Skip to main content

Crescita senza occupazione, occupazione senza crescita,

profitti senza limiti (per pochi)

Uno dei pochi aspetti positivi dell’Italia in quest’ultimo anno di forte inflazione è l’aumento degli occupati, cresciuti da gennaio 2023 a gennaio 2024 di 373.000 unità (fonte Istat). Non sappiamo se tale crescita proseguirà anche nel 2024, visto che a gennaio ’24 (e per la prima volta da 18 mesi) gli occupati sono calati di 34.000 unità su quelli di dicembre ‘23. Anche il tasso di occupazione ne ha beneficiato, salendo dal 60,8% di dicembre 2022 al 61,9% di dicembre 2023 (calato poi a 61,8% a gennaio 2024).

Ciò che ha contribuito alla crescita di occupati è stata la straordinaria spesa pubblica dovuta a due fattori:

a) gli investimenti del PNRR europeo (dal 2023 al 2027 per 209 miliardi) donati per 2/3 dall’Europa e per 1/3 fatti a debito dall’Italia;

b) il Superbonus 110%, che ha prodotto un aumento senza precedenti nell’edilizia, settore che ne traina molti altri.

Questa massa enorme di spesa pubblica ha iniziato a dispiegare i suoi effetti dal 2022, come indica la teoria keynesiana. Il Governo attuale, che pure ha ridimensionato i crediti del superbonus (90% nel 2023, 70% 2024), non ha dato limiti al “tiraggio”, che è rimasto automatico per tutti coloro che avevano presentato la “comunicazione inizio lavori” entro febbraio 2023, i quali hanno così goduto del beneficio del 110% per intero, con un enorme aumento dei crediti fiscali per lo Stato (55 miliardi di risorse pubbliche nel 2022 e 76 miliardi nel 2023). Pnrr e Superbonus, insieme ai contributi di Industria 4.0 (30 miliardi in due anni) e al bonus facciate e alle spese per il Covid, hanno generato deficit annui di bilancio imponenti: -9,4% del Pil nel 2020, -8,7% nel 2021, -8,6% nel 2022, -7,2% nel 2023. Negli anni passati il deficit annuo era oscillato da -1,5% del 2019 al -2,6% del 2016. Mai l’Italia aveva registrato negli ultimi 30 anni deficit annui così elevati per un periodo così prolungato. Come mai però è sceso il rapporto debito/Pil al 137,3%? Per via dell’inflazione elevata, che ha immiserito l’80% degli italiani.

L’occupazione ha avuto quindi un aumento a causa di uno “tsunami” di spesa pubblica senza precedenti che ha generato un elevato deficit annuale ma ridotto il debito per via dell’alta inflazione. Il debito creato è stato “buono” o “cattivo”? Quando lo Stato spende, diventa cruciale la qualità dei suoi investimenti. Su quest’ultimo punto ci sono preoccupazioni: non tutti gli investimenti del PNRR sono buoni (troppo in fretta e troppo dall’alto senza il coinvolgimento dei cittadini); inoltre del Superbonus 110% hanno usufruito prevalentemente le famiglie abbienti, con incentivi troppo alti che hanno fatto esplodere i prezzi in edilizia per tutti.

Stiamo vivendo anni straordinari, con un aumento gigante della spesa pubblica che non sarà possibile mantenere a questi livelli e che spiega come mai, a fronte di un aumento modesto del PIL (+0,9% nel 2023 e così pare anche nel 2024) e di una produttività che non cresce, ci sia stata una crescita così forte degli occupati. Analizzando però nei dettagli i numeri si scopre il “diavolo” che si aggira per l’Italia e si nasconde nei dettagli. Un primo aspetto “diabolico” riguarda il fatto che la crescita del tasso di occupazione è drogata dalla diminuzione della popolazione in età di lavoro 15-64 anni (che sta al denominatore degli occupati), la quale si va riducendo anno dopo anno e contribuisce così ad aumentare statisticamente ogni anno il Tasso di Occupazione di 0,3/0,4 punti ogni anno.

Un secondo fattore  -ancor più significativo- è che per Istat si è “occupati” anche se si lavora solo un’ora alla settimana (e fin qui è sempre stato così), ma dall’anno scorso (secondo le nuove regole di Eurostat e Istat) è occupato anche chi è in Cassa Integrazione per meno di 3 mesi all’anno, cioè la grande maggioranza dei cassaintegrati che stanno crescendo nel 2024 in modo preoccupante. E questo cambio di parametro aumenta artificiosamente gli occupati dal 2022.

Un terzo aspetto riguarda la cosiddetta “sottoccupazione”, cioè l’aumento di part-time che cresce ogni anno e che ha raggiunto nel 2023 4,3 milioni (18% del totale occupati), di cui il 60% sono part-time involontari (cioè farebbero volentieri il tempo pieno). Crescono anche i lavoratori stagionali e precari: quelli a termine sono cresciuti dal 2020 al 2023 da 2,5 a 3,6 milioni.

Questi cambiamenti da un lato aumentano il numero delle persone occupate, dall’altro fanno crescere molto meno le Unità di Lavoro (ULA) e le ore lavorate retribuite che sono ancora molto inferiori a quelle del 2008 – a differenza degli occupati che hanno già superato i livelli del 2008. Le ULA sono calcolate (sempre dall’Istat) in base ai dati della Contabilità Nazionale e considerano le Unità a tempo pieno, per cui due occupati a part-time contano come una sola Unità di Lavoro. E’ quindi evidente che crescono meno degli occupati, se crescono i part-time.

In sostanza ciò che sta avvenendo con questo modello economico è che cresce (per ora, poi vedremo quando finiranno gli investimenti del Pnrr e del Superbonus) il numero delle persone con un lavoro, anche se molti hanno un lavoro con meno ore pagate, per cui il monte ore lavorate annuo in Italia non cresce e il rapporto tra lavoro (salari pagati e occupati) e capitale si sposta, anno dopo anno, sempre più a favore del capitale (cioè dei profitti); mentre sappiamo tutti che se i profitti crescono ciò è per merito non solo del singolo manager e imprenditore che “guida”, ma di tutti coloro (i collaboratori dipendenti) che concorrono a quel profitto. Fa quindi una certa impressione sapere che il CEO di Stellantis guadagna 516 volte il suo operaio. In conclusione la crescita dell’occupazione c’è, ma riguarda più il numero – brutalmente inteso, come descritto sopra – di occupati che il monte ore lavorate complessivo e pro-capite, che è ancora sotto del 7,4% rispetto ai tempi migliori (il 2007).

I profitti invece volano e ciò spiega come mai, di fronte ad una situazione di generale impoverimento, siano cresciuti anche nel 2023 i risparmi delle famiglie italiane: di ben 77 miliardi e di ben 552 mld dal 2019 ad oggi. Ma non sono tutte le famiglie italiane ad averne beneficiato: quel 3% di ricchi che da soli posseggono il 50% dei risparmi degli italiani o se si preferisce quel 20% che ne possiede il 79%. Sono coloro che guidano l’economia, i media e che ci narrano che le cose non vanno poi tanto male. E per loro è vero: le cose vanno molto bene da alcuni anni e ciò spiega perché ci sia una enorme differenza tra coloro che lavorano e faticano nella società ma sono sempre più poveri e le élites, le quali tra l’altro si sono specializzate negli ultimi 20 anni sull’ evadere/eludere le imposte. Lo documenta (per l’ennesima volta) un rapporto di 4 università (Siviglia, Ionnina, Zurigo, BCE) che hanno analizzato i bilanci di 2,28 milioni di imprese di 100 paesi dal 2009 al 2020. Si scopre che queste imprese hanno eluso 13.500 miliardi di profitti (36% del totale, che sale al 53% per le 20 maggiori multinazionali, pari a 1.338 miliardi di dollari; parliamo dei big della tecnologia e del petrolio come Apple, Alphabet-Google, Microsoft, At &T, Verizon, Walmart, Saudi Aramco, Exxon Mobil, Chevron,…), sfruttando la globalizzazione, cioè la possibilità di aprire filiali in paesi a bassa tassazione anche all’interno dell’Europa stessa (Irlanda, Ungheria, Rep. Ceca) senza bisogno di andare nei paradisi fiscali (Caraibi, Singapore, Emirati Arabi Uniti, isole del Pacifico e africane) e scambiandosi fatture in modo da ridurre i profitti. L’Italia detiene un primato in queste operazioni.

Un’ultima considerazione sugli occupati analizzati per classe di età. Negli ultimi 20 anni, a fronte di una crescita enorme degli occupati over 50 (da 4,8 a 9,5 milioni) c’é un calo di tutte le altre classi di età, specie dei giovani dai 15 ai 34 anni (da 7,7 milioni a 5,5), a conferma delle difficoltà nell’inserimento dei giovani (che pure sono pochissimi) al lavoro. Così va il mondo nel secolo XXI.

Occupati nel 2004, 2014 e 2023 per classe di età e relativi Tassi di Occupazione

Per leggere gli altri articoli e interventi di Andrea Gandini, clicca sul nome dell’autore.

tag:

Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

Periscopio è  proprietà di un azionariato diffuso e partecipato, garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano. Si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato quasi otto anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato: Periscopio naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale. e Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 
Oggi Periscopio ha oltre 320.000 lettori, ma vogliamo crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

Tutti i contenuti di Periscopio, salvo espressa indicazione, sono free. Possono essere liberamente stampati, diffusi e ripubblicati, indicando fonte, autore e data di pubblicazione su questo quotidiano.

Francesco Monini
direttore responsabile


Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it