20 Gennaio 2019

Albania/Italia casa mia: storia di un’identità di mezzo

Federica Pezzoli

Tempo di lettura: 3 minuti

ph Manuela Giusto

Il coraggio di fare un salto nel vuoto verso un sogno, una speranza, che nel proprio Paese non esiste più perché si è persa “la possibilità di credere nel futuro”. Il coraggio di vivere la propria esistenza accettando un’identità che sta “nel mezzo” fra due mondi, fra l’Italia e l’Albania. Il coraggio di trasformare, attraverso un monologo teatrale, una frase che esprime disprezzo in un’espressione di riscatto. È ‘Albania casa mia’, andato in scena al Teatro Comunale di Occhiobello venerdì sera inaugurando la ripresa della stagione teatrale organizzata dal Comune in collaborazione con Associazione Arkadiis.

Lo spettacolo, vincitore del Premio Museo Cervi 2016 e del Festival Avanguardie 20 30, è la storia di un figlio che cresce lontano dalla sua terra natia ed è la storia di un padre, dei sacrifici fatti, dei pericoli corsi per evitare di crescere suo figlio nella miseria di uno Stato che non esiste più. Aleksandros – interprete e autore del testo, diretto da Giampiero Rappa – e Alexander, figlio e padre, le cui storie viaggiano, si incrociano e si confondono su un muro e su una nave fra Albania e Italia, sul “manto oscuro e liquido”, “grande e serio” che è il mar Adriatico.
Alexander è un trentenne fisico e matematico, che scappa da Valona e si imbarca su un peschereccio per gamberi, con sua moglie e il loro piccolo di soli 5 mesi, che ha 40 di febbre e che non ha visto nascere, perché questo non è il suo primo tentativo di rifarsi una vita in Italia. Aleksandros è quel neonato, che cresce con il “trauma” di un’identità divisa e ibrida allo stesso tempo, né italiano, né albanese. Eppure sente che “saper dire le cose in due modi diversi” – tre se ci mettiamo il dialetto, che Alexandros padroneggia alla perfezione – è una ricchezza che possiede solo lui, in quel paesino di settemila anime del profondo Nord-Est, che potrebbe essere la stessa Occhiobello. Solo di fronte alla ‘provocazione’ di Rappa, che ha conosciuto alla scuola di recitazione Fondamenta, Aleksandros, ormai giovane adulto dagli occhi grandi e dal profilo affilato, ha trovato il coraggio di scrivere la sua esperienza, quelle sensazioni che forse solo un italiano di seconda generazione come lui riesce a comprendere fino in fondo, e di metterle in scena in prima persona, solo in mezzo al palcoscenico, unica scenografia: una cartina geografica dell’Albania, “madre triste” che non vede i suoi figli da troppo tempo.

Aleksandros Memetaj ph Manuela Giusto
Aleksandros Memetaj

Il regista Giampiero Rappa racconta: “Ho cercato di mettere Aleksandros nella posizione più scomoda possibile; solo, chiuso dentro i suoi confini, quasi in gabbia alla ricerca di un riscatto tramite un racconto che diventa catartico per lui e quindi per noi”. Ecco perché la performance rimane sempre sul filo del rasoio fra geografia della memoria e denuncia sociale, riuscendo a sfuggire alla retorica e costruendo, invece, un percorso asciutto in cui si mescolano candore e autoironia, forza, fierezza e determinazione.

Albania casa mia’ con quel salto dal muro è, in fondo, un invito di Aleksandros a non avere paura di ricominciare da capo, anche quando tutto sembra essere perduto; è un invito ad avere il coraggio di raggiungerlo in quella terra di mezzo: certo è difficile stare nel mezzo, ma arricchisce enormemente, e dopotutto ogni cosa che valga la pena fare è difficile.



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