Vite di carta /
Trent’anni di Festivaletteratura
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Vite di carta. Trent’anni di Festivaletteratura
Mantova, edizione 2026, la numero trenta. Il Festival è troppo ricco di eventi perché il trenta rischi di trasformarsi in un mantra vagamente ossessivo, eppure lo sto ritrovando in più postazioni come una sorta di filo conduttore. Penso non solo alla tenda dei libri, dove c’è il punto di raccolta dei racconti lunghi trenta parole, che ognuno può scrivere sul suo rapporto col Festival e partecipare così alla “antologia all’aria aperta”.
“Una sfida alla grande comunità di lettori e lettrici, autori e autrici” che seguono il Festival edizione dopo edizione, come recita il programma a pagina 93. Dopo che a pagina 91 è stata usata tutta l’ironia del caso per dare un nome a questa tipologia di umani che cammina per le strade di Mantova ogni settembre, che siede su sedie e sgabelli per ascoltare e pensare e qualche volta intervenire: è l’Homo festivalensis. Dal 1997 ne fanno parte tantissimi individui di mezza età, tanti giovani, un po’ meno gli over 60 come me.
Penso alla mostra dedicata a Ippolito Nievo alla Biblioteca Teresiana, un gioiello che nei giorni del Festival ne mette in mostra altri. Sono le carte manoscritte e le principali edizioni a stampa delle opere di Nievo, che mettono in luce i tanti generi della sua scrittura, dai racconti alle poesie alle opere per il teatro. Mi soffermo davanti a I Capuani, la tragedia pubblicata in bella edizione per la prima volta nel 1914 dall’editore Carabba di Lanciano. Un’opera postuma, come del resto Le confessioni di un italiano, che uscirono nel 1867, sei anni dopo la morte dell’autore.
Esco con la sensazione di Nievo come uomo di penna, un enfant prodige della letteratura, e come uomo d’azione, un giovane garibaldino la cui vita si è inabissata col piroscafo Ercole durante la navigazione verso Napoli al rientro da una missione in Sicilia da poco conquistata dall’impresa dei Mille.
Poi gli autori. Li ho selezionati con fatica entro il mare dei 360 eventi in programma, e con il solito senso della perdita verso gli altri a cui non ho potuto accedere. Beato streaming che me ne regala qualcun altro da oggi in poi, qui a casa con i piedi doloranti e la testa ancora in festa.
Ne indico alcuni veramente speciali che sul programma trovo alla pagina Stranieri nel mondo. Li ho scelti per interesse e solo a posteriori capisco che sono stati inseriti tutti nel “quadrante intraeuropeo” della letteratura; sono il francese Olivier Guez, il nederlandese Tommy Wieringa e il greco Theodor Kallifatides.
Scopro di avere fatto un’incursione, e che incursione, nelle “connessioni internazionali” in cui ha posto lo scrittore e antropologo indiano Amitav Ghosh.
Alla grande, dico. Tutti stranieri, come straniere sono le voci di Paola Caridi, Lucio Caracciolo, Monsignor Matteo Zuppi, Simone Pieranni e Francesco Costa che ho pure ascoltato in questi giorni mantovani. Stranieri nell’accezione di erranti, di giornalisti e scrittori il cui racconto è fatto di “transizioni e passaggi”, la cui geografia di vita è mobile e attraversa confini seguendo mappe articolate.
Sono mappe linguistiche e valoriali che li scaraventano in mezzo alle guerre portando un messaggio di pace, come nel caso di Mons. Zuppi. Oppure in paesi tormentati come l’area palestinese o dentro i colossi del mondo d’oggi, la Cina e gli USA.
Riesco a trascrivere nei miei appunti dei tasselli delle loro mappe: scrivo quando Caracciolo dice che andrebbe ritrovato più coraggio, più senso di responsabilità nello stare dentro alle dinamiche internazionali e che per lui la pace vale più della verità, delle verità parziali dei contendenti.
Sta cercando insieme a Caridi e Zuppi di definirla in rapporto ai conflitti che ci sono nel mondo. Di sottolineare quanto non occorrano soluzioni militari ma politiche , quanto serva il dialogo al posto delle armi sempre più sofisticate costruite utilizzando l’AI.
Come non sia facile definirla, dice Caridi, dal momento che non abbiamo avuto rispetto della Terra. Un’idea che è cara anche ad Amitav Ghosh, questa che ci mette in conto di avere trascurato il non umano: ambiente, piante, animali. Uomini, alla fine.
Mi colpisce di Olivier Gaez l’idea che ha dell’ Europa come sua patria e come per sé e i suoi personaggi la vita sia una fuga, prima di tutto da stereotipi e identità posticce. L’idea di ironia e tenerezza unite per affrontare il mondo.
Dell’ultimo romanzo di Tommy Wieringa, Nirvana, sento parlare come di un grande libro che ruota intorno a tre generazioni di una potente famiglia, il cui passato oscuro affonda le radici nella seconda guerra mondiale.
Il potere, la ricchezza basata sulla estrazione di idrocarburi, il cambiamento climatico costituiscono i temi centrali del libro, a cui Wieringa affida il messaggio di una letteratura pronta alla speranza e disposta a incentivare l’azione.
Di Theodor Kallifatides, che volevo conoscere dopo avere letto il suo recente Madri e figli, mi ha incantato la tenerezza della voce. La pacatezza con cui ha nominato la Grecia e la Svezia, le sue due patrie. La propria identità arricchita dal sentirsi a casa in due diverse parti del mondo.
Tengo per ultimo Amitav Ghosh, di cui vorrò leggere il romanzo più recente, L’occhio fantasma. Un romanzo che affronta il tema della reincarnazione, o meglio della memoria del mondo incontrato in una vita precedente che hanno i bambini.
Noto che anche nel recente Il custode di Niccolò Ammaniti trova posto il tema dell’inesplicabile nella vita. L’autore ne ha parlato nell’evento di venerdì in Castello. Per aggiungere che come il suo protagonista bambino si prende cura di un “essere” che ha in casa, così può dirsi della letteratura che è custode del nostro passato.
Una coincidenza? Intanto è uno stimolo a leggere entrambi i libri cercandovi la frontiera a cui è giunto il pensiero dei due autori.
Quanto a Ghosh, sento di dover scoprire come si saldano La grande cecità e quest’ultimo romanzo, in apparenza tanto diversi: forse in quel “cambiare la propria coscienza” che si richiede all’uomo oggi per abbracciare altri mondi. Fino ad includere l’inesplicabile e la dimensione del mito.
Dice Ghosh che non la preghiera, non la meditazione gli offre l’accesso ad altri mondi, la scrittura è ciò che gli fa cambiare la coscienza.
Li sento alla tv o nella rete, ma qui li vedo. Hanno corpi e in particolare volti che mi fa bene scoprire. Sono le menti che voglio conoscere, a cui qui attacco il corpo e mi sento a casa dentro al genere Homo. Meglio Homo legens.
Nota bibliografica:
- Olivier Guez, Le rivoluzioni di Jacques Koskas, La nave di Teseo, 2026
- Tommy Wieringa, Nirvana, Iperborea, 2025
- Theodor Kallifatides, Madri e figli, Voland, 2026
- Amitav Ghosh, L’occhio fantasma, Einaudi, 2026
- Niccolò Ammaniti, Il custode, Einaudi, 2026
- Francesco Costa, Come se ne esce, Mondadori, 2026
- Simone Pieranni, Lo specchio americano, Mondadori, 2026
Cover: Foto scattata dall’autrice ad Amitav Ghosh durante l’evento n.197
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