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Il duce delinquente di Aldo Cazzullo e Moni Ovadia
Teatro Comunale di Ferrara il 10 febbraio alle 20.30 – musiche dal vivo di Giovanna Famulari

Dopo il debutto l’estate scorsa a Cervia (nell’ambito del Ravenna Festival) e varie tappe in giro per l’Italia (Teatro Carcano a Milano, teatro Carignano di Torino, Teatro India di Roma, Teatro Stabile di Torino, per citarne alcuni), è tornato, a Ferrara, Il duce delinquente. Il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo e l’uomo di teatro Moni Ovadia portano in scena i crimini e i tradimenti che Benito Mussolini riuscì a ordire nella vita professionale e privata. Nel giorno del ricordo.

Treno veloce e siamo andati, non c’è Sanremo o altro impegno che tengano, teatro pieno, pienissimo, grande emozione e commozione, molti applausi durante e alla fine dello spettacolo. Ci sono anche molti silenzi di un pubblico che ascolta attonito e incredulo il racconto lineare e secco dei peggiori giorni, mesi e anni della nostra vita, a piena dimostrazione che è utile rinfrescare la memoria.

Tramite la rievocazione di fatti di cronaca e documenti, si ricompone il ritratto di un Duce che scardina quella diffusa convinzione italiana di “abile statista” che, “fino all’errore dell’alleanza con Hitler”, delle leggi razziali, della guerra, le ha azzeccate quasi tutte. Aldo Cazzullo, anche autore del libro Mussolini il capobanda (Mondadori, 2022) da cui è tratto lo spettacolo, e Moni Ovadia dimostrano che non è così.

Nel libro Cazzullo aveva anche demolito un altro luogo comune: non è vero che tutti gli italiani sono stati fascisti. L’Italia non era tutta fascista, ricorda, né poteva dirsi antifascista senza rischiare la pelle come dimostrò Antonio Gramsci con i suoi 11 anni di carcere. I poeti scelsero i loro silenzi in versi, da Eugenio Montale a Umberto Saba, altri, come Curzio Malaparte, salirono sul carro del vincitore.

Il duce delinquente è un’incredibile storia a due voci: Aldo Cazzullo racconta, Moni Ovadia legge, con un registro canoro potente e imponente, i discorsi, gli ordini, i telegrammi e i dispacci di Mussolini e i testi delle sue vittime, con musiche e canzoni dell’epoca eseguite e interpretate dal vivo da Giovanna Famulari al pianoforte e violoncello (a tratti suona anche l’armonica). Ovadia è magistrale. Recita e canta in italiano, greco, spagnolo, tedesco. Un vero istrione.

Il racconto parte con la narrazione di uno stupro anonimo che vale per molte, con donna Rachele presa alla famiglia sotto la minaccia di una pistola, mentre la narrazione si alterna fra le note e parole di “Parlami d’amore Mariù” e “Abat-jour”. Di come Mussolini trattava le donne se ne parlerà spesso durante lo spettacolo: dalla tassa sul celibato alla loro esclusione da molti posti di lavoro (al massimo un dieci percento con un bel novanta percento di “quote azzurre” (sul tema, vi consiglio di leggere Mirella Serri, Mussolini ha fatto tanto per le donne! Le radici fasciste del maschilismo italiano, Longanesi, 2022).

Prima del 1938, Mussolini aveva provocato la morte di Piero Gobetti (aiutato a fuggire in Corsica da un Avvocato un po’ stravagante, Sandro Pertini, per il quale parte un applauso spontaneo), Antonio Gramsci, Giovanni Amendola. E ancora dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di don Minzoni, che “attendeva la bufera”.

Si ricorda anche, Giacomo Matteotti e quando, il 30 maggio 1924, dopo aver preso la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile, terminato il discorso disse ai suoi compagni di partito: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il mio discorso funebre”.

L’elenco dei caduti è ancora lungo. I numeri delle vittime crescono.

Il Duce, continua la narrazione, aveva fatto morire in manicomio la donna che aveva amato, Ida Irene Dalser. e il proprio figlio Benitino (Benito Albino), anch’egli rinchiuso in un istituto psichiatrico a Mombello di Limbiate (l’allora manicomio provinciale di Milano), dove morì nel 1942, a causa della tubercolosi (consiglio Vincere di Marco Bellocchio, del 2009, con una bravissima Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Ida).

Aveva preso e mantenuto il potere nel sangue, perseguitando oppositori, “diversi” e omosessuali, imponendo un clima plumbeo e conformista (manganelli e olio di ricino, bombe e mitragliatrici; incredibile ma c’era anche un inno San Manganello…).

Aveva imposto una cupa e funerea cappa di piombo: Tribunale speciale, polizia segreta, rapaci squadroni d’assalto, confino.

Aveva commesso crimini in Libia, in Etiopia e in Spagna.

Si era dimostrato un uomo narcisista e crudele.

Centinaia di migliaia di morti, antifascisti in montagna, ebrei nei campi di sterminio, mentre la radio trasmetteva “Maramao” e “Abbassa la tua radio per favore”.

Il Duce aveva la violenza come programma, una violenza da lui definita “necessaria”, l’omicidio come politica, ricorda Cazzullo. Dichiarava che “se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono stato il capo di quest’associazione”.

La guerra non era stata ed è impazzimento, è stata ed è lo sbocco naturale del fascismo, la sopraffazione di uno Stato sull’altro e di una razza sull’altra. Aver mandato i soldati italiani a morire senza equipaggiamento in Russia, nel deserto, in Albania è stato un altro crimine, contro il suo stesso popolo. Crimine perpetuatosi, fino a Piazza Fontana o alla strage di Bologna.

È uno spettacolo, secondo Cazzullo e Ovadia, che fa capire perché vergognarsi del fascismo ed essere invece orgogliosi dei resistenti che l’hanno combattuto. E poi l’antifascismo non è un optional, una libera, scelta, ma articolo della Costituzione.

Per Lei tutti i cittadini hanno pari dignità…

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

e il pensiero è libero…

Quella libertà di pensiero tanto agognata e sofferta nella sua conquista che anche Roberto Benigni ha ricordato pochi giorni fa a Sanremo. Perché non tutti ce l’hanno.

Art.21: tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero

Immagini Zani Casadio

ALDO CAZZULLO
Entra a La Stampa come praticante nel 1988 e, nel 1998, si trasferisce a Roma. Nel 2003, passa al Corriere della Sera dove è inviato speciale e editorialista. Ha raccontato i principali avvenimenti italiani e internazionali degli ultimi 25 anni e ha seguito cinque edizioni dei Giochi Olimpici e cinque Mondiali di calcio. Ha intervistato Bill Gates, Steven Spielberg, Keith Richards, Jacques Le Goff, Don De Lillo, Mario Vargas Llosa, Daniel Day Lewis, Gérard Depardieu, Marine Le Pen e Rafael Nadal oltre ai protagonisti della vita pubblica italiana. Ha dedicato oltre venti libri alla storia e all’identità italiana, sia in chiave critica – come Outlet Italia (2007), L’Italia de noantri (2009) – sia in difesa della storia e delle potenzialità del nostro Paese. Viva l’Italia! (2010), Basta piangere! (2013), Possa il mio sangue servire (2015), Metti via quel cellulare (2017) hanno tutti superato le centomila copie; La guerra dei nostri nonni (2019), le duecentomila. Nel 2020 pubblica A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia, grande successo editoriale da oltre 250.000 copie vendute, destinato a diventare uno spettacolo teatrale portato in scena con Piero Pelù da giugno 2021. Nel 2022 è uscito Mussolini il capobanda.

MONI OVADIA
Uomo di teatro, attivista dei diritti civili e sociali, nato a Plovdiv in Bulgaria nel 1946, da una famiglia ebraico-sefardita, alla fine degli anni ’40 si trasferisce a Milano con la famiglia. Formatosi come cantante di musica popolare col gruppo Ensemble Havadià, nel 1984 si dedica al teatro avviando una serie di collaborazioni con numerose personalità della scena, tra cui Pier’Alli, Bolek Polivka, Tadeusz Kantor, Giorgio Marini, Franco Parenti. È l’occasione per fondere le proprie esperienze di attore e di musicista, dando vita alla proposta di un “teatro musicale” lungo il quale ancora oggi opera la sua ricerca espressiva. Nel 1993 con Oylem Goylem, creazione di teatro musicale in forma di cabaret, si impone al pubblico e alla critica. Per il cinema ha lavorato con Nanni Moretti, Mario Monicelli, Roberto Andò, Roberto Faenza e altri. Radio, dischi, libri, lezioni universitarie, accompagnano la sua attività principale. Per 5 anni è stato Direttore Artistico del Festival della cultura mitteleuropea di Cividale del Friuli. Da marzo 2021, è Direttore della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara. Gli sono stati conferiti numerosi premi alla carriera e all’impegno civile ed è considerato uno dei più prestigiosi e popolari uomini di cultura e artisti della scena italiana. Il suo teatro musicale, ispirato alla cultura yiddish che ha contribuito a fare conoscere e di cui ha dato una lettura contemporanea, è unico nel suo genere, in Italia ed Europa.

GIOVANNA FAMULARI
Musicista eclettica, diplomata al conservatorio di Giuseppe Tartini di Trieste. Violoncellista, pianista, arrangiatrice e produttrice artistica, spazia tra vari generi e stili musicali che vanno dal pop al jazz, dalla musica world alla musica contemporanea passando dal teatro ai concerti e alle colonne sonore. Ha al suo attivo la realizzazione di 90 CD. Per la Rai Radiotelevisione Italiana si è esibita in numerosi programmi tv e radiofonici, oltre ai suoi progetti musicali da solista collabora con diversi artisti nazionali ed internazionali. Ha lunga esperienza teatrale e televisiva dove ha collaborato come compositrice, arrangiatrice e musicista con Peter Stein, Alfredo Arias, Giovanni Veronesi, Carlo Quartucci, Giancarlo Sepe, Lina Sastri, Tony Servillo, Rocco Papaleo, Moni Ovadia, Massimo Popolizio, Erika Blank, Isabella Ragonese, Carlo Quartucci, Alessandro Haber e Claudia Gerini. Ha fatto conoscere il suono del suo violoncello nei più prestigiosi teatri del mondo.

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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