A FONTANIGORDA, NEI LUOGHI DELLA POESIA GIOVANILE DI CAPRONI
A FONTANIGORDA, NEI LUOGHI DELLA POESIA GIOVANILE DI GIORGIO CAPRONI
“Lascerò così Genova: entrerò nella tenebra”. Così Giorgio Caproni in una lirica del Passaggio d’Enea. In realtà, se si lascia Genova in auto, non è la tenebra che ci attende, ma, terminato il tratto di autostrada, la perigliosa Statale 45, “una strada tortuosa. / Erta”, tipica delle zone della Val Trebbia. In Res amissa il poeta la trasforma in un percorso quasi infernale, inquietante: fondo dissestato, frane, e dovunque segnali di allerta.
Ma perché, nell’attesa di cosa? Dei boschi forse, nei quali risuonano in versi gli spari del Franco cacciatore, del Conte di Kenhüller, là dove il paesaggio aspro della terra ligure si fa “specchio ustorio” dell’inquieta, colpevole coscienza contemporanea della quale il nostro Caproni si è fatto cantore, alla pari di altri grandi interpreti del Novecento.
A questo pensavo mentre in realtà il nostro viaggio procedeva con grande tranquillità grazie alla guida sicura del colto e gentile sindaco della cittadina che era la nostra meta: il piccolo centro il cui nome figura nel titolo della seconda raccolta di Caproni in virtù di un’aia sulla quale luci, colori e risa continuano grazie alla poesia a fondere nel ballo gli ardori giovanili con l’“amaro aroma” di una “sera silvana”.
A nutrire l’amarezza (rafforzata dalla sinestesia dell’anagramma: amaro/aroma) – un’amarezza che si sarebbe prolungata nel tempo (con relativo rimorso) – c’era, sottotraccia, non solo la storia privata dell’autore (che in Val Trebbia aveva vissuto il trauma della perdita e del lutto conseguente), ma anche il presentimento (valga evocare la capacità profetica della poesia) di quanto sarebbe successo negli anni bui della guerra e della Resistenza, passati proprio tra quelle montagne.
D’altronde per Caproni ogni paesaggio ‘parla’ un suo singolare alfabeto, divenendo in qualche modo – perduti sulla pagina i segni della realtà ispiratrice – uno “stato d’animo dominante”, una sorta di correlativo oggettivo dell’affettività. Il paesaggio ‘nutre’ per lui la parola, così come la nutre quanto caratterizza le città che dominano nelle sue raccolte:
Livorno, percorsa da ventilate fanciulle, da biciclette, dalla sagoma sfuggente della mitica, stilnovistica Annina a cui il figlio-fidanzato indirizza una sorta di ballata calcantiana; la Genova verticale, dalle “severe e slogate architetture”, cantata nei versi di un’inarrestabile preghiera-litania, con i bar, le funicolari, i cantieri, il porto, l’angiporto e le sue tentazioni, le distruzioni, la guerra.
La durezza di Genova, i dislivelli, i terrazzamenti della regione, tradotti nel paesaggio aspro, desolato che nutre la parola disadorna, essenziale, di Montale e dei poeti della linea ligustica attraversano la poesia caproniana. Trasformano perfino i balli di Fontanigorda, che nascondono dentro il loro “breve fuoco” quanto non è altro che “sovrapposta allegria”.
Non è un caso che per Caproni sullo sfondo della Val Trebbia siano sempre gli occhi morenti di Olga Franzoni a dominare con la loro “madreperla / di lacrime” che cancella il paese e accompagna un tramonto scandito da un canto basso “sopra l’acqua che passa” ricordando la fine. Proprio quel paesaggio con gli anni si riempirà di buio, di silenzio, di assenza (così in Lasciando Loco, da Il muro della terra): l’io poeta vi si aggirerà sgomento, perduta ormai, oltre alla certezza, la speranza anche dell’esistenza del divino.
D’altronde là dove “la vita stagna […] senza spinta di tempo. Il tempo /senza spinta di vita”, non si può chiedere niente, visto che nulla resta là dove uno stregone benevolo (!) oppone un inesorabile “Non chieder più […] Non sei della tribù, / Hai sbagliato foresta” e il capotreno intima proditoriamente la discesa, ormai concluso il viaggio (Disdetta: E ora che avevo cominciato / a capire il paesaggio: «Si scende,» dice il capotreno. / «È finito il viaggio»).
Come dire che il paesaggio (alias la vita) scompare/finisce proprio quando per l’io cominciava ad essere possibile la sua comprensione, mentre continuerà ad esistere _ se non distrutto nel frattempo dalla dissennatezza umana – il mondo colorato che l’io non potrà abitare più.
L’ultimo monito/testamento dettato dalla magnanimità del poeta a cui non è dato il futuro non potrà allora che essere, in versicoli quasi ecologici, l’invito a non uccidere il mare, il vento, il paesaggio e ciò che vi vive e lo nutre (“Come / potrebbe tornare a essere bella, / scomparso l’uomo, la terra”), salvando, insieme al resto, anche le foreste, il verde, l’acqua della Trebbia e della sua valle.
A Fontanigorda, il 1° agosto, con la partecipazione di Mauro e Silvana Caproni e la collaborazione dell’Associazione Fontamici, si è tenuta l’annuale giornata in ricordo del poeta.
Immagini nel testo: © Anna Dolfi
Cover: Giorgio Caproni su licenza Wikimedia commons
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