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Oriana Fallaci nell’era digitale:
una voce del XX secolo davanti alle inquietudini del nostro presente

Oriana Fallaci nell’era digitale:
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na voce del XX secolo davanti alle inquietudini del nostro presente

Immagino Oriana Fallaci davanti a uno smartphone.

Guerre trasmesse in diretta, politici ridotti a slogan, influencer che commentano la realtà, immagini generate dall’intelligenza artificiale, milioni di persone che discutono furiosamente di ciò che spesso conoscono soltanto attraverso uno schermo.

Che cosa ne penserebbe? Non posso saperlo. Forse più interessante è chiedersi perché una giornalista del Novecento continui a interrogarci nel XXI secolo.

Sappiamo che Oriana Fallaci apparteneva a un giornalismo fondato sulla presenza: andare nei luoghi della storia, incontrare i protagonisti, rischiare, interrogare, osservare.

Il nostro tempo ha invece trasformato il rapporto con la realtà: non siamo più costretti ad andare verso il mondo, perché è il mondo a entrare continuamente nelle nostre case.

Abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, ma questo non significa di fatto possedere una maggiore capacità di comprenderle. Ed è qui, a mio parere, che la sua figura diventa attuale in un confronto critico con il presente. Sappiamo che la scrittura di Oriana Fallaci era attraversata dalla rabbia: una rabbia individuale, polemica, talvolta persino scomoda, ma legata alla responsabilità di chi metteva in gioco il proprio nome e la propria esperienza.

Oggi la rabbia è diventata una delle principali forme di comunicazione digitale. L’indignazione, la provocazione e il conflitto attirano attenzione molto più facilmente della complessità della realtà.

L’algoritmo premia ciò che suscita una reazione immediata: più un contenuto divide, più facilmente esso circola. Posso allora dire che Oriana Fallaci aveva trasformato la rabbia in scrittura mentre l’algoritmo ha trasformato la rabbia in visibilità.

La differenza, ad ogni buon conto, è decisiva. La sua rabbia nasceva dal confronto con la realtà; la nostra può nascere da una realtà già selezionata, filtrata e amplificata dagli stessi strumenti attraverso i quali la conosciamo.

Questo meccanismo riguarda anche la libertà di espressione. Mai come oggi abbiamo avuto la possibilità di parlare pubblicamente e tuttavia sembra diventato sempre più difficile ascoltare chi non appartiene al nostro stesso gruppo di opinione.

La libertà rischia così di ridursi alla possibilità di esprimere ciò che già pensiamo, mentre diminuisce la disponibilità a mettere in discussione le nostre convinzioni. Si tratta di una vera e propria crisi della realtà condivisa che porta necessariamente al problema della verità.

Non viviamo più soltanto nell’epoca delle fake news. Viviamo in un’epoca nella quale persone diverse possono abitare sistemi informativi completamente differenti. Gli algoritmi tendono a mostrarci ciò che conferma i nostri interessi e le nostre convinzioni, in tal modo, progressivamente, ciò che vediamo finisce per assomigliare a ciò che già pensiamo.

La diretta conseguenza non è soltanto la disinformazione, ma la difficoltà di costruire una realtà condivisa.

L’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore elemento di complessità: immagini, video, voci e quant’ altro possono essere creati o manipolati con una facilità crescente.

La domanda ‘orwelliana’ che scaturisce necessariamente non è più soltanto “questa notizia è vera?” ma “come posso sapere che ciò che vedo è realmente accaduto?”.

Per una giornalista come Oriana Fallaci, che aveva costruito una parte della propria autorevolezza sulla testimonianza diretta, sarebbe una trasformazione radicale. Oriana Fallaci non aveva previsto il nostro tempo, ma aveva intercettato alcune delle sue inquietudini: la crisi dell’identità, il rapporto conflittuale tra culture, la fragilità dell’Occidente, la difficoltà di difendere le proprie convinzioni senza trasformarle in dogmi.

Alcune delle sue domande sono ancora attuali ma non lo sono tutte le sue risposte. Ed è proprio per questo che leggerla oggi può essere interessante: non per stabilire se “avesse ragione”, ma per discutere con lei.

Oriana Fallaci Self portrait Rolleiflex (Ph. Picryl, Wilimedia Commons)

Certamente l’eredità più importante di Oriana Fallaci concerne il rapporto tra individuo, parola e responsabilità. In un mondo nel quale possiamo commentare tutto, cancellare ciò che abbiamo scritto, nasconderci dietro uno schermo e persino affidare a un’intelligenza artificiale la produzione delle nostre parole, la sua figura pone una domanda scomoda: quanto siamo disposti ad assumerci la responsabilità di ciò che diciamo?

La questione è ancora più profonda perché riguarda anche il nostro bisogno di appartenenza. Siamo continuamente connessi, ma spesso cerchiamo negli altri conferme della nostra identità. Abbiamo paura non soltanto di sbagliare, ma di essere esclusi. Per questo ci circondiamo di persone che pensano come noi, di informazioni che ci confermano, di opinioni che non ci costringono a cambiare.

Oriana Fallaci rappresentava invece, nel bene e nel male, la solitudine dell’individuo che decide di esporsi. Ed è forse questa la ragione per cui continua a disturbare.

Non perché possieda ancora tutte le risposte, ma perché ci ricorda che pensare liberamente significa anche rischiare di essere soli. La domanda è se noi, immersi in un mondo nel quale l’algoritmo decide continuamente che cosa mostrarci, abbiamo ancora il coraggio di ascoltare una voce diversa dalla nostra. E, soprattutto, se abbiamo ancora il coraggio di contraddirla, perché la libertà non consiste soltanto nel poter parlare, comincia quando siamo capaci di pensare contro ciò che tutti ci stanno dicendo — compreso ciò che ci piacerebbe sentirci dire.

In copertina: Oriana Fallaci ritratta al lavoro nel suo studio di Lamole, nel Chianti – foto gettuimages, Giannella Chanel su licenza Creative Commons

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Lidia Grandi

E’ stata docente di Lingua e Letteratura inglese presso il Liceo Ariosto di Ferrara. Ama fare turismo culturale sia in Italia che all’estero, interessandosi in particolare di musei, mostre d’arte e musica. E’ sempre stata appassionata di lettura, in particolare saggistica, di cinema e di teatro. Ora si dedica ad una delle sue maggiori passioni, la scrittura, che ha sempre coltivato con dedizione e interesse.

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