Skip to main content

Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Alexandria Ocasio-Cortez, Samantha Cristoforetti, Fabiola Gianotti, Angela Merkel, Christine Lagarde, Ursula von der Leyen, Federica Mogherini, Bebe Vio, Francesca Schiavone e Flavia Pennetta. Tutte donne di successo. E sono solo alcuni esempi; senza contare tutte coloro che ogni giorno sono madri, figlie, lavoratrici.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.
Combattere gli stereotipi e la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano: il tema è stato al centro di diversi incontri all’interno del programma del Festival di Internazionale a Ferrara.

Parità di genere sotto attacco
Per tutti e tre i giorni della rassegna lo spazio dell’Ex Teatro Verdi è stato animato dagli incontri di inGenere.it, rivista online fondata a fine 2009 di informazione, approfondimento, dibattito e proposte su questioni economiche e sociali, analizzate in una prospettiva di genere.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, eppure in Europa c’è una guerra alla parità, partita dai Paesi orientali e centrali che lentamente si sta diffondendo sostenuta da conservatori e populisti. Marcella Corsi, economista di inGenere.it, ne ha discusso con Agnieszka Graff, studiosa polacca, “femminista affascinata dall’antifemminismo” come si è definita lei stessa. L’antigenderismo è una rete europea e mondiale di organizzazioni: la piattaforma CitizenGO, il Congresso Mondiale delle Famiglie, One of us – European Federation for Life and Human Dignity e Agenda Europe, sono solo alcuni esempi. “Sono movimenti dal basso nati perché le teorie del genere sarebbero una minaccia che mette a rischio l’ordine naturale delle cose. Per loro il genere è un’emergenza al pari di quanto lo è per altri il riscaldamento globale”, ha sottolineato Agnieszka. “Siamo di fronte a un momento di aggressione delle democrazie e il problema è che i politici non vogliono capire che le questioni decisive per le destre fondamentaliste non sono la razza e l’etnia, ma l’aggressione ai diritti delle donne. La questione di genere è una questione politica cruciale”. Per Graff la sfida riguarda le giovani generazioni di maschi affascinati dal conservatorismo misogino “che non odiano le donne, ma vogliono un ordine nel mondo e l’ordine tradizionale degli antigenderisti è molto attraente”.

Famiglia tradizionale o servizi per la famiglia
La domanda allora potrebbe essere quanto è sostenibile il modello della famiglia tradizionale in termini economici: quanto costa e quanto è vantaggioso al giorno d’oggi? inGenere.it ha provato a mettere a confronto Italia e Svezia. “In Italia una persona su due pensa che le donne dovrebbero a casa e non lavorare, in Svezia anche chi lo pensa non lo direbbe mai ad alta voce”, ha esordito Barbara Leda Kenny, caporedattrice della rivista, e persino tra gli occupati a tempo pieno le donne dedicano più di tre ore al giorno al lavoro domestico, due in più degli uomini: la terza peggiore disparità in Europa. A Francesca Bettio, economista di inGenere, è bastato un semplice confronto per capire che c’è un cortocircuito a proposito delle aspettative culturali sul ruolo della donna e dell’immagine della famiglia: “nei Paesi dove ci sono meno donne al lavoro si fanno meno figli”, senza andare in Grecia, Spagna o Croazia, l’Italia ha un tasso di occupazione femminile tra il 30 e il 50% mentre il tasso di fecondità è 1,4 figli per donna; “nei Paesi dove ci sono più donne al lavoro, ci sono più figli”, Svezia, Danimarca e Francia hanno un tasso di occupazione femminile tra il 70 e l’80% e un tasso di fecondità di 1,7 figli per donna.
La differenza è senza dubbio culturale, ma il sistema di welfare gioca un grosso ruolo: basta pensare che in Svezia non si parla di maternità, ma di “congedo parentale” e che questa misura permette a madri e padri di stare lontano dal lavoro per un totale di 18 mesi, tre dei quali obbligatori per entrambi, all’80% del salario. “Culturalmente – ha detto Mirjam Katzin, giurista dottoranda presso l’università di Lund in Svezia – ci si aspetta che i padri condividano le responsabilità genitoriali e ci si aspetta che io come madre spenda tempo anche al di là della cura del mio bambino, così come ci si aspetta che la cura di anziani e disabili sia a carico della municipalità. Sarebbe impensabile avere queste relazioni famigliari senza un sistema di welfare forte, efficace e universale, che funziona grazie alla redistribuzione delle risorse economiche”.
Eppure anche in Svezia questo sistema è sotto attacco e a farne le spese sono le donne. Ecco perché secondo Mirjam “il welfare, i diritti dei lavoratori, la previdenza sociale, la redistribuzione delle risorse attraverso il sistema contributivo” sono anche queste battaglie femministe.

Un momento di Guerra alla parità
un momento di Quanto ci costa la famiglia

Le donne sottorappresentate o non rappresentate

Certo è difficile portare avanti rivendicazioni sulla parità di salario o sull’aumento e il miglioramento dei servizi per le madri lavoratrici (o i padri lavoratori, perche no?) se si pensa che una donna di successo sia un’eccezione, se si è abituati a pensare al capo e all’esperto di turno come a un maschio bianco di mezza età, se la prima domanda che viene fatta a una donna che raggiunge un posto di responsabilità grazie a esperienza e competenza è: “hai pensato a come farai con i tuoi figli?”
Combattere la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano, sono sottorappresentate o ne viene data un’immagine non corrispondente alla realtà. Avete mai pensato al ruolo e all’immagine della donna che danno i film e i media ancora oggi, sia sul piano dell’informazione sia su quello della comunicazione? Se ne è parlato sabato alla Sala Estense con ‘Questione di sguardi. L’immagine delle donne e il divario di genere nell’industria culturale. Per una comunicazione in cui tutti sono rappresentati’ e domenica nell’aula magna del dipartimento di Economia e management con ‘La parola all’esperta. In Europa le voci femminili autorevoli sono spesso assenti nei mezzi d’informazione e nei dibattiti. Ma le cose possono cambiare’.
Christina Knight, direttrice creativa di un’agenzia pubblicitaria svedese, con più di trent’anni di esperienza nell’industria pubblicitaria, autrice di ‘Mad women. A herstory of advertsing’ (Olika 2013), sabato pomeriggio dal palco della Sala Estense ha mostrato alcuni esempi di quello che la teoria della comunicazione chiama ‘the male gaze’: “l’uomo è il soggetto e la donna è l’oggetto”.
Se si aggiunge che “siamo bombardati da circa 5 mila messaggi pubblicitari al giorno, dei quali solo l’8% a livello conscio, mentre il resto lo percepiamo a livello subconscio”, come ha affermato Livia Podestà – responsabile della comunicazione e delle pubbliche relazioni allo Swedish institute di Stoccolma e fondatrice della sezione italiana di Equalisters, organizzazione che mira a ristabilire una corretta rappresentazione di genere nei mezzi di comunicazione – il problema salta subito all’occhio.
L’oggettivizzazione delle donne e il sessismo nei media naturalmente giocano un ruolo nel minor numero di donne in posizioni di leadership nella politica e nel mondo del lavoro perché mancano i ‘modelli di ruolo’. Se lo dovessimo dire con uno slogan pubblicitario: “If you can’t see it, you can’t be it”. E naturalmente “le immagini delle donne non hanno influenza solo sulle donne, ma anche su come gli uomini guardano le donne”, ha aggiunto Podestà: “se sono un oggetto, ci si sente maggiormente in diritto di trattarle come si vuole”. Tutte osservazioni che valgono anche per gli stereotipi sul genere maschile, hanno sottolineato le due esperte di comunicazione: il modello del maschio rude, forte, impassibile, sempre serio, che passa il proprio tempo fuori di casa influenza l’autopercezione di sé come uomo.

Ecco perché nascono guide come ‘Images that change the world’: un manuale per un linguaggio comunicativo egualitario e inclusivo. (CLICCA QUI per scaricare la guida)
Ed ecco perché nascono iniziative come 100esperte.it (inserisci link), la banca dati presentata domenica mattina.
Secondo i dati raccolti dal Global media monitoring project, l’82% degli esperti interpellati dai mezzi di informazione sono uomini bianchi di mezza età e solo il 4% delle notizie che vediamo o leggiamo rispettano la parità di genere. In Italia le donne esperte intervistate sono il 19%, mentre la percentuale delle donne cui viene chiesta l’opinione popolare sale al 43%: quante volte, per esempio, durante un telegiornale avete visto una donna intervistata per chiederle cosa ne pensava del prezzo di un prodotto o di una notizia e quante volte avete letto il suo nome? Fatevi la stessa domanda per l’uomo che molto probabilmente subito dopo seguiva nel servizio per fare la sua analisi come esperto. Perché a spiegare e interpretare il mondo sono quasi sempre gli uomini? 100esperte.it è una banca dati online, inaugurata nel 2016 con 100 nomi e cv di esperte di Stem (science, technology, engineering and mathematics), settore storicamente sotto-rappresentato dalle donne. Il sito è stato ideato e costruito per crescere nel tempo, incrementando il numero di esperte e ampliando anche i settori disciplinari: le esperte di Stem hanno oramai superato quota 130, quelle di Economia e finanza –avviato nel 2017 – sono oltre 60 e nel 2019 la banca dati è stata estesa al settore della Politica internazionale, raggiungendo così 286.

Proprio da questo settore vengono Annalisa Ciampi, professore ordinario di diritto internazionale all’Università di Verona e visiting professor of European Human Rights Law alla Monash University di Melbourne, e Silvia Francescon, laureata proprio a Unife, ha prestato servizio presso l’Ufficio del Presidente del Consiglio nel 2016-2017 in preparazione e durante la presidenza Italiana del G7, seguendo il dossier parità di genere e contribuendo alla stesura della ‘Dichiarazione dei Leader’, ha prestato servizio anche presso le Nazioni Unite, come coordinatrice per l’Italia della Campagna sugli Obiettivi del Millennio. Entrambe credono fermamente nel concetto di ‘modello di ruolo’ e sono seriamente preoccupate del fatto che in Italia “la maternità in molti casi significa la fine della carriera”. Recentemente Silvia Francescon ha accettato l’opportunità di avere un ruolo di primo piano nell’organizzazione e nel coordinamento del prossimo G20 in Arabia Saudita, una grossa sfida per una donna, madre e single, e le sue stesse amiche “prima ancora di complimentarsi e congratularsi” per il suo successo le hanno chiesto: “come farai con i tuoi figli?”.
E se la stessa posizione fosse stata offerta a un uomo?

tag:

Federica Pezzoli


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

Periscopio è  proprietà di un azionariato diffuso e partecipato, garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano. Si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato quasi otto anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato: Periscopio naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale. e Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 
Oggi Periscopio ha oltre 320.000 lettori, ma vogliamo crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

Tutti i contenuti di Periscopio, salvo espressa indicazione, sono free. Possono essere liberamente stampati, diffusi e ripubblicati, indicando fonte, autore e data di pubblicazione su questo quotidiano.

Francesco Monini
direttore responsabile


Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it