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Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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IL FATTO
Ritorno ai consumi non solo a parole: anche a Ferrara piccoli ma concreti segnali di ripresa

Sembrano tornate sulle bocche di tanti alcune parole che, negli ultimi tempi, parevano essere diventate tabù: ripresa, crescita, ritorno ai consumi. Parole che racchiudono nel loro significato un qualche cosa di positivo, un miglioramento, che, allo stesso modo, non eravamo più abituati nemmeno a pensare. Le statistiche degli ultimi mesi a cavallo tra il 2015 e il 2016 parlano tuttavia (e per fortuna) molto chiaro: siamo entrati dopo diverso tempo in una fase che torna a far segnare un ritorno in positivo della crescita dei consumi. Certo piccoli passi e piccoli segnali, che ovviamente non implicano stabilità in una economia ancora profondamente debole ma che al contempo permettono di affrontare l’ancora lungo percorso di ricrescita con un ritrovato spirito di fiducia.

IMG_0374Proprio “Ritorno ai consumi” è stato il titolo del Coffee Job promosso da Ascom Confcommercio Ferrara e Federazione Moda Italia in collaborazione con Findomestic Banca, svoltosi ieri presso il centro congressi Ascom. Una necessaria occasione di confronto alla luce di questi diffusi segnali di ripresa e incentrato particolarmente attorno al tema dei saldi invernali ancora in corso.
Ad aprire il seminario Giulio Felloni, presidente di Ascom provinciale e Federazione Moda Italia Ferrara, convinto che “questo incontro abbia una grande rilevanza non solo a livello locale ma anche a livello nazionale”, poiché “dai primi dati analizzati è possibile affermare che forse si è finalmente fermato un trend negativo che durava da molto tempo, e la conferma sta nei sondaggi proposti ai commercianti, dai quali si deduce che le vendite sono stabili e costanti”. Di contro, Felloni precisa che “da qui a sperare che si siano risolti tutti i problemi c’è ancora molto, perché per parlare di vera ripresa è necessario risolvere problemi come l’altissima tassazione che colpisce e strozza le aziende; solo seguendo questa via possiamo dare davvero la possibilità di lavorare e vivere una vita dignitosa agli imprenditori, che io continuo a chiamare eroi“.

Ma quali sono i numeri di questa ripresa? Un primo focus incentrato prevalentemente sul territorio ferrarese lo ha presentato Manuele Tramonte di Findomestic Banca, la quale dal 1994 possiede un Osservatorio che vigila sull’andamento dei beni durevoli e dal quale è emerso come, soprattutto in Emilia Romagna, dopo cinque anni negativi si parla oggi di un netto incremento relativo a questa tipologia di beni. A Ferrara in particolare questo incremento segna un +6% rispetto al 2014 (soprattutto per quanto riguarda il mercato delle auto nuove e dell’arredamento), di pari passo con un reddito pro-capite emiliano-romagnolo che si assesta oltre i 21mila euro (seconda posizione a livello nazionale dopo la Valle d’Aosta), che tradotto sul suolo della città estense significa +0,8%.

IMG_0376Per quanto riguarda l’andamento dei saldi invernali è stato il turno di Pietro Fantini, direttore dell’Unione Regionale di Confcommercio, il quale ha illustrato l’analisi congiunturale del Centro studi Iscom Group relativa ai dati aggiornati all’anno in corso. Anche Fantini specifica che “ci sono netti segnali di ripresa che tuttavia non sono tramutabili in una fiducia stabile. Se da un lato infatti – ha continuato – aumenta la fiducia delle famiglie, dall’altro non si può dire lo stesso delle imprese”.
Il primo dato significativo elencato è quello del valore complessivo delle vendite nel 2015 (sia alimentari che non) che presenta un +0,8% rispetto al 2014, mentre molto incoraggianti sono i segnali in arrivo proprio sul versante dei saldi: rispetto all’8% del 2013, il 2016 si è aperto con il 26,5% in più di vendite, confermato da un 40% circa degli operatori che dichiarano stabili le vendite nell’ultimo anno. Confortante anche il fatto che chi, in controtendenza, segnala una contrazione delle vendite, lo fa per cifre che stanno sotto il 10%, valore che indica quindi cali piuttosto contenuti.
Altro dato interessante è quello che riguarda i comportamenti d’acquisto: il 52% della clientela dichiara di riservare una forte attenzione al prezzo di vendita, ed un 10% presta un ulteriore attenzione ai prezzi di scontistica. Infine i valori della spesa media pro-capite che, a confronto con il 2014, rimane pressoché stabile (attorno ai 93 euro) così come la spesa delle famiglie emiliano-romagnole (circa 205 euro); particolarmente rilevante nell’ultimo anno il netto aumento della spesa nella fascia che va dai 50 ai 200 euro.
Tema estremamente caldo analizzato al termine della presentazione dei dati è stato quello del posticipo dei saldi invernali, una proposta lanciata per il prossimo anno da Federmoda Italia e che trova d’accordo quasi il 60% delle aziende regionali. Su questo argomento unanimi i pensieri dei relatori, convinti della necessità di trovare una linea condivisa da tutti sul posticipo dei saldi, mantenendo sempre in considerazione le difficoltà di tipo etico e pratico e con un occhio di riguardo alla Stato, reo di aver tralasciato per troppo tempo la necessaria formulazione di una legge chiara che regoli le vendite promozionali a livello nazionale.

Concordi i giudizi anche per quello che riguarda l’apertura ad internet ed in particolare al mondo dell’e-commerce, sempre più causa di divergenze tra i commercianti: a parlare sono ancora una volta i dati, i quali evidenziano come i social media siano oggi il canale privilegiato e più utilizzato per la comunicazione azienda-cliente a scapito degli altri mezzi di comunicazione più tradizionali, strumenti moderni che devono inevitabilmente divenire punti di forza. A proposito di ciò è intervenuto Davide Urban, direttore generale di Ascom Confcommercio Ferrara, che oltre a sottolineare la “necessità di saper stare a passo con i tempi e quindi con il mercato che evolve inarrestabile verso la rete, cosa che necessita inevitabilmente di un’apertura prima di tutto di mentalità”, ha poi spiegato come Confcommercio, stipulando una convenzione con Ebay per dare la possibilità ai commercianti di aprire una vetrina online a prezzi agevolati, si stia muovendo sempre di più verso queste piattaforme di aggregazione.

Ultimo nodo da sciogliere quello relativo all’apertura domenicale dei negozi, ulteriore tema di accesso dibattito. Anche di questo ha parlato l’assessore Roberto Serra nei saluti istituzionali finali, concorde “sia nel trovare una linea di condivisione sulla gestione dei saldi sia per l’apertura domenicale, quest’ultimo chiaramente un limite al quale trovare soluzioni”. Nel suo intervento Serra ha ricordato come “questo segnale di ripresa e il clima generale di fiducia sia particolarmente significativo per la nostra terra, martoriata negli ultimi tempi da terremoti sia naturali che bancari”, ed anche il fatto che “i cambiamenti fondamentali non vanno arginati, e per far sì che ciò non avvenga è necessario aiutare le aziende per attivare nuove esperienze di commercio”. Ultimo monito riguardante il turismo, settore tra i più in crescita (soprattutto i lidi e il Delta), al quale bisogna prestare particolare attenzione e “puntare sul versante congressuale, un mercato che a Ferrara manca e che potrebbe portare valore aggiunto”.

INTERNAZIONALE
E’ la democrazia diretta l’alternativa alla politica schiava dell’economia

Crisi e opportunità. La riflessione di Stefano Feltri vicedirettore del Fatto quotidiano, stimolato dal giornalista Rai Giorgio Zanchini, si è tenuta in bilico fra questi due estremi. Parlando in biblioteca Ariostea del suo ultimo libro (“La politica non serve a niente”) ha focalizzato il ragionamento sul declino della politica tradizionale e sugli orizzonti dischiusi dalle nuove tecnologie anche in termini di processi democratici e nuove modalità partecipative. “Sta nascendo la Repubblica di Facebook”, ha commentato, riferendosi agli spazi di intervento web attraverso i quali ci esprimiamo e ci confrontiamo. “E’ una prospettiva che genera grandi interrogativi”. Alle vecchie oligarchie si sostituiscono nuovi poteri e inediti condizionamenti.
“La crisi attuale – della politica e dell’economia – coincide con una delle più innovative ere dell’umanità per quanto concerne lo sviluppo tecnologico. Al riguardo non sono né ottimista ne pessimista. Storicamente i pessimisti negli ultimi 200 anni hanno sempre avuto torto. La tecnologia distrugge i posti di lavoro tradizionali ma crea altri posti e altre opportunità in differenti settori.
Però stavolta è diverso. I timori degli economisti è che i grandi aumenti di produttività ormai ci siano stati; e considerano per questo difficile ipotizzare nei prossimi anni significativi incrementi occupazionali. Oltretutto per beneficiare delle opportunità della tecnologia bisogna saperla usare. E adesso comincia a diventare difficile insegnare l’uso delle nuove risorse perché sono a un livello talmente avanzato che non è semplice padroneggiarle. Per usare la tecnologia oggi servono competenze elevate, quindi si creano posti di lavoro di altissima specializzazione, quantitativamente limitati, e le opportunità di impiego si riducono”.

Dallo scenario globale l’analisi scivola alle ‘facezie’ di casa nostra. “Il governo Renzi opera attuando sostanzialmente il contenimento della spesa e la riduzione delle tasse, l’agenda è praticamente la stessa in tutti i Paesi occidentali”, ha osservato Feltri. “Adesso vedremo Corbyn se avrà la possibilità di governare cosa proporrà. Ma usare leve di politica finanziaria per sostenere la spesa pubblica probabilmente non si farà mai. In Italia invece adesso per dare impulso alle grandi opere si torna a parlare di ponte sullo Stretto, ma è solo una sparata, giusto per compiacere l’Ncd che lo sostiene e ha bisogno di marcare la propria esistenza, ben sapendo che non si realizzerà mai”.

Come già rimarcato da molti commentatori nei vari dibattiti del festival di Internazionale emerge una sostanziale assenza di alternative politiche praticabili. “Le scelte appaiono obbligate e abbastanza noioso risulta il dibattito politico proprio perché offerta è sostanzialmente la stessa ovunque. La scelta degli elettori, conseguentemente, si orienta su base fiduciaria più che sulla valutazione di opzioni di cui si fatica a cogliere le differenze”.

“La situazione è bloccata dal 2007. La previsione è che la disoccupazione si mantenga all’attuale livello dell’11-12 percento ancora per i prossimi due anni, mentre il Pil è ancora circa nove punti al di sotto di quello di otto anni fa. I segnali di ripresa? Quando si registra uno zero virgola qualcosa di aumento si esulta… In questa situazione oggettivamente è complicato intervenire ed è difficile persino valutare gli effetti reali delle scelte politiche. Gli ottanta euro in busta paga, per esempio, hanno generato qualcosa?”. La disincantata analisi spiega la disaffezione della gente dalla politica, “che si misura attraverso la partecipazione elettorale: i governatori di Liguria e Toscana – aggiunge il vice del Fatto – stante la bassa affluenza alle urne sono stati eletti con il sostegno del 20 percento della popolazione. Come si fa a parlare di seriamente di rappresentatività?”.

Aspro è anche il giudizio su Tsipras, l’uomo che a molti appare come una concreta speranza e alternativa alla politica dominante. “Quando diceva che non avrebbe più firmato gli accordi o era un demagogo in malafede – cosa che non escludo – o ingenuamente riponeva eccessiva fiducia sulla capacità di ripresa della Grecia. Fatto sta che ora governa attuando lo stesso programma che avrebbe portato avanti il centrodestra se avesse vinto. E la grande illusione è svanita. E’ un programma inevitabile. Se la Grecia è il laboratorio per il cambiamento dell’Europa, come hanno dichiarato tanti suoi sostenitori, questo è il risultato: governare rispettando un’agenda imposta dall’Europa alla quale non esistono alternative”.

Se non riparte l’economia la politica è dunque condannata alla sudditanza o può recuperare ugualmente una sua autonomia? domanda a questo punto Zanchini.
“Il messaggio realistico che oggi la politica può lanciare non è riferito alla crescita, ma a priorità minime da salvaguardare: non essere disoccupati, avere un reddito decente e qualche tutela. Se si alimentano invece aspettative superiori al grido di ‘evviva, c’è la ripresa’, si pongono le basi per altre amare delusioni e questo può generare ulteriore sfiducia e disaffezione.
Alcune buone idee le hanno esposte i Cinque stelle: rete di cittadinanza attiva e tagli alle spese per la Difesa e a quelle dei ministeri, da cui si ricaverebbero 15 miliardi che le altre forze politiche non sanno dove trovare per cominciare a garantire un reddito di cittadinanza.
Comunque la politica è destinata a cambiare radicalmente. Non dico si debba necessariamente andare verso la democrazia diretta, ma il modello regge. In questa prospettiva agli elettori si sostuiscono i follower. Se ci pensiamo, qualcosa del genere anche nella democrazie attuali di fatto sta già accadendo”.
E persino la Grecia, in un modello politico di democrazia comunitaria e secondo le logiche della condivisione, si potrebbe salvare senza aspri sacrifici, con un crowfunding continentale: “basterebbe convincere ogni cittadino europeo a devolvere 3 euro e 19 centesimi…”.

GERMOGLI
Ripresa.
L’aforisma di oggi…

In un documento preparato per il G20 dei ministri finanziari che si tiene oggi e domani ad Ankara, il Fmi afferma che “la moderata ripresa dell’area euro” continuerà per tutto il 2015-16 e che “la crescita accelera in Germania, Francia, Italia e soprattutto Spagna”.

ripresa
John Kenneth Galbraith

La sola funzione delle previsioni in campo economico è quella di rendere persino l’astrologia un po’ più rispettabile.” (John Kenneth Galbraith)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Il caso Irlanda: come uscire dalla crisi con un piede già nel baratro

DUBLINO – 19 novembre 2010, un giorno che gli Irlandesi ricordano bene. Ajai Chopra, l’uomo dell’Fmi che segue la “pratica Irlanda” arriva a Dublino, ed è una sorpresa per molti. Fino all’ultimo il governo ha provato a negare qualsiasi necessità di bailout, dichiarando che, nonostante le evidenti difficoltà, il Paese avrebbe risolto senza aiuti esterni la crisi economica che sta attanagliando il paese da ormai tre anni. In realtà i piu informati sapevano già da un pezzo chi fosse mr. Chopra e cosa fosse venuto a fare in Irlanda. Così come sapevano chi fossero Jean-Claude Trichet, Dominique Strauss-Kahne, la Merkel e Sarkò. Chi realmente prende le decisioni dietro le quinte. Il meteo non aiuta, è un giorno grigio, a tratti piovoso. Clima e umore da bandiera a mezz’asta. E non aiuta nemmeno Ajai Chopra, personaggio che non colpisce l’immaginazione collettiva. Arriva da solo, borsa a tracolla, soprabito scuro e l’aria di un anonimo contabile. E’ questo l’uomo inviato per salvare la nazione? Niente fanfare e file di auto blu, niente ricevimenti e pezzi grossi al seguito. Segnali che dicono più di mille parole. Il governo vuole mantenere un profilo più basso possible, di fatto riuscendo nell’effetto contrario e creando un clima di lutto nazionale. Per l’uomo della strada, nel giorno in cui l’Irlanda perde di fatto l’indipendenza.
Bocche abbottonate, speculazioni, ottimismo. Ed infine il 22 novembre la comunicazione ufficiale. L’Irlanda accetta un prestito di 85 miliardi di euro. Da ripagare con interessi. Nel dettaglio, 35mlr per sostenere e ridare liquidità al sistema bancario ed altri 50mlr per finanziare la gestione della spesa pubblica. Solo pochi mesi prima, Papandreu aveva accettato i primi 110mlr offerti dalla Troika per evitare il default della Grecia.
Apriti cielo. Bloggers, controinformatori, attori comici, folk singers (in mancanza di rappers informati, prerogativa italica) ed inizia la litania: “Questo bailout distruggerà il Paese”, “non è giusto che i cittadini debbano pagare le perdite degli azionisti e degli speculatori finanziari”, “L’Europa ha forzato il bailout per salvare le banche francesi e tedesche etc.” Certamente anche vero, ma a novembre 2010 la realtà dei fatti parla da sola: la bolla è esplosa, il sistema bancario è al collasso, gli istituti di credito vengono nazionalizzati e lo Stato si trova ad allocare fino al 32% del Pil per evitarne il fallimento. I bond Irlandesi sono ufficialmente junk e l’Irlanda non riesce piu a finanziarsi sui mercati privati se non ad interessi insostenibili. In più, il crollo totale del comparto immobiliare e del suo indotto ha portato la disoccupazione su valori a doppie cifre e fatto diminuire in maniera massiccia le entrate statali. Giovani e meno giovani tornano ed emigrare verso Inghilterra, America ed Australia. C’è chi, per liberarsi almeno del mutuo, si lascia dietro una casa non pagata. Che se la riprendano pure le banche, tanto non varrà mai più ciò che e stata pagata solo pochi anni prima. Buona parte della nazione è in ginocchio.
L’Irlanda non è l’Inghilterra ma ciò nonostante risente del pragmatismo anglosassone. Forse per questo l’uscita del bailout diventa priorita politica e non caciara ideologica. A nessuno viene in mente di chiedere i danni di guerra all’Uk per l’invasione di Cromwell del 1649, e nemmeno cercare di cambiare il nome alla Troika sembra essere un opzione determinante. Nessuno propone di chiudere le frontiere, cacciare tutti gli stranieri e rimpiazzarli con dei colonnelli. Ancora meno si pensa di uscire dall’euro. Strana gente questi Irlandese, chissà chi si credono di essere! C’e un problema da risolvere di natura contabile – un prestito da ripagare ed il deficit statale da correggere – e come tale verrà affrontato.
Viene stilato un piano quadriennale di lacrime e sangue. E non è necessario essere ‘rocket scientist’ per capire quello che accadrà: riduzione drastica della spesa pubblica ed aumento delle tasse. Accompagnati da riforme strutturali per aumentare la competitività economica, liberalizzazioni dove possibile e riordino del sistema bancario. In pratica, le condizioni richieste da Eu, Bce e Fmi.
A seguire lo statement del Governo Irlandese successo all’accettazione del bailout con tutti le azioni programmate – ed in larga parte messe in pratica – dal governo per tornare alla crescita e sostenere il debito contratto [vedi].

Ora sono passati quasi 5 anni da quel fatico novembre 2010. Gli effetti della recessione e del bailout li abbiamo sentiti tutti, e per davvero. Qualcuno è anche riuscito ad approfittarne ed ha fatto i soldi, ma sono rari casi se paragonati agli insolventi, alle ditte chiuse, alle file di disoccupati e a chi ha letteralmente perso tutto. C’è di buono che almeno l’effetto è stato quello sperato: il governo ha annunciato a dicembre 2013 l’uscita dal programma di aiuti, il ministro delle Finanze Michael Noonan ha pubblicamente ringraziato i cittadini per avere tenuto duro questi lunghi anni. Anche gli indicatori economici sembrano premiare le politiche di recovery applicate in Irlanda: la disoccupazione è scesa dal 15% registrato a marzo 2012 al 10% di marzo 2015. Nel 2014 il Pil è cresciuto del 4.8% – un dato da miracolo economico – e l’export del 10.5% rispetto all’anno precedente. Anche la domanda interna ha registrato un aumento del 3.5%. L’outlook sembra essere positivo anche per il 2015, e l’Eu prevede per quest’anno un ulteriore crescita del Pil del 3.5% ed una riduzione della disoccupazione al 9.6%, prima di scendere ulteriormente al 8.8% nel 2016.
Anno nuovo vita nuova, e, timidamente, parte la prima programmazione economica senza essere sotto la lente di ingrandimento dei creditori. E già l’effetto si sente in busta paga. La ‘road to recovery’ rimane lontana dall’essere completa, ma il senso di independenza, assieme all’orgoglio di avercela fatta, quello è stato ritrovato ed è palpabile. Mr. Ajai Chopra è quasi un ricordo lontano. Nel dubbio, meglio toccare ferro, legno (come si dice da queste parti) o eventualmente gli attributi che è già un concetto piu universale. Sicuramente troppo presto per brindare, ma con tutte le precauzioni del caso, una Guiness in più ci può anche stare questo fine settimana.

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L’OPINIONE
Coesione sociale e innovazione, antica ricetta di successo per il rilancio dell’Emilia

L’Emilia-Romagna è uscita dalla recessione? Qualcuno ha voluto usare questa chiave interpretativa, un po’ ottimistica, per commentare lo striminzito + 0,3% di crescita del Pil emiliano-romagnolo stimato dal Rapporto 2014 sull’economia, presentato da Unioncamere.
A parte che il dato non è ancora definitivo e potrebbe essere ritoccato al ribasso, è ancora troppo poco, dopo due anni nettamente recessivi come il 2012 (-2,5%) e il 2013 (-1,4%), per parlare, come ha fatto qualche organo di informazione, di “ripresa sulla Via Emilia”.
E’ vero che per il 2015 si prevede una crescita più sostenuta, dell’1%, ma non si può certo prestar troppa fede alle previsioni, che negli ultimi anni si sono rivelate troppe volte sbagliate, praticamente sempre. Basti dire che anche per il 2014 la previsione formulata a dicembre dell’anno scorso era di una crescita dell’1,1%, addirittura un po’ superiore a quella appena sfornata per il 2014! Ma poi le cose sono andate, appunto, in tutt’altro modo.
Aldilà dei tassi di crescita, l’impressione forte è che qualcosa di fondo si sia appannato nel sistema economico e sociale di una Regione che da sempre è caratterizzata da indicatori più vicini alla media europea che a quella italiana.
Si è discusso molto del significato da attribuire all’enorme tasso di astensione registrato alle ultime elezioni regionali. Certo, in quel risultato sono confluiti fattori diversi. Ma forse tra questi ce n’è anche uno che non è stato molto citato: una certa disillusione per quel che l’Emilia-Romagna è stata, nella sua diversità da tutte le altre Regioni d’Italia, e che forse non sarà mai più.
La fortuna di questa Regione negli ultimi decenni era dovuta ad un singolare impasto fatto, da un lato di grandi valori (coesione sociale, etica, solidarietà, accoglienza, apertura culturale) capaci di dar vita ad un efficiente sistema di welfare; dall’altro, di una straordinaria capacità di innovazione, di un’imprenditorialità diffusa e dinamica, di un lavoro particolarmente qualificato e tutelato, a garanzia di un’efficace redistribuzione del reddito.
Oggi, è lecito dubitare della sussistenza di molti di questi punti di forza. Né può consolare il fatto che altre realtà territoriali denuncino su questi terreni un arretramento anche maggiore.
Se del declino dei grandi valori ci parla ogni giorno la cronaca, di quello dell’economia ci parlano i numeri.
Gli investimenti fissi lordi, che ormai da molti anni si collocano ad un livello inferiore del 20% a quello degli anni precedenti la crisi; il tasso di occupazione, attestato 3 – 4 punti percentuali al di sotto di quello del 2008; una distanza crescente, anche nella capacità d’innovazione, tra un gruppo ristretto di imprese che esportano e tutto il resto del sistema imprenditoriale.
Per non parlare di un altro grande punto critico: quello di un territorio divenuto incredibilmente fragile, soggetto a frane e ad alluvioni; un territorio che si scopre esposto al rischio sismico; un territorio, soprattutto, che lo sviluppo degli ultimi decenni ha intensivamente sfruttato, espandendone continuamente l’area edificata e cementificata. Un territorio che da tempo avrebbe bisogno di un gigantesco investimento di risistemazione e di messa in sicurezza, per il quale però continuano a mancare le risorse.
Ci sarebbe davvero dunque bisogno di qualche idea nuova, di qualche nuovo impulso, anche in campo economico, capace di aiutare e indirizzare il cambiamento necessario, magari facendo salvi i valori costitutivi di cui sopra.
Un compito davvero difficile per il nuovo Presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e per la Giunta che in questi giorni sta nascendo.

L’OPINIONE
Ricette per la ripresa: ricerca e investimenti
o lo scalpo dei sindacati

di Diego Carrara

Ma è proprio vero che nel nostro Paese non si può fare sviluppo e far ripartire l’occupazione senza mettere mano allo statuto dei lavoratori e soprattutto all’articolo18?
Assistendo ad un dibattito, nell’ambito del festival di Internazionale, (cui doveva partecipare anche Maurizio Landini) abbiamo capito, o per essere più chiari, abbiamo avuto conferma che non è così, che si può fare politica industriale e relazioni sindacali in maniera positiva, senza mettere in discussione l’articolo 18 e i diritti acquisiti.
L’esatto contrario di quello che ha propugnato, da piazza Municipale a Ferrara, il presidente del Consiglio Matteo Renzi pochi giorni fa, contro l’attuale Statuto dei lavoratori.
Al dibattito organizzato da Cgil, Fiom e Chimici Cgil ha partecipato, oltre a vari esponenti sindacali anche Patrizio Bianchi, assessore regionale a Scuola e Università e noto economista industriale.
Quello che è uscito, tra l’altro, da questo confronto è che già oggi in Emilia Romagna e anche a Ferrara, terra di multinazionali oltre che di Pmi, si firmano contratti di lavoro (con la Fiom e non solo) e accordi con la Regione che innovano l’organizzazione produttiva per aumentare la produttività e soprattutto il valore aggiunto delle produzioni, senza toccare l’articolo 18.
L’economista ferrarese ha ricordato che quello che chiedono le multinazionali, ma anche le imprese locali più dinamiche, per continuare a produrre in Emilia Romagna, è più ricerca più formazione e maggiore integrazione tra il percorso scolastico e lavoro, nonché una rete efficiente di subfornitori.
Quindi più investimenti pubblici sul fronte della ricerca e dell’Università, per rimanere sulla difficile frontiera dell’innovazione, per presidiare ed alimentare quelle produzioni ad alto valore aggiunto, necessarie per rimanere competitivi sui mercati internazionali. Nell’ultimo accordo fatto nella nostra Regione, infatti, quello della Ducati (gruppo Volkswagen), si integrano maggiormente scuole professionali e lavoro, ed inoltre, l’orario di lavoro si riduce a 30 ore settimanali senza sacrificare l’occupazione.
Del resto appena due anni fa l’economista Marianna Mazzucato, sempre al festival internazionale aveva presentato un lavoro che oggi è stato pubblicato con il titolo di: “Lo Stato Innovatore” dove dimostra che i prodotti commerciali come Iphone sono frutto di progetti finanziati con miliardi di dollari dallo stato federale Statunitense.
Essa stessa ricorda come “Obama ha permesso a Marchionne di acquistare Crysler con soldi americani, ma l’ha obbligato a investire nei motori ibridi. Renzi si è limitato a guardare Fiat spostare la sede fiscale allo scopo di pagare meno tasse”. E quando è stato ricordato, alla stessa Mazzucato che Renzi ha inserito nella sua biblioteca personale anche il libro in questione, ha risposto in questo modo: “Non è servito. E’ sconsolante che discuta di articolo 18 e di riforma del mercato del lavoro come se fossero una priorità… E non basta la promessa di qualche sgravio fiscale o di sfoltire la burocrazia: servono gli investimenti, che in Italia sono ai minimi storici. Come si fa in questo contesto a parlare di Statuto dei lavoratori?”
Già, come si fa? Eppure basterebbe guardarsi intorno e magari utilizzare quelle esperienze industriali sviluppatesi nelle nostre regioni di punta come l’Emilia Romagna, invece di cercare la luna nel pozzo. Ma siamo proprio sicuri che il premier voglia far ripartire il Paese attraverso la politica industriale e non invece utilizzando lo scalpo del sindacato da esibire ai mercati, convinto che solo in questo modo si possano far ripartire gli investimenti?
Se così fosse venga pure in Emilia Romagna, ma non a pontificare genericamente sul lavoro, come ha fatto spesso, fino ad ora, ma per apprendere quelle esperienze che possono far crescere davvero l’Italia senza riportare indietro l’orologio della storia economica e sindacale del nostro Paese.

E il bancario lotta insieme a noi

Interessa molti, credo, il fatto che i lavoratori bancari, nella piattaforma per rinnovare il loro contratto nazionale, abbiano inserito le rivendicazioni specifiche dentro la proposta di un nuovo modello di banca, in grado di accompagnare la crescita economica del Paese.
In sostanza, tutti i sindacati di settore – la piattaforma è unitaria – chiedono di cambiare radicalmente orientamento: gli istituti di credito debbono passare dalla predominanza di erogazione di servizi finanziari, che li ha caratterizzati in questi ultimi anni, ad una politica di servizi avanzati per le famiglie, le imprese, il territorio. Il denaro, insomma, deve andare all’economia reale, e non fluire in quella virtuale dei prodotti più o meno sofisticati, non di rado pericolosi, che vengono scaricati sull’inconsapevole cliente.
In questo senso, e per raggiungere nuovi standard di qualità delle banche, vanno utilizzati sia i nuovi strumenti tecnologici, sia il personale delle banche che va formato e valorizzato, dando opportunità ai giovani, il tutto per instaurare un rapporto di fiducia con il cliente.
Il contratto, secondo alcune fonti (soprattutto la Fabi, il maggior sindacato di categoria) sarebbe in dirittura d’arrivo. Vedremo se l’Abi, l’associazione delle banche italiane, saprà dare risposte credibili: a lungo ha opposto soltanto la necessità di ridurre i costi per via delle crisi, tagliando gli organici.
Va rilevato comunque che in questa posizione del sindacato c’è una forte responsabilità, che ha cancellato molti pregiudizi sulla realtà del settore. Chiamare il mondo del credito ad impegnarsi per fuoriuscire dalla crisi è un atto importante, e il sindacato ha dimostrato in questo caso di saper proporre soluzioni concrete, valide per la collettività, non corporative.
Dovrebbe succedere sempre più spesso anche in altri settori, a cominciare da quello della pubblica amministrazione, dove numerosi sono i problemi ancora irrisolti, per primo quello della burocrazia e dell’inefficienza. In tal modo il sindacato sarebbe spinto a fuoriuscire da una crisi di identità e di ruolo neanche tanto velata. Ma questa è un’altra storia.

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Ogni giorno mille posti di lavoro in meno, la flessibilità non basta

Nello scorso febbraio l’Istat ha certificato che il tasso di disoccupazione in Italia ha segnato un nuovo record, attestandosi al 13%, un livello mai così alto dal 1977. Oltre 3,3 milioni di persone sono in cerca di lavoro: +8 mila sul febbraio 2013 e +272 mila su base annua. La componente giovanile ha toccato il 42,3%, in lievissima diminuzione su gennaio, ma con un +3,6% su base annua: sono 678 mila i ragazzi tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro.
L’Italia è al top per l’incremento dei non occupati, inferiore solo a quello di Cipro e Grecia. Il tasso di occupazione, di converso, a febbraio è stato misurato al 55,2%: si torna indietro di 14 anni e in media si perdono mille posti di lavoro al giorno.
Nell’Eurozona (dati Eurostat) il livello di disoccupazione a febbraio è rimasto stabile all’11,9%. Nel febbraio 2013, la disoccupazione era al 12%. Nell’Ue a 28 Paesi si è invece registrato un lieve calo al 10,6%, contro il 10,7% di gennaio (10,9% in febbraio 2013).
Questi dati, che confermano l’aggravamento della realtà italiana in Europa, dicono che se anche da noi la ripresa è cominciata non incide sull’occupazione. Segnalano soprattutto che la flessibilità nel mercato del lavoro non è servita nemmeno, in tempo di crisi, a difendere l’esistente. Tanto da far dire giorni fa al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che se flessibilità c’è stata, ora è giusto interrogarsi se sia buona o cattiva, e che flessibilità “non vuole dire precarietà”.
I sostenitori della flessibilità a tutti i costi dovrebbero finalmente chiedersi se le riforme del mercato del lavoro del 1997, del 2003, del 2012 e la foresta amazzonica di norme, decreti e articoli di altri provvedimenti – come l’articolo 8 della manovra economica 2011 che permette di derogare a qualsiasi disposizione di legge in materia di diritto del lavoro – abbiano davvero permesso di creare nuova occupazione. La risposta sta nei freddi dati della statistica che peraltro, come si sa, non colgono appieno il dramma sociale ed umano del lavoro precario e della mancanza di occupazione.
La verità è che non basta moltiplicare le forme di contratto o abbassare continuamente le tutele del lavoro dipendente (oramai si è raschiato il fondo del barile, dopo di che c’è la schiavitù) per creare nuovi posti. Bisogna creare lavoro, questo è il punto: bisogna investire tanto sul capitale umano – che come capitale va valorizzato e incrementato – quanto sulla ricerca, sull’innovazione, sul posizionamento dell’impresa nel mercato globale. Non a caso, le imprese che meglio hanno resistito alle tempeste della crisi sono quelle che hanno saputo esportare.
È più che mai il momento di sgravare concretamente l’impresa di costi che non possono essere addebitati a chi lavora o a chi dovrà lavorare, come la pressione fiscale eccessiva o gli insopportabili ceppi della burocrazia. E di capire, soprattutto nell’industria manifatturiera, cosa produrre e dove vendere ciò che si produce, con standard di sicurezza e qualità che ci distinguano nel mercato globale.

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