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L’unione (europea) non fa la forza

Un popolo unito può sconfiggere il mondo intero. È successo in passato più e più volte, la storia è piena di esempi. E non esistono popoli eletti, quello che conta è l’unità d’intenti, un ideale in comune, un senso d’appartenenza forte, coraggio e spirito di sacrificio.
Ebbene, tutto ciò è proprio quello che manca all’Italia. Quello che è sempre mancato del resto, anche nei momenti più bui della nostra storia. Persino quando siamo stati invasi dal nemico c’erano tra noi quelli che erano dalla parte dell’invasore.

L’Italia è un paese di fazioni, di rivendicazioni di parte, di piccoli egoismi, di invidie e di faide.
Un paese unito è un paese forte, un paese da temere e da rispettare.
L’Italia non lo è, e non può pretendere d’esser trattata come tale. Le colpe sono tante, così come i colpevoli. Correre ai ripari adesso è quasi impossibile, non senza lacrime e sangue almeno. Non senza pesanti sacrifici che nessuno, tra l’altro, pare voglia sobbarcarsi.
In una situazione ingarbugliata come quella italiana, alla fine, a farne le spese sono sempre i soliti: i più deboli. Quelli che subiscono le altrui decisioni, quelli che non hanno alcun potere contrattuale, che hanno meno degli altri o che quel poco che hanno rischiano di perderlo del tutto. Oggi queste persone non sono più gli emarginati di sempre, i reietti, gli esclusi dalla società. Gente che in ogni epoca ha rappresentato quella esigua parte di popolazione che non ce la fa, che per varie ragioni, sociali o esistenziali che siano, non riesce a inserirsi negli ingranaggi giusti della convivenza.
Questa volta non è più così. Questa volta a rischiare grosso è una gran parte della popolazione che nella società è inserita a pieno titolo. La maggioranza di tutti noi… decisamente!
Gente che è uscita suo malgrado dal mercato del lavoro e che non riesce più a entrarvi, gente che non ne è mai entrata, e qui fare distinzione tra vecchi e giovani diventa francamente irrilevante. Gente che un lavoro ce l’ha ma che teme di perderlo: lavoratori dipendenti indeboliti da questa nuova assenza di tutele e quotidianamente ricattati dai datori di lavoro. Poi piccoli imprenditori sempre più a rischio, vessati da tassazioni insostenibili, paralizzati da mille obblighi amministrativi, spesso costretti a competere con colossi industriali e multinazionali impossibili da contrastare, ostaggi di banche perché indebitati oppure scoraggiati a investire per questa rinnovata difficoltà d’accesso al credito. Ma anche giovani pieni di idee che non riescono a dar seguito a iniziative imprenditoriali perché privi di coperture e garanzie.
Gente che si sta impoverendo sempre di più nelle tasche e nello spirito. Con un futuro dove l’incertezza paralizza ogni progetto, dove entusiasmo, desideri e sogni hanno lasciato il posto a pessimismo, paure e rancori.
Il malcontento della gente è più che giustificato. Ma il malcontento da solo non basta a risolvere questi problemi, a superare questi nuovi ostacoli. Specialmente in un contesto dove il nemico da contrastare è nascosto, indefinito, sparpagliato. Dove a volte i nemici siamo noi stessi.
Chiediamoci allora come mai abbiamo questa classe politica, questi amministratori. Come mai non riusciamo a emanciparci da una classe dirigente che ci risulta tanto indigesta e oppressiva quanto incapace e ingorda. Ogni popolo ha i governi che si merita, soprattutto perché in democrazia chi fa politica è stato nominato dal popolo.
Eppure sembra sempre più evidente la distanza tra chi ha il potere e chi lo subisce, tra coloro che decidono nelle stanze dei bottoni e tutti gli altri che stanno fuori.
Negli ultimi trent’anni, in un costante crescendo, sono tante le cose successe sotto i nostri nasi che hanno modificato radicalmente la nostra società e la nostra economia in peggio. Spesso cose decise ed eseguite senza che nessuno contestasse nulla, o meglio senza che nessuno sospettasse di nulla. Sì perché si è trattato di cambiamenti epocali che i loro artefici hanno spacciato per progresso, facendoci credere che fosse l’unica strada possibile per il futuro. Del resto stampa e fior d’intellettuali si sono accodati alla politica, plaudendo ai cambiamenti e condizionando l’opinione pubblica.

Ma restiamo a casa nostra. Qualcuno di voi si ricorda di un governo, passato o recente, che abbia mai fatto nulla per contrastare, o per lo meno criticato, questo fenomeno drammatico (certamente il più drammatico nella storia della nostra economia) chiamato globalizzazione?
Qualcuno certamente dirà che si è trattato di un processo su scala mondiale, inevitabile e irreversibile, quindi impossibile da fermare. Sono d’accordo. Ma allora perché non correre ai ripari attuando politiche mirate a salvaguardare la nostra identità economica? Perché rinunciare al nostro potere decisionale consegnandolo a un ente estraneo come quello europeo? Perché illudersi che un’unione economica e finanziaria europea potesse proteggere la nostra economia dagli attacchi di competitors potenti come quelli provenienti dall’Estremo Oriente o da oltre oceano? Perché farlo quando i più grossi concorrenti ce li abbiamo proprio in Europa? Qualcuno crede veramente che Germania o Francia ci avrebbero dato la precedenza, che avrebbero protetto la nostra economia facendola progredire a discapito della loro? Qualcuno crede sul serio che un’Europa così frammentata politicamente potesse mai trovare una coesione economica stabile?
La verità è che si litiga su tutto. Sulle quote latte, sulle arance, sui pomodori, sul grano, sulle percentuali da assegnare, sui contributi da dare, sui regolamenti da rispettare, spesso vincoli assurdi che dimostrano quanto siano inique e di parte certe decisioni prese a Bruxelles. La verità è che l’Europa del nord non è quella mediterranea e i rispettivi interessi sono quasi sempre contrastanti. La verità è che a Bruxelles l’Europa del nord vince quasi sempre!

Ma se in Europa si litiga, in Italia ci si prende a pugni. Tutti contro tutti, come nella tradizione del nostro “Belpaese”.
Come potevamo pensare di vincere la “guerra” commerciale con la Cina, per esempio, quando dovevamo difenderci dai nostri stessi alleati europei? Quando in casa nostra non c’è stato un governo in grado di mettere tutti d’accordo per contrastare simili attacchi commerciali?
Il “made in China” è ormai la normalità. Dai giocattoli ai casalinghi, dagli oggetti d’uso comune agli attrezzi da lavoro, dall’abbigliamento alle apparecchiature elettroniche fino ai computer…
Tutti quanti i negozi sono pieni di prodotti cinesi, e non è più vero che si tratti soltanto di prodotti di scarsa qualità. Nel frattempo, migliaia di piccole aziende nostrane hanno dovuto chiudere, aziende che campavano producendo questi stessi prodotti. Stare in Europa a cosa è servito allora?

Adesso si ripropone lo stesso problema, anzi peggio. La minaccia è, se possibile, ancor più grande. Riguarda i prodotti d’eccellenza, l’ultimo vero baluardo della nostra economia. Se perderemo anche questa ennesima battaglia, saremo definitivamente sconfitti e dovremo accodarci alle economie povere di questo nuovo mondo globalizzato prossimo venturo.

La fine della storia non è la democrazia liberale

A chi spettano le decisioni in una comunità di persone organizzate in Stato? Sono le considerazioni economiche o quelle di carattere politico a determinare la necessità umana? La decisione sovrana deve rispettare l’esigenza dei popoli o l’urgenza e i tempi del ricavo finanziario?
L’economia è solo una conseguenza delle azioni umane e lo è esattamente come il progresso scientifico che il politologo Francis Fukuyama vede come traino per il raggiungimento della democrazia liberale, il massimo a cui l’essere umano può aspirare come ha scritto nel suo saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.
Io parto dall’idea che le aspirazioni di base e di necessità primarie degli uomini sono uguali ma poi, a differenza di tutte le altre specie viventi che a quel punto si fermano, divergono quasi su tutto e per questo abbiamo bisogno di un arbitro. Ne abbiamo bisogno per contemperare le pulsioni e per far sì che queste non diventino troppo distruttive.
Tutti abbiamo bisogno di mangiare, avere un riparo e allevare dei figli ma poi ci sono la poesia, l’ingegneria, la tecnologia, i viaggi, il vino del nonno e lo spumante di classe. Quindi c’è la legittima pretesa della distanza, dello spazio vitale e di crescita individuale, del rispetto. Ma c’è anche l’ingordigia e il desiderio della sopraffazione, dell’approfittare dello spazio e delle libertà altrui.
La democrazia liberale rappresenta il governo di coloro che riescono a far prevalere le proprie esigenze su quelle di tutti gli altri e plasmano l’economia in maniera tale che questa conduca e non segua le vicende politiche, perché l’economia è il mezzo attraverso il quale essi riescono a porsi in posizione di vantaggio e lo fanno anche con il continuo tentativo di superare le Costituzioni. Troppo impregnate, queste sconosciute, di giustizia sociale e di quella forma di organizzazione umana che potremmo chiamare socialismo illuminato, che nulla ha a che fare con il totalitarismo o la dittatura di qualcuno (popolo o élite) ma vuol dire semplicemente poter immaginare un mondo realmente democratico e governato dalla politica.
I periodi storici in cui è stata usata la politica economica Keynesiana potrebbe essere chiamata indistintamente capitalismo o socialismo di Stato. I vantaggi furono equamente e naturalmente distribuiti tra chi deteneva i mezzi di produzione e chi offriva forza lavoro, cosa pretendere di più?
Erano momenti in cui l’economia era appunto politica economica e funzionava. Fino a quando i pochi sono riusciti a togliere l’aggettivo e trasformare l’economia in un treno senza conducente e senza freni ma che, secondo la dottrina liberale e liberista, è guidato dalla logica della “mano invisibile” che persino il suo creatore, Adam Smith, riteneva imperfetta e bisognosa di controllo pubblico.
Nelle vicende di questi giorni il Ministro Di Maio sta facendo la Politica, cioè sta interpretando il bisogno di giustizia sociale che si leva dal popolo e il Ministro Salvini sta parlando alla pancia del Paese, cioè a coloro che hanno bisogno di pane e di soddisfare i loro bisogni primari tra i quali c’è quello di sentirsi tutti considerati allo stesso modo, di essere uguali nel loro diritto alla sicurezza e alla vita.
Il mercato e la borsa in questi giorni stanno riprendendo il posto che gli spetta nella storia, quello di venire dopo la “decisione sovrana” che spetta allo Stato rappresentato dai suoi ministri che, a loro volta, devono rappresentare i cittadini.
Ed è questo che mi è sembrato di vedere nell’ovazione ai rappresentanti di questo governo ai funerali di Genova, un’ovazione alla politica che per una volta e dopo tanti anni, sta mettendo loro, le persone, davanti agli interessi del denaro.
E finalmente sui giornali, dal fatto quotidiano al sole24ore, vengono riportate le vicende relative all’assegnazione delle concessioni delle autostrade che dovrebbero cominciare ad aprire uno squarcio di luce su tutta l’opera di privatizzazione e di (s)vendita di beni pubblici (cioè di beni di proprietà dei cittadini, dato che non siamo in una dittatura medievale).
Operazione che forse potrebbe aiutare a capire che la situazione di debolezza attuale dello Stato italiano è una diretta conseguenza di tutte le scelte scellerate che sono state fatte a partire dagli anni ’80 e ’90 da quel filone di pensiero a cui appartengono anche le persone che nonostante i funerali di questi giorni continuano a difendere a spada tratta le borse e i mercati, cioè l’economia. A difenderla come se questa fosse un essere soprannaturale che vive di vita propria e non una conseguenza delle scelte umane e una concessione della politica.
Paesi come la Germania o la Francia funzionano (apparentemente almeno) meglio di noi perché hanno mantenuto vivo un barlume di politica, con l’influenza sul credito (banche) per percentuali che vanno dal 55% al 35% mentre noi, a seguito della legge Amato degli anni ’90, passavamo dal 75% a zero partecipazioni nel settore bancario e contemporaneamente vendevamo aziende e autostrade.
Mentre loro tendevano al controllo di se stessi (e degli altri) attraverso la politica, noi facevamo dell’Italia una vera nazione a democrazia liberale, quella abbracciata dal PD, da Forza Italia e ovviamente dal potentissimo partito Radicale di Pannella e della Bonino (che nonostante striminzite preferenze da parte dei cittadini è stato più influente e vincente di partiti con consensi del 20% o 30% solo perché promuovevano la supremazia della BCE, dei mercati, delle politiche sovranazionali, delle privatizzazioni e del liberissimo mercato – insomma dei poteri forti – ed erano ben lontane dai reali bisogni della maggioranza del popolo).
Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, Singapore o Taiwan non si sono evoluti e non hanno fatto faville in economia perché si sono affidati alla forza del mercato, come dice qualcuno che evidentemente ha studiato poco o finge, ma perché hanno diretto credito e investimenti, hanno sovvenzionato negli anni del boom le loro aziende nascenti facendo anche uso di protezionismo, hanno mantenuto asset strategici e hanno vinto mentre noi continuiamo a perdere.
L’Inghilterra della rivoluzione industriale, poi gli Stati Uniti ma anche la Svezia, oggi campioni di civiltà e sviluppo, sono passati attraverso il protezionismo sfrenato e hanno mantenuto la possibilità del controllo politico dei mercati attraverso il controllo delle loro banche centrali.
Come potrebbe uno Stato prosperare se non aiuta le proprie aziende e le famiglie a prosperare, quindi attuando politiche di credito agevolato, di protezionismo iniziale, di indirizzo e di controllo? Lo facciamo con i bambini, gli forniamo cibo, li facciamo crescere sani, studiare e solo dopo li lanciamo alla libera concorrenza. Come mai i fautori del libero mercato che solitamente confondono a piacere Stato e famiglia oppure Stato e azienda non utilizzano anche questo esempio?
Lo Stato deve essere presente, a difesa e ad attuazione dei dettami costituzionali, perché la democrazia deve essere costituzionale oppure non è democrazia. Nelle Costituzioni c’è scritto quello di cui i cittadini hanno bisogno e quello che vogliono dallo Stato, alla politica il compito di dare vita a quelle parole.
Il socialismo ha bisogno dell’unione dei lavoratori perché i lavoratori sono sfruttati allo stesso modo in tutto il mondo dai capitalisti, cantava l’internazionale socialista, ma ciò che la sinistra ha fatto è stato creare un lavoratore senza volto e senza anima che fosse ugualmente sfruttato in ogni luogo ma non direttamente dal capitalista bensì degli intermediari: la finanza, il mercato, le borse. Quindi i diritti dei lavoratori sono stati confusi ed identificati con la globalizzazione che alla fine glieli ha tolti, togliendogli anche un nemico visibile e attaccabile.
In questo modo siamo tutti finalmente e fintamente uguali, sfruttati e sfruttatori, operai a 1.200 euro al mese e concessionari di autostrade con terreni in Argentina più grandi di tutta la provincia di Treviso. Tutti uguali perché le regole le detta il mercato e non il capitalista o i sindacati né tantomeno la politica, relegata al ruolo di osservatore.
E invece non è così, non può esserlo, ma dovrà svegliarsi dal torpore chi ancora accarezza l’idea di essere al di sopra degli altri perché ha qualche soldo in più in banca, che vive della certezza che se c’è qualche milione di poveri in Italia è perché questi non sono in grado di cogliere le opportunità o non si impegnano abbastanza. Il torpore di chi si ritiene classe media, quella che piano piano sta scomparendo, è uno dei pericoli più grandi di questo tempo.
Le opportunità sono create dalla politica e sono opportunità senza mezze misure, dettate dai nostri bisogni reali e senza le indicazioni dell’economia che invece dovrà venire dopo. E si può fare rispettando anche le leggi della natura, del biologico, della prossimità, dell’accoglienza e del rispetto dei diritti di tutti.
Messa in sicurezza delle strade e delle autostrade, tante piccole opere di miglioramento dei territori, ricostruzione post terremoti e opere di ammodernamento e messa a norma anti sisma di edifici e strutture, quanto lavoro potrebbe dare? E non è forse attraverso il lavoro che dovrebbe misurarsi il benessere e il raggiungimento degli obiettivi di un documento programmatico? Non sembra lo sia in questo mondo, visto che invece viene misurato tutto in termini di rispetto di vincoli di bilancio.
Un approccio volto alla tutela delle persone e al rispetto della dignità umana porterebbe a investimenti continui, alla creazione di posti di lavoro, ad un ciclo virtuoso che potrebbe dare di più a tutti ma già si leva, forte, l’opposizione che agita le bandiere del 3%, del debito al 60% e rilancia i dubbi sulla reazione delle borse e dei finanziatori esteri. In realtà l’opposizione (solo di sinistra perché gli altri sono al posto giusto) dovrebbe passare più tempo a chiedersi: ma cosa c’entrano Salvini e Di Maio con il socialismo, le Costituzioni, la dignità del lavoro, la supremazia della politica sull’economia?

Le trame del “controllo globale” secondo Bauman

Vorrei proporre una riflessione sul tema delle migrazioni, delle chiusure dei porti e delle culture, della globalizzazione come causa prima della perdita di sovranità dei popoli. E voglio farlo con le parole di Zygmunt Bauman scritte diciannove anni fa, ma profetiche lette oggi. Nella speranza che possano servire ad una riflessione più ampia che vada oltre il tema accoglienza sì accoglienza no.

“Lo spirito campanilistico regna sovrano. Finora, i portavoce di un capitale e di una finanza già extraterritoriali, ‘fluenti’, sono stati gli unici ad aver levato le loro voci contro di esso, ma la loro indignazione è altamente selettiva. Essi protestano contro le barriere poste al commercio (chissà che il protezionismo di Trump non sia un alleato dei movimenti no global, ndr), contro il controllo dei movimenti del capitale e contro la subordinazione degli interessi della concorrenzialità su scala mondiale, del libero scambio e della libera produttività a quelli delle popolazioni locali. Ma non gli importa nulla della continua frammentazione delle sovranità politiche. E perché dovrebbe importare loro? Più piccole (e quindi più deboli) sono le unità politiche, meno possibilità hanno di organizzare una resistenza efficace contro ‘l’internazionalismo’ della finanza globale e di bilanciarlo con una propria azione collettiva. E tacciono delle reazioni ‘a terra’, rivolte nella direzione sbagliata e xenofoba, alle loro operazioni globali. Non sono loro a provocare deliberatamente tali reazioni (e neppure hanno bisogno di farlo), ma non possono che rallegrarsi quando la rabbia suscitata dalla crescente incapacità dei governi e delle comunità di farsi carico delle lagnanze individuali viene incanalata (con l’effetto di essere disinnescata) nell’ostilità verso gli ‘alieni’ locali: gli stranieri e i lavoratori immigrati. E così i dibattiti politici sui modi e i mezzi per cercare di migliorare le pessime condizioni degli affari locali si concentrano sugli ‘stranieri che sono fra noi’, sui metodi migliori per stanarli, radunarli e deportarli ‘là, da dove sono venuti’, senza mai neppure accennare alla vera causa di tutti i mali.
Che ne siano o no consapevoli, i segregazionisti di ogni tendenza e colore stringono una sacra alleanza con le forze implacabili della globalizzazione. È più facile piegare uno alla volta quattro o cinque ‘stati sovrani’ piccoli e deboli che mettere in ginocchio un unico stato più grande e più forte (e qui ci sarebbe da riflettere sull’unità politica europea, ndr). Per tanto, i segregazionisti, e in particolare gli esecutori della pulizia etnica (la misura adottata per rendere la segregazione duratura e possibilmente irreversibile), possono contare sul tacito sostegno delle autorità costituite; possono tranquillamente evitare di fingere la devozione mostrata da quelle autorità e dai loro portavoce ai nobili principi dell’umanità e ai diritti umani. Quello che i segregazionisti alla fine ottengono, quando la spuntano, è accrescere la frammentazione politica del mondo su cui, in ultima analisi, poggiano il dominio dei poteri extraterritoriali e la loro esenzione al controllo politico. Quanto più piccole e deboli sono le numerose sedicenti repubbliche locali, tanto più remote sono le prospettive di un’unica repubblica globale.
I sostenitori della pulizia etnica e della purezza tribale costituiscono l’espressione più radicale del bisogno di sicurezza. Ma propugnare l’inasprimento delle leggi sull’asilo politico, la chiusura delle frontiere ai ‘migranti economici’ e un controllo più rigido degli stranieri che già vivono tra noi non fa che rafforzare la tendenza a riconvogliare l’energia generata dalle minacce reali alla sicurezza entro canali di sfogo che, sebbene allentino la pressione, finiscono per confluire negli stessi torrenti che erodono le fondamenta della vita sicura. Spesso questa tendenza è favorita e alimentata dall’inclinazione delle classi politiche a trasferire la causa più profonda dell’ansia, cioè l’esperienza dell’insicurezza individuale, nella preoccupazione generale per le minacce all’identità collettiva. Poiché le radici dell’insicurezza individuale affondano in luoghi anonimi, remoti e inaccessibili, non è immediatamente chiaro che cosa i poteri locali, visibili, potrebbero fare per attenuare le pene che affliggono gli uomini e le donne del nostro tempo; ma sembra esserci una risposta ovvia, semplice, all’altro problema, quello collegato all’identità collettiva: i poteri statali locali potrebbero ancora essere usati per minacciare e ricacciare indietro i migranti, per mettere sotto la lente d’ingrandimento chi cerca asilo, per radunare e deportare gli alieni indesiderati. I governi non possono francamente promettere ai loro cittadini un’esistenza sicura e un futuro certo, ma possono per il momento alleviare in minima parte l’ansia accumulata (approfittandone per fini elettorali) con l’esibire la loro energia e determinazione nella guerra contro gli stranieri in cerca di lavoro e gli altri alieni che sfondano i cancelli e penetrano nei giardini delle nostre case, un tempo puliti e tranquilli, ordinati e accoglienti.
Così, nel linguaggio dei politici in cerca di voti i sentimenti diffusi e complessi di insicurezza sono tradotti nelle molto più semplici preoccupazioni per la legge e l’ordine (cioè per la propria incolumità e per la sicurezza della propria casa e dei propri beni), mentre il problema della legge e dell’ordine viene a sua volta identificato con la presenza problematica di minoranze etniche, razziali o religiose e, più in generale, di stili di vita estranei.
Una volta espressi, i sentimenti campanilistici tendono a rafforzarsi a vicenda piuttosto che a esaurirsi. Presi in una spirale di reciproca esaltazione, gli elettori in cerca dei responsabili della loro ansia inestinguibile, e i politici in cerca dei modi per convincere gli elettori a votarli, producono insieme tutte le prove di cui il campanilismo può aver bisogno per essere avvalorato e, nel caso, inasprito. La necessità di un’azione globale tende a scomparire dall’orizzonte politico e l’ansia persistente, che i poteri globali liberi di circolare accrescono sempre più e trasformano in incubi di vario genere, non permette di reinserirla nell’agenda pubblica. Una volta trasferita quell’ansia nell’esigenza di sprangare le porte e chiudere le finestre, di installare sistemi di controllo computerizzato nei posti di confine e di sorveglianza elettronica nelle prigioni, di mandare vigilantes nelle strade e di dotare di impianti antifurto le case, le probabilità di arrivare alle radici dell’insicurezza e di controllare le forze che la alimentano svaniscono quasi del tutto. Concentrare l’attenzione sulla ‘difesa della comunità’ (prima gli italiani, per dirla alla Salvini, ndr) rende ancora più libero il flusso globale di potere. Quanto meno quel flusso è limitato, tanto più profonda diviene l’insicurezza. Quanto più schiacciante è il senso di insicurezza, tanto più si rafforza lo ‘spirito campanilistico’. Quanto più ossessiva diviene la difesa della comunità sollecitata da quello spirito, tanto più libero è il flusso dei poteri globali… E così via.
Le forze politiche che potrebbero attaccare l’insicurezza globale alla fonte non si avvicinano neppure al livello di istituzionalizzazione raggiunto da quelle forze economiche (capitale, finanza e commercio) che sono l’origine dell’insicurezza globale. Non c’è modo di tenere testa alla intraprendenza, alla risolutezza e alla efficacia del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della rete sempre più fitta di accordi relativi all’investimento e alla compensazione rappresentata dal sistema bancario globale”.

Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli

Libero mercato, protezionismo, globalizzazione: altro che campagna elettorale

Il dibattito elettorale si sofferma molto sui concetti di protezionismo, libero mercato e globalizzazione. Lo fa però in maniera semplicistica, attraverso slogan, e quasi sempre ai limiti del surreale. Gli arbitri, i giornalisti, dimostrano meno conoscenza del politico di turno, populisti al limite del grottesco che non fanno altro che rimarcare le ‘credenze’ popolari giocando sulla parola ‘libero’, che niente ha a che fare con il mercato, e ‘protezionismo’, omettendo che in economia non vuol dire autarchia e chiusura indiscriminata.
Nel paradigma tendente ad aumentare l’asimmetria informativa tra chi sa e chi ignora, colui che è fautore del libero mercato accetta la ‘sempre buona globalizzazione’, chi invece è per il protezionismo la rifiuta e quindi è un giurassico.
Nelle prossime righe cercherò di dare un po’ di dati nell’intento di riequilibrare la conoscenza di questi due fenomeni partendo dall’inizio della storia economica scritta, cioè dai tempi di Adam Smith e dalla rivoluzione industriale.

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento gli Stati Uniti avevano tariffe doganali sui prodotti industriale del 40–50%, applicavano forti discriminazioni sugli investitori stranieri e nel settore bancario era proibito diventare consiglieri d’amministrazione. Gli azionisti potevano esercitare il loro diritto di voto solo se erano residenti nel paese.
Sulla banconota da 10 dollari c’è l’immagine del ministro del Tesoro americano del governo Washington, Alexander Hamilton, che nel 1791 propose al Congresso americano il ‘Report on the Subject of Manifactures’, dove si affermava la necessità di proteggere le industrie nascenti fino a quando sarebbero state capaci di camminare con le proprie gambe.
Il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington (1789-1797), addirittura pretese di vestire abiti di fattura americana al suo discorso d’insediamento e il fatto fa sorridere perché è la stessa cosa che usava fare Thomas Sankarà, presidente del Burkina Faso, due secoli dopo per lanciare l’idea che il suo Paese, e tutta l’Africa, doveva emanciparsi dagli ‘aiuti’ occidentali e crearsi una propria linea di produzione.
Durante il periodo della presidenza di Andrew Jackson, settimo Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1829 al 1837 (un presidente che potremmo considerare ‘populista’), le tariffe doganali erano tra il 35 e il 40% e considerava inaccettabile che una banca americana potesse essere controllata da investitori stranieri per quote sopra il 30%.
Ulysses Grant, 18esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1869 al 1877, affermò – in contrasto con l’Inghilterra – che gli Stati Uniti avrebbero sì adottato il libero mercato ma solo dopo che avessero ottenuto dal protezionismo tutto ciò che di buono questo gli avesse offerto.

Da chi avevano ‘imparato’ il protezionismo gli Stati Uniti d’America?
I grandi maestri furono gli inglesi ovviamente. In questo paese europeo nel XVIII secolo, come si saprà, cominciò a svilupparsi l’industria partendo da quella manifatturiera supportata dall’aiuto dei dazi che la proteggevano dalla concorrenza di Belgio e Olanda. Poi ci fu la vera e propria rivoluzione industriale che si studia normalmente a scuola fin dalle medie, omettendo, forse, il piccolo particolare che fino al 1850 tali industrie furono tutte protette dai dazi e quindi lo sviluppo fu pilotato dallo Stato.
Le date sono importanti per capire che tutti i grandi Paesi hanno utilizzato prima il protezionismo e poi, solo dopo, sono diventati fautori e controllori del libero mercato. In fondo era normale farsi guerre commerciali, perché era (e dovrebbe esserlo ancora) normale che ognuno difendesse, in questo campo, i propri interessi.
Anche la Finlandia durante il Novecento, fino agli anni Ottanta, classificava come ‘pericolose’ le imprese che operavano al suo interno con capitali superiori al 20% e così protezionisti sono stati, a vario livello, Austria e Francia.
Singapore, che è uno Stato assolutamente liberista, deve gran parte del suo successo agli introiti assicurati dalle industrie statali che rappresentano circa il 20% della sua produzione. La Germania mantiene il controllo strategico sulle banche (e quindi sul credito), non disdegnando l’industria dell’auto visto che possiede attraverso i Lander il 20% della Volkswagen.
Il Giappone fino agli anni Ottanta del passato secolo, e dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, si è ripresa grazie al controllo del credito, una direzione serrata della sua banca centrale e delle sue aziende interne, diventate poi multinazionali e campioni di export.

Tutti i paesi che hanno adottato misure a protezione dei loro mercati interni e promosso le loro aziende hanno avuto successo, e oggi usiamo come campioni del futuro quelle nazioni che hanno agito fino a ieri nel modo che noi italiani oggi vogliamo combattere. Le leggi economiche non sono fisse nel tempo e se oggi diciamo globalizzazione bisogna conoscere da quali bisogni nasce e quali interessi tutela perché potrebbe tutelare oggi quelli che l’hanno rifiutata ieri. Il punto è: cosa conviene in un determinato periodo e a determinate condizioni oggettive e quali interessi vogliamo tutelare come Stato? Fare questo ragionamento senza essere vassalli di altri, in perfetta autonomia.

L’America di Trump ha interesse al protezionismo oggi come lo aveva ieri, anche se per per motivi diversi. Nei secoli passati aveva bisogno di sviluppare le proprie capacità industriali che mai si sarebbero evolute se avessero permesso l’ingresso indiscriminato delle merci inglesi, un paese che aveva sviluppato l’industria prima di loro. Aveva bisogno di rinforzarsi e arrivare allo stesso livello per poter commerciare in regime di parità di condizioni di base. È assurdo pensare che globalizzazione e libero mercato possano andare sempre bene a tutti nello stesso momento, sarebbe come dire che oggi Stati Uniti e Burkina Faso possano commerciare alla pari.
Palesemente e semplicemente non è la verità anche se politici e commentatori tv, insieme a Fmi e Banca Mondiale, nonché grandi interessi finanziari, fanno finta di non capire.
Oggi l’interesse degli Usa è tutelare le proprie aziende e i propri lavoratori perché nel mondo non ci sono le stesse condizioni di base. In alcuni è stata abolita la schiavitù, il lavoro minorile, ci sono salari minimi e tutele sociali, mentre in altri semplicemente no. Gli Stati Uniti hanno poi un deficit della bilancia commerciale di circa 500 miliardi, il che significa che sono il polmone del mondo, acquistano merci da tutto il mondo e se smettessero di farlo il problema sarebbe più degli altri che degli americani.

Acquistare tutto da tutti significa acquistare anche da paesi che producono a basso costo non perché sono tecnologicamente avanzati ma perché pagano meno salari e non conoscono tutele sociali, questo crea la necessità di bassi salari per la classe lavoratrice, ma anche problemi per le aziende che magari non vorrebbero sfruttare il lavoro né essere costrette a delocalizzare per risparmiare sui costi.
Uno Stato a questo punto deve scegliere tra l’impoverimento delle milioni di persone che dovrebbe invece tutelare oppure fare il suo dovere, cioè limitare la globalizzazione e mettere un po’ di dazi, magari selezionati e non generalizzati.
E tali concetti dovrebbero essere buoni per gli Usa, ma anche per l’Italia e soprattutto per il Burkina Faso.

Chi predica solo la bontà del libero mercato o non ha basi storiche, di economia di base, di conoscenze minime di teoria economica, oppure è intellettualmente disonesto.

Ma la globalizzazione ha fatto migliorare la vita nei paesi in via di sviluppo dagli anni Ottanta in poi, quando si è affermato il libero mercato su base mondiale, ribattono i liberisti.
I dati però non danno loro ragione. Ci dicono, invece, che il reddito pro capite in questi paesi è sceso dal 3% degli anni Sessanta e Settanta al 1,7% del periodo 1980-2000. Negli anni Suemila il dato è cresciuto soprattutto grazie a Cina e India, che notoriamente non hanno realmente adottato politiche neoliberiste.
Il reddito procapite dell’Africa sub sahariana oggi è più o meno lo stesso del 1980, durante gli anni Sessanta e Settanta l’Africa cresceva al tasso dell’1,6%, che è un buon risultato considerando che i paesi ricchi durante la loro rivoluzione industriale tra il 1820 e il 1913 crescevano tra l’1 e l’1,5%.

tabella da The World Economy – Angus Maddison – oecd development center – oecd-ilibrary.org

Durante il periodo tanto bistrattato dai liberisti e commentatori della domenica il reddito pro capite dell’Europa Occidentale cresceva di quasi il 4% annuo mentre nell’Asia Orientale il ‘miracolo’ portava a crescite medie tra il 6 e il 7%.
Basterebbe confrontare questi dati con quello che succede oggi per capire che, in fondo, le ricette inaugurate dagli anni ottanta non hanno fatto bene all’umanità e quindi cominciare a ragionare su basi intellettualmente più oneste.

A volte c’è un sano protezionismo e un controllo della globalizzazione che si dimostra meglio della ‘mano invisibile’ del libero (?) mercato.

Mani visibili sul libero mercato

David Ricardo (Londra, 19 aprile 1772 – Gatcombe Park, 11 settembre1823), fu economista e uno dei massimi esponenti della scuola classica. Il suo pensiero, mercantilista, ruotava più o meno intorno al concetto che il protezionismo fosse sbagliato, e che si dovesse applicare il libero mercato e la competizione più dura possibile tra gli Stati e sui mercati mondiali e che un forte competitore non avesse assolutamente bisogno di alcuna misura protezionistica a casa sua.
Quindi il libero mercato doveva seguire né più né meno le idee di politica economica precedenti (anche se nel Seicento – Settecento ancora non esisteva una politica economica a livello di Stato, gli interessi erano dettati prettamente dai grandi mercanti), legati a quel periodo che la storia indica appunto come mercantilismo. Prevale la nazione e gli interessi in gioco più forti.

Ricardo, bontà sua, era inglese e a quei tempi l’Inghilterra voleva dettare le sue condizioni al mondo e quel tipo di politica economica era necessariamente il suo interesse. Era lei la nazione più forte e la sua classe dominante aveva bisogno di esportare e sull’esportazione doveva costruire la sua potenza e l’impero inglese di contorno, per cui la preoccupazione dei suoi economisti era quella di scrivere teorie che giustificassero queste sue azioni. Le supportassero scientificamente.
Il punto è che se nel mondo una nazione decide di svilupparsi affidandosi all’esportazione, necessariamente ci dovrà essere un Paese che da un’altra parte importi. Quindi un paese che produce a prezzi concorrenziali dei prodotti, pensate all’Inghilterra di allora e alla rivoluzione industriale, capace di immettere nuovi prodotti sul mercato, a base industriale, operai pagati pochissimo a livello sussistenza e poco più di schiavi, merci da collocare da qualche parte che non sia il mercato interno: ovviamente e semplicemente è destinata a vincere.
Questo paese ha bisogno però per farlo di mercati liberi, che non abbiano misure protezionistiche in modo da riempirli dei suoi prodotti a scapito delle loro industrie e produzioni interne. Un sistema che produce quindi povertà ovunque. Al suo stesso interno, perché deve tenere bassi i costi di produzione e deve portare i beni che produce in altri paesi (privando di beni, della reale ricchezza se stesso) e all’interno degli altri paesi, invasi da beni esteri a basso costo, essendo poi questi costretti a sacrificare la loro produzione interna.

Insomma si pensi un po’ a cosa succede nell’eurozona. Un paese più forte esporta dopo aver fatto le riforme del lavoro in senso restrittivo (mini job e lavori a 400 euro al mese) e i paesi mediterranei, più deboli, costretti a comprare a danno delle piccole aziende locali che vengono sacrificate sull’altare del falso libero scambio e della libertà dei capitali di muoversi senza controlli.
Situazione che anche qui favorisce il capitale, cioè chi ha i mezzi e i soldi, e dall’altra impoverisce le nazioni (vedasi al proposito livelli di disoccupazione e aumento della povertà, assoluta e relativa in Italia).
E per finire sulle esportazioni facciamo un esempio: se davvero per svilupparsi bisogna affidarsi alle esportazioni e tutte le nazioni democraticamente scegliessero di svilupparsi in questo modo, dove esporterebbero? Sulla luna? Il sistema non funziona, è chiaro. È disegnato per costruire diseguaglianza e conflitti.

Ricardo è morto nel 1823, quasi 200 anni fa e dovrebbe far pensare che oggi noi abbiamo al governo dell’Europa persone che ancora la pensano come lui o in Italia dove si fanno politiche economiche di questo stampo mentre ci dicono che la Costituzione è vecchia perché ha 60 anni. E’ vecchio in fondo solo ciò che interessa cambiare, privilegiando al solito le classi dominanti, che purtroppo anch’esse retaggio del passato continuano a condizionare la nostra vita quotidiana.
Il tanto discriminato protezionismo, anche in Italia, se si parla di difendere le arance siciliane o l’olio e il latte italiano significherebbe agire in nome degli interessi del popolo mettendo al primo posto, finalmente, gli interessi democratici di sviluppo di una nazione e al secondo posto il capitale. Come riporta Luciano Barra Caracciolo “un protezionismo ragionato potrebbe essere uno stabilizzatore degli interessi dell’intera comunità internazionale a una convivenza pacifica” mentre Krugman specifica che c’è una differenza sostanziale tra una società per azioni e uno Stato (come c’è anche tra una famiglia e uno Stato). Una società per azioni sul mercato internazionale può non reggere la concorrenza e uscire dal mercato stesso, uno Stato no, non gli puoi attribuire le stesse caratteristiche. Hanno confini e scopi diversi, devono muoversi in maniera diversa.
A chi giova, dunque, confondere i ruoli e stabilire che gli interessi commerciali e legati al capitale e al guadagno di poche entità sovranazionali siano confluenti a quelli del popolo?

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