4 Dicembre 2015

PUNTO DI VISTA
L’Alieno. Pensieri notturni a proposito dell’Albero di Natale

Giovanna Mattioli

Tempo di lettura: 3 minuti

“Non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello” (frate Antonino da Scasazza)

Non ci sono dubbi, per i ferraresi l’argomento del giorno è il nuovo albero di Natale in piazza del duomo. Piace a pochi e fa discutere parecchio, ma questa è un’usanza, una tradizione, si brontola come sistema, soprattutto quando ci sono delle novità, come in questo caso, in cui il tradizionale abete, con palle e lucine, è stato sostituito da una scultura di tubi di vetro soffiato realizzata presso la bottega del maestro Simone Cenedese a Murano.

L’albero di Natale davanti al duomo di Ferrara

Ascoltando i vari pareri, le obiezioni a questa installazione sono soprattutto di tipo estetico e sentimentale. Non piace perché alla consueta, rassicurante forma dell’abete, evocativa di infanzie e Natali trascorsi nel calore degli affetti famigliari, c’è un oggetto diverso, un alieno colorato che assomiglia per alcuni a uno scolabottiglie, per altri alla spazzola di uno scopino da gabinetto. Può essere, l’arte di tutti i tempi ci ha abituato alle provocazioni e alle letture spregiudicate della realtà. A volte sono necessarie per scuotere le menti, a volte ci divertono perché ci mostrano con una risata le nostre debolezze, molto spesso sono furbe operazioni di marketing, in questo caso, non mi sembra che si tratti di un’opera epocale, ma di una interessante realizzazione artigianale, che una volta illuminata a dovere, farà la sua figura. 
Dovrebbe funzionare, gli ingredienti ci sono tutti per un allestimento di successo: c’è lo sfondo impagabile del Duomo e della piazza e c’è un Albero nuovo, originale, diverso dal solito. Un oggetto soprattutto imponente, almeno così si legge nella pagina del sito della Vetreria e nella promozione online dell’evento ferrarese, che dovrebbe avere un’altezza superiore agli otto metri e una larghezza di almeno tre, un’altezza da record che improvvisamente scompare nello spazio della piazza.

Ecco cosa non funziona, quest’albero semplicemente è piccolo rispetto allo spazio in cui è collocato e si perde nel vuoto. Eppure, chi progetta queste installazioni dovrebbe preoccuparsi di questo “dettaglio”, cercando di capire quale sarà la posizione migliore per esaltare la scultura e lo spazio che la circonda. Invece non funziona così ci stiamo sempre più abituando ad un modo di procedere che si concentra sull’oggetto, senza considerare il contesto. In questo caso abbiamo una scultura che sembra acquistata da un catalogo senza averla mai vista veramente, scelta a sentimento in base alle foto e alle sue descrizioni. Per esempio, ho letto che questo “albero” è stato esposto “ nella piazzetta dei Leoncini davanti a piazza San Marco a Venezia”, e chi conosce Venezia sa che non è davanti, ma su un lato della Basilica, cioè in uno spazio raccolto, una specie di nicchia nel volume complessivo della piazza, dove si sarebbe perso, come succede oggi, nella nostra. 
Dettagli, sciocchezze, pedanterie da paesaggista o materia di progetto? Lo spazio vuoto è materia, soprattutto quando deve contenere un oggetto tridimensionale come una scultura, lo spazio ha delle misure, si calcola, si fiuta, si tocca, non basta copia-incollare l’immagine dell’oggetto, posizionarla in un punto prestabilito nel luogo scelto, per ottenere un bell’effetto come quello del rendering digitale (immagine fatta con il computer per mostrare la resa finale di un progetto da realizzare). Infatti, se confrontiamo l’immagine digitale verosimile che si trova in rete e la confrontiamo con la realtà, quello che vediamo è decisamente diverso dall’illusione grafica, quello che vediamo è tutto più striminzito. Non c’è meraviglia: c’è un onesto oggetto colorato, un soprammobile natalizio che sarebbe stato magnifico in un centro commerciale, dove il basamento con i cartelloni degli sponsor avrebbe avuto la sua giusta ragione di esistere, ma forse, nessuno ne avrebbe parlato.


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L’autore

Giovanna Mattioli

È un architetto ferrarese che ama i giardini in tutte le loro forme e materiali: li progetta, li racconta, li insegna, e soprattutto, ne coltiva uno da vent’anni. Coltiva anche altre passioni: la sua famiglia, la cucina, i gatti, l’origami e tutto quello che si può fare con la carta. Da un anno condivide, con Chiara Sgarbi e Roberto Manuzzi, l’avventurosa fondazione dell’associazione culturale “Rose Sélavy”.
Giovanna Mattioli

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