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Armi e Scuola: la modernità tecnologica accelera il tramonto dell’Occidente?

Armi e Scuola: la modernità tecnologica accelera il tramonto dell’Occidente?

Massimo Gaggi in un articolo su Il Corriere della Sera dell’8 marzo 2026 analizza le nuove modalità assunte dalla guerra. A farla da padrone sono i droni guidati dall’Intelligenza Artificiale. Un cambiamento radicale rispetto a solo 5 anni fa. La guerra in Ucraina è stata la base dell’”innovazione” e il 70% dei morti sono stati uccisi da droni, sia russi che ucraini. Ciò ha reso obsolete buona parte delle armi pesanti del passato (navi, aerei, carri armati,…) che hanno un costo astronomico e che possono essere distrutte da droni che costano cento o mille volte di meno.

Un ruolo enorme è stato assunto da Starlink (la rete spaziale privata di Elon Musk) e dai software che individuano gli obiettivi e profilano le persone di cui Palantir di Peter Thiel è, in questo momento, leader mondiale. Palantir raccoglie i dati personali non solo dagli smartphone ma da innumerevoli banche dati (redditi, sanità, multe, passaporti,…) e profila le singole persone con livelli di criminalità crescenti. Per ora viene usato per il terrorismo, per scoprire immigrati illegali e, domani, per “sorvegliare e punire”. Si è criticata a lungo la Cina, che usa questo sistema per i suoi cittadini con un sistema a “punti”, come quello della patente per dividerli in buoni e cattivi (sperimentato in alcune città), mentre poco si dice dei sistemi made in Usa che profilano da tempo tutta la popolazione.

Palantir è stato acquistato da 40 paesi (Italia inclusa) e Israele se ne è avvalso per individuare 33mila militanti di Hamas, quasi tutti uccisi, anche se con effetti “collaterali” che hanno raggiunto altri (almeno) 40mila civili palestinesi. Come spiega Dario Amodei di Anthropic (che ha il software più avanzato nella guida dei droni, ma che non vuole recedere da alcune norme morali col Pentagono, che invece le vuole violare) la responsabilità morale di chi uccidere è così decisa dalle macchine.

Ma cosa c’entra con la scuola? C’entra eccome, perché, riprendendo l’articolo di Gaggi, egli spiega che nel “nostro uso quotidiano, sociale, della tecnologia, siamo stati a lungo inebriati dai servizi gratuiti che ci venivano offerti, dalla promessa di una vita più libera e consapevole, grazie alla democrazia di internet. Non è andata così: più disuguaglianze, il prevalere delle voci più estreme, brutali, il caos dell’informazione infestata da notizie false, cambiamenti profondi del modo di apprendere, di dialogare. Una rivoluzione nei rapporti sociali, nel modo di vedere la politica, addirittura nella sfera sentimentale. Abbiamo reagito con rabbia, ma ormai impotenti: ce ne siamo accorti troppo tardi. Rabbia acuita dalla scoperta che, a differenza di noi, i produttori di quella tecnologia ne conoscevano i rischi e lati negativi: Facebook aveva tenuto segreti gli studi sulle dipendenze, i fenomeni compulsivi legati a un uso intenso delle reti social mentre tanti “cervelli” della Silicon Valley hanno negato l’accesso a cellulari e computer ai figli fino agli anni del liceo e li hanno mandati in scuole nella quali la tecnologia non entra o è ammessa a piccole dosi”.

E quali sono queste scuole? Le scuole Waldorf e Montessori, che basano l’educazione su una concezione antropologica del bambino profonda, in cui le potenzialità e i talenti vanno preservati da un uso troppo anticipato della tecnologia al fine di sviluppare creatività, capacità pensanti con un uso maggiore di laboratori manuali e artistici e una formazione basata maggiormente su lentezza, cooperazione, amore e dimensione spirituale.

Dobbiamo ammettere la scuola pubblica ha largamente abdicato a questo e si è allineata troppo festosamente a chi promuoveva le innovazioni tecnologiche (la lavagna slim, il registro elettronico,…) ; una modernità allineata alle mode sociali imposte dalle imprese tech innovative, che fanno tanto “vip”.

L’introduzione delle innovazioni e tutta la storia della civilizzazione europea è stata ben descritta da Norbert Elias in un famoso libro pubblicato in Italia nel 1982 (La civiltà delle buone maniere, Il Mulino, Uber den Prozess Der Zivilisation, 1936).
Elias sostiene che è legata al desiderio dei più ricchi di “differenziarsi socialmente” dal resto del volgo. Il sociologo descrive le innovazioni e l’evoluzione del galateo in Europa, mostrando che la “civilizzazione” (non sputare nel piatto, usare le posate, la privacy nei bisogni corporali,…) non è avvenuta per una maggior igiene o comfort della popolazione, ma per volersi distinguere dagli altri e dimostrare che si è più ricchi e potenti e, come tali, “moderni” (su un piedistallo più alto). “Così nell’XI secolo la moglie del doge di Venezia, una principessa bizantina (di Istanbul), introdusse una forchetta d’oro a due rebbi, per prendere la carne dal piatto comune, suscitando un tremendo scandalo (senza usare le mani come si era soliti fare). La raffinatezza apparve talmente eccessiva che fu severamente disapprovata dai preti e fu invocata la collera divina. Poiché poco tempo dopo morì per malattia, San Bonaventura non esitò a dichiarare che era stato un castigo di Dio” (pag. 168).

La forchetta, inizialmente un oggetto di lusso, si diffuse per gli strati superiori e nel tempo popolari e così avviene anche oggi per ogni innovazione. Del resto il telecomando tv non determina chi ha in casa il potere? Molte innovazioni non avvengono per soddisfare i bisogni dei cittadini, ma per poter vendere. In società intelligenti ed evolute, dovrebbero essere introdotte solo dopo un periodo in cui si è certi della loro sicurezza, affidabilità e bontà, anche perché all’inizio sono sempre grossolane. Rammento che la pillola anticoncezionale aveva, appena introdotta, un dosaggio 300 volte superiore all’attuale e ha prodotto per decenni gravissimi danni e tumori.

Una logica a cui la scuola pubblica si è spesso inchinata, sprovvista di una conoscenza dell’antropologia del bambino e dell’adolescente e per il timore di non essere abbastanza “moderna”. Una scuola trovatasi disarmata di fronte alle innovazioni tecnologiche e che ha subito un declino (pauroso) dei livelli di apprendimento dei suoi studenti, le cui conseguenze saranno disastrose sulla nostra stessa economia e società.

Se consideriamo i test Invalsi all’ultimo anno delle superiori di italiano e matematica siamo passati dal 2019 al 2025 da livello 76/75 a 61 in Italia, ma al Sud siamo passati da 50 a 40: una scuola che cammina indietro come i gamberi.

Un calo costante e impressionante (-20% in soli 6 anni). Ma questa è una media. Da altre fonti sappiamo che ha colpito di più le fasce più deboli e gli Istituti Professionali, frequentati dagli studenti più deboli e dagli immigrati. Anche perché le famiglie più abbienti (che conoscono bene la scuola pubblica) si dotano di strategie compensative come lezioni di ripetizione, viaggi all’estero e usano in modo potente il loro forte sistema di relazioni per trovare lavoro al proprio/a figlio/a. Sono così proprio gli studenti delle famiglie più povere ad essere penalizzati da una scuola pubblica inadeguata.

Siamo così surclassati per livello di apprendimento da asiatici, cinesi, coreani, giapponesi, canadesi, finlandesi, svizzeri, olandesi, irlandesi…società che per antica cultura del merito e dell’impegno o per moderne conoscenze (Finlandia, Canada,…), tengono alla larga gli smartphone fino a 14 anni e fanno uso di laboratori sia manuali che artistici (Finlandia ha introdotto la falegnameria al liceo). Tra i 31 paesi OCSE l’Itala è al 26° posto per conoscenza della lingua tra gli adulti (24-64 anni), idem per matematica. Livelli disastrosi se si pensa che abbiamo una scuola pubblica di massa da 50 anni. Siamo molto al di sotto degli stessi Stati Uniti (19° posto) e in Europa solo Polonia e Portogallo stanno peggio di noi.

I modelli asiatici puntano su competizione, disciplina e molte ore di studio com’è nella tradizione confuciana e del merito giapponese, ma paesi come Germania e Finlandia (che hanno buoni rendimenti come gli asiatici) hanno seguito la via opposta. Si va a scuola tardi (in Finlandia a 7 anni), ci sono pochi compiti, gli studenti si fanno il loro libro, gli insegnanti sono preparati (e ben pagati), si dà autonomia e benessere agli studenti con molti laboratori artistici e manuali in alternanza al lavoro concettuale in classe e si è applicato molto alla scuola pubblica il metodo steineriano: esso prevede di studiare solo tre materie ogni 6 settimane, che ogni lezione si svolga in due giorni per poter meglio “digerirla” e un modesto uso della lezione frontale.

Sarebbe un’ indicazione anche per l’Italia, se solo si superasse l’idea che solo la metodologia delle scuole pubbliche è buona e non anche altri tipi di approccio educativo che hanno avuto enorme successo e si sono per questo diffusi nel mondo, come quello della Montessori e di Steiner. Ma si sa: “nemo propheta in patria”. Poi certo c’è il problema del finanziamento alle scuole, oggi inadeguato, ma l’attuale disastro non dipende solo dai pochi soldi.

Photo cover Armi a scuola – foto Virgilio Sapere

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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