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America e nuvole

America e nuvole

Un piccolo gruppo (tra cui il sottoscritto) sostiene che Donald Trump sia il frutto dell’indebolimento sociale ed economico degli ultimi 30 anni di globalizzazione voluta, paradossalmente, proprio dagli Stati Uniti e stia cercando, disperatamente, di raddrizzare la barca del suo paese. Del resto lo slogan Make America Great Again non avrebbe avuto quella presa se davvero l’America fosse first. Chi ci abita (in basso o in mezzo) conosce bene le condizioni disastrose in cui si trova il paese e il conflitto sociale interno è sull’orlo di una guerra civile, come mostrano le grandi manifestazioni di protesta per gli interventi brutali dell’ICE sugli immigrati.

Poiché si mette in luce la crescente brutalità e forza con cui Trump agisce (dazi, immigrati, tagli alla spesa pubblica, alle tasse a favore dei ricchi, interventi grossolani su imprese, agenzie, istituti di garanzia, media, università e all’estero: Gaza, Groenlandia, Venezuela, Iran), apparentemente indisturbato e nel silenzio di Cina e Russia (e UE), si potrebbe pensare che mai come oggi gli Stati Uniti siano forti.

Il breve consuntivo economico del primo anno di Trump mostra che tutti i problemi sono irrisolti: ma prima vorrei sottolineare come incombe sugli Stati Uniti (e sul resto dell’Occidente) un gigantesco pericolo di crash dovuto alla bolla finanziaria di debiti (che cresce anno dopo anno) sia dei fondi finanziari che degli Stati che ha raggiunto 5-6 volte il PIL mondiale, ma, secondo altre stime, è molto maggiore.

Poiché dietro il dollaro non c’è più l’oro ormai dal 1971, la domanda è: quali sono i contro valori – o sottostanti – oggi del dollaro e delle varie criptovalute in forte ascesa, visto che tutti i fondamentali Usa sono in caduta libera? La fiducia di chi le compra. Ma poichè si tratta di monete a debito, basta che venga meno la fiducia che uno tsunami finanziario si abbatterà sull’economia reale, facendo restare senza fiato tutto l’Occidente e anche quei paesi (arabi per primi) che hanno investito sul dollaro (uomo avvisato, mezzo salvato).

In genere alla crescita stratosferica di questi debiti, dell’oro e ora del petrolio segue una recessione. Quando arriverà nessuno lo sa, ma Trump ha certo più informazioni del sottoscritto: questo spiegherebbe i comportamenti  di un grande paese che improvvisamente si converte in un gruppo di corsari alla ricerca disperata di risorse (entrate doganali, petrolio, terre rare) da predare e da mettere come sottostante a buchi di bilancio senza precedenti nella storia americana.

L’Europa abituata a seguire l’antico alleato comandante in capo, appare come inebetita, incapace di vedere il mondo nuovo che avanza, senza rendersi conto che si sta legando mani e piedi a un’aquila che sta “perdendo le ali”. Il silenzio dell’orso russo e del drago cinese è visto come un segno di debolezza, mentre, a mio avviso, è un segno di forza.

E veniamo al bilancio del primo anno di Trump. Chi introduce dazi, come gli Stati Uniti, vuole rafforzare alcuni settori della propria economia. Dal punto di vista “teorico” non è affatto un errore: lo dovrà fare anche la UE se vuole costruirsi una sua Intelligenza Artificiale e non dipendere né dagli Usa nè dalla Cina. Vale anche per gli armamenti e settori strategici come l’agricoltura. Ciò non significa essere mercantilisti, la prima teoria economica (rivelatasi errata) del 1700, né essere contrari ad un libero scambio che, se equo, porta vantaggi a tutti. Trump cerca di rimediare all’indebolimento dei fondamentali degli Stati Uniti di 30 anni di globalizzazione che ha portato: 1. enorme deficit commerciale, 2. gigantesco debito pubblico, 3. desertificazione della manifattura.

I dazi servono per ridurre il deficit commerciale e proteggere i posti di lavoro americani soprattutto nella manifattura, dove il deficit commerciale è esploso. Nel 2000 era infatti zero, nel 2024 è a -1215 miliardi e nel 2025 a -1241 miliardi. Per ora i dazi non l’hanno ridotto e anche i posti di lavoro nella manifattura sono calati in un anno di 70mila unità, ma è anche vero che la produzione industriale (come si vede nella figura) è salita molto e le entrate doganali hanno fatto “boom” (da 334 a 1.285 miliardi). Nel settore dei servizi (digitale) gli Stati Uniti hanno invece un export positivo (salito da 312 miliardi a 340) e lì i dazi non servono, anzi si chiede che la UE non metta delle imposte sui profitti delle big tech Usa.

Coi dazi nel commercio di beni manifatturieri gli Stati Uniti sperano di far riprendere la propria manifattura, che è calata da 19 milioni di occupati a 12. L’indebolimento della manifattura non è solo un fondamentale dell’economia, ma ha un impatto sulla supremazia militare. Gli Usa hanno infatti scoperto con la guerra in Ucraina che un paese come un piccolo PIL come la Russia, può vincere se ha una buona manifattura e soldati da mandare al fronte (che ha anche la Cina). Ecco perché in Iran cercano di convincere i curdi a mettere gli “stivali sul terreno”. Soldati americani disposti ad andare al fronte ce ne sono pochi (così come nella UE).

Dietro i dazi ci sta, pertanto, l’intento di rafforzare la manifattura americana scesa ai minimi termini a causa della globalizzazione, che l’ha spostata prima in Cina e ora in Vietnam e altri paesi asiatici: una sorta di suicidio, spinto dall’avidità di fare più profitti delocalizzando. Un processo portato avanti soprattutto dai Democratici pro-business, che hanno perso il rapporto coi ceti popolari ed operai e ha prodotto il fenomeno Trump, oltre a mettere in crisi partiti storici di sinistra in Europa come SPD in Germania e Labour in Inghilterra (e PD in Italia). Per capire quanto sia radicata questa posizione pro-business, pro-globalizzazione e pro-libero scambio, appena Trump ha annunciato i suoi dazi, si è scatenata una ridda di economisti mainstream (seguita da politici, spesso pro-labour) che ha predetto che i dazi avrebbero prodotto un’inflazione enorme negli Stati Uniti, fatto crollare il commercio mondiale, danneggiato tutti e soprattutto gli USA.

Dopo un anno possiamo dire che tutte queste previsioni erano sballate. Le entrate doganali americane sono passate da 334 miliardi del 2024 a 1.285 miliardi negli ultimi 12 mesi: un aumento stratosferico, con cui Trump finanzia la riduzione delle tasse ai ricchi americani, mentre l’inflazione non solo non è cresciuta ma si è ridotta dal 3% del 2024 al 2,7% del 2025. L’esatto contrario di quanto dicevano gli “esperti” economisti mainstream. E’ presto per dare una valutazione definitiva, ma i dati sembrano dare ragione al nuovo “economista” Trump, anche se i posti di lavoro nella manifattura, per ora, sono scesi, ma la produzione ha ripreso a salire e un sacco di imprese (tra cui Volkswagen e Stellantis) hanno dichiarato che sposteranno parte della produzione europea in USA (Volkswagen taglia 50mila lavoratori in Germania entro il 2030, senza licenziare).

Protezionismo e liberismo, una falsa alternativa

La Corte suprema USA ha considerato i dazi illegali, ma il Governo ha impugnato un’altra legge del 1974 e metterà nuovi dazi se questi vengono aboliti. Infine, difficilmente saranno rimborsati quegli importatori americani che hanno assorbito in gran parte i dazi per evitare che tutto l’aumento finisse sui consumatori. La Banca d’Italia dice che solo il 20% dei dazi si è scaricato sui consumatori americani e che il resto è stato assorbito dalle imprese esportatrici (facendo meno profitti) o dagli importatori Usa.

E’ evidente che Trump non ne capisce molto di economia, ma usa i dazi per ottenere (politicamente) quello che vuole da un paese. Più che la teoria a Trump interessa usare un “bastone nodoso” da dare in testa al malcapitato paese di turno, come in Iran e Venezuela. La questione teorica interessa agli economisti, che vorrebbero definirsi “scienziati”, anche se toppano spesso nelle previsioni. Come mai? Da un lato si doveva dare addosso politicamente al destrorso Trump, dall’altro difendere il libero scambio, il liberismo, che più che una scienza è una ideologia, come il mercantilismo, il sovranismo, il comunismo e il nazismo.

Il libero scambio e l’ideologia liberista, senza filtri economici e sociali, hanno il piccolo svantaggio non solo di distruggere le comunità e i legami (su cui lucra la destra), ma di svalutare il lavoro, di avviare una corsa verso il più basso costo del lavoro per alzare il profitto. E’ successo anche dentro la UE senza dazi. Se in Bulgaria il salario medio è 350 euro al mese, se i welfare sono diversi, se ci sono paradisi fiscali intra UE, se la liberalizzazione dei capitali è decisa a maggioranza, non ci si può stupire del declino del nostro Mezzogiorno, dei salari, della desertificazione delle comunità e della crescita dell’individualismo consumista.

Il mio intento non è difendere Trump, ma capire dove sta la verità, che va sempre detta, anche se non va nella direzione da noi sperata.

La UE ha fatto un accordo coi 4 paesi latino-americani (Mercosur) dove verranno tagliati i dazi gradualmente del 90%, che ha trovato molti oppositori in Europa (agricoltori e Francia, Austria, Irlanda, Polonia, Ungheria; astenuto il Belgio). Se tagli i dazi favorisci chi esporta e danneggi le tue piccole e medie imprese. Così gli agricoltori nazionali dovranno concorrere con merci e servizi a minor prezzo così come con alimenti coltivati con pesticidi non ammessi nella UE. La conferma viene dalla stessa UE che, da un lato per ragioni geopolitiche ha fatto un accordo con l’America Latina e India (ma escludendo con India l’agricoltura) e però ha deciso che l’olio della Tunisia (3,5 euro al litro) non può più essere importato nella UE perché non ha gli stessi standard di qualità dell’olio italiano o spagnolo e distrugge le coltivazioni dei nostri agricoltori. L’olio della Tunisia non va bene ma la carne brasiliana sì? Capite che la “teoria economica” è in affanno e che “più che l’economia poté la politica”.

I dazi esistono da sempre e non è vero che li ha imposti Trump per la prima volta. Un mondo ideale non dovrebbe avere dazi, ma un mondo ideale dovrebbe avere anche agricoltori che coltivano tutti con metodi sani e produttori di auto e altri beni che pagano i lavoratori con gli stessi salari e con Stati che non aiutano le proprie imprese. Poiché non è così, bisogna discernere.

Gli Stati Uniti che vogliono mantenere un’aura di democrazia e far passare Trump come uno statista non possono dire che mettono i dazi per “bastonare” un altro paese. Vediamo allora cosa dice Alexander Gray, Ceo di American Global Strategies, società di consulenza geostrategica: “Alcune economie vanno penalizzate perché hanno un eccesso di capacità produttiva, sussidiano con aiuti statali le proprie imprese, svalutano la propria moneta, anziché favorire la domanda interna puntano sull’export a costo di pagare poco i propri salariati ed avere protezioni inadeguate dell’ambiente (Trade Act del 1974)”.

Si tratta di una impostazione giusta, ma che viene usata con “due pesi e due misure”, come fa la teoria liberale e liberista da secoli: quello che vale per me, non vale per te. Facciamo qualche esempio. Smartphone, 5G, servizi digitali poiché sono americani possono essere esportati in tutto il mondo anche se largamente sussidiati dallo Stato Usa (che, peraltro, ha svalutato il dollaro), né devono essere tassati dalla UE. Idem per i prodotti agricoli americani anche se coltivati col glifosato che è cancerogeno.

Ma su un punto Trump ha ragione: i dazi, in alcuni casi, servono per proteggere produzioni nazionali strategiche come per esempio l’agricoltura, che è non solo la base alimentare dei propri cittadini, ma anche un modo per manutenere il territorio (e per l’Italia la sua bellezza, che ha un valore sia per cittadini che turisti). Un eccesso di export dimostra da un lato la capacità di alcune tue imprese di essere leader mondiale, ma dall’altro significa che il tuo paese si è preoccupato poco di far crescere la domanda interna (fatta di buoni salari per i tuoi cittadini e investimenti sul tuo territorio, che va in malora), che è esattamente la politica fatta dagli Stati Uniti, dalla Cina ma anche dalla Germania e dall’Italia negli ultimi 30 anni.

La Germania spera col riarmo di conservare il suo sistema export-led passando dall’automotive (scesa a 4,1 milioni di auto dai 5,7 del 2017) alle armi, accettando più disoccupati e salari più bassi, in cui si dà per scontata (e lo si dice) una guerra con la Russia nel 2029. Cosa potrà mai andare storto? Ad esempio, trovarsi con un super esercito nel 2029 e AFD al Governo per via di cittadini imbufaliti causa recessione.

Vorrei infine rammentare il caso significativo di Olivetti, una delle due industrie (l’altra è la Montedison nella plastica) dove l’Italia ha avuto una leadership tecnologica mondiale. Nel 1933 Olivetti (produceva macchine per scrivere) conquistò il 51% del mercato italiano e si trovò a fare i conti con l’autarchia fascista, che imponeva dazi all’import (come fa oggi Trump) ed aveva sanzioni dagli altri Stati per via dell’avventura imperiale in Etiopia di Mussolini. I dazi non solo non misero in crisi Olivetti ma diventò monopolista sul mercato italiano, venendo meno la concorrenza americana e tedesca, con cui compensò le difficoltà all’export, rivolgendosi verso Africa, Europa centrale e Balcani che non sanzionarono l’Italia. Le sanzioni terminano nel 1936 e ciò darà la possibilità a Olivetti di rilanciarsi di nuovo all’estero, dopo essersi consolidata all’interno.

E’ dunque possibile che la strategia mercantilista di Trump, da tutti gli economisti considerata perdente, possa avere un qualche successo, soprattutto se riuscirà a far spostare molte fabbriche negli Stati Uniti (come sta avvenendo) e per maggiori entrate doganali da dazi (ora siamo a 950 miliardi di dollari all’anno in più). Non è vero che c’è solo la polarità libero scambio vs. dazi/protezionismo, ma possono esserci molte sfumature: in cui stabilire regole più eque a favore di produzioni nascenti o dell’agricoltura le quali vengono protette perché sono appena nate, coltivazioni più sane, o regole che sanzionano chi sfrutta i lavoratori o inquina, o fa dumping. Su questo il dibattito è assente.

Quali sono i rischi dei dazi? Che aumenti l’inflazione, siano troppo protette le imprese nazionali, che rimangano alti i tassi di interesse che gravano sui mutui e debiti delle famiglie operaie e sugli investimenti delle imprese, deprimendo salari e consumi. I dazi spingono anche a esportare altrove e diventare meno dipendenti. Di certo inneggiare al liberismo, al libero scambio, “a prescindere”, è una castroneria economica e ciò spiega il cambio enorme di posizione degli Stati Uniti oggi.

Propaganda e ideologia vorrebbero renderci ubbidienti e non farci pensare con la nostra testa (e cuore). La narrazione dominante vorrebbe che nel futuro ci fossero solo democrazie liberali, libero scambio, mentre probabilmente la talpa scava. Potremmo scoprire che dopo comunismo, nazismo e liberalismo, c’è qualcosa di meglio per tutti, specie se saremo travolti da un gigantesco tsunami che sta ingrossandosi. Dove? In America.

Cover photo wikimedia commons

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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