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In Gran Bretagna vincono i laburisti del moderato Keir Starmer

Dopo 14 anni di Governi dei Conservatori (Tory) dal 2010, vanno al Governo i Laburisti. Più che una vittoria dei Laburisti è stato un suicidio dei Conservatori minati anche dal nuovo partito di Farage di estrema destra (quello della Brexit) che ha avuto un enorme successo (14,3%). Così col sistema uninominale (un po’ medievale di GB) poiché chi arriva primo viene eletto, i laburisti ora hanno praticamente (con gli stessi voti di Corbyn del 2019) la maggioranza assoluta del Parlamento (411 seggi su 650).

Il nuovo segretario Starmer, un moderato figlio di operai, con lo slogan “cambiamento nella stabilità” ha avuto il 33,8% dei consensi (molto meno del previsto), mentre i Tory sono scesi dal 43,6% al 23,7% anche a causa del nuovo partito di estrema destra di Nigel Farage (Reform UK) che ha sottratto voti ai Conservatori. I Liberal democratici sono arrivati quarti con il 12,2% (11,5% nel 2019) e i Verdi quinti con una grande avanzata dal 2,7% al 6,8% (ma con solo 4 seggi). Gli altri seggi vanno ai partiti nazionali.

Come ho detto, più che una vittoria dei Laburisti è stato un suicidio dei Conservatori che hanno portato la Gran Bretagna a veder peggiorare molti indicatori.
Bisogna però risalire al 2008 per capire bene quanto è avvenuto. La crisi dei subprime made in Usa portò in recessione tutto il mondo ma mentre gli Stati Uniti ne uscirono dopo un anno con politiche espansive, l’Europa (dentro cui stava anche GB) ha seguito politiche di austerità ancora più dure di quelle della BCE di Draghi che solo dopo 4 anni (nel 2012) cambia registro con una politica monetaria espansiva passata alla storia recente sotto il nome di “Whatever it takes”.
I Tory andati al potere nel 2010 hanno proseguito invece le politiche di austerità anche dopo il 2012, privatizzato parte della sanità pubblica e hanno cambiato 7 Governi in 14 anni creando un caos a cui gli inglesi non erano mai stati abituati. Il deficit pubblico è salito dal 70% al 100% del Pil (cosa inaudita per gli inglesi), le disuguaglianze sono cresciute, i poveri pure (da 100mila a 3,1 milioni) e nulla funziona più bene come prima: buche nelle strade, nella sanità il numero in lista di attesa per un’operazione è salito da 4,5 del 2019 a quasi 8 milioni di oggi, i servizi sociali non sono più quelli di una volta. L’unica cosa che cresce è l’occupazione (i disoccupati si sono dimezzati) ma perché è trainata dall’immigrazione che è esplosa (sempre più extra UE) e che i tories non solo non hanno diminuito, ma triplicato dal 2019 al 2024 dopo la Brexit, nonostante la proposta di Sunak di mandare gli irregolari in Ruanda ad un costo, peraltro, altissimo.

Si è così creato un diffuso malcontento (anche tra gli elettori tory) che è stato inizialmente incanalato nella Brexit (2016-2019), nella speranza che fossero vere le balle raccontate da Nigel Farage sugli enormi vantaggi della stessa(tra cui 380 milioni in più a settimana per la sanità pubblica). Quando gli inglesi hanno scoperto che la Brexit non portava nessun vantaggio, ma costi in più (come i 150mila impiegati in più alle dogane), prezzi più alti e problemi nel commercio per le imprese, la collera è salita e Keir Starmer l’ha catturata con un programma molto soft e moderato che non cambierà più di tanto le cose in GB, ma almeno dovrebbe dare (sperano gli elettori) più certezze e qualche vantaggio in più in economia, sanità e immigrazione che sono i tre temi, come dice il Financial Times, che hanno contato. C’è anche la creazione di una società energetica pubblica con la promessa di ridurre le bollette…mentre da noi è stata abolita (lo vogliono la UE e Draghi) con il risultato che abbiamo 700 utility e le bollette sono salite.

Non è invece vero quanto ha scritto Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera, e cioè che dal 2019 ad oggi con l’uscita dall’euro la Gran Bretagna abbia perso 1,8 milioni di occupati. Non è neppure vero che i salari negli ultimi 4 anni abbiano perso 2mila sterline a testa. I dati del Servizio statistico nazionale dicono esattamente il contrario: l’occupazione è cresciuta dopo la crisi del Covid, di cui la metà nel settore pubblico, superando i livelli del 2019 e il salario settimanale medio è cresciuto da 496 sterline a 526 in termini reali (post inflazione), dati consultabili nel sito ufficiale [Qui]

Occupazione e immigrazione

Il fatto è che tutta la crescita occupazionale sta andando a vantaggio degli immigrati che ora si trovano sempre più spesso anche nella sanità e in edilizia e la cosa non piace a molti inglesi. Dal 2019 al 2024 con la Brexit gli occupati sono cresciuti, ma sono calati gli inglesi (-674mila) e gli Europei (-208mila), mentre sono cresciuti di un milione e duecentomila dai paesi del Commonwealth. Inoltre gli immigrati (che sono i lavoratori più poveri) catturano la maggioranza degli aiuti pubblici (universal credit): chi guadagna 15mila sterline può ricevere anche 6mila sterline all’anno di sussidio. Ciò crea enormi malumori quando sanità e servizi pubblici non funzionano più come una volta, ma non perché l’occupazione in questi servizi sia scesa (anzi), ma perché sono in grande crescita le richieste stesse dei cittadini: il 20% degli anziani sono inattivi e con gravi patologie e crescono le richieste di servizi.

D’altra parte le imprese chiedono sempre più immigrati, che sono appunto triplicati negli ultimi 4 anni facendo crescere di un milione i residenti in GB  – e i posti vacanti sono ancora 903mila.

Ma per il cittadino “normale” è solo un grande caos, e questa “modernità” fatta di immigrati, traffico, buche nelle strade, servizi pubblici che non funzionano più a dovere, fiumi inquinati…fa dire che la Gran Bretagna di un tempo non c’è più. Allora dopo 14 anni di caos e di promesse (Brexit e altro) non realizzate, i Tory perdono, mentre il Labour avanza di poco, ma col sistema uninominale conquista la maggioranza. Il Labour ha però un compito enorme perché soldi non ce ne sono: se vuole migliorare i servizi dovrà tassare qualcuno. Per ora conta sulla famosa “crescita del pil”…che non ci sarà.

In termini di Brexit, per la verità, l’economia non è andata così male negli ultimi 4 anni ma i britannici hanno impiegato 12 anni per riprendere i salari che avevano nel 2008 e solo dal 2020 sono saliti sopra. Starmer (che era contrario alla Brexit) dice che non cambierà nulla.

La sanità pubblica qui è in crisi ma ha il triplo di occupati dell’Italia (sì, avete letto bene) e noi in Italia l’abbiamo pure tagliata!
E’ poi esplosa con la Covid-19, creando un enorme malumore tra gli inglesi che considerano i loro servizi sociali pubblici intoccabili. Non c’è stato alcun taglio di personale, in realtà: la crisi è legata alle crescenti richieste di servizi sanitari.

Hanno pesato anche l’alta inflazione e la spesa nel settore militare (2,5% le spese per la difesa sul Pil) per via della guerra in Ucraina. Di conseguenza poco arriva ai cittadini in termini di migliori servizi e case, affitti e trasporti pubblici che hanno prezzi sempre più alti a causa dello sviluppo incessante delle città inglesi a discapito delle campagne. La gentrificazione produce sempre più pendolari e traffico. Ecco perché il Labour promette 300mila nuove case all’anno a costi minori, con mutui prima casa, togliendo il business alle multinazionali ma senza stravolgere le cinture verdi attorno alle città. Come ci riuscirà, è un rebus.

Starmer comunque piace anche perché ha un basso profilo, è un moderato (viene considerato saporito come un brodino) e parrebbe dare quella stabilità che i Tory hanno buttato al vento con 7 primi ministri, uno più inaffidabile degli altri. Ha dichiarato che lavora massimo fino alle 18 e poi si dovrà dedicare ai due figli di 13 e 16 anni: una bella e insolita dichiarazione per un politico, già avvocato (fu nel team di Ghedini per difendere Berlusconi nel 2013 alla Corte Europea…).

La lezione è che quindi si può vincere con gli stessi voti del 2019 se l’avversario fa la follia di dividersi in due partiti (Tory e Reform UK), e se non si mantiene ciò che si promette.
Ma non bisogna sottovalutare l’impresa che anche il Labour dovrà affrontare nei prossimi 5 anni: quella di una società che perde colpi sotto la disgregazione prodotta da globalizzazione e liberismo, che non riduce le disuguaglianze, non migliora il welfare, anche perché non si vogliono toccare le imposte sui ricchi.

Un altro tema sensibile, che tocca tutti i paesi è l’immigrazione. Farage ha fatto boom col 14% (anche se ha solo 4 deputati) con lo slogan “immigrazione zero”. Ovviamente non è possibile in presenza (come anche in GB) del declino demografico, ma che essa debba essere regolata è fuori di dubbio se non si vuole che una gran parte degli elettori ti punisca al voto. La protesta è soft ma è forte anche qui. Molti immigrati lavorano 6 mesi e poi tornano in patria. Infatti anche il Labour ne ha fatto un punto centrale. Il programma-manifesto del Labour [vedi Qui] recita così: “Il livello complessivo deve essere controllato e gestito. In caso contrario, gli incentivi per le imprese a formarsi a livello locale diminuiscono. Quindi l’immigrazione netta sarà ridotta. Riformeremo il sistema di immigrazione basato su punti in modo che sia giusto e adeguatamente gestito, con restrizioni sui visti e collegando la politica di immigrazione e quella delle competenze. Il lavoro non tollererà che i datori di lavoro o le agenzie di reclutamento abusino del sistema dei visti. E non sopporteremo violazioni del diritto del lavoro. Ai datori di lavoro che infrangono le regole non sarà consentito assumere lavoratori dall’estero”.

Un altro aspetto molto sentito è stata la riforma sanitaria che prevede nel programma Labour 5 punti:Ridurre i tempi di attesa del servizio sanitario nazionale con 40mila appuntamenti in più ogni settimana; raddoppiare il numero di scanner per il cancro; un nuovo piano di prevenzione dentistica; 8.500 operatori di salute mentale aggiuntivi; il ritorno del medico di famiglia”.

Italia e Gran Bretagna

Vorrei concludere con una breve riflessione di confronto tra gli occupati britannici e quelli italiani, che ci fa capire meglio anche il nostro paese.
In Gran Bretagna ci sono 32 milioni di occupati rispetto ai 23,6 dell’Italia. Se GB (che ha 67 milioni) avesse la stessa popolazione dell’Italia (59) ne avrebbe il 13% in meno, cioè 28,6, cioè comunque 5 milioni di occupati in più. In GB i part-time sono il 25%, più dell’Italia (18%), ma la differenza di occupati rimane comunque (in termini di ore lavorate) enorme (20%). La nostra percentuale di lavoro nero e irregolare è superiore – anche se Istat dichiara che è già considerata nei dati sugli occupati.

L’Italia ha più del doppio di occupati in agricoltura e nell’industria manifatturiera ma meno in tutti gli altri settori, incluse le costruzioni, nonostante l’enorme quantità di case di proprietà degli italiani. In GB l’affitto è molto più diffuso; case e trasporti costano molto di più che in Italia (specie nelle città). C’è però un enorme lavoro per manutenere e migliorare le abitazioni, come si vede dall’occupazione nelle costruzioni che ha il 40% di occupati in più dell’Italia – nonostante il superbonus 110%, che in GB non sarebbe mai stato adottato, e che è andato a beneficio soprattutto dei più abbienti. Molti più occupati ci sono in tutte le attività bancarie e finanziarie (questo è noto), anche se alcune si sono trasferite dopo la Brexit in Europa. Meno nota è l’enorme quantità di occupati nei servizi di tutti i tipi, educazione e sanità incluse, in cui gli inglesi hanno sviluppato una enorme quantità di servizi dedicati a pagamento.

La nostra forza risiederebbe nell’agricoltura, nella manifattura e nel turismo. La nostra debolezza nella corruzione e nell’enorme evasione fiscale e contributiva e nella incapacità di generare lavoro: una palla al piede che ci ha portato ad avere un debito di quasi 3mila miliardi di euro che ci comporta spese annue di 83 miliardi per pagare questo “mutuo”, quando ne spendiamo solo 50 nella scuola.  Così a soffrire è il nostro welfare state (educazione e sanità, in particolare, che a confronto con quelli inglesi hanno quasi la metà degli occupati).
Possiamo però dire che in 14 anni di Tory i britannici si sono avvicinati a noi: con un debito maggiore, servizi più scadenti, politici meno affidabili, immigrazione e disuguaglianze in crescita. Ricette facili non ce ne sono.

In copertina: Keir Starmer – foto BBC

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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PAESE REALE
di Piermaria Romani


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