Passa al contenuto principale

Immagini di donne:
donne reali, sognate, rappresentate

Immagini di donne:
donne reali, sognate, rappresentate

Quanto delle donne che conosciamo appartiene davvero a loro?

Ci sono conferenze che finiscono quando si esce dalla sala. Altre, invece, continuano a tornare alla mente nei giorni successivi, perché hanno lasciato una domanda alla quale non è così facile rispondere.

Per me è stato così con l’incontro con Florence Bistagne, docente presso l’Università di Avignone, organizzato dall’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara e dedicato alle “Donne reali, Donne sognate” nelle corti del Quattrocento, conferenza tenutasi il 24 settembre 2026 presso il Museo Schifanoia, alla quale ho partecipato mossa da notevole interesse.

Pollaiolo, ritratto di giovane dama, 1470 -1475. ca. – Museo Poldi Pezzoli (Wikimedia Commons)

Mi sono fermata proprio su quelle due parole: reali e sognate.

Perché una donna può essere esistita davvero e, nello stesso tempo, essere arrivata fino a noi soprattutto attraverso l’immagine che altri hanno costruito di lei.

Può essere stata una persona concreta, con i suoi desideri, le sue contraddizioni, le sue scelte, e diventare poi, nelle parole di un poeta, una figura diversa: idealizzata, celebrata, desiderata, ricordata.

È quanto accade nella poesia di Giovanni Pontano, al centro della conferenza. Le persone incontrate nella vita di corte, i luoghi, le relazioni diventano materia poetica. Una donna reale entra così nella letteratura, ma non vi entra con tutta la sua complessità: viene trasformata in un’immagine.

Ed è proprio qui che, ascoltando, ho iniziato a pensare al presente.

Dalla donna reale alla donna rappresentata.

Non è una novità che la letteratura abbia costruito immagini femminili: la donna angelicata, la seduttrice, la moglie fedele, la madre, la musa, la donna virtuosa, quella colta e raffinata, quella ribelle.

Sono figure diverse, talvolta persino opposte. Eppure, hanno qualcosa in comune: raccontano la donna a partire da ciò che essa significa per qualcun altro.

Per secoli, inoltre, la possibilità di raccontare il mondo attraverso la scrittura è stata soprattutto nelle mani degli uomini. Questo ha inevitabilmente influito sulle immagini femminili che ci sono state consegnate.

Non penso che sia necessario condannare queste rappresentazioni. Sarebbe troppo semplice, e anche storicamente poco corretto, giudicare il passato soltanto con le categorie del presente. Ma credo sia importante riconoscere quanto a lungo quelle immagini abbiano contribuito a definire ciò che una donna avrebbe dovuto essere.

E forse è proprio questo il punto che mi tocca più da vicino.

Da donna e, per tanti anni, da insegnante, ho visto quanto sia difficile liberarsi completamente dai modelli culturali che abbiamo ricevuto. Anche quando pensiamo di averli superati, qualcosa di quelle aspettative può rimanere.

Il modello che ci portiamo dentro

Oggi nessuno ci presenta più, almeno esplicitamente, un unico modello di donna.

Eppure, le aspettative non sono scomparse. Una donna può essere ambiziosa, ma non troppo; sicura di sé, ma senza sembrare arrogante; forte, ma non aggressiva; indipendente, ma senza apparire distante.

Sono richieste spesso contraddittorie, che cambiano a seconda dei contesti e delle persone. Proprio per questo sono difficili da riconoscere.

La questione, allora, non è soltanto lo stereotipo imposto dall’esterno. È ciò che succede quando quello stereotipo diventa una misura interiore. Quando cominciamo a chiederci se siamo abbastanza belle, abbastanza giovani, abbastanza capaci, abbastanza disponibili. Quando una scelta personale deve essere spiegata, motivata, quasi difesa.

Lo stereotipo diventa davvero potente quando non ha più bisogno di essere imposto: siamo noi stesse a controllare quanto ci avviciniamo al modello.

Oggi possiamo raccontarci

C’è però una differenza fondamentale rispetto alle donne del Quattrocento.

Oggi possiamo parlare in prima persona.

Possiamo scrivere, fotografarci, raccontare la nostra esperienza, correggere un’immagine che non ci rappresenta. Abbiamo strumenti per diventare, almeno in parte, autrici della nostra stessa rappresentazione.

Ma anche questa libertà ha le sue ambiguità.

Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini. Cinema, pubblicità, televisione, social network ci mostrano ogni giorno come dovrebbe apparire una donna realizzata, desiderabile, giovane, indipendente, felice.

Abbiamo conquistato la possibilità di autorappresentarci, ma continuiamo a farlo dentro un immaginario che esiste già.

Forse la differenza è che oggi possiamo scegliere. Ma scegliere davvero significa anche poter dire: questa immagine non mi rappresenta.

Quello che resta delle donne reali

È per questo che una riflessione sulle donne del Quattrocento non mi sembra affatto lontana dalla nostra vita.

Anzi, può aiutarci a vedere meglio qualcosa che nel presente rischiamo di non notare più.

La distanza fra una persona e il personaggio che gli altri costruiscono intorno a lei.

Una distanza che può sembrare innocua quando nasce dalla poesia, dalla pittura o dalla fantasia, ma che diventa problematica quando l’immagine si trasforma in aspettativa, e l’aspettativa in norma.

Penso allora alle donne sognate di cui parlava la conferenza.

Non c’è nulla di male nel sognare una donna, nel trasformarla in poesia, nel costruirne un’immagine ideale. La letteratura ha bisogno anche di questo.

Ma la donna reale viene prima.

E la donna reale è quasi sempre più complessa del personaggio che le viene attribuito. Non è soltanto bella o brutta, forte o fragile, madre o non madre, seducente o austera. Può essere tutte queste cose, anche contemporaneamente. Può cambiare. Può contraddirsi. Può non corrispondere alle aspettative.

Forse la libertà femminile passa anche da qui: dal diritto di non essere sempre riconducibili a un modello.

È una consapevolezza che, personalmente, porto con me da questa conferenza. Guardare alle donne raccontate dai poeti del Quattrocento mi ha fatto pensare alle donne di oggi e, in qualche modo, anche a me stessa.

Perché dietro ogni rappresentazione c’è una persona.

E forse il vero passo verso l’emancipazione non consiste soltanto nel conquistare la possibilità di essere rappresentate, ma nel poter finalmente dire, senza doverlo giustificare: questa sono io, e non devo necessariamente coincidere con l’immagine che qualcun altro ha di me.

Cover: Foto di Oscar da Pixabay

Per leggere gli altri articoli di Lidia Grandi clicca sul nome dell’autrice

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Lidia Grandi

E’ stata docente di Lingua e Letteratura inglese presso il Liceo Ariosto di Ferrara. Ama fare turismo culturale sia in Italia che all’estero, interessandosi in particolare di musei, mostre d’arte e musica. E’ sempre stata appassionata di lettura, in particolare saggistica, di cinema e di teatro. Ora si dedica ad una delle sue maggiori passioni, la scrittura, che ha sempre coltivato con dedizione e interesse.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *