Oltre la Sorellanza
Perché le donne continuano a ferire altre donne?
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Oltre la Sorellanza.
Perché le donne continuano a ferire altre donne?
La domanda è scomoda. Ed è proprio per questo che va posta.
Per decenni il femminismo ha insegnato a noi donne a riconoscere la violenza esercitata dagli uomini. Ha dato un nome alla discriminazione, alla disparità salariale, alla violenza domestica, alle molestie, agli stereotipi.
È stata una rivoluzione culturale prima ancora che politica. Essendo donna, e quindi immersa in questa non facile situazione, ritengo sia necessario avere il coraggio di affrontare altro aspetti, meno discussi e forse ancora più delicati.
Le donne hanno davvero imparato a essere solidali tra loro? La risposta, se vogliamo essere onesti, non può essere un semplice sì.
La lezione del femminismo è stata davvero assimilata?
In parte sì. Le donne studiano, lavorano, guidano aziende, governi, università. Molte hanno acquisito una consapevolezza che le loro madri e le loro nonne non avevano potuto sviluppare.
Il linguaggio della parità è entrato nella società e parole come “patriarcato”, “sessismo”, “violenza di genere” fanno ormai parte del dibattito pubblico.
Ma una conquista culturale non coincide automaticamente con una trasformazione interiore. Molte donne hanno imparato a riconoscere le ingiustizie quando provengono dagli uomini. Molto meno quando arrivano da un’altra donna. Ed è qui che il femminismo sembra essersi fermato.
La violenza che non lascia lividi. Esiste una violenza femminile contro le donne che non è sempre evidente e raramente fa notizia, quasi mai viene denunciata.
È la violenza dello sguardo che giudica, della collega che ostacola, della madre che educa la figlia alla competizione invece che alla fiducia, della professionista che umilia una giovane appena arrivata, della donna che considera un’altra donna una rivale prima ancora di conoscerla.
È la violenza delle esclusioni, delle maldicenze, dell’invidia, del sarcasmo, dell’umiliazione sociale, del pettegolezzo usato come arma, della delegittimazione sistematica. È una violenza che non lascia segni sul corpo, ma può produrre ferite profonde nell’identità.
Perché accade?
Perché nessuno nasce immune dalla cultura nella quale vive. Per secoli a noi donne è stato insegnato che il nostro valore dipendesse dall’essere più belle, più desiderabili, più giovani, più brave, più devote, più madri, più mogli, più perfette delle altre e in una società che offriva pochi spazi di potere al femminile, ogni conquista sembrava possibile solo sottraendola a qualcun’altra.
Così la competizione è diventata un’abitudine. La rivalità è stata normalizzata. L’invidia è stata persino romanticizzata o celebrata attraverso l’uso dei mass media.
Il patriarcato non produce soltanto dominio maschile. Produce anche donne che finiscono, inconsapevolmente, per riprodurne i meccanismi contro altre donne. Questo fenomeno è stato descritto da numerose studiose come “misoginia interiorizzata“: l’assorbimento di pregiudizi e gerarchie che portano le donne a giudicare più severamente le altre donne che gli uomini.
La ricerca contemporanea sottolinea inoltre che la solidarietà femminile non nasce automaticamente dall’appartenenza allo stesso genere, ma richiede un lavoro continuo di riconoscimento reciproco e di rispetto delle differenze.
La falsa idea della “sorellanza”
Per molto tempo si è parlato di “sorellanza” come se fosse un sentimento naturale. Non lo è. Essere donne non significa automaticamente comprendersi.
Le donne possono essere solidali, ma possono anche essere spietate. Possono proteggersi oppure distruggersi. La solidarietà non nasce dal sesso biologico. Nasce dall’etica.
Il giudizio tra donne
Le donne continuano a giudicarsi con una severità impressionante. La madre lavoratrice viene criticata. La madre casalinga viene criticata. La donna senza figli viene criticata. La donna troppo elegante. Quella trascurata. Quella giovane. Quella anziana. Quella ricca. Quella povera. Quella colta. Quella semplice.
Sembra esistere sempre un tribunale invisibile nel quale ogni donna viene processata da altre donne. Come se nessuna fosse mai abbastanza.
Anche le differenze sociali dividono
Esiste poi un’altra frattura, spesso ignorata. Le donne appartenenti a classi sociali differenti fanno fatica a riconoscersi.
La donna privilegiata rischia di non comprendere le difficoltà economiche di chi vive con uno stipendio precario. La donna istruita può guardare con paternalismo chi ha avuto meno opportunità. La donna benestante può non vedere il lavoro invisibile della collaboratrice domestica, della cassiera, della badante, della donna migrante.
Ma anche il contrario è possibile. Il risentimento sociale può trasformarsi in disprezzo verso chi viene percepita come privilegiata. Così il dialogo lascia il posto al sospetto e la solidarietà si dissolve.
Che cosa dobbiamo ancora imparare noi donne?
Forse la lezione più difficile. Che il rispetto non consiste nel pretendere che tutte siamo uguali. Consiste nell’accettare che ogni donna abbia una storia diversa.
Una madre non vale più di una donna senza figli. Una manager non vale più di un’operaia. Una donna istruita non vale più di una donna che ha potuto studiare meno. Una donna occidentale non comprende automaticamente l’esperienza di una donna migrante. Una giovane non comprende quella di un’anziana.
Una donna libera oggi non dovrebbe dimenticare il prezzo pagato da chi quella libertà l’ha conquistata. Il femminismo del XXI secolo dovrà forse smettere di chiedere soltanto agli uomini di cambiare, dovrà chiedere anche alle donne di interrogarsi su come guardano, parlano e trattano le altre donne.
La vera rivoluzione
La vera emancipazione non sarà completa finché una donna continuerà a sentirsi più al sicuro nel giudicare un’altra donna che nel sostenerla.
La solidarietà, infatti, non significa essere sempre d’accordo. Significa riconoscere nell’altra una persona degna di rispetto, anche quando è diversa da noi, quando ha fatto scelte che non condividiamo, quando appartiene a un’altra classe sociale, a un’altra cultura o a un’altra generazione.
Il femminismo ha aperto la strada alla libertà. Ora resta da percorrere il tratto più difficile: trasformare quella libertà in una cultura del rispetto reciproco. Perché una società sarà davvero più giusta non quando le donne avranno conquistato gli stessi diritti degli uomini, ma quando avranno imparato a non diventare, l’una per l’altra, il primo ostacolo alla libertà dell’altra.
Cover: sorellanza, immagine da Humans
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L’articolo è denso e meriterebbe una serie di approfondimenti. Principalmente mi preme però dire che si è ignorata una fetta cospicua di comportamenti femminili, ovvero le prevaricazioni che le donne riservano agli uomini. Le donne non sono sempre le vittime di un rapporto con un uomo ma spesso sono le carnefici. Io non credo alla cosiddetta differenza di genere nell’ambito della tendenza ad avere comportamenti prevaricativi. Credo, questo si, che le reazioni maschili a dei presunti torti, siano molto più violente per questioni di differenza di forza fisica. Ma credo che se ipoteticamente fossero le donne ad avere più forza fisica parleremmo di ominicidi piuttosto che di femminicidi. Perche’ ognuno tende a volere per sé i massimi vantaggi. Si tratta di egoismo non di maschilismo o femminismo. Si trascura poi un fatto importante ovvero che il cosiddetto maschilismo non è solo prerogativa maschile. La donna è maschilista spesso più che un uomo ed educa i figli al maschilismo più che un papà. Anche qui però non parlerei propriamente di maschilismo ma di impostazioni di prevaricazione che prescindono dal sesso. In sintesi è uno schema di sopravvivenza che tende a riservare per sé i vantaggi migliori.
Giudicare è difficile. Nel romanzo il nome della rosa, Adso da Melk il giovane monaco, si meraviglia del fatto che un uomo acuto come Guglielmo da Buskerville, non riesca più a giudicare tra il male ed il bene nonostante le finissime capacità culturali. Umberto Eco aveva colto un punto essenziale della vita: la realtà è una costruzione sociale nella quale ognuno di noi è vittima o carnefice, secondo schemi in cui non è facile capire dove si trovi la verità o la falsità ed il bene rispetto al male.
Grazie per il commento, che aggiunge alla riflessione un elemento importante. Concordo sul fatto che le dinamiche di prevaricazione non possano essere ricondotte semplicemente al genere e che anche le donne possano esercitare forme di dominio, controllo e violenza nei confronti degli uomini. Il mio articolo, tuttavia, non intendeva sostenere il contrario, né contrapporre donne vittime e uomini carnefici. La scelta di concentrarmi sulle relazioni fra donne nasceva precisamente dalla volontà di interrogare un aspetto meno discusso: il fatto che anche all’interno dello stesso genere possano riprodursi competizione, giudizio, esclusione e forme di prevaricazione. Per questo ho parlato di “misoginia interiorizzata”: non come spiegazione di ogni comportamento femminile, ma come uno dei possibili effetti di modelli culturali e sociali profondamente radicati. Trovo invece particolarmente interessante la sua osservazione sul rapporto fra prevaricazione, egoismo e differenza nella forza fisica. Credo però che distinguere fra comportamento individuale e condizioni sociali sia importante: riconoscere che l’aggressività o il desiderio di prevalere possono appartenere agli esseri umani indipendentemente dal sesso non significa che le forme concrete che assumono, né le loro conseguenze, siano necessariamente identiche. Anche l’osservazione sul fatto che il maschilismo possa essere trasmesso e riprodotto dalle donne meriterebbe un approfondimento: è proprio uno degli aspetti che il mio articolo cercava di mettere in discussione, quando sottolinea che nessuno è immune dalla cultura nella quale vive. In fondo, credo che il punto d’incontro fra le due riflessioni sia proprio questo: non cercare semplicemente “chi è la vittima” e “chi è il carnefice”, ma interrogarsi sui meccanismi culturali e relazionali attraverso i quali la prevaricazione si produce e si riproduce. E forse è anche questo il senso del suo richiamo finale a Umberto Eco: giudicare le persone e le situazioni è necessario, ma raramente è semplice separare nettamente il bene dal male e ricondurre ogni comportamento a una sola causa. La ringrazio quindi per aver ampliato il campo della discussione: il tema, come lei osserva, meriterebbe certamente ulteriori approfondimenti.