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Caro risparmiatore, formica virtuosa e derubata…

Caro risparmiatore, formica virtuosa,
intanto voglio manifestarti tutta la mia simpatia. Ed è per questo che ho deciso di scriverti.
Ho letto, come tutti in questi giorni, il rapporto periodico sul risparmio, che celebra la grande virtù degli italiani, nell’essere le formiche del mondo. I primi in fatto di quantità di risparmio che, anche in tempi grami, riescono a.. “mettere da parte”. Forse pensando a tempi ancora più grami. Un esercizio di…. “ottimismo tenace”, insomma. Ma questa è ricchezza nazionale vera. Uno dei fondamentali, come si dice, della tenuta del nostro paese, anche nelle ricorrenti difficoltà, crisi o semplici disavventure. E tanto più importante e significativo lo è, se rapportato al crescente debito pubblico che, invece, il paese ha accumulato e continua ad accumulare, senza riuscire a ridurlo neanche un po’. Soprattutto quando governa la destra, come dimostrano le serie storiche in materia.
È proprio il caso di dire, che siamo di fronte al confronto fra virtù private e vizi pubblici. Storia antica, e non certo la migliore da ricordare. Soprattutto se ci sta’ davvero a cuore, il futuro dei nostri figli e nipoti.
E tuttavia, il mio, è, per te amico risparmiatore, un sentimento di sincero apprezzamento e riconoscenza patriottica.
Non nello schema della celebre “Favola delle api” di Bernard di Mandeville, dove l’autore proponeva un modello di società nel quale i vizi privati, tali erano considerati gli sforzi delle formiche ad accumulare, fossero funzionali al benessere collettivo. Ed a sviluppare una cultura della pubblica virtù. Tant’è che quando Giove punì l’alveare per le frodi che vi si facevano, tutto andò in rovina.

No. Io apprezzo davvero la saggia amministrazione delle tue sudate risorse.

Però… però sono anche molto triste per te, al pensiero che questa tua virtù è affidata nelle mani di veri lestofanti. Viziosi, impenitenti e sempre impuniti. Si, mi riferisco sia a singoli, persone e istituzioni finanziarie, come a un intero sistema fondamentalmente truffaldino.
Mi limito a due esempi, facilmente comprensibili e incontestabili.
Le banche. I tuoi risparmi. in banca, cash di conto corrente, ti danno un tasso zero. Ma le commissioni in varie forme corrono ogni giorno. E quanto! Se però tuo figlio va a chiedere un mutuo a quella stessa banca e lei glielo concede (se va bene, e con una infinità di condizioni e garanzie), lo fa a tassi non inferiori al 5%. Per ora. Però lo fa usando quei tuoi soldi, nei quali a te non dà assolutamente nulla.
Il sistema finanziario – è il secondo esempio – lo sappiamo, è il peggio del capitalismo moderno. Non a caso è quello che genera più ingiustizie. Il rapporto Banca d’Italia di un mese fa, dice che, negli ultimi anni, i risparmi si sono svalutati di oltre il 30%. In pratica, in pochi anni, hai perso un terzo di quanto avevi prudentemente messo in cascina.
E chi li ha presi? Ma la speculazione innanzitutto o come si dice, il “mercato”…amico mio. Questo dio cattivo, cioè, che non ama le persone perbene, e che si diletta invece turlupinarle.
Per sorte professionale di… inutile riformatore pubblico, di un pezzo di questo mondo bancario e finanziario, ho avuto modo di osservare questa torbida realtà. Non ho mai voluto imparare le sue technicalities, e quindi non ho da darti alcun “consiglio per gli acquisti”
Di sicuro però ti posso avvertire che, se come è probabile alle prossime elezioni vincerà la destra, e metterà in atto la politica di facile spesa pubblica che si propone di voler fare, stai sicuro che il mercato e la speculazione che lo pilota, si accaniranno proprio sui tuoi risparmi. Quelli che sono rimasti e che sono il loro boccone preferito.
Almeno questo posso dirtelo con sicurezza e serena coscienza.
Auguri, quindi, a te e a tutti noi.

GRANDI OPERE e ALTA VELOCITÀ:
trionfa la finanza e l’oligarchia industriale

Nella vita mi sono occupato soprattutto di trasporti e mobilità essendo stato ferroviere; ho imparato che anche guardando il mondo e la società da un settore molto parziale è impossibile non confrontarsi con le politiche economiche e sociali sia nazionali che globali. À

Assieme ad amici e colleghi abbiamo vissuto i grandi cambiamenti avvenuti negli anni ‘90 che hanno visto affermarsi il modello TAV sia nei trasporti che nell’economia italiana; non abbiamo potuto fare a meno di constatare che quei profondi cambiamenti andavano assieme ad una ristrutturazione del mondo del lavoro ed a politiche che favorivano spudoratamente gli aspetti finanziari e gli interessi di una oligarchia industriale in crisi che trovava nell’invenzione dell’idea delle ‘Grandi Opere” – spesso sovradimensionate o inutili, molto diverse da quelle che hanno interessato il periodo precedente – una via sicura ed efficace di finanziarsi direttamente da risorse pubbliche.

Abbiamo constatato come la progettualità trasportistica stava passando dalle istituzioni pubbliche direttamente nelle mani delle grandi imprese collegate al sistema bancario, dove il ruolo politico diventava semplicemente quello di coordinamento e facilitazione per i desiderata del sistema privato.

La triste anomalia vista nel mondo dei trasporti era ed è solo un pezzo di una progressiva ristrutturazione economica generale; logiche simili  sono attente solo a garantire che crescita e profitti non trovino ostacoli, nemmeno quelli imposti dai limiti di un pianeta finito.

Nei decenni passati, le crisi e le catastrofi (terremoti, inondazioni, frane…) sono state sempre occasione non per risolvere i problemi, ma per smantellare pezzi di un sistema di welfare e di gestione del territorio al servizio della collettività; non che prima dell’era neoliberista fosse il paradiso, tutt’altro, ma negli ultimi decenni l’assalto dell’oligarchia è stato violentissimo.

La conferma la vediamo dalla gestione della crisi creatasi con la sindemia da covid-19; tutto pareva non dover essere come prima, ma purtroppo le speranze si sono trasformate in incubo.
Tutto il panorama politico si è piegato ai diktat degli interessi dell’élite lasciando increduli anche i più tenaci sostenitori del voto al ‘meno peggio’; le istituzioni ormai sono vuoti simulacri, il cosiddetto ‘governo dei migliori’ ha imposto la sua agenda senza alcun dibattito. Solo qualche raro mal di pancia e una falsa opposizione di destra.

Stanno nascendo le ‘riforme’ che vuole l’Europa e un programma di investimenti che, se non è scritto direttamente dalla Confindustria, certamente ne accontenta gli istinti più profondi.

Qua non si tratta di ideologia, ma dell’osservazione empirica di cosa accade anche a livello locale. Nella Toscana in cui vivo la politica del Partito Democratico – e di una opposizione che si lamenta solo di come si tutelino troppo poco gli interessi delle imprese – incarna perfettamente lo spirito di questo tempo.
Nei mesi passati, nelle sale della Regione Toscana si sono susseguiti intensi incontri tra politici, esponenti di Confindustria e fondazioni bancarie: lì si sono decise le sorti dei fondi del PNRR previsti, alla faccia della tanto sbandierata ‘partecipazione’.

In questo quadro di restaurazione sociale ed economica, la cosiddetta ‘transizione ecologica‘ non è solo un vuoto bla-bla-bla, ma una ghiotta occasione per mettere le mani su un gruzzolo fornito – poco generosamente – dall’Unione Europea. Che molti di quei soldi diventino in futuro debito pubblico non interessa, bene trasformare subito il malloppo in profitti e lasciare poi che siano i cittadini a ripagare i debiti. Intanto si prendono i soldi, poi ci rimprovereranno che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Che la transizione ecologica si trasformerà in distribuzione a pochi di risorse pubbliche, lo si vede guardando ai progetti messi in campo: la “mobilità sostenibile” prevista è smentita dalla scelta di grandi progetti di alta velocità.

Sono progetti che richiedono lavori imponenti, soprattutto la linea prevista a sud; ci si affida alla retorica del trasporto su ferro, ma non si fa mai il calcolo di quanta CO2 viene prodotta nello scavare gallerie, nel fare grandi colate di cemento e nel consumo energetico per raggiungere alte velocità.

Basta una spolveratina di verde per rendere tutto ‘sostenibile’.

Che poi la maggior parte del trasporto su ferro sia su brevi e medie distanze, cioè per i pendolari, è cosa che si ignora da decenni e niente cambia in questa presunta transizione.

Non ci si vuol nemmeno ricordare che oggi le grandi infrastrutture sono uno dei comparti dove si creano meno posti di lavoro, ma si presentano questi mega progetti come meccanismi di redistribuzione di ricchezza. Niente di più falso: come ci insegnava l’ “ingegnere comunista” Ivan Cicconi [Vedi qui] le grandi opere inutili sono un keinesismo a rovescio, per i ricchi, non per i poveri.

Alla fine di settembre si è tenuta a Genova una sessione del G20 dedicata alle infrastrutture, dove la retorica è grondata doviziosamente. Si è ancora inneggiato al ‘modello Genova’, con cui è stato ricostruito il ponte crollato sulla città, da applicare a tutte le opere previste, nonostante le forti critiche di tanti movimenti, esperti e anche del presidente dell’ANAC.

Per contro,  del disastro infrastrutturale dovuto alla grave carenza di manutenzione non si parla più.
Anzi, il colosso delle costruzioni Webuild (nuovo nome della Salini Impregilovuole accaparrarsi anche la manutenzione di tutte le strade italiane; si rafforzerebbe un monopolio privato, distruggendo un gran numero di piccole imprese che oggi garantiscono il servizio, anche se in maniera insufficiente.

L’emergenza in cui viviamo ha consentito che nel DL 77/2021, all’articolo 44, si prevedessero “semplificazioni” tali da potersi definire deregolamentazione degli appalti e dei processi di approvazione dei progetti.
Nessuno vuol vedere che molti cantieri non sono fermi per la burocrazia, ma per gli errori progettuali dovuti a insufficienti controlli.

Il 30 settembre – il giorno dopo l’incontro tra il governo italiano e Greta Tunberg – un gruppo di qualche decina di giovani ambientalisti a Milano ha provato a fare un presidio al passaggio di Draghi; immediati i manganelli si sono levati in risposta per disperdere i pacifici ragazzi.
Sarà bene ricordare cosa ci dicevano persone come André Gorz e Alex Langer: se non accompagniamo la conversione ecologica con profondi cambiamenti sociali andremo verso una triste forma di ecofascismo.

Qua pare che di ecologico ci sia molto poco, forse ci rimane solo un nuovo fascismo.

Nota: questo articolo è uscito il 10.10.2021 sulla rivista online La Città invisibile dell’associazione perUnaltracittà di Firenze.

Primo secolo Dopo Covid:
una vecchia storia che può insegnarci un sentiero futuro

In pochi sanno chi è Amadeo Peter Giannini. Non troverete una strada a lui intitolata. Se fosse stato un inventore, un ingegnere, un trasvolatore, un fisico, la trovereste. Ma Giannini è stato un banchiere, e non è un caso che sia un personaggio dimenticato. Perdonatemi il paragone, ma è dimenticato per la stessa ragione per cui persino Papa Francesco, nella sua preghiera solitaria a reti unificate, ha ricordato tutti i lavoratori che garantiscono servizi vitali o essenziali, tranne i bancari. Chi eroga o gestisce denaro, sia esso un banchiere o un umile addetto di sportello, è oggi accomunato dalla stessa aura sinistra: usuraio, trafficone, infingardo, un Sindona, un Zonin o un finto amico che ti dice di mettere i soldi della tua liquidazione o pensione in azioni e obbligazioni della tua banca locale, e dopo alcuni mesi o anni i tuoi soldi non ci sono più. Spariti.
Un furfante. Uno così non può essere nell’elenco dei lavoratori eroi. Non può essere infilato in mezzo agli infermieri, ai medici, ai cassieri del supermercato, ai camionisti che portano le derrate alimentari. Infatti non esiste, e non ha nemmeno il diritto di lamentarsi per l’assenza di un sapone o di una mascherina: anche se, senza banca, la gente non incasserebbe la pensione, lo stipendio, o la cassa integrazione.

Ma torniamo al nostro uomo. Amadeo Peter Giannini, ligure, emigra a San Francisco, dove all’inizio del secolo scorso apre una banca per gli emigranti italiani. Non fa a tempo ad aprirla che, nel 1906, un terremoto distrugge la città. Per tutta risposta, Giannini mette un banchetto tipo frutta e verdura in piazza, ci mette sopra il cartello “Bank of Italy” e, circondato dalle macerie, inizia a prestare soldi ad artigiani e commercianti italiani, messi in ginocchio dal sisma. Persone alle quali nessun altra banca, in quel momento, avrebbe dato un centesimo.
La banca si espande, Giannini diventa un outsider conosciuto anche fuori dagli ambienti finanziari. Con il denaro della sua banca viene finanziata la costruzione del Golden Gate. Conosce Charlie Chaplin, al quale presta il denaro necessario a girare Il monello. Finanzia il primo lungometraggio di Walt Disney, e parte dei film di Frank Capra. La sua banca diventa la Bank of America, tuttora uno degli istituti più grandi del pianeta.

La parabola ascendente di Amadeo Peter Giannini si basa su un rapporto tra lui e i suoi clienti che non è economico, ma emotivo: la fiducia. Io ti do fiducia quando nessun altro te la concede, tu ripaga questa fiducia con la stessa intensità. E’ per questo che persone che non possono dare nessuna garanzia, tranne quella del loro lavoro, restituiscono a Giannini il denaro avuto fino all’ultimo centesimo.
Attualmente il rapporto tra banca è cliente si basa sulla diffidenza. Io banca ti chiedo un pegno di quindicimila euro per prestartene ventimila. Tu cliente mi presenti un bilancio falso e mi chiedi soldi che quel bilancio non giustifica, ma c’è il ‘nero’ e sulla base di quello mi devi finanziare. In questo pactum sceleris, alla prima difficoltà, il primo impegno da lasciare indietro sono le rate della banca.

Tutto questo è accaduto nell’era A. C. (Avanti Covid). Nel D. C. (Dopo Covid) ci sarà bisogno di altri banchieri: come Amadeo Giannini. Nell’era Dopo Covid, il banchiere non potrà più lavarsi la coscienza donando respiratori agli ospedali (operazione comunque utile e meritoria), perché il suo business sarà irrimediabilmente cambiato. Improvvisamente, e in maniera del tutto inaspettata, il tanto vituperato (perché ormai poco redditizio) credito tornerà ad essere centrale nell’attività bancaria, ma sarà un credito spesso privo di garanzie economiche. La base del rapporto dovrà essere non economica, ma emotiva. La fiducia. La fiducia dovrà tornare ad essere l’ingrediente di base su quel banco di frutta aperto in una piazza circondata da botteghe chiuse. E la banca dovrà tornare ad essere una infrastruttura, esattamente come una ferrovia, una strada, un ponte. I grandi azionisti dovranno decidere se continuare ad aggrapparsi ai dividendi, e diventare i più ricchi del cimitero; oppure operare una rivoluzione copernicana e diventare uno dei motori della ricostruzione.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

IL DOSSIER SETTIMANALE
Azzerati Carife: una fiaccolata per tenere accese le luci sul risparmio tradito

“Non vogliamo che su di noi cada il silenzio, il caso Carife è una parte importante in un discorso più ampio di scelte politiche che non tengono conto dei reali bisogni dei cittadini”, “la politica aveva una scelta e l’ha fatta! Ha scelto di aiutare le banche”.
Sono le parole di Katia Furegatti che riassumono l’essenza della conferenza stampa tenuta venerdì 21 luglio nelle sale di Agire Sociale di Ferrara, ospitata dal Gruppo Economia di Ferrara (Gecofe), e voluta dai Risparmiatori Azzerati di Carife di cui, appunto, la stessa è portavoce. Parole che sottolineano la volontà di tenere viva l’attenzione sul loro caso e che l’acquisizione da parte della Bper della ‘parte buona’ di Carife non è da loro considerato un ‘lieto fine’, come viene descritto.

Trentaduemila persone”, dice Furegatti, “sono state investite dal fallimento della banca ferrarese, ovvero quasi un quarto della città. Uno tsunami, un terremoto insomma, che ha lasciato molte macerie e che meriterebbe l’attenzione del caso”.
“La realtà”, proseguono all’unisono gli Azzerati, “è che lo Stato non è intervenuto a tutelare i risparmiatori così come sarebbe stato giusto e come previsto anche dall’art. 47 della nostra Costituzione, mettendo a rischio una comunità intera in un periodo, tra l’altro, già di crisi conclamata. Sarebbe bastata una garanzia statale per evitare tutto questo, invece si è preferito tutelare banche e business”.
E in effetti gli Npl sono un vero e proprio business. Basti pensare che vendendo un credito che valeva 100 al 17% si lascia un ampio margine di profitto a chi ha la possibilità di acquistarli. Quindi, come sempre, si difende e si avvantaggiano i soliti noti lasciando a se stessi e senza tutele tutti gli altri.
Poteva invece intervenire lo Stato in modo da salvare i risparmiatori – obbligazionisti o azionisti non speculatori – senza mettere così a rischio piccole imprese di un territorio già tanto colpito dalla crisi e senza impoverire tante famiglie. Lo Stato, con il tempo, avrebbe poi potuto recuperare quei crediti oggi deteriorati e farci anche un guadagno a vantaggio di tutti i cittadini.

I ferraresi però non si sentono soli in questa storia, continua Furegatti, “anche se i provvedimenti del governo sono altalenanti, per ogni fallimento o rischio di fallimento si è proceduto e si procede in modo diverso, a seconda degli interessi del momento o, forse, degli umori di qualche Ministro, ci sentiamo tutti colpiti allo stesso modo”.
Questi “risparmiatori traditi” ribadiscono la loro delusione nei confronti dei politici locali. “E’ stato assente il Sindaco per esempio, ed è di Ferrara il Ministro Franceschini, che non ha speso mai una parola per questo dramma che ha investito tanti suoi concittadini. E neppure l’ex assessore al bilancio della giunta Tagliani, Luigi Marattin, poi consigliere del Governo, ha mai dato una mano concreta”. E in molti, a questi politici, tengono a ricordare che le elezioni si avvicinano (sia locali sia amministrative) e loro sapranno mantenere buona memoria dei loro mancati interventi.
Perché a Ferrara il caso Carife ha fatto nascere una coscienza civica e di attenzione politica che forse va al di là del caso singolo e poi… “32.000 famiglie sono davvero tanti voti”.

Il dato importante, e per certi aspetti nuovo e confortante, è che le persone che ho ascoltato venerdì mattina hanno dimostrato di voler superare lo scoglio dei tecnicismi, hanno compreso che il problema non è economico, ma politico. Confortati in questo proprio dalle differenze che si vedono nelle soluzioni in ognuna delle recenti crisi bancarie che non fanno altro che dimostrare l’incoerenza e l’approssimazione di chi sarebbe chiamato a difendere gli interessi dei cittadini. “I mancati controlli da parte di Bankitalia, nessuna chiara responsabilità, le vaghe promesse non mantenute, tutti elementi che questa volta non passeranno facilmente nel dimenticatoio”, dicono. “Il problema è politico ed è la politica che deve e può risolvere la crisi delle banche” questo il nocciolo. E tutti concordi nell’addossare le responsabilità a chi, tra Parlamento e Governo, potrebbe risolvere concretamente le questioni sul tavolo, ma semplicemente non lo ha fatto e continua a non farlo.
Altro dato non secondario è, come ricorda sempre Furegatti, che “gli azzerati Carife non sono soli, si stanno coordinando sempre meglio con la Toscana, il Veneto ed il ponte di solidarietà ha raggiunto anche la Sicilia”.

Le richieste concrete che vengono avanzate sono riassunte in un documento consegnato venerdì ai giornalisti presenti (clicca qui per leggerlo)

AL GOVERNO, AL PARLAMENTO E A TUTTI I PARTITI
Il Governo ed il Parlamento devono intervenire per sanare la situazione di disparità creata nel Paese fra i risparmiatori con la gestione schizofrenica della crisi bancaria e l’adozione di provvedimenti difformi e contradditori coerenti in un solo aspetto: creare sofferenze per famiglie, piccole imprese, cittadini (la disparità di trattamento dei risparmiatori sembra creata appositamente per dividere e rendere più fragili persone senza più diritti di cittadinanza sanciti dal Patto Sociale che è la nostra Costituzione).

CHIEDIAMO
che si dia mandato a Banca d’Italia per mettere in atto azioni e provvedimenti necessari per:

  1. trovare e concordare con Bper e Ubi, le banche che sono oggi proprietarie delle 4 banche messe in risoluzione (Carife, BancaMarche, BancaEtruria e Carichiesti) iniziative commerciali a favore dei clienti retail che hanno sottoscritto azioni e bond subordinati esclusi dal rimborso forfettario.
  2. disporre che Bper e Ubi Banca integrino con il restante 20% gli obbligazionisti che hanno ottenuto il rimborso forfettario delle obbligazioni subordinate come ha fatto conIntesa San Paolo per le due banche venete.

CHIEDIAMO
al Vice Ministro Morando, come aveva promesso davanti a 1200 ferraresi il 3 aprile 2016, di esercitare concretamente la MORAL SUASION nei confronti di Bper e di Ubi Banca.
E’ notizia di questi giorni l’iniziativa, peraltro volontaria, della banca spagnola Santander, che rimborserà per un totale di 680 milioni di € i 110mila risparmiatori che avevano sottoscritto l’aumento di capitale di un anno fa del Banco Popular, perdendo tutto. Questo è un chiaro esempio di come si possa ricostruire la fiducia dei risparmiatori nel sistema bancario.

CHIEDIAMO di

  1. varare al più presto una riforma bancaria che definisca tempi brevi per la giustizia; l’imprescrivibilità dei reati dei “colletti bianchi”; l’istituzione di una Procura nazionale per i reati economici e finanziari, sulla tutela dei risparmiatori, perché sono pochi i magistrati profondamente conoscitori della complessa materia dei reati finanziari e bancari e vanno tutelati e sostenuti nella loro azione.
  2. Inibire sine die dalla gestione di patrimoni e finanze le persone condannate per reati connessi, una volta accertate definitivamente le colpevolezze…


Il prossimo appuntamento organizzato dai Risparmiatori Azzerati di Carife a Ferrara è per domenica 30 luglio con la ‘Fiaccolata del risparmio tradito’ con partenza da Piazza Municipale alle ore 21.00. L’invito a partecipare è per tutti.

ECONOMIA… OLTRE I GIOCHI DELLA FINANZA. IL DOSSIER N. 8/2017 – Leggi il sommario

Il “vaffa” dell’economia al cittadino: crisi pilotate, schiavitù monetaria e dulcis in fundo… reimpasto di governo come piace all’Europa

Come ha avuto modo di dire lo stesso Monti, per fare riforme strutturali hai bisogno di una crisi, altrimenti diventa difficile farle accettare. Del resto, quando ti dicono che dovrai andare in pensione a 70 anni con la metà della retribuzione non la prendi proprio bene. Quindi si crea il problema della crisi e poi in piena emergenza si presenta la soluzione che, guarda caso, è sempre sfavorevole al cittadino. Soluzione, ovviamente, da attuare in fretta e senza pensarci troppo, altrimenti questi ultimi potrebbero avere il tempo di ragionarci su e capire che magari ci sono altre strade a loro più favorevoli.

I 5 miliardi necessari al Monte Paschi Siena, per esempio, diventano una delle ragioni alla base dell’affidamento al Ministro Gentiloni di un incarico pieno a Presidente del Consiglio. Il perché si arriva a questo, ovviamente, è relegato agli esperti o ai soliti catastrofisti antisistema e antieuro. Quindi non se ne parla o si rende la strada alla comprensione troppo tortuosa.In realtà basta fare un po’ di considerazioni per mettere le cose al posto giusto e farlo serve anche a capitalizzare il no al referendum. Ovvero di capitalizzare la pretesa di non essere continuamente ignorati e che il popolo non è un’entità astratta da manipolare a piacere da un gruppo di politici che si ritiene insostituibile.

Attualmente il sistema prevede che lo Stato non debba intervenire nei salvataggi delle banche, anzi bisogna affidare il tutto ad azionisti, obbligazionisti ed eventualmente risparmiatori. In un sistema del genere piano piano non sarà possibile neppure più garantire i correntisti fino a 100.000 euro perché saranno troppe le banche a fallire e perché l’Unione Bancaria non prevede la necessaria liquidità. Ma del resto bisogna comprendere che i risparmiatori non sono nei pensieri di chi sta scrivendo le regole (almeno non quanto lo sono i loro risparmi).

Regole che:
– affidano tutto al mercato e non prevedono interventi statali, gli unici che possono stabilizzare il sistema. E’ utile ricordare che per i mercati sono un affare anche i crediti deteriorati e che questi guadagnano sia quando la borsa va giù che quando va su. La speculazione non dorme mai, come invece fanno risparmiatori e onesti cittadini;

– invece di alzare un muro, come ci si aspetterebbe, a difesa del risparmio e contro i mercati finanziari e la speculazione, abbattono le barriere e lo rendono sempre più attaccabile, con l’aggravante delle dichiarazioni di chi ci dovrebbe difendere che descrive tutto questo come interventi a nostro favore;

– deregolamentano il sistema bancario in nome della concorrenza libera e spietata, dove vince il più forte e il più debole perisce, i reali responsabili di crack si salvano e i risparmiatori pagano i danni, la mano invisibile del mercato crea boom e crisi. Dove in piena filosofia neoliberista si legittima un sistema per cui, semplicemente, i cittadini saranno i pagatori di ultima istanza, sostituti di una banca centrale e stabilizzatori di un sistema monetario privatizzato;

– prevedono la scomparsa delle piccole banche territoriali a favore di poche, enormi istituti “too big to fail” che possano decidere a chi fare credito, quando farlo e come condizionare le scelte degli Stati. Ricordiamoci sempre che chi controlla il denaro controlla tutto il resto. Meno persone lo controllano, meno persone sono al comando.

Purtroppo da questo non si uscirà finché troppi continueranno a credere che non vi sono altre soluzioni, che bisogna fare in fretta, senza fermarsi a ragionare e che bisogna invece pretendere come prima cosa la partecipazione e quella democrazia, quel potere decisionale che Padoan e soci non vogliono proprio concederci.
Una banca non fallisce se ha delle regole chiare e sostenibili, se ha delle leggi alle spalle che le vietino di investire i soldi depositati in operazioni rischiose e quando ha alle spalle uno Stato che si sia dotato di leggi in grado di intervenire e punire chi le violi. Non fallisce se in ultima istanza esiste una Banca Centrale, di proprietà dello Stato, che non solo controlla e agisce, ma che ha mandato di intervenire a sostegno della liquidità in caso di imprevisti. Una Banca Centrale che non permetta gli oligopoli, l’accentramento bancario, ma al contrario permetta e sostenga la proliferazione di piccole banche territoriali, gestibili in termini di liquidità e che si faccia carico, quando serve, di acquistare i crediti deteriorati in maniera tale da salvare subito la banca e poter anche guadagnare sull’acquisto di tali crediti.

Questo è l’ordine naturale delle cose. Un ordine naturale che mette al sicuro sia le banche che i risparmiatori. Perché la logica dice che uno Stato non dovrebbe preoccuparsi di dove andare a trovare 5 miliardi se ha una ricchezza privata stimata di 9.000 miliardi di euro, immobili di proprietà dello Stato, artistici e non, demanio inestimabile, ecc. ecc.. Siamo un Paese solvibile e con garanzie di tutto rispetto, che altri Paesi si sognano. Dire che abbiamo un problema in tal senso è strumentale alla volontà di farlo credere per gli interessi di qualcuno.
Chi ha interesse a che le banche diventino mercato aperto e in preda a fallimenti facili? Forse gli stessi che ignorano i voti e le richieste popolari?

Il nostro Parlamento e la maggioranza di cui godrebbe Gentiloni in fondo è lo specchio della realtà, per chi vuole vederla ovviamente. Il Pd si rimescola in quanto principale imputato della disfatta referendaria ma si ripropone come se stesso, come se nulla fosse accaduto, Ncd è inamovibile con i suoi ministri e il suo centro di potere, supera governi e maggioranze e permette al Pd di continuare il suo piano fino a quando non si metteranno in discussione le sue poltrone. Verdini per adesso viene messo da parte perché i suoi numeri non servono, altrimenti pur di rimanere al comando Gentiloni gli avrebbe offerto un ministero di sicuro. Anche a tutto questo siamo indifferenti? Pensiamo non ci sia soluzione e che sia l’unica possibilità?

Un esecutivo dunque nel pieno delle sue funzioni che gioca sull’ineluttabilità dei problemi economici e delle richieste dell’Europa. Per questo anche Padoan diventa inamovibile. L’uomo che ha lavorato per il Fmi e per l’Ocse, che ha avuto responsabilità per la Grecia e il Portogallo (che probabilmente gli sono molto grati per la loro situazione attuale fatta di lavoro precario, salari al ribasso e pensioni ridotte al lumicino).
Ma di sicuro anche qui, per la Grecia, non c’era altra scelta che colpevolizzare i cittadini e renderli partecipi al risanamento dei disastri creati da altri. E questo resta ineluttabile. E’ l’unica via riconosciuta ufficialmente, anche dopo che televisioni e giornali hanno reso pubblico il fatto, per esempio, che le centinaia di miliardi pagati dagli Stati per risanare i problemi greci sono serviti invece a risanare le banche tedesche e francesi.

Questo grafico tratto dal Sole24ore mi sembra abbastanza chiaro

grafico-pisapia

Fino al 2009 i cittadini (Stato) non avevano esposizione nei confronti dei titoli greci ma i problemi erano solo delle banche, dopo gli interventi europei il problema è passato dalle banche ai cittadini (Stati). Il bello è che l’Italia è passata da un’esposizione delle sue banche di poco meno di 7 miliardi ad un’esposizione dei suoi cittadini (Stato) di quasi 41. Di questo dobbiamo ringraziare i governi Monti, Letta, Renzi che hanno operato nel pieno “interesse dell’Italia”.

Ma torniamo ai ministri che non lasciano mai, tantomeno quando dichiarano di farlo, e ai messaggi inascoltati dei cittadini, e vediamo che addirittura è rimasta Boschi come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e che Vittoria Fedeli diventa ministro dell’Istruzione, dopo che aveva dichiarato poche settimane fa che una vittoria del no sarebbe stato un messaggio chiaro di sfiducia. Si sa il ‘Gattopardo’ insegna, cambiare tutto per non cambiare nulla.

Quindi non è un problema che i cittadini abbiano richiesto un cambiamento che non viene concesso. Ma sono un problema i 5 miliardi di euro per MPS. Un problema così grande, insieme ai soldi per la falsa accoglienza dei migranti e per la messa in sicurezza del territorio, che consente di sovvertire per l’ennesima volta la volontà popolare (come per il referendum per l’acqua o per il finanziamento pubblico ai partiti). Al grido degli impegni europei, del “ce lo chiede l’Europa”, tutto è permesso e tutto viene prima.
Quindi anche la possibilità di dover chiedere soldi al Mes (fondo salva-stati) con conseguente e previsto commissariamento.

Anche qui si vede tutta l’assurdità del costrutto: non è stato un problema aderire a questo meccanismo che ci costa la promessa di pagare 125 miliardi di euro, se richiesti, in quanto per adesso ne sono stati versati solo 80 divisi per quote tra gli aderenti (quindi diamo dei soldi che se richiediamo indietro ci costa interessi a usura e sovranità). Ma accettiamo l’idea che ci potrebbero costringere ad altre manovre lacrime e sangue se gliene chiediamo indietro 5 oppure 15! E sarebbe anche il caso di ricordare che abbiamo versato dal 2000 ad oggi circa 75 miliardi in più all’Unione Europea di quello che abbiamo ricevuto indietro.
Insomma, come si diceva, è un problema tutto quello che si vuole lo sia. Diamo soldi a Unione Europea e vari fondi che dovrebbero salvarci in caso di bisogno ma se ne chiediamo indietro ben meno di quelli che abbiamo dato, allora siamo poco seri, poco affidabili e deve venire qualche commissario europeo a sospendere la nostra democrazia (in ogni caso arrivano in ritardo perché ci hanno già pensato i nostri governanti….).
A quale scopo tutto questo? Ancora qualche dubbio? Ovviamente togliere ai cittadini qualsiasi tipo di protezione statale, consegnarli alle bizze dei mercati in pieno stile neoliberista e far sì che tutti i loro patrimoni siano attaccabili. Basti osservare quello che succede nella realtà, quindi banche che falliscono, imprese che vengono assimilate da gruppi stranieri e sovranazionali, totale impunità di chi crea i disastri e responsabilizzazione di cittadini e risparmiatori, leggi sempre più a favore della parte alta della società, privatizzazioni e calo costante delle tutele sociali.

Carife, un anno dopo: i meccanismi all’ombra di un tracollo

di Alice Ferraresi

Il ventidue novembre 2016 si è celebrato l’anniversario della prima risoluzione bancaria in Italia, una specie di undici settembre del risparmio tradito. Tra esse figura la (un tempo) “gloriosa” Cassa di Risparmio di Ferrara; in pratica l’azienda più grande del nostro territorio, tra quelle rimaste in vita.
Chi ha deciso questo esito (il Governo e la Banca d’Italia) ha deciso di dare esecuzione brutale e bovina alla direttiva dell’Unione Europea sui dissesti bancari. Nulla, infatti, obbligava a passare di punto in bianco da una situazione di sostanziale impossibilità a fallire delle banche italiane, ad una situazione di fallimento pilotato con espropriazione di risparmi privati. Si poteva, ad esempio, stabilire una fase transitoria e nel frattempo mettere sull’avviso la clientela. Invece no: l’Italia è rimasta inerte per tre anni (la direttiva europea è del 2013) e improvvisamente si è svegliata, decidendo che quattro banche andavano “salvate” a spese dei soldi dei loro clienti.
E’ molto importante capire quale sia, in questa incredibile evoluzione normativamente farraginosa e tecnicamente complessa, il “pasto nudo” (quello che effettivamente abbiamo sulla punta della forchetta prima di mangiarlo, come avrebbe detto William Burroughs).

Le banche italiane che sono andate in dissesto vi sono andate per alcune ragioni, ma una ragione è comune a tutte ed è prevalente: sono rimaste travolte dalle sofferenze, ovvero da crediti dati a clienti che non hanno più pagato.
Secondo un rapporto di Unimpresa (dati aggiornati ad Agosto 2016) in Italia appena il 2,63% dei clienti ha causato il 70% delle sofferenze bancarie. Sul 97% dei clienti passati in sofferenza, pesa solo il 29% circa delle sofferenze, in termini di importi. I crediti maggiormente non pagati sono di importo superiore ai 500.000 euro. Ancor più nel dettaglio: 24 miliardi di euro di sofferenze (il 12% del totale) sono riferibili a 571 soggetti, lo 0,05% del totale. Volendo ulteriormente approfondire e segmentare i dati, si scoprono altre cose interessanti: ad esempio, che questo fenomeno di concentrazione dei prestiti più alti (poi insolventi) nelle mani di pochi prenditori (grandi aziende e grandi famiglie) avviene con particolare intensità al Sud.
Questo stato di cose ha prodotto due effetti: il primo effetto è che tanti buoni pagatori sono stati penalizzati nell’offerta di nuovo credito, per colpa di pochi cattivi pagatori (il cosiddetto credit crunch); il secondo effetto è che il governo italiano, ma soprattutto la vigilanza bancaria, hanno deciso di trasformare dei rischi puntuali nelle mani di pochi privati in perdite diffuse in tutta la popolazione dei clienti bancari – un vero e proprio caso di socializzazione di perdite private.

Come è stato ottenuto questo secondo effetto? E’ abbastanza semplice: quando una banca detiene crediti inesigibili, deve svalutarli prudenzialmente fino al valore di presumibile incasso reale di quel credito (ad esempio, trenta su cento, che vuol dire svalutarlo del 70%). Questa massiccia svalutazione di crediti incide sul risultato di bilancio, provocando una perdita di esercizio, che obbliga a far ricorso al capitale per coprire la perdita. Infine, per ricostituire il capitale assottigliatosi sotto il livello regolamentare, la vigilanza bancaria “obbliga” la banca a ricapitalizzare. Ebbene, la vigilanza bancaria italiana, soprattutto per le banche di piccole dimensioni (ma non solo), ha avallato la scelta di un destinatario principale di queste offerte di capitale bancario: il piccolo risparmiatore. Il cliente da venti, trenta, cinquantamila euro. I cosiddetti “investitori istituzionali”, forse proprio perché istituzionali, quindi avvezzi ai rischi, hanno abboccato molto meno. In estrema sintesi, le banche (soprattutto quelle di piccole dimensioni) sono state spinte, con l’avallo o la pressione della vigilanza bancaria e della vigilanza sulle società quotate in Borsa, a ripristinare il capitale “mangiato” dai notabili da loro finanziati, attraverso il ricorso massiccio agli aumenti di capitale proposti ai nonni, ai pensionati, ai lavoratori a reddito fisso, ai piccoli imprenditori, agli artigiani.

Mi permetto, a questo punto, di tradurre in parole povere i passaggi per far emergere, credo non indebitamente, il “pasto nudo”:
il “patto scellerato” commisto alla peggiore politica, per cui le banche erano il bancomat di alcuni grandi gruppi, ad un certo punto è saltato. Per non far saltare il sistema delle banche si è deciso di scaricare le perdite probabili sulla collettività. Nel frattempo, i responsabili di queste scelleratezze hanno avuto il tempo di nascondere i loro beni al sole – che quindi, non sono più al sole, ma nascosti all’ombra di qualche paradiso.
In tutto questo, giusto per precisarlo: i dipendenti delle banche non c’entrano. Non più di quanto, ad esempio, possono entrarci i dipendenti della Basell nell’inquinamento di Ferrara o gli operai dell’Ilva nell’inquinamento di Taranto, o i giornalisti del Sole24ore nel dissesto della loro società. Questo non perché siano dei meri esecutori robotici, ma perché (salve responsabilità individuali di carattere penale) hanno fatto con il massimo di responsabilità possibile il loro mestiere, avendo delle disposizioni cui attendere ed in perfetta buona fede (lo dimostra il fatto che tanti, fra loro e i loro familiari, sono caduti nella rete dei risparmiatori azzerati). Un effetto collaterale particolarmente odioso di questa “risoluzione” è il fatto di avere messo nel mirino dei cittadini i bancari, e non i banchieri.

Alice Ferraresi è bancaria, avvocato e blogger; svela dall’interno alcuni segreti delle banche, cercando di sfatare alcuni luoghi comuni.

CONTINUA

PUNTO DI VISTA
Caso Carife: perchè non è stata salvata

Richard Werner dal 2004 insegna il funzionamento del sistema bancario internazionale all’Università di Southampton e ha spiegato a più riprese come le banche creino la maggior parte del denaro in circolazione ‘ex nihilo’, cioè da nulla. Ha anche smontato la teoria della ‘riserva frazionaria’, secondo la quale le banche creerebbero denaro in percentuale alle riserve detenute presso la banca centrale.
Werner non è un professore qualunque, ha un curriculum di tutto rispetto. Ha lavorato alla Oxford University, a Tokyo alla Banca per lo Sviluppo del Giappone e all’Istituto Monetario e di Studi economici della Banca del Giappone, nonché come visiting Scholar all’Istituto per gli Studi Monetari e Fiscali del locale Ministero delle Finanze.
Proprio sul funzionamento delle banche giapponesi ha scritto un libro, da cui è stato tratto un documentario, “Princes of the yen”, che spiega in maniera chiara come funzionano gli istituti di credito e una Banca Centrale, soprattutto come questa possa determinare lo sviluppo di una Nazione attraverso la direzione e il controllo del credito e del processo di creazione della moneta bancaria.

Uno dei cavalli di battaglia di Werner è l’importanza che in una società rivestono le banche territoriali e legate alla realtà locale. Questo tipo di banca vive di prestiti ‘sicuri’, di una solidità dovuta al fatto di prestare all’economia reale, all’imprenditore locale e alle famiglie di cui conosce l’eventuale solvibilità. Non ha attività sproporzionate rispetto ai suoi compiti e, laddove ci sia un controllo effettivo dello Stato attraverso una Banca Centrale Nazionale che ne direziona il credito, un suo fallimento diventa impossibile.

Una lunga premessa questa, per introdurre il discorso iniziale del deputato penta-stellato locale Vittorio Ferraresi che, sabato 20 febbraio alla Sala della Musica, nel primo dei tre incontri organizzati dal consigliere ferrarese Claudio Fochi “Risparmio Consapevole”, ha piacevolmente dimostrato di conoscere queste dinamiche. Ha parlato, infatti, dell’importanza delle piccole banche, che vivono di imprenditori, di famiglie e di prossimità, e dell’attacco dei grandi interessi, che tendono a tagliare le loro radici locali e la loro inclinazione al territorio. Un discorso del genere in un contesto nazionale dove la propaganda ci dice che il grande è non solo bello, ma anche funzionale, va contestualizzato e rafforzato.
Ferraresi ha introdotto i suoi colleghi della Commissione Finanza che hanno ricostruito le vicende della Carife. E, a volerci ragionare quel tanto che basta, le spiegazioni e le ricostruzioni dell’On. Dino Alberti rientrano perfettamente nel quadro generale: le banche territoriali sono quelle più gestibili, con criteri di solidità maggiori rispetto a banche enormi, come la Deutche Bank che, come ha sottolineato il suo collega Alessio Villarosa, con un capitale di 530 miliardi di euro ha un’esposizione verso derivati di 54.000 miliardi.

Il Presidente dell’Adusbef Elio Lannuti usa parole forti come “esproprio criminale delle banche”, riferendosi al cosiddetto Bail in, ovvero il modello Cipro di esproprio dei risparmi dei cittadini. Parla del sistema delle “porte girevoli”, ovvero l’assicurare i posti di comando sempre alle stesse persone, che passano da controllori incaricati della Banca d’Italia a funzionari delle stesse banche che poco prima avevano ispezionato. Chiede ai deputati Cinque Stelle presenti di impegnarsi a fare una legge che impedisca la possibilità di passare da un incarico all’altro se c’è o può esserci un evidente conflitto di interessi.
Con una ricostruzione chirurgica, Alberti racconta come Banca d’Italia sia sempre stata presente nelle vicende Carife. Nel 2010, quando prestiti consistenti si rivelano a rischio per 100 milioni, tra l’altro per investimenti nel milanese, impone una Vigilanza Rafforzata e dei correttivi, ovvero:
– riduzione perimetro del gruppo: vengono cedute due banche e le restanti accorpate con riduzione dei cda e dei relativi costi di gestione;
– riorganizzazione della struttura interna;
– aumento di capitale per 150 mlm reso necessario a causa della svalutazione dei crediti tra cui 75 mlm riguardano la sola posizione Siano.
Il tutto riesce, la Carife viene ricapitalizzata e ha 4.000 nuovi soci ma Banca d’Italia non sembra soddisfatta, infatti nel 2013 impone il commissariamento.
I Commissari, si badi bene di Banca d’Italia, avevano proposto soluzioni alternative al fallimento già a luglio 2015, ma… Banca d’Italia non rispose alle richieste dei suoi stessi commissari.

Nel pubblico in Sala della Musica c’è chi ha vissuto la vicenda sulla propria pelle e ci tiene a dire che detenere azioni e obbligazioni subordinate non significa essere speculatori, come in qualche caso li si è voluti far passare per giustificare la loro mancata difesa da parte delle Istituzioni. A una banca territoriale si affidano i propri risparmi con fiducia, anche con ingenuità, perché le si da un’importanza storica, di legami. E non si parla di milioni, ma quasi sempre di migliaia di euro, che però vengono passati di padre in figlio e rappresentano a tutti gli effetti un risparmio, con conseguenze gravi in caso di perdita.

La Carife poteva essere salvata, questo il succo degli interventi. Non solo poteva ma doveva, come racconta Alessio Villarosa, ripetendo quanto rappresentato con veemenza in molti interventi parlamentari, perché lo prevede il dettato Costituzionale e perché la normativa con la quale è stato operato questo Bail in nostrano non rispetta le sue stesse previsioni. Ma intanto fa una considerazione interessante anche sulla tutela dei 100.000 euro, “immaginate un’azienda” dice Villarosa “con 40 dipendenti che abbia dei risparmi propri, sudati, di 200.000 euro, il Bail in gliene porta via la metà con sicure conseguenze sui lavoratori oltre che sull’azienda stessa. Il risparmio và tutelato nella sua interezza, anche controllando in anticipo le attività di una banca, vietandole attività speculative e rischiose. Invece si continua a legiferare in senso opposto e anche le Bcc con patrimonio sopra i 200 milioni di euro diventeranno Spa, cioè dipendenti da quel mercato che si regge su speculazione e finanza sfrenata. Non è questo il modo di salvaguardare gli interessi dei cittadini.”

Le “infrazioni” della legge rilevate da Villarosa sono, in primis, quella dell’art. 47 della Costituzione che tutela in maniera esplicita il risparmio in tutte le sue forme, e poi dell’art. 43, che permette l’espropriazione, ma salvo giusto indennizzo. E poiché Villarosa sostiene che i risparmiatori siano stati espropriati, un indennizzo non può essere negato, stesso principio con il quale una sentenza ha reso giustizia a espropriati austriaci. Per quanto riguardo il livello normativo inferiore, il Bail in, previsto all’art. 52 del D.lgs 180 del 2015, si poteva applicare solo a partire dal 1 gennaio 2016, come da art. 130 dello stesso provvedimento.

Daniele Pesco spiega, invece, gli effetti della creazione della Bad Bank. Quando una banca ha crediti in sofferenza, cioè ha crediti che non riesce più a esigere, si dovrebbe rifare sulle garanzie chieste in sede di elargizione del prestito. Chiaro che per farlo si ha bisogno di tempo, perciò più è alto il bisogno di liquidità, meno tempo ha a disposizione per farlo. Nei casi gravi in cui si va incontro a un fallimento si può costituire una bad bank, cioè una banca che si prende in carico tutti i crediti ‘cattivi’ e poi con il tempo cerca di recuperare quelle garanzie. Il punto è: a quanto vengono vendute quelle garanzie? Nel caso Carife al 17,3%, cioè un credito ‘cattivo’ della ‘vecchia banca’ di 100 euro viene ceduto alla bad bank a 17,3 euro. Una volta vendute a un nuovo soggetto, la banca che aveva elargito il credito iniziale perderà la possibilità di rivalersi su quelle garanzie, mentre chi le acquista ha grandi margini di guadagno, come dimostrato da molte esperienze passate.
Alla banca che nasce alleggerita di sofferenze, nonché di azioni e obbligazioni da restituire, spetta uno sconto fiscale sulle perdite subite. “Le quattro banche” – dice Pesco – “avevano crediti in sofferenza per 8,5 miliardi che sono stati svalutati dell’83%, quindi il valore nominale decresce fino a 1,5 miliardi. La differenza sono 7 miliardi, che messi a perdita creano un credito d’imposta di quasi 2 miliardi di euro: se fosse stato lasciato alle vecchie quattro banche probabilmente sarebbero rimaste in piedi. Invece non l’hanno fatto.”

Insomma, conclude Alberti, la Carife doveva fallire e il tutto nel quadro della programmata scomparsa delle banche territoriali, sacrificate in nome di interessi molto più grandi di loro.
E il discorso va infatti riportato nei suoi giusti canali, ovvero il disegno macroeconomico di svuotamento del potere degli Stati nell’era neoliberista del mercato refrattario alle regole e ai controlli. Disegno che implica necessariamente il deterioramento delle tutele e il peggioramento della qualità della vita dei cittadini. L’incremento dei profitti delle istituzioni finanziarie, che avviene soprattutto attraverso la creazione dei prodotti derivati, è inversamente proporzionale ai controlli. Meno controlli assicurano profitti più elevati, lo abbiamo visto nella crisi del 2007-2008 a seguito della quale non solo non si è introdotto alcun correttivo, ma si continua a legiferare in maniera da tenere sempre più lo Stato al servizio delle banche. Un po’ quel “governo cameriere” citato dal Elio Lannuti a inizio pomeriggio.

Gli incontri proseguiranno sabato prossimo e il 4 marzo con un intervento finale del Gruppo Cittadini Economia di Ferrara.

L’ANALISI
Crack bancario: una semplice lettera è bastata per cancellare diritti e soldi dei risparmiatori

Oggi non si parla d’altro: banche, azioni, obbligazioni, risparmiatori, o meglio ex risparmiatori, purtroppo!
In tanti si ricorderanno la data del 22 novembre 2015, giorno in cui il Governo ha recepito un ‘suggerimento’ di Banca d’Italia rendendo improvvisamente più poveri migliaia di Italiani.
So che questa chiave di lettura non è condivisa da tutti, so che è condivisa da tanti.
Conosco bene la vicenda Cassa di Risparmio di Ferrara. A testimonianza della mia affermazione preciso che sono stato dipendente dell’Istituto dal 1974 al 1981, sono azionista della banca, sono socio della Fondazione Carife, ho fatto parte dell’Organo di indirizzo dimettendomi nel momento in cui sono stato nominato sindaco di un’altra Cassa di Risparmio, incarico che conservo tutt’ora. Mio fratello è Presidente della Fondazione Carife. La banca nella quale sono sindaco un anno fa ha concluso una ‘due diligence’ alla Cassa di Risparmio di Ferrara.
Premesse doverose, le mie riflessioni si basano quindi spesso su conoscenze precise, su passaggi documentati e documentabili.

Maggio 2013: Carife viene commissariata dalla Banca d’Italia.
30 luglio 2015: l’assemblea straordinaria di Carife, con l’avallo della Banca d’Italia, delibera un aumento di Capitale sociale di € 300.000.000 riservato a terzi (Fondo Interbancario di Tutela dei Depostiti), riducendo il valore di ogni singola azione ad € 0,27. Conseguenza di tale delibera se attuata entro il 2015:
1) 28.000 soggetti sarebbero rimasti azionisti, con la speranza di poter vedere lievitare il valore delle proprie azioni e la banca, forse, non li avrebbe persi come Clienti;
2) I possessori di obbligazioni subordinate non avrebbero visto l’annullamento dei loro titoli, infatti il famoso ‘bail-in’ sarebbe diventato operativo dal 1 gennaio 2016;
3) La Fondazione Carife aveva trovato la disponibilità di un Fondo straniero pronto a investire una cospicua somma e la Banca d’Italia ne era a conoscenza;
4) Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi è costituito da tutte le banche private italiane, oggi in Italia non c’è nessuna Banca Pubblica.

Tutto sembrava chiaro e deciso, salvaguardati i risparmiatori, salvaguardati tanti posti di lavoro.
Poi le voci di corridoio che provengono da lontano, fuori dai nostri confini. L’Europa guarda con sospetto tale operazione, intravvedendo aiuti di Stato che non ci sono, i nostri rappresentanti politici a Bruxelles non muovono un dito e tacciono. Intanto si avvicina la fine del 2015, si avvicina l’entrata in vigore del ‘bail – in’, la paura cresce, occorre far presto, far presto per attuare la delibera del 30 luglio 2015 e salvare banca, azionisti, obbligazionisti, dipendenti e anche i clienti. Ma soprattutto salvare la reputazione e la credibilità del sistema bancario italiano. Un compito che sarebbe spettato a Banca d’Italia ed al Governo italiano. Ma così non è stato, infatti la fretta e la follia hanno portato alla sciagurata decisione del 22 novembre 2015.
Perché sciagurata dal mio personale punto di vista? Semplicemente perché è crollata la fiducia nel sistema bancario, perché i depositanti-risparmiatori hanno paura, tanta paura; e una delle forze del Belpaese era proprio la notevolissima quantità di risparmio dei privati cittadini depositati e investiti nelle banche.
Illuminante è l’audizione alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, Direttore Generale della Banca d’Italia, rinvenibile sul sito della stessa Banca d’Italia di cui riporto uno stralcio (p. 8): “E’ a questo punto emersa la disponibilità del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi a farsi carico di tale aspetto, assorbendo i rischi relativi ai crediti deteriorati. L’intervento del Fondo avrebbe consentito, congiuntamente alle risorse apportate da altre banche, di porre i presupposti per il superamento della crisi senza alcun sacrificio per i creditori delle quattro banche. Ciò non è stato possibile per la preclusione manifestata da uffici della Commissione Europea, da noi non condivisa, che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi del Fondo di tutela dei depositi”.

La situazione è sfuggita di mano. Quale ufficio e con quale documento scritto la Commissione Europea ha manifestato la propria preclusione? Semplicemente una lettera. Alle lettere solitamente si risponde, alla proposte si fanno controproposte. Così non è stato, come spesso accade quando l’Europa non condivide totalmente certe nostre scelte, l’Italia senza battere ciglio si adegua, poi ci si chiede perché abbiamo perso credibilità. Purtroppo la credibilità persa non è solo della politica, ma anche della Banca d’Italia, per anni un baluardo, una sicurezza. Non dimentichiamoci, per esempio, che Banca d’Italia aveva visto recentemente con favore l’intervento di una banca veneta per salvare Banca Etruria, si veda a tal proposito l’articolo su “Il Sole 24 Ore “ del 20 dicembre; oggi quella banca veneta non gode assolutamente di buona salute. Se l’operazione benedetta da Banca d’Italia si fosse conclusa, oggi forse sentiremmo botti superiori a quelli che sentiremo per Capodanno. Qualcuno è nel pallone, come è nel pallone il Governo che non ha minimamente riflettuto, anche sotto il profilo elettorale, sugli effetti a 360° della improvvida e affrettata decisione del 22 novembre. Ed è inutile oggi abbaiare al mastino tedesco, can che abbaia non morde, la saggezza del popolo nemmeno anche questa volta viene smentita. Anzi, il mastino tedesco ha tirato fuori gli artigli e sempre su “Il Sole 24 Ore” del 20 dicembre è interessante ed illuminante leggere l’articolo “Perché Von Bond non paga il bail – in”. Si percepisce in modo chiaro e netto che in Europa le regole non sono uguali per tutti e che sta a noi soccombere, sempre e comunque. Mio fratello, nella sua veste di Presidente della Fondazione Carife, ha scritto al nostro premier suggerendogli “schiena dritta”, ma purtroppo dobbiamo assistere alla posizione assunta dal nostro premier in Europa, la solita: dopo aver abbaiato torna quella di sempre, non dico i gradi per educazione.

La mia paura ora è l’effetto domino. Le banche sane devono salvare le banche malate, con il rischio che il tumore colpisca anche quelle oggi sane.
Una volte le guerre si facevano con i carri armati, i cannoni e i fucili, oggi si fanno con la finanza, e quando crolla in una nazione il sistema bancario crolla anche la nazione.
Per natura sono ottimista, ma oggi ho paura. Ho paura per le scelte di Banca d’Italia, che ha sicuramente perso la bussola. Ho paura per le affermazioni e le decisioni dei politici italiani, sempre meno competenti, sempre meno credibili e sempre più lontani dal mondo reale. Ho paura che ‘qualcuno’ ci abbia dichiarato guerra. Ho paura di aver azzeccato se non tutte, almeno alcune delle mie riflessioni. Ho tanta paura.

Il caso Irlanda: come uscire dalla crisi con un piede già nel baratro

DUBLINO – 19 novembre 2010, un giorno che gli Irlandesi ricordano bene. Ajai Chopra, l’uomo dell’Fmi che segue la “pratica Irlanda” arriva a Dublino, ed è una sorpresa per molti. Fino all’ultimo il governo ha provato a negare qualsiasi necessità di bailout, dichiarando che, nonostante le evidenti difficoltà, il Paese avrebbe risolto senza aiuti esterni la crisi economica che sta attanagliando il paese da ormai tre anni. In realtà i piu informati sapevano già da un pezzo chi fosse mr. Chopra e cosa fosse venuto a fare in Irlanda. Così come sapevano chi fossero Jean-Claude Trichet, Dominique Strauss-Kahne, la Merkel e Sarkò. Chi realmente prende le decisioni dietro le quinte. Il meteo non aiuta, è un giorno grigio, a tratti piovoso. Clima e umore da bandiera a mezz’asta. E non aiuta nemmeno Ajai Chopra, personaggio che non colpisce l’immaginazione collettiva. Arriva da solo, borsa a tracolla, soprabito scuro e l’aria di un anonimo contabile. E’ questo l’uomo inviato per salvare la nazione? Niente fanfare e file di auto blu, niente ricevimenti e pezzi grossi al seguito. Segnali che dicono più di mille parole. Il governo vuole mantenere un profilo più basso possible, di fatto riuscendo nell’effetto contrario e creando un clima di lutto nazionale. Per l’uomo della strada, nel giorno in cui l’Irlanda perde di fatto l’indipendenza.
Bocche abbottonate, speculazioni, ottimismo. Ed infine il 22 novembre la comunicazione ufficiale. L’Irlanda accetta un prestito di 85 miliardi di euro. Da ripagare con interessi. Nel dettaglio, 35mlr per sostenere e ridare liquidità al sistema bancario ed altri 50mlr per finanziare la gestione della spesa pubblica. Solo pochi mesi prima, Papandreu aveva accettato i primi 110mlr offerti dalla Troika per evitare il default della Grecia.
Apriti cielo. Bloggers, controinformatori, attori comici, folk singers (in mancanza di rappers informati, prerogativa italica) ed inizia la litania: “Questo bailout distruggerà il Paese”, “non è giusto che i cittadini debbano pagare le perdite degli azionisti e degli speculatori finanziari”, “L’Europa ha forzato il bailout per salvare le banche francesi e tedesche etc.” Certamente anche vero, ma a novembre 2010 la realtà dei fatti parla da sola: la bolla è esplosa, il sistema bancario è al collasso, gli istituti di credito vengono nazionalizzati e lo Stato si trova ad allocare fino al 32% del Pil per evitarne il fallimento. I bond Irlandesi sono ufficialmente junk e l’Irlanda non riesce piu a finanziarsi sui mercati privati se non ad interessi insostenibili. In più, il crollo totale del comparto immobiliare e del suo indotto ha portato la disoccupazione su valori a doppie cifre e fatto diminuire in maniera massiccia le entrate statali. Giovani e meno giovani tornano ed emigrare verso Inghilterra, America ed Australia. C’è chi, per liberarsi almeno del mutuo, si lascia dietro una casa non pagata. Che se la riprendano pure le banche, tanto non varrà mai più ciò che e stata pagata solo pochi anni prima. Buona parte della nazione è in ginocchio.
L’Irlanda non è l’Inghilterra ma ciò nonostante risente del pragmatismo anglosassone. Forse per questo l’uscita del bailout diventa priorita politica e non caciara ideologica. A nessuno viene in mente di chiedere i danni di guerra all’Uk per l’invasione di Cromwell del 1649, e nemmeno cercare di cambiare il nome alla Troika sembra essere un opzione determinante. Nessuno propone di chiudere le frontiere, cacciare tutti gli stranieri e rimpiazzarli con dei colonnelli. Ancora meno si pensa di uscire dall’euro. Strana gente questi Irlandese, chissà chi si credono di essere! C’e un problema da risolvere di natura contabile – un prestito da ripagare ed il deficit statale da correggere – e come tale verrà affrontato.
Viene stilato un piano quadriennale di lacrime e sangue. E non è necessario essere ‘rocket scientist’ per capire quello che accadrà: riduzione drastica della spesa pubblica ed aumento delle tasse. Accompagnati da riforme strutturali per aumentare la competitività economica, liberalizzazioni dove possibile e riordino del sistema bancario. In pratica, le condizioni richieste da Eu, Bce e Fmi.
A seguire lo statement del Governo Irlandese successo all’accettazione del bailout con tutti le azioni programmate – ed in larga parte messe in pratica – dal governo per tornare alla crescita e sostenere il debito contratto [vedi].

Ora sono passati quasi 5 anni da quel fatico novembre 2010. Gli effetti della recessione e del bailout li abbiamo sentiti tutti, e per davvero. Qualcuno è anche riuscito ad approfittarne ed ha fatto i soldi, ma sono rari casi se paragonati agli insolventi, alle ditte chiuse, alle file di disoccupati e a chi ha letteralmente perso tutto. C’è di buono che almeno l’effetto è stato quello sperato: il governo ha annunciato a dicembre 2013 l’uscita dal programma di aiuti, il ministro delle Finanze Michael Noonan ha pubblicamente ringraziato i cittadini per avere tenuto duro questi lunghi anni. Anche gli indicatori economici sembrano premiare le politiche di recovery applicate in Irlanda: la disoccupazione è scesa dal 15% registrato a marzo 2012 al 10% di marzo 2015. Nel 2014 il Pil è cresciuto del 4.8% – un dato da miracolo economico – e l’export del 10.5% rispetto all’anno precedente. Anche la domanda interna ha registrato un aumento del 3.5%. L’outlook sembra essere positivo anche per il 2015, e l’Eu prevede per quest’anno un ulteriore crescita del Pil del 3.5% ed una riduzione della disoccupazione al 9.6%, prima di scendere ulteriormente al 8.8% nel 2016.
Anno nuovo vita nuova, e, timidamente, parte la prima programmazione economica senza essere sotto la lente di ingrandimento dei creditori. E già l’effetto si sente in busta paga. La ‘road to recovery’ rimane lontana dall’essere completa, ma il senso di independenza, assieme all’orgoglio di avercela fatta, quello è stato ritrovato ed è palpabile. Mr. Ajai Chopra è quasi un ricordo lontano. Nel dubbio, meglio toccare ferro, legno (come si dice da queste parti) o eventualmente gli attributi che è già un concetto piu universale. Sicuramente troppo presto per brindare, ma con tutte le precauzioni del caso, una Guiness in più ci può anche stare questo fine settimana.

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