28 Maggio 2015

Il caso Irlanda: come uscire dalla crisi con un piede già nel baratro

Vittorio Sandri

Tempo di lettura: 4 minuti

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DUBLINO – 19 novembre 2010, un giorno che gli Irlandesi ricordano bene. Ajai Chopra, l’uomo dell’Fmi che segue la “pratica Irlanda” arriva a Dublino, ed è una sorpresa per molti. Fino all’ultimo il governo ha provato a negare qualsiasi necessità di bailout, dichiarando che, nonostante le evidenti difficoltà, il Paese avrebbe risolto senza aiuti esterni la crisi economica che sta attanagliando il paese da ormai tre anni. In realtà i piu informati sapevano già da un pezzo chi fosse mr. Chopra e cosa fosse venuto a fare in Irlanda. Così come sapevano chi fossero Jean-Claude Trichet, Dominique Strauss-Kahne, la Merkel e Sarkò. Chi realmente prende le decisioni dietro le quinte. Il meteo non aiuta, è un giorno grigio, a tratti piovoso. Clima e umore da bandiera a mezz’asta. E non aiuta nemmeno Ajai Chopra, personaggio che non colpisce l’immaginazione collettiva. Arriva da solo, borsa a tracolla, soprabito scuro e l’aria di un anonimo contabile. E’ questo l’uomo inviato per salvare la nazione? Niente fanfare e file di auto blu, niente ricevimenti e pezzi grossi al seguito. Segnali che dicono più di mille parole. Il governo vuole mantenere un profilo più basso possible, di fatto riuscendo nell’effetto contrario e creando un clima di lutto nazionale. Per l’uomo della strada, nel giorno in cui l’Irlanda perde di fatto l’indipendenza.
Bocche abbottonate, speculazioni, ottimismo. Ed infine il 22 novembre la comunicazione ufficiale. L’Irlanda accetta un prestito di 85 miliardi di euro. Da ripagare con interessi. Nel dettaglio, 35mlr per sostenere e ridare liquidità al sistema bancario ed altri 50mlr per finanziare la gestione della spesa pubblica. Solo pochi mesi prima, Papandreu aveva accettato i primi 110mlr offerti dalla Troika per evitare il default della Grecia.
Apriti cielo. Bloggers, controinformatori, attori comici, folk singers (in mancanza di rappers informati, prerogativa italica) ed inizia la litania: “Questo bailout distruggerà il Paese”, “non è giusto che i cittadini debbano pagare le perdite degli azionisti e degli speculatori finanziari”, “L’Europa ha forzato il bailout per salvare le banche francesi e tedesche etc.” Certamente anche vero, ma a novembre 2010 la realtà dei fatti parla da sola: la bolla è esplosa, il sistema bancario è al collasso, gli istituti di credito vengono nazionalizzati e lo Stato si trova ad allocare fino al 32% del Pil per evitarne il fallimento. I bond Irlandesi sono ufficialmente junk e l’Irlanda non riesce piu a finanziarsi sui mercati privati se non ad interessi insostenibili. In più, il crollo totale del comparto immobiliare e del suo indotto ha portato la disoccupazione su valori a doppie cifre e fatto diminuire in maniera massiccia le entrate statali. Giovani e meno giovani tornano ed emigrare verso Inghilterra, America ed Australia. C’è chi, per liberarsi almeno del mutuo, si lascia dietro una casa non pagata. Che se la riprendano pure le banche, tanto non varrà mai più ciò che e stata pagata solo pochi anni prima. Buona parte della nazione è in ginocchio.
L’Irlanda non è l’Inghilterra ma ciò nonostante risente del pragmatismo anglosassone. Forse per questo l’uscita del bailout diventa priorita politica e non caciara ideologica. A nessuno viene in mente di chiedere i danni di guerra all’Uk per l’invasione di Cromwell del 1649, e nemmeno cercare di cambiare il nome alla Troika sembra essere un opzione determinante. Nessuno propone di chiudere le frontiere, cacciare tutti gli stranieri e rimpiazzarli con dei colonnelli. Ancora meno si pensa di uscire dall’euro. Strana gente questi Irlandese, chissà chi si credono di essere! C’e un problema da risolvere di natura contabile – un prestito da ripagare ed il deficit statale da correggere – e come tale verrà affrontato.
Viene stilato un piano quadriennale di lacrime e sangue. E non è necessario essere ‘rocket scientist’ per capire quello che accadrà: riduzione drastica della spesa pubblica ed aumento delle tasse. Accompagnati da riforme strutturali per aumentare la competitività economica, liberalizzazioni dove possibile e riordino del sistema bancario. In pratica, le condizioni richieste da Eu, Bce e Fmi.
A seguire lo statement del Governo Irlandese successo all’accettazione del bailout con tutti le azioni programmate – ed in larga parte messe in pratica – dal governo per tornare alla crescita e sostenere il debito contratto [vedi].

Ora sono passati quasi 5 anni da quel fatico novembre 2010. Gli effetti della recessione e del bailout li abbiamo sentiti tutti, e per davvero. Qualcuno è anche riuscito ad approfittarne ed ha fatto i soldi, ma sono rari casi se paragonati agli insolventi, alle ditte chiuse, alle file di disoccupati e a chi ha letteralmente perso tutto. C’è di buono che almeno l’effetto è stato quello sperato: il governo ha annunciato a dicembre 2013 l’uscita dal programma di aiuti, il ministro delle Finanze Michael Noonan ha pubblicamente ringraziato i cittadini per avere tenuto duro questi lunghi anni. Anche gli indicatori economici sembrano premiare le politiche di recovery applicate in Irlanda: la disoccupazione è scesa dal 15% registrato a marzo 2012 al 10% di marzo 2015. Nel 2014 il Pil è cresciuto del 4.8% – un dato da miracolo economico – e l’export del 10.5% rispetto all’anno precedente. Anche la domanda interna ha registrato un aumento del 3.5%. L’outlook sembra essere positivo anche per il 2015, e l’Eu prevede per quest’anno un ulteriore crescita del Pil del 3.5% ed una riduzione della disoccupazione al 9.6%, prima di scendere ulteriormente al 8.8% nel 2016.
Anno nuovo vita nuova, e, timidamente, parte la prima programmazione economica senza essere sotto la lente di ingrandimento dei creditori. E già l’effetto si sente in busta paga. La ‘road to recovery’ rimane lontana dall’essere completa, ma il senso di independenza, assieme all’orgoglio di avercela fatta, quello è stato ritrovato ed è palpabile. Mr. Ajai Chopra è quasi un ricordo lontano. Nel dubbio, meglio toccare ferro, legno (come si dice da queste parti) o eventualmente gli attributi che è già un concetto piu universale. Sicuramente troppo presto per brindare, ma con tutte le precauzioni del caso, una Guiness in più ci può anche stare questo fine settimana.



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L’autore

Vittorio Sandri

Vittorio Sandri, nato e cresciuto a Ferrara, si e’ diplomato al Liceo Ariosto della città estense, al quale ha fatto seguito un percorso di studi in scienze politiche iniziato presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e proseguito a Parigi presso l’Institut d’Etudes Politiques (Sciences Po) con l’ottenimento del Diplôme du programme international e terminato con il successivo conseguimento della Maîtrise en science politique all’ Université Paris Nanterre. L’autore ha trascorso lunghi perriodi in Europa tra Spagna, Francia e Inghilterra. Tutt’ora vive e lavora all’estero anche se considera la citta della metafisica, immutabile nella sua bellezza, un porto senza mare nel quale e’ sempre possibile fare ritorno.
Vittorio Sandri

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