E’ simboleggiato da un ippogrifo che non sale in cielo, ma è destinato a coloro che si sono particolarmente distinti e che hanno contribuito a valorizzare il prestigio della nostra città. La motivazione dell’assegnazione a Ferigo Foscari Widmann Rezzonico è per aver donato alla città il manoscritto de ‘Il Giardino dei Finzi Contini’ di Giorgio Bassani, attualmente custodito alla biblioteca Ariostea. Alla cerimonia erano presenti il consigliere di Stato, in rappresentanza del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Daniele Ravenna, il presidente della Fondazione Meis, Dario Disegni, il sindaco del Comune di Ferrara, Tiziano Tagliani, il vicesindaco Massimo Maisto e il direttore della Biblioteca Ariostea di Ferrara, Enrico Spinelli, che svolgeva il ruolo di padrone di casa. Alla fine della cerimonia gli invitati, rappresentanti della politica, della cultura e dell’associazionismo ferrarese e nazionale, si sono trasferiti nel giardino della Biblioteca, antico orto botanico di Palazzo Paradiso, un tempo sede dell’Università della città, dove è stata scoperta una lapide in memoria di Teresa Foscolo Foscari, nonna del donatore e musa ispiratrice del romanzo più conosciuto del grande scrittore, che ha ravvisato nella nobildonna veneta la figura di Micol e a cui il manoscritto del romanzo era stato affidato e donato.
La raffinata introduzione di Enrico Spinelli ha messo in luce l’aspetto più propriamente scientifico del manoscritto, la sua straordinaria importanza per chi si voglia dedicare alla ricostruzione delle fasi che portano poi al momento della costruzione di un romanzo, o di una poesia. La filologia al servizio della storia. Ferigo Foscari ha tratteggiato il ritratto della nonna: una donna imperiosa, ma straordinariamente capace di riservare il meglio di sé alla difesa dell’ambiente e del paesaggio, non a caso il rapporto con Bassani è rafforzato dal comune impegno in Italia Nostra. Lo svelamento della lapide a lei dedicata posta in una parte del giardino di Palazzo Paradiso a cui s’accede per raggiungere l’ala dedicata alla biblioteca d’imminente apertura dedicata ai bambini e ai ragazzi è stato un momento di delicata poesia quando Ferigo nello svelare la lapide ha detto che la nonna ora sta in Paradiso pensando al nome del palazzo mentre suo padre Tonci Foscari raccoglie una foglia dal tappeto giallo che la centenaria Ginkgo Biloba ha sparso per terra a rendere omaggio a una donna straordinaria e alla generosità di suo nipote.

‘Musicanti!’: fotocronaca di una banda che marcia in Archivio comunale a Ferrara

‘Musicanti! Le bande marciano in Archivio’. Ed è quello che hanno fatto veramente i musicisti della Banda di Cona, salendo gli scaloni di palazzo Paradiso per andare a suonare nella sala dove si trova la tomba di Ludovico Ariosto in Biblioteca Ariostea a Ferrara in occasione dell’evento organizzato alla biblioteca stessa per celebrare l’acquisizione da parte dell’Archivio Storico Comunale di un consistente nucleo di spartiti e documenti musicali storici. L’Associazione MusiJam (emanazione della disciolta Banda cittadina Francesco Musi) e la Filarmonica Giuseppe Verdi di Cona hanno infatti trasferito all’Archivio comunale la parte più antica dei rispettivi archivi musicali. Circa 40 metri lineari di antichi faldoni sono così approdati nell’Archivio in via Giuoco del pallone 8 a Ferrara, per costituirvi uno speciale Fondo dedicato alla Musica di Ferrara tra Otto e Novecento.

Banda Giuseppe Verdi in Ariostea (foto Valerio Pazzi)
Tutte le età all’opera (foto Valerio Pazzi)
Esecuzione per “Musicanti!” (foto Valerio Pazzi)
Presentazione (foto Valerio Pazzi)

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I faldoni contengono gli spartiti musicali scritti per i complessi bandistici cittadini che, nell’arco di due secoli, hanno divulgato in città il grande repertorio artistico italiano ed europeo. Gli autori, infatti, presenti in archivio, sono quelli dei grandi operisti italiani (Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini, Mascagni), di musicisti francesi (Bizet, Gounod, Massenet) e austro-tedeschi (Mozart, Beethoven, Strauss, Meyerbeer, Wagner), proposti nelle trascrizioni dei direttori che, di tempo in tempo, guidarono le Bande cittadine:

Banda Giuseppe Verdi in Biblioteca Ariostea – Ferrara novembre 2017 – foto Valerio Pazzi

Benone, Finotti, Giori, Mariani, Vaccari, ma anche Pellegrino Neri e di Francesco Musi. La documentazione è alla base di un progetto di conservazione e di valorizzazione delle fonti musicali antiche di Ferrara che trova dunque nell’Archivio storico comunale un importante punto di riferimento dedicato alla Musica dell’Otto-Novecento.

‘Trombe, Tromboni e Grancassa – Le bande musicali, civili e militari, nella documentazione dell’Archivio storico comunale di Ferrara’ è la mostra sul tema, visitabile in Archivio storico comunale, via Giuoco del Pallone 8, Ferrara, tel. 0532 418243. Aperta gratuitamente fino a venerdì 1 dicembre 2017, orari 9-14 e giovedì anche 15-18

Musica in Biblioteca Ariostea (foto Valerio Pazzi)
La Giuseppe Verdi in Ariostea (foto Valerio Pazzi)
La Banda, 25 novembre 2017 (foto Valerio Pazzi)
Evento per le bande (foto Valerio Pazzi)

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Per saperne di più sul Fondo musicale dell’Archivio storico comunale di Ferrara vedi articolo su CronacaComune del 3 novembre 2017 www.cronacacomune.it/notizie

Il reportage fotografico è di Valerio Pazzi.

In Ariostea Maura Franchi e Antonio Moschi discutono di ‘Libertà e società aperta’

Avrà come tema il rapporto tra ‘Libertà e società aperta’ la conferenza della sociologa dell’Università di Parma Maura Franchi e di Antonio Moschi, docente di filosofia, in programma oggi (venerdì 22 settembre alle 17) alla sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea (via delle Scienze 17, Ferrara). L’incontro, che sarà coordinato da Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia e docente di Etica della comunicazione a Unife, rientra nel ciclo di conferenze sul tema della “Libertà” a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara.

Il concetto di società aperta è cambiato nel tempo. Cosa intendiamo oggi con tale espressione? Abbiamo la consapevolezza che non potremo tornare ad una società composta da individui che condividono le stesse radici e, d’altra parte, viviamo la complessità proposta da una società che non può ripristinare confini, che non avrà più l’omogeneità di cultura e di storia che in passato aveva connotato una nazione. La globalizzazione ha dato luogo ad un processo irreversibile di flussi di informazioni, di beni, di capitali e di persone. Intanto, i cavi di Internet sotto gli oceani avvolgono la terra come il filo di un gomitolo attraverso cui passa il traffico intercontinentale di dati. La globalizzazione sollecita, per comprensibili ragioni, risposte difensive, sentimenti di paura e insieme di impotenza. Per tornare alla riflessione sulla libertà: la società aperta allarga la libertà individuale? E non da ultimo, cosa significa essere cittadini di una società aperta? Quali prospettive per la libertà nell’epoca dell’incertezza, parola chiave di un tempo caratterizzato dalla crisi delle grandi narrazioni, da una pluralità ed eterogeneità di relazioni e giochi linguistici, dalla labilità di strutture e modelli?

Ferrara, la città dove un albero vale una gita

Un albero può rendere un posto meritevole di un viaggio. A Ferrara succede. Ci sono alcuni alberi monumentali o famosi che chi abita qui quasi nemmeno nota più. E può capitare di imbattersi in turisti col naso per aria che chiedono con il loro accento americano dove sia, ad esempio, la casa con la magnolia dello scrittore Giorgio Bassani senza che la maggior parte dei cittadini sappia dargli indicazioni che, in effetti, sulle mappe non sono. Poi apri un quotidiano come “La Stampa” e scopri che un giornalista a Ferrara c’è venuto apposta per ammirare e misurare di persona un albero che ha un 250 anni: il gingko biloba del giardino della biblioteca Ariostea, che si può vedere entrando dal cancello in via Giuoco del Pallone 2 (“Il ventaglio del Gingko biloba è un vero fossile vivente”, La Stampa”, 4 agosto 2017, pagina 28). L’autore è Tiziano Fratus, che definisce la pianta “uno dei più bei ginkgo d’Italia” e spiega che “è un superstite, capita spesso ai giganti silenziosi, rappresenta quel che resta di un giardino botanico voluto da Giammaria Riminaldi (1718-1789), presidente del Collegio dei Riformatori, riorganizzatore dell’università e della biblioteca di Ferrara”.

Marcelo Cesena in Biblioteca Ariostea di Ferrara (foto Fausto Natali)

Nell’autunno scorso questo stesso albero ha portato a Ferrara il pianista brasiliano Marcelo Cesena, due volte vincitore dell’International Press come “miglior musicista brasiliano che vive in America”, che ha scelto il giardino della Biblioteca comunale Ariostea come palcoscenico per il suo ultimo videoclip. A conquistare il musicista è stata la bellezza del tappeto di foglie gialle che in autunno cadono del plurisecolare ginkgo. Così Cesena ha chiesto e ottenuto il permesso di registrare davanti a quell’albero un video per il suo prossimo album e nel freddo del 1 dicembre 2016 ha fatto trasportare il pianoforte nero sopra alle sue radici.

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Parco Massari (foto Aldo Gessi)

Altri due alberi centenari hanno portato in visita a Ferrara lo scrittore Tiziano Fratus, che a fine luglio 2017 ha speso un giorno per guardare e misurare i due cedri di Parco Massari che stanno lì, davanti alla cancellata, in corso Porta Mare 65 a Ferrara. Nell’articolo (“In compagnia di due giganti che strisciano e si sollevano”, La Stampa, 28 luglio 2017, pagina 28) il giornalista parla di “uno spettacolo inatteso” e spiega come “all’ingresso sorvegliano due giganti: c’è il cedro del Libano (Cedrus libani) che si manifesta in un tronco corpulento, con due branche che si allargano alla base, strisciano e si sollevano parallelamente al tronco. Il cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica glauca) ha un’architettura complessa: è incredibile come gli sia stato concesso di espandersi in ogni direzione, vista la posizione a due passi dal traffico. Emette tre branche, al piede, i rami sono sostenuti da stampelle. Li misuro: 585 e 480 cm di circonferenza”.

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Scena iniziale del film “Il giardino dei Finzi-Contini” dal romanzo di Giorgio Bassani

Proprio un parco – del resto – ha reso famosa questa città in giro per il mondo: “Il giardino dei Finzi-Contini” dove Micol e i suoi amici della Ferrara-bene giocavano a tennis nel romanzo di Giorgio Bassani e poi nel film di Vittorio De Sica. E il Parco Massari immortalato sul grande schermo si potrà visitare pieno di banchetti dedicati al verde per la manifestazione “Giardini estensi – autunno” in programma nel giardino pubblico in corso Porta Mare 65 a Ferrara sabato 9 e domenica 10 settembre 2017, ore 10-22.

L’albero di magnolia nel giardino di casa Bassani fotografato da Paolo Zappaterra

Da non trascurare, infine, la magnolia, che sempre Bassani ha immortalato nella poesia intitolata “Le leggi razziali” che racconta la piantumazione dell’albero nel giardino interno di casa Bassani nel 1939, pochi mesi dopo che quelle leggi discriminanti avevano escluso dalle scuole i ragazzini di famiglia ebraica e proibito a chi era ebreo l’esercizio di diversi mestieri, come quelli di insegnante o giornalista. La casa di Ferrara dove Bassani e la pianta di magnolia sono cresciuti è stata però venduta, è privata e non visitabile. Un’occasione per vedere com’è e com’era quella magnolia che “crebbe/nera, luminosa, invadente/puntando decisa verso l’imminente cielo”, la offre la mostra “Giorgio Bassani e la casa della magnolia” in corso alla Casa dell’Ariosto di Ferrara. In particolare sabato 16 settembre alle 16 ci sarà la possibilità di fare una visita guidata gratuita. La figlia dello scrittore Paola Bassani insieme con la docente di storia dell’arte Silvana Onofri e con l’autore delle foto Paolo Zappaterra accoglieranno i visitatori della rasegna “Giorgio Bassani sotto la magnolia” che mostra la casa di Cisterna del Follo 1 negli scatti di Paolo Zappaterra e nelle istantanee di famiglia con il contributo delle letture dell’attrice Gioia Galeotti. Gli organizzatori spiegano che “numerose persone a Ferrara vanno alla ricerca della casa della magnolia della poesia ‘Le leggi razziali’, magnolia che, piantata nel 1939 nel cortile interno della casa di via Cisterna del Follo, tuttora ‘fuoresce oltre i tetti circostanti’. Ma la casa, venduta nel 1993 non è accessibile al pubblico e solo il vertice della magnolia, diventata ormai un mito, è oggi visibile da alcuni edifici limitrofi o da via Saffi”. In mostra ci sono le fotografie della casa e del suo giardino, con gli arredi originali dalla famiglia Bassani per permettere di “conoscere un luogo bassaniano spesso sottovalutato o frainteso”. La magnolia piantata dalla famiglia Bassani non è visibile dalla strada; e non va confusa con quella che si vede invece spuntare dal muro di cinta dell’edificio all’angolo tra via Cisterna del follo e via Ugo Bassi.

“Giorgio Bassani e la casa della magnolia” è la mostra visitabile alla Casa dell’Ariosto, via Ariosto 67 a Ferrara fino al 30 settembre 2017 da martedì a domenica ore 10–12.30 e 16–18, ingresso gratuito. Sabato 16 settembre 2017 alle 16 la visita guidata. Per info: mail arche.ferrara@gmail.com, pagina Fb https://www.facebook.com/events/144122836185681/, cell. 340 0773526; 331 1055853

VIDEOCONFERENZA
Biancoazzurro è il colore che amo: la Spal ieri, oggi e domani

“Biancoazzurro è il colore che amo: la Spal ieri, oggi e domani”: Mauro Malaguti del Resto del Carlino, Andrea Tebaldi della Nuova Ferrara, Alessandro Sovrani di Telestense e Costantino Felisatti dello Spallino, introdotti e interpellati da Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia, hanno riferito ricordi e pareri nel corso dell’ultima conferenza stagionale del ciclo “Chiavi di lettura, opinioni a confronto sull’attualità” organizzato da Ferraraitalia. Protagoniste nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea, attraverso le voci dei cronisti sportivi e del pubblico, sono state le emozioni legate alle imprese della compagine biancoazzurra che, a compimento di due campionati entusiasmanti, ha ritrovato la serie A dopo 49 anni di attesa.

Qui il video integrale della conferenza

DIARIO IN PUBBLICO
S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde

Trump, Putin, popular, populismo. Uno scoppiettio di labiali che sembrano trombe di guerra (o perrnacchie? A seconda dei casi).
Vorrei continuare a parlare di libri, ma è umano, necessario, doveroso osservare, sgomenti, non solo i venti di guerra ma le ragioni e le cause che li determinano.
Non essendo né politologo né tantomeno politico mi limito a registrare l’aspetto esteriore di chi agita il mondo e ne rispecchia la ‘faccia’. Con Trump sembrerebbe troppo facile: l’assurdità della pannocchia capillare, le labbra atteggiate a disprezzo, il sorrisetto da, direbbero i nonni, ‘me ne impipo’, il passo marzialetto. Tutto un mezzo e mezzo tra una figura che da tragica improvvisamente sembra divenire comica o viceversa. Ma la mossa del lancio dei missili gli è servita, eccome! Forse chi lo ha votato, freneticamente votato, troverà una giustificazione alle chiusure, ai mormorii anti Obama, alla paura per il diverso. Speriamo solo che col sorrisetto non ci mostri la solenne firma di una dichiarazione di guerra totale.
E lo zar Putin? Già se sbagli l’accento diventa Putìn, in ferrarese bambino come vorrebbe dimostrare la sua algida faccetta da bambino cattivo, e si potrebbe immaginare che a ogni parola si accompagni uno ‘sputacchino’ per il mondo e le sue sorti. Ma l’occhietto con lo sguardo a punta di spillo produce angoscia e livore. Lui ci pre-dice: ‘basta un clic e vedrete’.
Poi c’è l’orrore in persona. L’innominabile Assad dal collo di fenicottero e le labbruzze strette come se stesse meditando o facendo cose proibitissime. E le fa, le fa.
Questo è il trio che tiene in mano i destini di ciò che resta del mondo.

Poi i comprimari. Dal presidente cinese figurativamente ‘quasi’ normale d’aspetto, all’oscena, pericolosissima barzelletta del dittatore della Corea del Nord.
Se ci si ricovera in Europa, un’Europa oscillante, muta o gracchiante, che troviamo? Le giacchette sempre più rinnovantesi della Merkel in preda a furore di cambio (di colore), l’imponente lato b di Hollande che sale le scale con passo solenne, ma viene impietosamente ritratto di spalle. Il pericolosissimo Erdogan che gioca a palla con la testa forse pensando sia il mondo. Gli altri? Contorni.
E in Italia?
Beh, dovessi rifarmi alla rappresentazione più sarcastica premierei i ‘noiosos’ di Crozza: Padoan, Gentiloni, Mattarella. Tre persone di rilievo che interpretano una idea di politica seria, non eclatante, a cui non siamo più abituati.
Renzi sempre più panciuto e in preda alla gorgia della pronuncia rignanese; i baffi tremuli di d’Alema sempre più parlante con voce impostata da ‘so tutto mì’; la bavetta nera di Salvini; il collo di Berlusconi esibito dalla mancanza di camicia che sorregge un viso senza più occhi; i riccioli bianchi (e non d’oro) del Grillo parlante, l’accento di Bersani che pettina non certo i lama, ma nemmeno le pecorelle, e via via fino all’ultimo dei peones con trolley e zainetto.

Così sempre più trepidando torno alle sorti del libro: dei libri.
Se ho avuto il conforto di molte letture e commenti, certamente la situazione rimane immobile e senza possibilità di mutamento.
Da una parte mi si rimprovera un pessimismo che a fronte di alcuni risultati positivi della destinazione dei libri o di intere biblioteche specializzate non tiene poi conto della tragicità della situazione denunciata dagli articoli di Tomaso Montanari.
A conforto m’arriva questa mail di Salvatore Settis.
“Caro Gianni, leggo sempre quel che mi mandi, e di solito non ti disturbo rispondendoti. Stavolta sì, perché sono in Usa per un paio di mesi, e fra le cose che ho visto in questo Paese dilaniato dalla presidenza Trump c’è uno slogan che gira fra universitari etc., rimaneggiando quelli di Trump. Questo: Make America read again!
Se gli americani avessero letto (in media) di più, non avremmo un presidente come Trump… Un carissimo saluto, S.”
Una risposta che mi conforta, ma che mi preoccupa ancor di più.
Non è che non ci sia spazio per ricoverare le biblioteche: questo è un problema collaterale. Il vero, inaudito fatto è che non si legge.
In questi giorni mi sono recato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, accolto da Lina Bolzoni e accompagnato dal dottor Spinelli, direttore della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Rappresentiamo la giunta esecutiva, assieme a Ernesto Ferrero, del Comitato per la celebrazione dell’Orlando furioso 1516. Passeggiando per le nobili sale del Palazzo dei Cavalieri, sede della Normale, rivedendo luoghi che alla bellezza accompagnano la sapienza – le due formule che foscolianamente sono rimedio unico ai mali – progettavamo i nostri impegni futuri, quando sia Bolzoni sia Spinelli arriveranno a scadenza dei loro incarichi istituzionali. Sia Lina che io domandiamo a Spinelli se sarà protratta la sua permanenza all’Ariostea in quanto l’anno prossimo il direttore andrà in pensione. Siamo così informati che non solo non si parla ancora di bando di concorso, ma che un silenzio assoluto permea la scelta. Improvvisamente mi si spalanca un dubbio: che anche l’Ariostea diventi una tra le destinazioni museali e venga ‘ricoverata’ sotto un Museo? E con Bolzoni si pensava quale patrimonio rappresentino le favolose raccolte dell’Ariostea per la nostra storia e per il nostro presente. E soprattutto quanta dedizione, competenza qualità l’attuale direttore abbia profuso nel mantenerle e nel divulgarle.
Siano consapevoli i nostri amministratori che la grandezza di Ferrara non è solo il Castello o il Palazzo dei Diamanti o Schifanoia ma le carte, i libri, che la nostra meravigliosa Biblioteca ospita e da cui s’irraggia quella sapienza che, come riporta Settis, è perduta o dimenticata da chi non legge.

La Balena Bianca e i suoi eredi: oggi manca l’attitudine all’ascolto e alla mediazione

di Francesca Ambrosecchia

Che mare politico stiamo attraversando? È inevitabile interrogarsi una volta entrati nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea ove campeggia il profilo scudocrociato disegnato nella pancia di una Balena Bianca, simbolo che ci riporta indietro con la macchina del tempo… I convenuti sono qui per assistere al terzo incontro del ciclo ‘Chiavi di lettura’ dal titolo ‘Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca’, organizzato da FerraraItalia. Il dibattito prende avvio dalla domanda sull’eredità politica della Democrazia Cristiana. Da Tangentopoli in poi, cosa è successo? E’ oggi cos’è rimasto? La il Grande Cetaceo sta tornando in auge o si è definitivamente inabissato, travolto dai rivolgimenti sociali? Dietro ai microfoni prendono posto, assieme a Sergio Gessi  – che introducendo il dibattito segnala e documenta quel che considera una ritrovata capacità di condizionamento culturale e valoriale da parte del mondo cattolico (leggi) -, Marco Contini giornalista di Repubblica, Luigi Marattin docente a UniBo e consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alessandro Somma docente di diritto comparato all’Università di Ferrara e collaboratore di Micromega e infine Enzo Barboni presidente Unpli Pro Loco ferraresi ed ex segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Gessi ricorda come nel 1983 in un celebre titolo ‘il manifesto’ profetizzasse “non moriremo democristiani, e il crollo del regime clientelare che rappresentava la parte deteriore di quel sistema di potere avvenne effettivamente una decina di anni dopo, ma non per mano degli elettori bensì per l’azione della magistratura all’epoca dell’inchiesta Mani pulite.

Marco Contini è il primo a esporsi esclamando: “Magari morire democristiani!” e non, come afferma lui stesso, per astio nei confronti del partito di governo attuale e dei suoi leader ma per taluni tratti che caratterizzavano la Dc “un partito interclassista che ha dato vita ad una serie di riforme di fondamentale importanza per il nostro Paese e che nutriva un rispetto sacrale nei confronti dei corpi intermedi. Inoltre riteneva che la vittoria elettorale non fosse un mandato assoluto ma che si dovesse esercitare con moderazione e cautela e aveva delle basi solidissime in tutti gli ordini professionali, basti citare i sindacati”. Si trattava di una modalità di gestione che fruttava senza dubbio consenso e grandi quantità di voti, ma consentiva anche di raccogliere le richieste diffuse nel Paese. Sostiene Contini che sia proprio questo a mancare agli attori politici attuale: la vocazione a rappresentare la complessità. Vinte le elezioni si perde di vista il concetto stesso di mediazione, parola di grande significato nel contesto politico che ricorre ampiamente negli interventi dei relatori.

Lo stesso Somma individua nel precedente governo Renzi una forma di ‘cesarismo’, affermando che se tale leader fosse stato democristiano avrebbe avuto maggior cura dei corpi intermedi durante il suo mandato e quindi avrebbe fatto attento uso dello strumento della moderazione. Asserendo convintamente che la Dc è legata a una fase storica ormai superata, alla domanda “moriremo moderati?” oppone il suo pessimismo: “Moriremo da semplici individui, avendo smarrito la dimensione collettiva, soli e impoveriti economicamente ma anche culturalmente“.

Ben lontano invece dallo scenario politico, per Luigi Marattin, sono sia il concetto di ‘cattolici’ sia quello di ‘moderati’: non solo il consigliere non reputa praticabile il confronto tra i periodi pre e post Tangentopoli, possibile solo a livello analitico storico o politologico, ma pone il dubbio anche sul concetto di ‘moderatismo’ e si chiede se “bisogna essere moderati nei contenuti o nei toni”.  Partendo dal presupposto che il nostro Paese necessita di profondi cambiamenti, Marattin pone la questione circa l’efficacia delle soluzioni moderate o se invece la fase attuale non richieda anche strappi e discontinuità, senza la necessità di dover rappresentare tutti gli interessi in campo. Essendo quella attuale una realtà politica, ma anche socio-culturale, diversa da quella esistente ai tempi della Dc e caratterizzata da partiti che vogliono mantenere il proprio “status quo” senza dover forzatamente mediare, è necessario propendere verso una democrazia competitiva, in termini di alternanza.

Da ex segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Enzo Barboni afferma che il bilancio dei cinquantacinque anni di governo della Dc è senza dubbio positivo: definisce il partito come profondamente laico, talvolta anche in opposizione alla gerarchia ecclesiastica, e “caratterizzato da un profondo radicamento sul territorio, dato dal grande consenso popolare”. Come diceva De Gasperi era “un partito di centro che guardava a sinistra” . Anche per l’ex segretario locale, la Balena Bianca non tornerà più, il suo declino si è avuto a partire dal ’78 con la morte di Aldo Moro: il mondo ora si è aperto e trasformato e necessita di adeguati e aggiornati strumenti di politica economica e sociale, profondamente diversi dai quelli cui in passatosi faceva riferimento.

In ultima analisi Fiorenzo Baratelli, direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara, che ha portato il suo contributo a margine della conferenza, rimarca la confusione della fase politica attuale a cui consegue l’incapacità da parte delle varie fazioni politiche di costruire qualcosa di nuovo e adatto a tale realtà. Anch’egli ricorda i democristiani come grandi mediatori “lo stile dei leader politici odierni dovrebbe essere più umile e il valore dell’associazione e della sana mediazione dovrebbe essere esaltato”. Tutto ciò tenendo fede alle parole di Aristotele secondo cui essere moderati era la cosa più difficile perché stava a significare ascoltare e “ritenere il meglio” delle diverse posizioni presentate.

Nel finale, la ‘rivelazione’ di Giuseppe Toscano, uno dei maggiorenti della Dc ferrarese negli anni d’oro, presente in sala: “La Dc tecnicamente non è morta: il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana vige tutt’ora non essendosi mai autoaffondato. Attualmente il segretario è Gianni Fontana”. E chissà, allora, che un giorno non capiti davvero di scorgere ancora nel ‘mare politico’ quell’antico cetaceo…

Il video integrale del dibattito sarà prossimamente disponibile sul canale tv di Ferraraitalia

Tramonto della sinistra e rilancio dell’egemonia cattolica anche a Ferrara

“Non moriremo democristiani”, scrisse il Manifesto in uno storico titolo del 1983, all’indomani del successo del Pci alle elezioni Europee, quando quel risultato parve un segnale di recupero dell’indiscussa egemonia culturale di cui la sinistra godette nel corso del decennio precedente.
Moriremmo democristiani, invece pensai io – sconsolato – nella logica del male minore, dopo la presa del potere da parte delle truppe berlusconiane nel 1994.
Ora quella profezia (disattesa) e quel mio successivo amaro auspicio tornano beffardamente attuali. Pensiamo a cosa è accaduto dopo Tangentopoli: la Dc si è dissolta e disgregata in sette rivoli, diffondendosi e propagandosi come polline (o come gramigna, secondo i punti di vista…) e presidiando sostanzialmente tutto l’arco politico.
Dalle ceneri della Balena Bianca nacquero i Popolari di Marini, la Rete di Leoluca Orlando, il Ccd di Fernando Casini, il Cdu di Rocco Buttiglione, l’Udc di Clemente Mastella, i Cristiano-sociali di Ermanno Gorrieri e Pierre Carniti (tra le cui fila emerse Dario Franceschini), i Referendari di Mariotto Segni… Una parte non trascurabile di dirigenti intermedi rimpolpò le fila di Forza Italia (fra i nomi noti quelli di Gianni Letta e Roberto Formigoni), altri entrarono in Alleanza nazionale che raccolse il testimone del Msi (tra loro Gustavo Selva e Publio Fiori). Insomma, erano ovunque ma allora parevano residuali, ombre di un passato che se ne va da sé…
Invece, ciascuno dalla propria nicchia, ha ricominciato a tessere strategie e cucire alleanze, a recuperare spazio riciclandosi; riproponendosi quindi come emblema del cambiamento (in virtù dell’appartenenza alle nuove formazioni politiche) e al contempo mantenendo rapporti trasversali con i vecchi amici di partito, forse incidentalmente, forse assecondando – magari pure inconsapevolmente – un oscuro disegno. Un disegno che, se anche non fosse stato deliberatamente ordito come tale, trattandosi di terreno intriso dallo spirito cattolico, potremmo rubricare come provvidenziale…

La diaspora democristiana, seguita a Tangentopoli e riletta 25 anni dopo, acquisisce così un valore politico strategico. Il partito all’epoca deflagrò in molti spezzoni. “Crescete e moltiplicatevi” è scritto nei vangeli. Ed è sensato (oggi, col senno del poi) immaginare che la millenaria saggezza che ha consentito alla Chiesa di governare il mondo per duemila anni abbia ispirato quella che allora apparve come mera catastrofica conseguenza di una sconfitta e fu invece forse sapienziale strategia di rinascita.

I frammenti che si generarono dalle sequenziali spaccature occorse all’interno della Democrazia cristiana e dei suoi eredi hanno effettivamente dato frutto.
E, nel 2007, si è completato il capolavoro: l’esito della fusione fra Margherita (nata dall’alleanza fra Partito popolare, I Democratici di Romano Prodi e Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, ultima filiazione della lunga serie di innesti e potature operate sul ceppo della vecchia Democrazia cristiana) e Democratici di sinistra (figli del Pds ed eredi del Pci) si è risolta infatti in pochi anni in una vera cannibalizzazione da parte della componente dell’ex Margherita nei confronti del suo più robusto alleato: all’epoca del matrimonio il rapporto a livello nazionale era decisamente sbilanciato: 430mila iscritti e circa il 10% la forza elettorale della Margherita; 615mila iscritti e il 17% di consenso i numeri dei Ds. Ben più marcato il divario a Ferrara, con la Margherita sempre al 10% ma i Ds al 30%.
Eppure l’esito è stato analogo ovunque, anche nei centri, come Ferrara, che in passato furono roccaforti del Pci: i principali esponenti e rappresentanti istituzionali provengono ormai in gran parte dalle fila o dalla tradizione politico-culturale di quella che fu la Democrazia cristiana in tutte le sue innumerevoli trasmutazioni seguite all’ammainabandiera. Guarda caso alla Dc era iscritto pure quel che oggi è il più autorevole e influente politico locale, quel Dario Franceschini, deputato ferrarese (come il padre), prima nominato segretario del Pd e ora ministro della Repubblica. Figlio di un esponente democristiano (consigliere comunale) ma nella rossa toscana anche l’ex premier Matteo Renzi, iscritto al Partito Popolare e poi alla Margherita (come pure dalla medesima tradizione politica proviene tutto il suo più stretto entourage, proiettato ai vertici delle istituzioni). Della Margherita è stato dirigente l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Democristiano era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella…

E’ talmente tutto così coerente che parrebbe davvero studiato a tavolino. Prendiamo il caso di Ferrara, dopo sessant’anni di governo locale sempre gestito da esponenti del Pci e dei partiti che ne sono stati diretta filiazione, nel 2009, appena un anno e mezzo dopo la nascita del Pd (che significativamente ha preso sede nell’ex casa della Dc, in via Frizzi), per la carica di sindaco il partito designa Tiziano Tagliani, il quale nelle liste della Democrazia cristiana era stato eletto consigliere comunale nel 1990. E a cascata segue una nutrita serie di nomine di ex democristiani o di esponenti dell’area cattolica e moderata all’interno della Giunta e ai vertici delle principali istituzioni, società pubbliche, associazioni e organizzazioni cittadine. Gli esponenti di area cattolica assumono uno spazio e un ruolo mai avuto nel passato.
Nel frattempo, a livello nazionale, si è dissolto gradualmente l’apparato pubblico che provvede alla sfera dei servizi sociali e si è consolidata la funzione sussidiaria degli enti e delle organizzazioni private, che hanno via via assunto un ruolo sempre più importante nel garantire l’erogazione di prestazioni essenziali per i cittadini. E l’associazionismo di ispirazione cattolica, che da sempre ha avuto ruolo preminente in questo settore, acquisisce conseguentemente un’importanza crescente.

E poi, guardando anche al micro e a casa nostra, la fine dell’esperienza amministrativa delle circoscrizioni crea un vuoto nel presidio dei quartieri. E chi subentra? Le contrade, da sempre legate al campanile, quindi alla parrocchia, alla Chiesa. Così, dall’alto come dal basso, l’influenza della consorteria cattolica cinge a tenaglia la comunità.
D’altronde, ricondurre all’ovile delle parrocchie le pecorelle smarrite nei pericolosi anfratti delle Case del popolo, era un’antica ambizione dell’establishment cattolico. Con questo simbolico obiettivo stampato in testa, negli anni passati si è provveduto, in città, al rilancio del Palio. Scopo riconquistare quell’egemonia culturale che fu appannaggio della sinistra negli anni 70, surrogandola ora con un’egemonia folklorica, quale è, a tutti gli effetti, il Palio: tradizione, storia e dunque, in fondo, conservazione…

Non dimentichiamo che per oltre un ventennio, fra gli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, la sinistra aveva catalizzato, attorno alle proprie istanze di lotta, l’impegno e la passione dei giovani. E la Chiesa, che in fatto di gestione del potere non è seconda a nessuno, solida nella sua bimillenaria esperienza, ha compreso che la forza catalizzante dell’oratorio si era andata estinguendo. E ha pian piano focalizzato la strategia e realizzato il piano di rinascita, sfruttando suggestioni ed esche fuori dai condizionamenti ideologici, riconducendo a sé la regia dell’operazione di formazione e acculturamento, a partire dalle giovani generazioni.

Da questo punto di vista, mirabile si può certamente considerare la capacità di affrancamento dalle ombre della retorica fascista che gravavano sul Palio; e poi la successiva riproposizione, in un contesto cittadino ben disposto, di una manifestazione il cui spirito si sublima nelle giornate di esibizione ma si coltiva pazientemente ogni giorno dell’anno – tutti i giorni di tutti i mesi di tutti gli anni – attorno ai luoghi che sono propri del potere cattolico, le rivificate parrocchie, i vecchi oratori che, grazie a questa e ad altre geniali intuizioni, hanno riacquisito quella centralità e attrattiva che stavano perdendo del tutto. Persino qualche festa dell’Unità è stata fagocitata in questa logica e si è allestita in spazi parrocchiali o di associazioni contigue. Un fatto simbolicamente molto significativo.

A Ferrara anche questo è stato (è) un tassello importante nel progetto di recupero dell’egemonia culturale e dunque del controllo sociale da parte della Chiesa e dei movimenti civili e politici che ne sono espressione. Altrove sono state usate strategie differenti, altre attrattive. E si badi, se può apparir banale o riduttivo ciò che scrivo, si consideri che pure i grandi palazzi si reggono su piccole pietre, apparentemente poco significative ma essenziali e, letteralmente, fondamentali.

In questo scenario, plausibile futuro approdo nazionale appare un’intesa post elettorale Renzi-Berlusconi in funzione illusoriamente anti-populista: in realtà, il trionfo di un populismo moderato a detrimento di una deriva estrema.

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Lunedì 27 marzo alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea, attorno al tavolo delle idee imbandito dal quotidiano online Ferraraitalia, per il tradizionale ciclo “Chiavi di lettura – opinioni a confronto sull’attualità”, sul tema “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca” si confronteranno Enzo Barboni, presidente Unpli Pro loco Ferrara ed ex segretario provinciale della Democrazia cristiana, Marco Contini, giornalista di Repubblica, Luigi Marattin consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alessandro Somma, collaboratore di Micromega e docente di diritto comparato all’Università di Ferrara. Il dibattito sarà moderato (ma non troppo!) dal direttore di FerraraItalia, Sergio Gessi.

L’EVENTO
Ogni epoca ha le sue lotte per la libertà.
In Ariostea un ciclo di incontri sulle sfide di oggi

Come definire la libertà? Qui comincia il difficile. Perché la libertà è un problema difficile da risolvere. Anzi, la sua soluzione dovrebbe restare aperta.
A questo tema, sfuggente quanto fondamentale, l’Istituto Gramsci e l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara dedicano un ciclo di quattordici incontri pomeridiani (da gennaio a novembre) alla Sala Agnelli della biblioteca Ariostea.

Intanto propongo una mossa preliminare. Sarebbe opportuno depotenziare o contenere quelle cariche emotive, propagandistiche che usualmente accompagnano l’uso retorico della parola libertà. E, di contro, mettere con i piedi per terra la ricerca di una definizione della parola libertà. Chiediamo un aiuto a un maestro di libertà, Norberto Bobbio.

“Esistono tante libertà nella storia quanti gli ostacoli di volta in volta rimossi. La storia della libertà procede di pari passo con la storia delle privazioni della libertà: se non ci fosse la seconda non ci sarebbe neppure la prima. Non c’è una libertà perduta per sempre, né una libertà per sempre conquistata. La storia è un intreccio drammatico di vecchie e nuove libertà, cui fanno riscontro vecchie e nuove oppressioni. Ogni epoca è contraddistinta dalle sue forme di oppressione, e dalle sue lotte per la libertà”. Quindi, il concetto di libertà è la storia della libertà. Per inquadrare la proposta delle varie conferenze che compongono il ciclo, occorre tenere presente quattro elementi che configurano a grandi linee la cornice ‘storica’ che caratterizza il nostro tempo.
1) Per il pianeta, le società e gli individui, il cambiamento non è mai stato così veloce, esteso, pervasivo, profondo. Viviamo nel tempo della mondializzazione dei processi di ogni genere: economico, tecnologico, sociale, culturale, religioso.

2) Il cambiamento non riguarda solo le cose, i processi oggettivi e materiali, ma anche il nostro modo di pensare e le forme della conoscenza. Bisognerebbe abbandonare il modo lineare e causale di conoscere che ha caratterizzato la fase ascendente della modernità (ricordiamo il sarcasmo di Leopardi sulle “…sorti magnifiche e progressive…” delle società) e pensare, invece, in termini di interdipendenza e circolarità. Ciò ha implicazioni anche nel costruire e seguire un ciclo come quello che proponiamo. Cioè, pur disponendo inevitabilmente i temi delle conferenze in una sequenza lineare, bisogna tenere presenti i nessi che li legano. Le questioni si intrecciano e spesso la medesima rappresenta una risorsa e funziona come vincolo.

3) La natura umana, quella che abbiamo sempre considerato come qualcosa di fisso, naturale, immodificabile, diventa oggetto di intervento da parte degli uomini. Le due grandi frontiere della scienza sono, oggi, la ricerca biologica in campo genetico, e le neuroscienze sul funzionamento del cervello. Questi ambiti testimoniano che ci occupiamo non più soltanto del mondo esterno, ma della nostra stessa natura. Il futuro è aperto su grandi interrogativi in cui si combinano in modo positivo e drammatico possibilità e rischi.

4) Infine, un grande storico delle idee, Reinhart Koselleck ha sintetizzato così la specificità dell’attuale ‘spirito del tempo’: lo spazio dell’esperienza si è ristretto; l’orizzonte delle aspettative si è abbassato. In parole semplici possiamo tradurre questa fulminante e lucida descrizione in questo modo. La velocità del cambiamento ha messo in mora il valore del passato. Viviamo tutti prigionieri di una sorta di dittatura del presente. La crisi di un rapporto fecondo/virtuoso tra passato-presente-futuro ha contratto lo spazio del possibile e cioè il luogo dove crescono la fiducia, i legami, le speranze, ingredienti indispensabili per un agire libero.

Per questo questi quattordici incontri si possono pensare accorpati in tre filoni tematici che vogliono approfondire tre aspetti cruciali della libertà: concetti e definizioni; le sfide da fronteggiare; la qualità dell’ambiente sociale, politico, culturale, educativo da costruire.
Se dovessi trovare una formula ideale per definire il concetto di libertà, indicherei l’espressione ‘libertà sociale’. Veniamo da decenni di sbornia individualista e narcisista. La libertà non è un agire arbitrario: “Faccio quello che voglio!” E non è nemmeno una conseguenza di necessari e automatici determinismi. La libertà è sempre un agire in una situazione data. Ed è la capacità inventiva, imprevedibile – Hanna Arendt definiva la libertà come nuova nascita – di rispondere ad una sfida, di cogliere un’occasione. Ma tutto questo tenendo insieme il singolo e tutti gli altri. La socialità non è un dato naturale, ma un acquisto mentale, culturale. La socialità non consiste nella coappartenenza biologica, ma dipende dalla consapevolezza della coappartenenza. La libertà di tutti, sociale, è sempre minacciata, e per questo è un compito incessante che riguarda tutti. Chiudiamo riprendendo il tono basso che richiamavamo all’inizio. Il grande filosofo della dialettica e del realismo, Hegel, diceva che a progredire nel tempo è soltanto la coscienza della libertà, non l’effettiva libertà degli individui. La ‘passione della libertà’, come recita il titolo di una delle conferenze in programma, è fatta di realismo, cultura, razionalità, responsabilità.

programma libertà

Dopo il primo incontro di presentazione il 13 gennaio, con il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, il prossimo appuntamento in programma è venerdì 10 febbraio alle 17 in biblioteca Ariostea con la lectio magistralis di Salvatore Natoli dedicata a “Libertà ed uguaglianza”

Leggi il programma completo del ciclo di incontri ‘Libertà’

Chi tutela il bene comune? Lunedì 16 voci a confronto in Ariostea

“Il bene comune: politiche pubbliche e interessi collettivi” è il titolo del primo incontro del terzo ciclo di conferenze “Chiavi di lettura – Opinioni a confronto sull’attualità”, organizzate da FerraraItalia con l’intento di “leggere il presente”. Ogni mese il quotidiano online, fedele al proprio impegno di sviluppare l’“informazione verticale”, proporrà un approfondimento su un tema di attualità, locale o nazionale. Lo farà mettendo a confronto voci e opinioni diverse, per alimentare dibattiti costruttivi che contribuiscano ad ampliare la conoscenza dei fatti, a favorire l’elaborazione di fondati punti di vista, nella convinzione che l’autonomia di giudizio sia imprescindibile condizione per l’esercizio dei diritti di cittadinanza e stimolo per una partecipazione attiva alla vita pubblica.

Quello sul “Bene comune”, in programma lunedì 16 gennaio alle 17 alla biblioteca comunale Ariostea, sarà un confronto a più voci, coordinato dal direttore di Ferraraitalia Sergio Gessi, con il contributo di cittadini che hanno svolto percorsi professionali e operato scelte di vite differenti fra loro.
Al prologo, seguiranno (sempre di lunedì alle 17) il 27 febbraio “Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione”, il 27 marzo “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca”, il 24 aprile “Ma la coop sei veramente tu? Cooperazione e impresa ai tempi della collera”, il 29 maggio “Uomini o caporali? Storie di dignità e vassallaggio”.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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