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Come Milei in Argentina:
dal capitalismo neoliberista al tecnocapitalismo neofeudale

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Come Milei in Argentina:
dal capitalismo neoliberista al tecnocapitalismo neofeudale

di Corrado Oddi

C’è un luogo, ancora non troppo esplorato, in cui si sta sperimentando in modo spinto il nuovo corso del capitalismo predatorio, che in questi ultimi anni ha ormai soppiantato il capitalismo neoliberista.
Il capitalismo predatorio – che alcuni definiscono in modo appropriato tecnocapitalismo neofeudale – si fonda su un inedito intreccio tra innovazione tecnologica, orientata dal forte ricorso all’intelligenza artificiale e dal ruolo preminente delle grandi aziende hi-tech statunitensi, finanza e intervento statale, che si sorreggono l’uno con gli altri. A cui si aggiunge una stretta connessione con l’industria militare e con il controllo delle risorse energetiche e naturali, producendo inevitabilmente una spinta alla guerra e la devastazione ambientale. Militarismo, nazionalismo e neocolonialismo ne sono il collante ideologico.

Un panorama del tutto diverso da quello del capitalismo neoliberista, dal quale eredita certamente il primato del mercato, ma che segna una discontinuità rispetto all’idea illusoria che la globalizzazione avrebbe prodotto crescita diffusa e che anche le disuguaglianze potevano essere limitate, con la famosa e sbagliata teoria dello “sgocciolamento”, per cui l’incremento della ricchezza per le classi alte sarebbe poi arrivata anche ai ceti più deboli.

Il punto è che, fallita la presunta capacità egemonica del capitalismo della superpotenza statunitense, oggi attraversata da una profonda crisi economica e sociale, oggi ad essa si sostituisce il dominio, costruito semplicemente sui rapporti di forza, anche militari, sul massimo profitto sganciato da ogni minima regola, e anzi alimentato dalla finanza-casinò, e da un forte controllo (e repressione) sociale.

Il luogo di cui parlo è l’Argentina del presidente Javier Milei. Qui, appunto, si sta creando una sorta di laboratorio del capitalismo prossimo venturo, che assomiglia drammaticamente ad una vera e propria distopia. Il primo passo di questo processo è il progetto Super RIGI, con il quale il governo intende attrarre mega-investimenti in industrie considerate nuove o ancora poco sviluppate nel Paese, con particolare attenzione a tecnologia, energia e infrastrutture avanzate, in specifico grandi data center e infrastrutture di IA.

il progetto di Milei prevede che per investimenti che abbiano una soglia minima pari a un miliardo di dollari (circa 920 milioni di euro), si adotti un’ aliquota fiscale ridotta al 15%, una garanzia di trent’anni di stabilità normativa, nessun dazio alle esportazioni. 

Il secondo passaggio è un grandissimo impulso allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sancendo che essa sia completamente priva di regolamentazione. Soprattutto Milei intende introdurre nella legge societaria argentina una nuova categoria di società completamente digitale. Si tratta della non-human corporation, cioè di una società che può essere gestita autonomamente da agenti di intelligenza artificiale o robot.

Gli azionisti umani sono ammessi ma non obbligatori. Si fa riferimento a due modelli: la Sociedad Automatizada, un’azienda che persegue il proprio oggetto sociale tramite sistemi algoritmici autonomi, senza bisogno di dipendenti per l’operatività quotidiana. In altri termini, i soci restano gli umani ma a lavorare sono gli agenti IA, non più le persone.

L’altro è rappresentato dalle Organizzazioni autonome decentralizzate (Dao), che sono partecipazioni societarie governate da un algoritmo e da un programma informatico e che esegue automaticamente azioni o transazioni quando si verificano condizioni prestabilite. Il risultato è che a prendere le decisioni è il codice dell’organizzazione. In sostanza, il Cda è fatto dall’intelligenza artificiale.

Su questa strada, l’Argentina rischia di diventare non uno Stato-azienda ma uno «Stato di intelligenza artificiale», governato da corporazioni non umane, cedendo pezzi di sovranità economica e sociale a soggetti privi di responsabilità personale. Non è un caso che Milei, intervenendo nei giorni scorsi all’Assemblea generale dell’ONU, abbia sostenuto, in piena sintonia con Trump, a proposito del ruolo dell’intelligenza artificiale, che “dove gli altri vedono un pericolo, noi vediamo una nuova frontiera” e che l’IA è un acceleratore di produttività e che non va per nulla regolata, visto che ci penserà il mercato (sic!).

A queste intenzioni, non a caso, si accompagnano proclami di carattere nazionalistico: Milei ha avuto modo di parlare della riacquisizione delle isole Falklands, sotto amministrazione britannica, come della “causa più sacra degli argentini”, sostenuta anche dal fatto di potersi riprendere lo sfruttamento petrolifero lì esistente e che oggi vede la presenza di corposi interessi inglesi e israeliani.

Gli effetti delle scelte di politica economica e societaria dell’Argentina iniziano a concretizzarsi:
da alcuni mesi Peter Thiel, ceo di Palantir Technologies, ben noto per essere uno degli ideologi della nuova destra fascistoidi della Silicon Valley, teorizzando esplicitamente che il capitalismo è incompatibile con la democrazia, ha lasciato la California per trasferirsi un quartiere esclusivo di Buenos Aires, dopo che il suo fondo Thiel Macro ha investito per un valore di circa 76 milioni di dollari in Vista Energy. Vista opera soprattutto a Vaca Muerta, nel nord della Patagonia, dove si trova un gigantesco giacimento di shale oil e gas argentino.

La stessa OpenAI ultimamente ha firmato una lettera d’intenti con la società Sur Energy per costruire in Patagonia un data center ribattezzato Stargate Argentina. L’investimento previsto va dai 20 ai 25 miliardi di dollari (tra 18 e 23 miliardi di euro). Sullo sfondo, sembra profilarsi l’idea di trasformare la Patagonia in una grande piattaforma per l’intelligenza artificiale, alimentata da grandi data center con energia a basso costo e ottime condizioni climatiche per il loro raffreddamento. Ovviamente, il devastante impatto ambientale che ne consegue costituerebbe un semplice effetto collaterale di queste nuove “ magnifiche sorti e progressive” del capitalismo contemporaneo.

Sono le grandi prove di una nuova fase del capitalismo, che si presenta con tratti feroci ed aggressivi, che impone non solo la necessità dell’opposizione a tale scenario, come sta succedendo anche in Argentina, ma rimette all’ordine del giorno il tema della costruzione di un modello alternativo di società, di superamento del capitalismo. Sarebbe ora di tornare a dirlo con forza e nettezza, lasciando da parte le timidezze, anche terminologiche, che per troppi anni hanno caratterizzato la sinistra nel mondo, determinando anche una sua perdita forte di credibilità.

Del resto, Milei non ha avuto esitazioni a presentare la sua rivoluzione per favorire le nuove compagini societarie come una versione aggiornata dei grandi fasti della Compagnia olandese delle Indie Orientali fondata all’inizio del ‘600, forse il primo esempio di grande “multinazionale”, un grande impero commerciale, coloniale e finanziario e non propriamente esempio di capitalismo “temperato”, visto che possedeva forti armate, navi da guerra, fortificazioni e persino il diritto di stipulare trattati e dichiarare guerra.

Da parte nostra, con buona pace di Milei, che forse non ha presente l’epilogo di quella vicenda, non possiamo che augurarci che, magari in tempi brevi e in modo più semplice, quest’avventura faccia la stessa fine della Compagnia olandese delle Indie Orientali, che, volendo di fatto assolvere funzioni statuali e militari, finì per indebitarsi in modo insostenibile per poi essere nazionalizzata.

Cover: Javier Milei imbraccia la famosa motosega durante un comizio (2025) – foto wikimedia commons

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Corrado Oddi

Attivista sociale. Si occupa in particolare di beni comuni, vocazione maturata anche in una lunga esperienza sindacale a tempo pieno, dal 1982 al 2014, ricoprendo diversi incarichi a Bologna e a livello nazionale nella CGIL. E’ stato tra i fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel 2006 e tra i promotori dei referendum sull’acqua pubblica nel 2011, tema cui rimane particolarmente legato. Che, peraltro, non gli impedisce di interessarsi e scrivere sugli altri beni comuni, dall’ambiente all’energia, dal ciclo dei rifiuti alla conoscenza. E anche di economia politica, suo primo amore e oggetto di studio.

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